ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Una carezza che ha cambiato la storia

L’assurda scelta di proclamare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano

La scelta di proclamare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano, lascia quantomeno perplessi. Ancora oggi entrando nelle case degli italiani e non solo, si trova alla parete dell’ingresso la fotografia un po’ sbiadita di papa Giovanni, con il suo volto sereno e benedicente. Nella coscienza collettiva papa Giovanni è associato alla sua bontà, alla storica enciclica sulla pace, che della pace portava non solo il nome ma il vessillo, Pacem in Terris; è associato alle sue visite al carcere romano di Regina Coeli e all’ospedale Bambino Gesù. La Sua è una santità quotidiana, che è entrata in tutte le case. Il mondo intero ancora ricorda la Sua carezza da portare ai bambini in quel indimenticabile discorso all’apertura del Concilio vaticano II. Cosa dovremo dire oggi: “ tornando a casa, date un elmetto e un fucile ai vostri bambini “?

Questa scelta che si è formata da lontano, almeno dal 1996, seppur formalmente motivata, ha il sapore di una manovra di vecchia curia, appare una forzatura, un colpo di coda di una storia passata, una scelta anti conciliare. Il popolo di Dio non pare sentire la necessità di un patrono dell’esercito ma ha urgente bisogno di uomini e di donne di pace.

Scriveva Roncalli Patriarca di Venezia al sostituto Montini: “il papa desidera a Roma il tal sacerdote; concederlo è un grave sacrificio per Venezia, ma io cedo, perché nella Chiesa “bisogna vedere largo e lontano”. Non c’è dubbio alcuno che in tutta la sua vita Papa Giovanni XXIII  ha contribuito a portare la Chiesa fuori dalle secche della storia, per farla navigare fino ai confini della terra, avviandola in quella grande avventura dello Spirito che è stato il Concilio. La scelta di farlo patrono dell’esercito italiano sembra al contrario piccola e miope.

Papa Giovanni XXIII ha testimoniato, che la Parola di Dio non fa la guerra, ma  è una  Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera umanità in cammino verso la pienezza, di Dio.

Anche il coinvolgimento postumo di Mons Loris Capovilla storico segretario del pontefice appare sgradevole. Se non fosse stato lui, quella sera quando si aprì il concilio, a convincere con la sua intelligenza e bonomia, il papa – dopo un lunga e faticosa giornata – ad affacciarsi ancora una volta alla finestra, i bambini, i malati, gli anziani, gli uomini di pace del mondo intero oggi mancherebbero di una carezza. Una carezza  che ha cambiato la storia.

Numerose e autorevoli si sono alzate voci contrarie al titolo di patrono dell’esercito italiano per Giovanni XXIII. Il vescovo di Pescare- Penne Valentinetti “irrispettoso coinvolgerlo come patrono delle Forze Armate”.“Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il Papa Buono, il papa della pace, e non degli eserciti” dichiara mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi Italia. «È una questione su cui non voglio entrare perché purtroppo ne sono stato informato questa mattina». Così si è espresso il  presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti .

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Famiglia che cosa dici di te stessa?

Papa Francesco con il  Motu Proprio dell’ 8 settembre 2017 pubblicato ieri, ristruttura  l’istituto di studi sul matrimonio e la famiglia creato  da san Giovanni Paolo II.

“Summa familiae curaˮ è il titolo del documento pontificio e subito all’inizio si ricordano i passi compiuti dalla chiesa dopo il Sinodo dei vescovi del 1980 e l’esortazione Familiaris consortio del 1981, che aveva dato una forma più definita al Pontificio Istituto  presso l’Università del Laterano.

Oggi, dopo i due Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015, e dopo la pubblicazione dell’esortazione Amoris laetitia, la Chiesa è arrivata, dice Papa Francesco «a una rinnovata consapevolezza del vangelo della famiglia e delle nuove sfide pastorali a cui la comunità cristiana è chiamata a rispondere». 

Ad una prima lettura del documento del Papa, non sfuggono la grande importanza di questo testo e la centralità della prospettiva pastorale. Il Papa parla di una esigenza imprescindibile nella riflessione circa la famiglia, dicendo che: “anche a livello di formazione accademica non vengano mai meno la prospettiva pastorale e l’attenzione alle ferite dell’umanità”. E’:« sano prestare attenzione alla realtà concreta» della famiglia, dato il «cambiamento antropologico-culturale, che influenza oggi tutti gli aspetti della vita e richiede un approccio analitico e diversificato» e «non ci consente di limitarci a pratiche della pastorale e della missione che riflettono forme e modelli del passato».

Uno sguardo nuovo sulla realtà della famiglia; uno sguardo con gli occhi dello Spirito, uno sguardo di una Chiesa madre e non solo maestra.

Anche l’orizzonte del lavoro accademico del Pontifico istituto si ampia:”sia in ordine alle nuove dimensioni del compito pastorale e della missione ecclesiale, sia in riferimento agli sviluppi delle scienze umane e della cultura antropologica in un campo così fondamentale per la cultura della vita».

Nessuno può mettere in dubbio la bellezza della famiglia così come l’annuncia la Chiesa. Questa famiglia “cristiana” ha contribuito non poco al bene della società e a alla storia dell’umanità. Ora vediamo che le istituzioni scricchiolano, che ciò che prima erano le nostre sicurezze e i nostri legami vacillano, e gli stessi sentimenti cercano nuove forme di espressione. In tutta questa trasformazione, dove e come si colloca la famiglia cristiana? I fondamenti della famiglia cristiana non sono scritti nelle tavole di pietra della legge, ma come ha detto Gesù la legge dello spirito è scritta nelle “tavole dei nostri cuori”. Per questo, soprattutto oggi, con la forza dello Spirito la famiglia cristiana può essere un efficace testimone della bellezza, dell’altezza e della profondità della sua vocazione. Con queste premesse, poniamoci una domanda: famiglia cristiana, che cosa dici di te stessa? Facci vedere tu la bellezza e l’originalità della tua chiamata, facci gustare la presenza del Signore in mezzo te. Questo è quasi un appello silenzioso che il mondo fa alla Chiesa. Il problema è che spesso anche le famiglie cristiane hanno perso il “sapore del sale”, non sono più “lievito” nella farina della storia, non sono più luce che illumina il cammino. Il tasso di natalità che si avvicina allo zero nel nostro Occidente, culla della Cristianità, deve far riflettere tutti.

Papa Francesco ancora una volta allarga lo sguardo, riforma, anzi rifonda un istituto da troppo tempo arroccato sui principii, rigido ad ogni cambiamento, spesso lontano dalla realtà.

L’Istituto Teologico avrà: «la facoltà di conferire iure proprio ai suoi studenti i seguenti gradi accademici: il Dottorato in Scienze su Matrimonio e Famiglia; la Licenza in Scienze su Matrimonio e Famiglia; il Diploma in Scienze su Matrimonio e Famiglia».

 


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Ascoltare e pregare: il Motu Proprio di papa Francesco Magnum Principium

Con il nuovo Messale romano, nel novembre 1969 entrò in vigore la riforma liturgica del dopo concilio.
Cinque anni prima il papa Paolo VI aveva già celebrato la messa nella nuova forma, nella parrocchia romana di Ognissanti e aveva tra le altre pronunciato queste significative parole:” Prima bastava assistere, ora occorre partecipare; prima bastava la presenza, ora occorre l’attenzione e l’azione.; prima qualcuno poteva sonnecchiare, e forse chiacchierare, ora no, deve ascoltare e pregare”.
La novità più importante come si sa, della riforma liturgica post conciliare è stata l’introduzione nel rito della messa, delle traduzioni nelle lingue volgari, e anche una grande ricchezza dei testi biblici da proporre nelle letture della messa.
Oggi con il Motu Proprio “Magnum Principium” papa Francesco continuando con la ricezione dello Spirito del concilio, chiarisce che la competenza della traduzione dei testi liturgici, spetta alle conferenze episcopali nazionali. Non è soltanto un decentramento di funzioni e di competenze, ma un riconoscimento dello Spirito e del magistero dei singoli vescovi diocesani. La Santa Sede come suo compito proprio interverrà per confermare o no e non per revisionare le traduzioni. A questo proposito nel motu proprio “Magnum principium” sono di particolare rilevanza circa il can. 838, i commi 3 e 4: § 3. “Spetta alle Conferenze episcopali preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, adattate convenientemente entro i limiti definiti, approvarle e pubblicare i libri liturgici, per le regioni di loro pertinenza, dopo la conferma della Sede apostolica”; § 4. “Al vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti”.
Le ricchezze che la storia liturgica ci ha consegnato e trasmesso, non sono un fine, ma uno strumento nelle mani della Chiesa che sempre più e meglio vuole aiutare i fedele a meglio conoscere e a meglio entrare nel grande mistero di Dio. Come ha spiegato Monsignor Roche, arcivescovo, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, le modifiche formulate dal Motu Proprio sono “al servizio della preghiera liturgica del popolo di Dio”.
La storia delle traduzioni dei testi liturgici e della Bibbia stessa, è una storia affascinante, che interessa le culture degli uomini e dei popoli, la fede della Chiesa, la Parola di Dio che vuole donarsi agli uomini di ogni generazione.
“Considerata l’esperienza di questi anni, ora – scrive il papa nel Motu Proprio – è sembrato opportuno che alcuni principi trasmessi fin dal tempo del Concilio siano più chiaramente riaffermati e messi in pratica’.
Papa Francesco ancora una volta, alleggerendo il peso sulle spalle dei fedeli, sta testimoniando ancora una volta la Chiesa, popolo di Dio radunato in preghiera, per una sempre nuova conversione, nell’attesa dell’incontro definitivo con il Signore che viene.


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“Il fuoco dell’Amore di Cristo”. Il viaggio del papa in Colombia

E’ iniziato circondato dall’affetto di grandi folle di popolo, il viaggio in Colombia di papa Francesco. Come primo atto papa Francesco ha desiderato rendere omaggio all’immagine di Nostra Signora di Chiquinquirà, regina e patrona della Colombia.

Subito dopo ha incontrato  i giovani  che lo attendevano nel piazzale del palazzo vescovile in Piazza Bolivar; il papa ha esortato i giovani ad entrare nel cuore delle sofferenze del loro popolo per imparare a comprendere e perdonare. Da questo dice ancora il papa dipende in gran parte il futuro della Colombia .

“A questo grande sogno, oggi vi voglio invitare”. Francesco invita i giovani ad osare il futuro, a contagiare con il loro entusiasmo e la loro gioia, la società colombiana, fondando la loro testimonianza sul “ fuoco dell’amore di Cristo”.

«Voi avete la capacità non solo di giudicare, di segnalare errori, ma anche quell’altra capacità bella e costruttiva: quella di comprendere”. Dalla comprensione al perdono:”La vostra giovinezza vi rende anche capaci di qualcosa di molto difficile nella vita: perdonare. Perdonare coloro che ci hanno ferito; è notevole vedere come non vi lasciate invischiare da vecchie storie, come guardate in modo strano quando noi adulti ripetiamo fatti di divisione semplicemente perché siamo attaccati a dei rancori”.

Incontrando le autorità politiche e la società civile nella Plaza de Armas del palazzo presidenziale di Bogotà, il papa ha lodato gli sforzi profusi e i risultati ottenuti per arrivare alla pace e alla riconciliazione, ammonendo allo stesso tempo  di :” rifuggire da ogni tentazione di vendetta e ricerca di interessi solo particolari e a breve termine”.

Il Papa ha poi ricordato  il motto della Colombia: «Libertà e Ordine», sottolineando che “i cittadini devono essere stimati nella loro libertà e protetti con un ordine stabile. Non è la legge del più forte, ma la forza della legge, quella che è approvata da tutti, a reggere la convivenza pacifica”.

Bisogna poi guardare in modo particolare a :” tutti coloro che oggi sono esclusi ed emarginati dalla società, quelli che non contano per la maggioranza e sono tenuti indietro e in un angolo. Tutti siamo necessari per creare e formare la società […] Vi chiedo di ascoltare i poveri, quelli che soffrono. Guardateli negli occhi e lasciatevi interrogare in ogni momento dai loro volti solcati di dolore e dalle loro mani supplicanti”.

Infine il pontefice ha esortato   a rivolgere lo sguardo  alla donna, al «suo apporto, il suo talento, il suo essere “madre” nei diversi compiti».  Francesco ha terminato citando il «gran compatriota» Gabriel García Marquez sul grande valore della vita.

Congedandosi dalle autorità ha così concluso:” Molto è il tempo passato nell’odio e nella vendetta […] e  ho voluto venire fino a qui per dirvi che non siete soli, che siamo tanti a volervi accompagnare in questo passo; questo viaggio vuole essere un incitamento per voi, un contributo che spiani un po’ il cammino verso la riconciliazione e la pace”.

Anche incontrando il comitato direttivo del Celam, l’organismo di rappresentanza dell’episcopato latinoamericano, il papa ha parlato della donna:” Per favore, le donne «non possono essere ridotte a serve del nostro recalcitrante clericalismo; esse sono, invece, protagoniste nella Chiesa latinoamericana”. Lo ha detto sottolineando il grande sinodo di Aparecida come:” ultimo evento sinodale della Chiesa latinoamericana”, per ricordare ai vescovi , l’importanza di mettere :” la missione di Gesù nel cuore della Chiesa stessa, trasformandola in criterio per misurare l’efficacia delle strutture, i risultati del lavoro, la fecondità dei ministri e la gioia che essi sono capaci di suscitare. Perché senza gioia non si attira nessuno”.

Il Vangelo spiega papa Francesco non è :” un programma al servizio di uno gnosticismo di moda,  un progetto di ascesa sociale o una visione della Chiesa come burocrazia che si autopromuove, né tantomeno questa si può ridurre a un’organizzazione diretta, con moderni criteri aziendali, da una casta clericale». Il lavoro sinodale della chiesa latinoamericana a Aparecida,  «è un tesoro la cui scoperta è ancora incompleta».

 Il cammino della Chiesa e della società in americalatina, ancora una volta hanno bisogno delle donne, sull’esempio di Maria:” dalle sue labbra abbiamo imparato la fede; quasi con il latte del suo seno abbiamo acquisito i tratti della nostra anima meticcia e l’immunità di fronte ad ogni disperazione. Penso alle madri indigene o “morenas”, penso alle donne delle città con il loro triplo turno di lavoro, penso alle nonne catechiste, penso alle consacrate e alle così discrete “artigiane” del bene. Senza le donne la Chiesa del continente perderebbe la forza di rinascere continuamente. Sono le donne che, con meticolosa pazienza, accendono e riaccendono la fiamma della fede. Se vogliamo una fase nuova e vitale della fede in questo continente, non la otterremo senza le donne”.

Terminando il suo incontro con il Celam il papa ha concluso con queste forti e decisive parole:” “Se vogliamo servire, come Celam, la nostra America Latina, dobbiamo farlo con passione. Oggi c’è bisogno di passione. Mettere il cuore in tutto quello che facciamo. Fratelli, per favore, vi chiedo passione, passione evangelizzatrice”.


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Contempliamo la croce

Sul Calvario davanti alla Croce non si parla, si contempla. Prendendo la nostra croce, contempliamo la Croce come l’unità di misura di tutti quelli che danno la vita per quelli che amano.

WTu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini (Mt 16,21-23) si sente dire Pietro. Come la stiamo pensando la nostra vita? La nostra famiglia, il nostro lavoro? Secondo il progetto di Dio o secondo il potere degli uomini?

Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato? griderà il crocifisso E’ necessario non lasciarlo solo. Occorre darlo a tutti gli uomini.

Gesù nella sua pienezza di Messia non era più un ebreo,   l’uomo.”Ecco l’uomo” .Il nome sulla croce è Uomo. Hanno certamente importanza le nostre distinzioni culturali, etniche, religiose  ma quando si soffre e  si muore non contano più. Questa uguaglianza nel negativo è importante, perché  Gesù  l’ha assunta su di sé  come un  appuntamento: «Quando sarò sollevato sulla croce attirerò tutti a me». Tutti.

Ecco perché, non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, come abbiamo spesso fatto, facendo a volte della casa del Signore un mercato e una spelonca di ladri: Non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, dobbiamo chiedere la difesa della dignità dell’uomo, di ogni uomo. Gesù è entrato nella debolezza umana. Questa universalità della croce è molto importante, oggi lo sentiamo di più di una volta, perché le pareti di divisione stanno cadendo tutte inesorabilmente; non possiamo più vivere, non solo gli uni contro gli altri, ma neanche gli uni accanto agli altri.

Le divisioni appartengono non al Dio crocifisso, ma alla logica della nostra finitezza.

Abbiamo alle spalle e purtroppo non solo alle spalle, una storia di guerre di religione, di scomuniche reciproche. I poveri, i crocifissi non le tollerano più.

Preghiamo il Figlio dell’uomo perché ci aiuti ad aprirci ad una solidarietà che arrivi fino al dolore fisico dell’uomo, di ogni uomo.

Avevano chiesto a Gesù all’inizio del vangelo di Giovanni, dove abitasse, e Lui decide di abitare nel nostro dolore. E li siamo veramente tutti fratelli.


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Indimenticabile pastore

Ricordo del cardinale Carlo Maria Martini a cinque anni dalla morte.

«Indimenticabile»: è questo l’aggettivo che ha pronunciato monsignor Mario Delpini, l’arcivescovo eletto di Milano, per ricordare Carlo Maria Martini, nella messa celebrata a cinque anni dalla morte.

Il tempo che passa dimostra quanto grande sia l’eredità che non si corrompe, del suo ministero episcopale, che illuminato dallo Spirito e sostenuto dalla comunione profonda con la Parola di Dio, ha superato i confini della diocesi milanese, per appartenere a tutta la Chiesa, e per diventare patrimonio prezioso della intera umanità.

Annunciare il primato dell’amore con la vita e la Parola è stato il suo compito nella storia. Amare e valorizzare il Corpo di Cristo nel mondo. Nomi di persone, luoghi geografici, il suo servizio alla Chiesa e all’uomo, in ogni incontro, in ogni ambiente della diocesi; il Vangelo diventa storia. È la logica dell’Incarnazione che entra dentro la vita concreta di ognuno di noi.

Carlo Maria Martini era ben consapevole che la vita degli uomini era vissuta in mezzo a due strade maestre: Cristo Signore, nella Sua Parola e nei Suoi gesti, e l’attesa del Suo ritorno nella Gloria, per vivere insieme nella Città Santa. Ecco, allora l’annuncio instancabile di Martini, circa il primato dell’amore, il desiderio, la vocazione di diventare lievito, luce accesa nella storia, spesso terribilmente buia. L’annuncio che La Pasqua non è una alternativa storica, ma è il cuore pulsante dei nostri giorni, il senso concreto e vivo immerso nel cuore del tempo e dello spazio.

La grandezza del suo ministero, la profondità del suo magistero, fanno impallidire alcune posizioni ideologiche, alcuni violenti attacchi strumentali che il cardinale ha dovuto subire e che non hanno avuto rispetto neanche degli anni della malattia; posizioni ideologiche che intendevano attaccare la Chiesa del concilio, come oggi si fa contro papa Francesco; visioni distorte che nulla hanno a che far con la fede e il vangelo e che “contano come pulviscolo sulla bilancia”(IS 40,15)

Ci inchiniamo alla umanità e alla fede con la quale Padre Carlo Maria Martini, ha percorso il suo cammino di santità che è ormai arrivato alla contemplazione del volto del Padre che lui più di molti altri, ha saputo intravedere e testimoniarci in Cristo Parola di vita eterna.


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Una vita e una morte in ginocchio; ad un anno dal martirio di Padre Hamel

Oggi è già un anno da quando Padre Hamel è stato  ucciso, vilmente e senza pietà a Saint-Etienne-du Rouvray, vicino a Rouen, in Francia, mentre celebrava la messa del mattino nella sua chiesa; ci furono anche alcuni feriti tra i fedeli che stavano partecipando alla liturgia. Il sacerdote aveva 86 anni e tutti gli volevano bene per le sue qualità umane e la sua profonda spiritualità .

La morte di un prete e’ come quella di tutti gli altri uomini, ma agli uomini può sempre insegnare qualcosa. Padre Hamel e’ stato ucciso vilmente e senza pietà, in ginocchio. In ginocchio e’ stata anche tutta la sua vita, curvo sui bisogni della gente, alle altezze dei poveri. Anche noi in questo momento ci vogliamo mettere in ginocchio per rendere omaggio a questo sacerdote che ha speso la sua lunga esistenza a servizio dell’uomo.

All’inizio di giugno nel Bollettino parrocchiale aveva scritto un saluto ai fedeli che si apprestavano a partire per le vacanze estive dicendo:”portate un po’ di umanità e misericordia nel mondo “.Poi e’arrivata la morte. La morte e’ l’ultima parola e noi non abbiamo parole da dire, ma solo il silenzio della preghiera e degli affetti, il silenzio dell’amore forte come la morte.  La Bibbia nel Cantico dei Cantici non dice che l’amore è più forte della morte, ma dice: “ forte come la morte e’ l’amore “. Forse perché la lotta tra amore e morte la può vincere definitivamente solo il Risorto. A Lui solo vogliamo lasciare la parola che noi non abbiamo.

Noi non abbiamo la forza di dire la parola che viene dopo la morte; la parola che viene dopo la morte, la può dire Dio solo. E Gesù questa Parola non l’ha solo detta o scritta ma l’ha vissuta in se stesso, consegnandola una volta per sempre alla Storia del mondo: “ Io sono la resurrezione e la vita , chi crede in me anche se muore vivrà “.(GV 11,25)

Gesù chiede ancora alla sua Chiesa, all’Europa ad ognuno di noi, di gettare la rete, di continuare a credere, vivere e sperare. E’ una rete che non si spezza e si riempie di amore sempre nuovo, perché è gettata sulla Parola del Risorto anche se a volte non lo abbiamo  riconosciuto , anche se a volte non ce la facciamo perché la vita non è un principio da difendere ma una cosa drammatica e magnifica,  una grande avventura  da accompagnare con l’aiuto della Grazia.

Aspettiamo continuando a fare il bene, seminando semi di fraternita’ e di pace, un alba nuova dov’è potremo gridare “ è il Signore!”, il grido di amore di Giovanni, il grido del Cantico dei Cantici “l’amato mio” (Ct2,8). Non abbiate paura – ci dice ancora una volta Gesu’- Io ho vinto il mondo.