ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Verso il Natale 6. Con la forza dello Spirito

Bisogna sempre attendere il Natale partendo dallo Spirito. Occorre una vigilanza concreta:

Una vigilanza fedele. La fedeltà vuol dire credere che la storia dell’uomo è nelle mani di quel bambino che nascerà. Dio agisce nella storia concretamente. Egli si è impegnato nella nostra storia e lo Spirito del Signore ancora opera ogni giorno; ho questa fede. Questa fede illumina tante notti. Le candele di Avvento ci insegnano che la luce s’accende dentro, come le lampade delle vergini sagge di cui parla il vangelo di Matteo. Non sono soltanto i movimenti esterni che decidono il senso della nostra vita ;è la decisione spirituale, nei confronti del Signore che dà senso a tutto.

Una vigilanza che sa discernere : saper discernere nella realtàle bellezze che ci sono, i segni dei tempi che Dio ci dona. Così scrive il papa in Amoris Laetitia: “molte volte abbiamo agito con atteggiamento difensivo e sprechiamo le energie pastorali moltiplicando gli attacchi al mondo decadente, con poca capacità propositiva per indicare strade di felicità.”

Una vigilanza che si compromette. Non si può vivere veramente stando fuori dalle situazioni, nascosti e protetti dalla siepe di Adamo. Occorre scegliere compromettendosi:“Gesù aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente” (AL 308).

Questa “meravigliosa complicatezza è in fondo il Natale, la realtà di polvere e Spirito, già e per sempre amata dal Signore. Il bambino che viene ci chiede un cambio di passo, una rivoluzione interiore ed esteriore, come se un antico sole quello che splendeva rassicurante sulla mia testa dovesse provvidenzialmente oscurarsi, e la luna che tanto mi affascinava nel mio cattolicesimo borghese e benestante, dovesse cadere con tutti gli astri.

Noi dobbiamo di più e meglio entrare nei cataclismi del mondo dove ingiustizie e malvagità convivono, dire a voce alta chi ne sono gli autori e i complici  e chi sono le vittime. Entrare e mettersi dalla parte delle pietre scartate è il mandato di Gesù Cristo.

Gesù è entrato nella debolezza umana. Questa universalità del Natale  è molto  importante, oggi lo sentiamo di più di una volta, perché le pareti di divisione stanno cadendo tutte inesorabilmente; non possiamo più vivere,non solo gli uni contro gli altri, ma neanche  gli uni accanto  agli altri. Le divisioni appartengono non al Dio tra poco bambino, domani crocifisso e risorto,ma  appartengono al peccato di Adamo. Natale ci chiede di tornare al principio di quella unità che supera ogni divisione civile politica e anche religiosa: gli uomini sono tutti amati. Le divisioni sono funzionali, ma nulla più. Abbiamo ancora addosso una storia di muri, di razzismi e anche di guerre di religione, di scomuniche reciproche. Il Natale  non le tollera più.

Preghiamo il Bambino di Betlemme  perché ci aiuti ad aprirci ad una solidarietà che arrivi fino al  dolore fisico dell’uomo, di ogni uomo  per cui Natale  vuol dire anche avere un pezzo di pane a mezzogiorno o essere liberato dalla guerra che lo  sta uccidendo.

Preghiamo il Figlio dell’uomo perché ci aiuti ad amare sempre di più il mondo. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito», il Dio di Gesù non è un Dio che chiede, ma un Dio che offre, che arriva addirittura a offrire se stesso: «Perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»”. Avevano chiesto a Gesù all’inizio del vangelo di Giovanni, dove abitasse, e Lui decide di abitare nel nostro dolore. E li siamo veramente tutti fratelli.

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Verso il Natale 5. I bambini e la pace

A Natale la storia cambia direzione: Dio verso l’uomo, il grande verso il piccolo, dal cielo verso la terra, da una città verso una grotta, dal Tempio a un cam­po di pastori. La storia rico­mincia dagli ultimi.

L’impero romano controllava il mondo con la spada di Cesare; certamente anche con il Diritto romano, ma fondamentalmente con la spada. Ecco tra la spada e il diritto, non sempre nemici, anzi spesso alleati, nasce un bambino. Un bambino supera il Diritto, rende inefficace la spada. Oggi in particolare, in Siria non lontani dalla terra di Betlemme, il bambino che sta per venire ci dice che i bambini di Aleppo sono morti uccisi dalla spada e dal Diritto, ma un bambino li risorgerà.

Natale è l’inizio della resurrezione del corpo. Dio si fa bambino, e da quel giorno la carne oltraggiata, dilaniata, violentata dei bambini, diviene santa, sacra, incomincia a risorgere. Chiediamo la pace per i bambini di Aleppo, altrimenti nessuno ha il diritto di festeggiare il Natale.

La parola «pace»quando non viene dalla spada,ma quando viene detta al nella capanna di Betlemme, non è retorica politica, ma è realtà. La pace è innumerevoli cose; è il necessario per vivere,un lavoro sicuro,la gioia dei bambini quando scartano i regali. È anche tutto questo la pace.

Natale è il più grande atto di fede di Dio nell’umanità.Egli af­fida il Figlio nelle mani di una ragazza inesperta ma buona, ha fede in lei. Maria si prende cura del neonato, lo nutre, lo cresce lo ama, lo fa anche giocare.Allo stesso modo, nell’incar­nazione Dio vivrà sulla nostra terra solo se noi ci prendia­mo cura di lui, ci prendiamo cura del Creato, ci prendiamo cura di ogni bambino.

La Parola di Dio che diventa carne è una Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia. E’ una Parola efficace che non torna indietro, senza prima aver operato ciò per cui era stata mandata. E’ una Parola che porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera creazione, assetata di vita, di libertà, di dignità, assestata di Dio.


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Verso il Natale 3. Di che cosa abbiamo bisogno ?

Quasi fino ai nostri giorni il Natale era vissuto come un momento di sosta e di riposo dai brutti giorni della vita feriale; anche la guerra quasi si fermava. Al fronte i cannoni tacevano per una intera giornata, i fucili erano riposti nel fodero. Il nemico per un giorno, non esisteva più e in un certo senso gli uomini diventavano tutti fratelli. Dopo un poche ore però tutto tornava come e peggio di prima.

Oggi abbiamo ben capito che se vogliamo vivere senza finzioni, l’unico modo è quello di ritornare alla Parola di Dio che tra pochi giorni realmente si incarnerà. «Dio nessuno l’ha mai visto, soltanto il Figlio Unigenito che è nel seno del Padre ce lo ha rivelato». Abbiamo bisogno del Dio della fede, rivelato dalla Parola di Gesù, altrimenti sarebbe un Dio concettuale, uno strumento fantasioso per le varie ideologie. Abbiamo anche bisogno di credere nell’uomo, di rispettarlo e di rispettare l’ambiente in cui vive. L’uomo viene spesso scartato, quando è debole, vecchio, dimenticato. Nei nostri presepi scorrono i ruscelli, il muschio odora di Natale, ma le nostre terre sono “del fuoco” devastate dai rifiuti tossici, l’aria i fiumi e i mari inquinati. Le periferie delle città sono lazzaretti, in loro non c’è posto per la dignità uomo.

Abbiamo bisogno di vivere sul serio il Natale che viene a partire dalla nostra umanità, per saper accogliere degnamente quella di Cristo. Il Natale descritto dai profeti, in particolare Isaia si colloca sul versante della umanità in un punto molto preciso: dividere il pane con l’affamato. Il vero Natale è l’incontro con le persone più bisognose e solo così si può incontrare Dio che viene. Il Natale che aspettiamo di cui parlano i profeti fino a Giovanni Battista è il digiuno dall’egoismo, dall’interesse privato, dalla corruzione, dalla globalizzazione della indifferenza.

Nel bambino Gesù, debole come ogni uomo, che deve compiere il suo viaggio, Dio stesso si rivela, si rende presente, viene ad abitare la nostra storia. La debolezza è la casa di Dio. Questo significa anche che lo sguardo su Gesù bambino deve diventare anche sguardo su noi stessi, nuova comprensione di noi e della nostra povera vita di donne e di uomini, come luogo in cui, proprio grazie alla nostra debolezza, Dio vive, si rende presente, e ci ama fino alla fine.

 


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Verso il Natale 2. Maria ha detto un Sì pieno di fede e umanità

L’angelo Gabriele entrò da Lei. Il signore entra nelle nostre case, nella ferialità e quotidianità delle nostre vite. Dio si manifesta non soltanto nei grandi momenti della storia, ma soprattutto, negli incontri di ogni giorno, nei piccoli – grandi doni quotidiani.

La prima parola dell’angelo non è un semplice saluto, ma la parola di cui tutti abbiamo bisogno: la gioia. Rallegrati, gioisci, sii contenta.Come sarebbero migliori e più evangeliche le nostre comunità cristiane se avessero al centro questa gioia da annunciare, che sarà poi compiuta nella notte di Natale.

La seconda parola dell’angelo ci dice anche il perché della gioia: sei piena di grazia. Ognuno di noi può mettere accanto al nome di Maria anche il proprio nome; ognuno di noi è ricolmato dell’amore di Dio; la Vergine lo è in pienezza, noi dobbiamo ancora lottare con il mistero del peccato che ci impedisce di accogliere totalmente l’amore di Dio.Noi però pur nelle tenebre del peccato, siamo già totalmente amati da Dio, che non smette mai di tendere la sua mano misericordiosa verso di noi. Il primo Sì è quello di Dio verso Maria e verso tutti noi. Nessuno si senta mai escluso da questo Sì del Signore.

Maria risponde alla sua vocazione, con grande umanità e con grande fede. Non risponde con un sì forte e isolato dalla vita concreta; Ella vuole capire, desidera riflettere; Maria ha sostenuto la sua fede con il servizio della ragione; si è servita anche della esuberanza della sua adolescenza; nel suo sì definitivo è entrata tutta la concretezza della sua vita di donna. Questo è una grande testimonianza per noi, a volte rinchiusi in un comodo spiritualismo disincarnato che ti fa stare al riparo dalla complicatezza della vita e alla fine ti deresponsabilizza.

Eccomi,come hanno detto tutti coloro che hanno ascoltato la voce di Dio;sono la serva del Signore. Sono disposto cioè non ad essere uno schiavo o un servo di un padrone, ma voglio vivere la mia vita come collaboratore di una grande gioia che sarà di tutto il popolo come ascolteremo nella notte di Natale.

Oggi Maria ha detto il suo sì. Davanti alla croce di Suo figlio rimarrà in silenzio, un silenzio bagnato di lacrime. Nel mistero della nostra Redenzione abbiamo il Sangue e le lacrime: il Sangue del Figlio, le lacrime della Madre. Un incontro del Sangue e delle lacrime, lungo il Calvario e ai piedi della Croce.Ci vogliono le lacrime della Madonna, ci vuole la sua Pietà per abbattere la durezza dei nostri cuori. Oggi diciamo tutti sì alla vita, una vita redenta dal sangue del Figlio e protetta giorno dopo giorno dalle lacrime di Maria


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Verso il Natale 1. Un germoglio di giustizia per preparare la via al Signore

La prima lettura di questa domenica seconda di Avvento, tratta dal profeta Isaia racconta  di un germoglio che spunta da un tronco inaridito. Noi crediamo che il Signore  che viene sostiene la nostra povera vita, e anche se in tanti giorni tutto sembra arido e secco, da qualche parte spunta sempre un germoglio di speranza e di vita nuova. Noi crediamo che questo è vero, perché è lo Spirito Santo che custodisce questo germoglio, cura la sua fragilità, è attento a difenderlo da ogni pericolo: “Dite agli smarriti di cuore, coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio,” dirà il profeta Isaia.

Lo Spirito attesta che il germoglio è un germoglio di giustizia. Ecco un compito di Avvento che lo Spirito ci assegna ; lottare contro le ingiustizie, entrare nelle piaghe del mondo e mettersi come nostro Signore dalla parte delle pietre scartate.  Le ingiustizie  i soprusi, non le compie nessun demonio, ma alcuni uomini in carne ed ossa. E’ compito dei cristiani denunciare i nomi e  i cognomi degli usurpatori e dei loro complici  ad ogni livello, insieme ai nomi delle vittime.

Abbiamo l’esempio di Giovanni il Battista che preparando la via al Signore gridava forte:«Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di potere sfuggire di sottrarvi all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”.(Mt 3,8-9).

Per fare anche noi questo verso i farisei e sadducei del nostro tempo, abbiamo bisogno di riscoprire il nostro battesimo, troppo spesso ridotto ad un inutile rito di un cattolicesimo borghese ben al riparo dalla “meravigliosa complicatezza”(papa Francesco) della vita. Dice Giovanni Battista:” Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”(Mt 3,12)

Un battesimo di fuoco ci serve; ci serve la passione per lottare contro le ingiustizie, ci serve la potenza dello Spirito che abbatte tutti i muri e gonfia le vele della giustizia e della carità.

Nella Chiesa sono finiti i tempi nei quali che parlava e lottava per la giustizia e si metteva dalla parte delle pietre scartate, veniva scartato anche Lui, messo da parte in favore di cortigiani e complici di vanità. Che il Signore ci aiuti sempre ad essere dalla parte dei poveri, custodi del regno e annunciatori di Colui che sta per venire.


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Abbiamo bisogno dell’uomo così come è.Riflessioni sulla Lettera Apostolica “Misericordia et Misera”

Si è concluso il Giubileo straordinario della misericordia e Papa Francesco ci ha donato la Lettera Apostolica “Misericordia et Misera“.

Partendo dal capitolo 8 del Vangelo di Giovanni, che racconta dell’incontro tra Gesù e la donna sorpresa in adulterio, Papa Francesco traccia le linee programmatiche per il futuro della Chiesa perché sia sempre maestra e  strumento di misericordia. Papa Francesco pensa ad una Chiesa che non solo viva quotidianamente la misericordia ma anche la celebri nel suo atto più importante che è la liturgia.

“Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11). Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell’amore di Dio quando viene incontro al peccatore: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia». Quanta pietà e giustizia divina in questo racconto! Il suo insegnamento viene a illuminare la conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia, mentre indica il cammino che siamo chiamati a percorrere nel futuro. […] La misericordia, infatti, non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo. Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre”. (Mm 1)

La “Buona Notizia” di Gesù non è una nuova filosofia, ma è la risposta al desiderio di tutti gli uomini di ogni tempo, essere amati e liberati da ogni schiavitù. Tutti gli uomini, non solo sono oggetto di un amore misericordioso, ma anche soggetti liberi di amare.  Chiunque curi le piaghe del mondo, difenda il creato, non escluda nessuno a priori, è nel cuore stesso di Dio. Non dimentichiamo mai di ringraziare del bene, da chiunque sia fatto.

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“Gesù d’altronde lo aveva insegnato con chiarezza quando, invitato a pranzo da un fariseo, gli si era avvicinata una donna conosciuta da tutti come una peccatrice (cfr Lc 7,36-50). Lei aveva cosparso di profumo i piedi di Gesù, li aveva bagnati con le sue lacrime e asciugati con i suoi capelli (cfr v. 37-38). Alla reazione scandalizzata del fariseo, Gesù rispose: «Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (v. 47). […] Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita. Non c’è pagina del Vangelo che possa essere sottratta a questo imperativo dell’amore che giunge fino al perdono. Perfino nel momento ultimo della sua esistenza terrena, mentre viene inchiodato sulla croce, Gesù ha parole di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). (Mm2)

Misericordia e verità s’incontreranno, ci ricorda il Salmo 85. La misericordia non è un gesto che comunica amore, che trasferisce diciamo dall’alto in basso l’amore di Dio, ma è molto di più; misericordia è uno stare in comunione con la verità dell’altro; stare in comunione con la dignità di figlio di Dio di ogni persona; la verità dell’uomo infatti è prima di tutto la sua immagine e somiglianza con il creatore. Si assiste ogni tanto a qualche maldestro tentativo di separare la verità, dalla misericordia, la prima apparterrebbe alla dottrina, e la seconda alla pastorale; questo è un tragico errore, perché la misericordia non è un metodo pastorale, ma è il vangelo, il cuore stesso di Dio.

“Quanta gioia è stata suscitata nel cuore di queste due donne, l’adultera e la peccatrice! Il perdono le ha fatte sentire finalmente libere e felici come mai prima. Le lacrime della vergogna e del dolore si sono trasformate nel sorriso di chi sa di essere amata. La misericordia suscita gioia, perché il cuore si apre alla speranza di una vita nuova. La gioia del perdono è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza.” (Mm3)

E’ molto importante questo forte richiamo alla gioia.  Così come nella Evangelii Gaudium papa Francesco ricorda che la gioia è una dimensione spirituale, biblica e sociale dalla quale non si può prescindere. La gioia del Natale così ben descritta nei cosiddetti vangeli della infanzia è ormai all’orizzonte. Purtroppo a volte I cristiani sono diventati alleati della tristezza, della notte, della conservazione, della ripetizione dell’antico, hanno avuto paura di ogni modernità, in fondo hanno avuto paura delle “cose nuove” già annunciate dai profeti biblici. Per la cattiva testimonianza di alcuni, il  cristianesimo  è stato percepito  come  un talento da nascondere in una buca. Ogni entusiasmo per i grandi valori della storia, della libertà, della fraternità, della uguaglianza è stato spesso sopito per un eccesso di prudenza e in definitiva per una vita fede povera, più attenta al potere che al servizio. Dobbiamo combattere con tutte le forze questo cristianesimo del talento nella buca, perché, come dice Paolo, noi siamo figli del giorno; noi siamo svegli non per nascondere i talenti ma per rischiare, avendo l’audacia con la forza dello Spirito di cambiare il mondo. I cristiani sono figli della luce, non guardiani di un museo delle cere, o soldati di un fortino arroccato.

[…] assume un significato particolare anche l’ascolto della Parola di Dio. Ogni domenica, la Parola di Dio viene proclamata nella comunità cristiana perché il giorno del Signore sia illuminato dalla luce che promana dal mistero pasquale”. (Mm6) “Nel Sacramento del Perdono Dio mostra la via della conversione a Lui, e invita a sperimentare di nuovo la sua vicinanza. È un perdono che può essere ottenuto iniziando, anzitutto, a vivere la carità.[…]Quanta tristezza quando rimaniamo chiusi in noi stessi e incapaci di perdonare! Prendono il sopravvento il rancore, la rabbia, la vendetta, rendendo la vita infelice e vanificando l’impegno gioioso per la misericordia”. (Mm8)[…] “Ricordiamo con sempre rinnovata passione pastorale, pertanto, le parole dell’Apostolo: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione»(2 Cor 5,18). (Mm11)

La Chiesa è il lievito dell’unica storia degli uomini. Noi non ci poniamo come ideologia contro altre ideologie ma come segno e strumento di riconciliazione. Affidando a noi la parola della riconciliazione. A noi è affidata questa parola. A noi non è affidata la parola della guerra, del fondamentalismo che può riguardare anche noi, che fa dire ad alcuni “cattolici”, l’islam è tutto fondamentalista, tutto anti cristiano ; stiamo attenti a non mancare a ciò che ci è stato affidato, la Parola della riconciliazione costi quello che costi.  Una parola di Misericordia che spezza le barriere, abbatte i muri e  riconcilia,  dona la Pace, quella vera. Questo è il vero il grido della sentinella biblica, la riconciliazione.

Su questa Parola saremo giudicati. Dio mi giudicherà a partire da qui: che cosa hai fatto per i tuoi fratelli? come ti sei riconciliato con loro? Hai soffiato sul fuoco di presunte guerre di religione che non esistono e che invece nascondono altri interessi o hai vissuto atti di riconciliazione, di pazienza e anche di perdono? saremo giudicati su questo (Mt 25).La Parola di Dio è una  Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia. La Chiesa ha bisogno di testimoni che sperimentano che la Parola di Dio è  efficace,  opera ciò per cui è stata mandata.

Durante l’Anno Santo, specialmente nei “venerdì della misericordia”, ho potuto toccare con mano quanto bene è presente nel mondo. Spesso non è conosciuto perché si realizza quotidianamente in maniera discreta e silenziosa. Anche se non fanno notizia, esistono tuttavia tanti segni concreti di bontà e di tenerezza rivolti ai più piccoli e indifesi, ai più soli e abbandonati. Esistono davvero dei protagonisti della carità che non fanno mancare la solidarietà ai più poveri e infelici. […] È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia. La Chiesa ha bisogno di raccontare oggi quei «molti altri segni» che Gesù ha compiuto e che «non sono stati scritti» (Gv 20,30).” (Mm 17-18)

La misericordia rappresenta oggi per la Chiesa un appuntamento con la storia; nei primi secoli abbiamo difeso la fede ; poi abbiamo portato il vangelo fino ai confini della terra; oggi forse il compito dei cristiani è dire al mondo moderno che certamente, la storia è molte volte una povera storia, fatta di poveri uomini, un oceano infinito di sangue, ma rimane una storia della Salvezza dove il Padre non cessa di tendere la sua mano, e dove il vangelo della misericordia inesorabilmente si compie.

“Alla luce del “Giubileo delle persone socialmente escluse”, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri. Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia” (cfr Mt 25,31-46). (Mm21)

 «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare» (Lc 9,12-13)

 Il vangelo ci chiede di tener saldo  il rapporto tra l’eucaristia la carità. I discepoli, di fronte alla fame della moltitudine sono stati tentati di far finta di niente, tentati di allontanare il problema, che erano persone, volti, storie concrete.  L’eucaristia diventa la nostra condanna se congediamo le folle, radunate ormai davanti le nostre case e le nostre chiese. Allontanare i poveri   nelle nostra vita, si può fare in tanti modi: quando facciamo finta di non vedere ciò che poi abbiamo sotto gli occhi, quando per tacitare la nostra coscienza, diciamo tanto è impossibile cambiare le cose, quando ci chiudiamo dentro il nostro benessere, aprendoci soltanto con una offensiva elemosina. L’eucaristia, la misericordia    sono l’opposto  del disinteresse, dell’individualismo, della logica del congedo. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’eucarestia ad una devozione privata, intimistica, come se tutto potesse risolversi nel rapporto esclusivo tra me e il Signore, un rapporto nel quale gli altri e il mondo non ci sono più.

Oggi sentiamo forte la profezia di papa Francesco, “non lasciatevi rubare la Speranza”. Dobbiamo reagire. Il modo cristiano di reagire, è spezzare il pane e darlo alle folle, spezzare noi stessi e darsi alle folle, sentire compassione per chi ti segue a piedi, o sui barconi, perché ha fiducia nel tuo essere cristiano, nel tuo essere italiano, la patria del Diritto, fiducia nella “bellezza “  del nostro paese.

Vogliamo ravvivare la nostra speranza, spezzare le stanche chiusure su noi stessi, i nostri individualismi, le nostre segregazioni individuali di classe, di popolo, aprendoci ad un futuro possibile e urgente. Oggi dobbiamo osare di più e tenere insieme le ragioni della Speranza cristiana e le ragioni della lotta fianco a fianco con chi ha fame. Di che cosa abbiamo bisogno al termine di questo Giubileo? Noi abbiamo bisogno soltanto di cristiani concreti, di uomini e di donne di buona volontà; abbiamo bisogno soltanto di persone perbene; abbiamo bisogno soltanto di persone competenti e non raccomandate; abbiamo bisogno di persone al servizio, di persone che vogliono bene al prossimo.  Come ieri per la Salvezza non contava il circonciso nè l’incirconciso, così oggi non conta l’uomo di Destra, né l’uomo di Sinistra, non conta il conservatore o il progressista. Conta solo l’uomo, cosi’ come è, la Nuova Creatura redenta e amata dal Signore.


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Tempo di Avvento. Dio sta per venire

 L’Avvento non è una prima di tutto una preparazione al Natale, ma una contemplazione della seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi. Noi viviamo i nostri giorni tra due avvenimenti; un fatto già avvenuto, la nascita, e un altro atteso, il suo ritorno alla fine della storia. Noi anche celebriamo l’eucarestia, “nell’Attesa della Sua venuta”.

L’Avvento si estende per quattro settimane nel quale il colore liturgico è il viola, riservato ai tempi di attesa (Avvento e Quaresima) e di dolore (morte).  Si distingue la terza domenica, detta domenica Gaudete/Rallegratevi, dalla prima parola dell’antifona d’ingresso, in cui nel medioevo si interrompeva il digiuno di Avvento, simile a quello di Quaresima per l’ormai prossimo Natale. Durante il periodo di Avvento non si canta il Gloria,che esprimerà la gioia degli angeli e di tutta la creazione nella notte di Natale,  mentre rimane il canto dell’Alleluia, come espressione del già e non ancora del tempo in cui viviamo.

Nel 490 il vescovo di Tours ordinò che il periodo prima di Natale diventasse un tempo penitenziale nella Chiesa Franca dell’Europa Occidentale, e ordinò un digiuno di tre giorni ogni settimana a partire dall’11 novembre, festa di S. Martino di Tours protettore della sua città. Tra la festa di San Martino e il Natale ci sono 40 giorni. Questo numero di giorni   ricordava il  tempo dei 40 giorni della Quaresima, come anche  i 40 giorni e le 40 notti di Mosè sul monte Sinai (Es 24,18; 34,28). Ecco perché il tempo di Avvento fu anche denominato   Quadragesima Sancti Martini o anche Quaresima e  digiuno  di 40 giorni di San Martino. Come la Pasqua era preceduta dalla Quaresima di penitenza, così anche il Natale era preceduto dalla Quaresima di San Martino. Si viveva la gioia della venuta del Messia con una attenzione penitenziale.

Un secolo dopo (sec. VI) anche nella Chiesa di Roma viene introdotto il Tempo di Avvento, con un tono prevalentemente gioioso sviluppando di più l’aspetto di preparazione al Natale.  Nel sec. XIII, alla fine del Medio Evo, i due aspetti della liturgia gallicana e romana trovarono una sintesi tra aspetto penitenziale e festoso. Ancora oggi fondamentalmente si mantiene questo equilibrio grazie alla riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano II e da Paolo VI.

Il  nostro  compito di cristiani del ventunesimo secolo  è quello di tenere alta  e luminosa la fede nel Dio di Gesù Cristo, tra poco bambino, crocifisso e risorto. Dobbiamo anche mantenere , e non è un compito secondario,  la fede in un mondo di giustizia e di pace di cui nel tempo di Avvento ci parleranno i profeti. Noi crediamo che sia necessario, l’amore, il volersi bene nella città, cioè nelle nostre metropolitane, nei nostri palazzi, nei nostri luoghi di lavoro; crediamo che sia non solo importante, ma necessario.

Non basta più che nel mondo ci siano le anime buone che si dedicano alle opere buone. Ogni potere ha sempre avuto bisogno di qualche anima buona. Nella logica del potere   qualcuno che si dedica alla giustizia è un ottimo paravento, per fare più comodamente i propri affari!

Ascolteremo in questo tempo di Avvento, il grido di Giovanni Battista : «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni burrone sarà riempito, ogni monte abbassato; le vie tortuose diventeranno diritte e quelle impervie, spianate». La voce ci parla di un mondo duro e difficile, violento in tanti giorni della storia.  Le montagne insuperabili oggi sono quei muri che tagliano in due le città, le nazioni, le speranze di tanta povera gente. I burroni scoscesi sono la disperazione di molti che attendevano carità e hanno trovato leggi disumane e spietate. Il profeta però vede oltre, vede strade che corrono diritte e piane, burroni colmati, monti spianati. Il profeta vede le speranze mai sconfitte degli uomini. Vede soprattutto il sole che sorge sulle notti di tante persone e di tanti popoli.

Il profeta garantisce: «Ogni uomo vedrà la salvezza». Dio viene e non si fermerà davanti ai burroni o alle montagne, e neanche ai cuori di pietra.  Perché :” un bambino è nato per noi; ci è stato dato un figlio”.(Is 9,5)