ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Una carezza che ha cambiato la storia

L’assurda scelta di proclamare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano

La scelta di proclamare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano, lascia quantomeno perplessi. Ancora oggi entrando nelle case degli italiani e non solo, si trova alla parete dell’ingresso la fotografia un po’ sbiadita di papa Giovanni, con il suo volto sereno e benedicente. Nella coscienza collettiva papa Giovanni è associato alla sua bontà, alla storica enciclica sulla pace, che della pace portava non solo il nome ma il vessillo, Pacem in Terris; è associato alle sue visite al carcere romano di Regina Coeli e all’ospedale Bambino Gesù. La Sua è una santità quotidiana, che è entrata in tutte le case. Il mondo intero ancora ricorda la Sua carezza da portare ai bambini in quel indimenticabile discorso all’apertura del Concilio vaticano II. Cosa dovremo dire oggi: “ tornando a casa, date un elmetto e un fucile ai vostri bambini “?

Questa scelta che si è formata da lontano, almeno dal 1996, seppur formalmente motivata, ha il sapore di una manovra di vecchia curia, appare una forzatura, un colpo di coda di una storia passata, una scelta anti conciliare. Il popolo di Dio non pare sentire la necessità di un patrono dell’esercito ma ha urgente bisogno di uomini e di donne di pace.

Scriveva Roncalli Patriarca di Venezia al sostituto Montini: “il papa desidera a Roma il tal sacerdote; concederlo è un grave sacrificio per Venezia, ma io cedo, perché nella Chiesa “bisogna vedere largo e lontano”. Non c’è dubbio alcuno che in tutta la sua vita Papa Giovanni XXIII  ha contribuito a portare la Chiesa fuori dalle secche della storia, per farla navigare fino ai confini della terra, avviandola in quella grande avventura dello Spirito che è stato il Concilio. La scelta di farlo patrono dell’esercito italiano sembra al contrario piccola e miope.

Papa Giovanni XXIII ha testimoniato, che la Parola di Dio non fa la guerra, ma  è una  Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera umanità in cammino verso la pienezza, di Dio.

Anche il coinvolgimento postumo di Mons Loris Capovilla storico segretario del pontefice appare sgradevole. Se non fosse stato lui, quella sera quando si aprì il concilio, a convincere con la sua intelligenza e bonomia, il papa – dopo un lunga e faticosa giornata – ad affacciarsi ancora una volta alla finestra, i bambini, i malati, gli anziani, gli uomini di pace del mondo intero oggi mancherebbero di una carezza. Una carezza  che ha cambiato la storia.

Numerose e autorevoli si sono alzate voci contrarie al titolo di patrono dell’esercito italiano per Giovanni XXIII. Il vescovo di Pescare- Penne Valentinetti “irrispettoso coinvolgerlo come patrono delle Forze Armate”.“Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il Papa Buono, il papa della pace, e non degli eserciti” dichiara mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi Italia. «È una questione su cui non voglio entrare perché purtroppo ne sono stato informato questa mattina». Così si è espresso il  presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti .

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Ascoltare e pregare: il Motu Proprio di papa Francesco Magnum Principium

Con il nuovo Messale romano, nel novembre 1969 entrò in vigore la riforma liturgica del dopo concilio.
Cinque anni prima il papa Paolo VI aveva già celebrato la messa nella nuova forma, nella parrocchia romana di Ognissanti e aveva tra le altre pronunciato queste significative parole:” Prima bastava assistere, ora occorre partecipare; prima bastava la presenza, ora occorre l’attenzione e l’azione.; prima qualcuno poteva sonnecchiare, e forse chiacchierare, ora no, deve ascoltare e pregare”.
La novità più importante come si sa, della riforma liturgica post conciliare è stata l’introduzione nel rito della messa, delle traduzioni nelle lingue volgari, e anche una grande ricchezza dei testi biblici da proporre nelle letture della messa.
Oggi con il Motu Proprio “Magnum Principium” papa Francesco continuando con la ricezione dello Spirito del concilio, chiarisce che la competenza della traduzione dei testi liturgici, spetta alle conferenze episcopali nazionali. Non è soltanto un decentramento di funzioni e di competenze, ma un riconoscimento dello Spirito e del magistero dei singoli vescovi diocesani. La Santa Sede come suo compito proprio interverrà per confermare o no e non per revisionare le traduzioni. A questo proposito nel motu proprio “Magnum principium” sono di particolare rilevanza circa il can. 838, i commi 3 e 4: § 3. “Spetta alle Conferenze episcopali preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, adattate convenientemente entro i limiti definiti, approvarle e pubblicare i libri liturgici, per le regioni di loro pertinenza, dopo la conferma della Sede apostolica”; § 4. “Al vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti”.
Le ricchezze che la storia liturgica ci ha consegnato e trasmesso, non sono un fine, ma uno strumento nelle mani della Chiesa che sempre più e meglio vuole aiutare i fedele a meglio conoscere e a meglio entrare nel grande mistero di Dio. Come ha spiegato Monsignor Roche, arcivescovo, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, le modifiche formulate dal Motu Proprio sono “al servizio della preghiera liturgica del popolo di Dio”.
La storia delle traduzioni dei testi liturgici e della Bibbia stessa, è una storia affascinante, che interessa le culture degli uomini e dei popoli, la fede della Chiesa, la Parola di Dio che vuole donarsi agli uomini di ogni generazione.
“Considerata l’esperienza di questi anni, ora – scrive il papa nel Motu Proprio – è sembrato opportuno che alcuni principi trasmessi fin dal tempo del Concilio siano più chiaramente riaffermati e messi in pratica’.
Papa Francesco ancora una volta, alleggerendo il peso sulle spalle dei fedeli, sta testimoniando ancora una volta la Chiesa, popolo di Dio radunato in preghiera, per una sempre nuova conversione, nell’attesa dell’incontro definitivo con il Signore che viene.


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Esemplari servitori del vangelo

Papa Francesco pellegrino sulle orme di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani

Papa Francesco a Bozzolo è stato accolto dal vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, che ha subito annunciato l’avvio del processo di beatificazione di don Primo Mazzolari il prossimo 18 settembre. Si è poi recato nella parrocchia di San Pietro per pregare sulla tomba di don Primo Mazzolari, e tenendo un memorabile discorso, dove tra le altre cose ha parlato del “magistero dei parroci”.

A Barbiana è stato accolto dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e anche qui ha voluto subito recarsi a pregare sulla la tomba di don Lorenzo Milani a 50 anni dalla morte. In chiesa ha poi incontrato gli studenti del priore di Barbiana e tenuto un discorso che sarà difficile dimenticare sul piazzale davanti la canonica di don Lorenzo. La sua passione educativa è stata fedeltà al vangelo e a tutti coloro che gli erano affidati ha detto il papa. Poi ha aggiunto:” Oggi il vescovo di Roma riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il vangelo, i poveri e la chiesa; prendete la fiaccola di don Lorenzo e portatela avanti”.

Don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, sono ” due sacerdoti che ci offrono un messaggio di cui oggi abbiamo tanto bisogno”, ha detto papa Francesco domenica scorsa alla preghiera dell’Angelus.

In questi giorni da più parti nella Chiesa e fuori, si sono succedute varie analisi e commenti su questo pellegrinaggio del papa; alcuni hanno parlato di “riabilitazione”, altri di “omaggio” per due sacerdoti sempre in trincea nel loro ministero. Quale che sia la giusta interpretazione, è bene lasciare spazio ai fatti. Papa Francesco si inginocchia davanti a due grandissimi protagonisti della chiesa e della società italiana del Novecento, riconoscendo in loro una Chiesa che si mette a servizio dei poveri e annuncia la misericordia di Cristo per tutti.

Questo mettersi in ginocchio è un atto dalla forte valenza simbolica. Non sono mancati come tutti sanno molto bene i “nemici” di don Mazzolari e don Milani, come oggi non mancano quelli di papa Francesco. Sono nemici di varia provenienza specialmente ecclesiale e tra questi ci sono anche coloro che al primo soffio di vento, cambiano bandiera, pronti a ricambiarla ogni volta che sia necessario. Pare riascoltare l’esperienza di San Paolo quando raccontando la sua storia parla di:“pericoli da parte di falsi fratelli”( 2Cor 11,26). L’opposizione alla Chiesa dei poveri e degli ultimi è molto attiva sul web e su alcuni blog di tradizionalisti; essi accusano oggi il papa, come ieri don Primo e don Lorenzo, di aver gettato la Chiesa in confusione dottrinale, morale, pastorale. Curiosamente questi blog parlano tra di loro si citano l’uno con l’altro quasi fossero novelli Padri della Chiesa. In realtà in confusione sono oggi questi difensori di una chiesa vecchia, che non c’è più, che si sono presi spazio esclusivo per troppi anni, ignorando sensibilità e voci differenti, ignorando i poveri. Alcuni pseudo cattolici laici e chierici che negli anni di pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, alle spalle dei due pontefici, hanno ridotto una parte della Chiesa ad una spelonca di ladri, brigando i loro affari con i potenti di turno, svendendo il Vangelo per quattro spiccioli; tramando nelle lobby gay e in quelle finanziarie, appaltando ai movimenti ecclesiali ogni opera di evangelizzazione, umiliando le parrocchie e il popolo di Dio; pseudo cattolici che difendono i principi che non vivono, e giudicano i drammi delle persone che non ascoltano, con cui non condividono.

Bisogna ritornare urgentemente alla chiesa di Mazzolari, Milani e papa Francesco che con lo Spirito del Concilio trasmettono il vangelo per attrazione e non per proselitismo.

E’ con la forza della preghiera di Gesù e di tutta la Chiesa che papa Francesco sta compiendo il Suo viaggio pastorale per confermare i suoi fratelli nella fede. E’ partito come sappiamo dalla periferia, da Lampedusa, indicando al mondo la centralità delle periferie fisiche ed esistenziali.

Oggi a Bozzolo e a Barbiana, Papa Francesco ci testimonia che la cruna d’ago attraverso cui passare per parlare di Dio è l’uomo scartato. Dare la vita per gli scartati, proprio come Gesù, anche Lui uomo brutalmente scartato.  Ogni giorno, sempre più forte il grido degli scartati ci investe e “rovescia” i banchi delle nostre chiese, richiamandoci alle cose essenziali.

Il papa ci ricorda che la “Buona Notizia” di Gesù non è una nuova filosofia, ma è la risposta al desiderio di tutti gli uomini di ogni tempo, di essere amati e liberati da ogni schiavitù.

Chiunque curi le piaghe del mondo, difenda il suo popolo, educhi alla vera libertà, non escluda nessuno a priori, è nel cuore stesso di Dio.

Papa Francesco venuto “dalla fine del mondo” oggi ha volto lo sguardo all’intero mondo e all’intera Chiesa cattolica, indicando questi due sacerdoti come modelli del vangelo.

Il Buon Pastore conosce le sue pecore ci ricorda il vangelo. Papa Francesco ha fatto dell’” odore delle pecore” il profumo di ogni opera di evangelizzazione. E’ l’odore delle pecore dice papa Francesco, che può risvegliare la chiesa, il dolore e la solitudine delle persone, la loro voglia di vita e di riscatto, la frontiera sulla quale costruire l’ospedale da campo che è la Chiesa.

Ringraziamo il Signore per il dono di don Primo e don Lorenzo e chiediamo allo Spirito la forza di continuare a trasmettere il vangelo con la loro audacia e coerenza; chiediamo anche allo stesso Spirito l’umiltà di sapere chiedere perdono come battezzati, come laici, come sacerdoti, come chiesa italiana a questi due grandi testimoni di Cristo.

Da oggi dopo questo pellegrinaggio di papa Francesco, la chiesa italiana e  la chiesa cattolica tutta, o si modella sulle orme di don Mazzolari e don Milani, o sarà una chiesa disobbediente allo Spirito e a Pietro.

 


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Con “umile risolutezza di proposito”: Papa Giovanni annuncia il Concilio

Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 ai cardinali, riuniti nella sala capitolare del monastero benedettino di S. Paolo a Roma, annunziò la sua decisione di celebrare un Concilio Ecumenico, oltre che un Sinodo per la diocesi di Roma, e l’aggiornamento del codice di diritto canonico.

“Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l’Urbe, e di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale.[] Gradiremo da parte di ciascuno dei presenti e dei lontani una parola intima e confidente che Ci assicuri circa le disposizioni dei singoli e Ci offra amabilmente tutti quei suggerimenti circa la attuazione di questo triplice disegno.”( Allocuzione del Santo Padre Giovanni XXIII Sala capitolare del Monastero di San Paolo Domenica, 25 gennaio 1959)

Il successore di Pietro si mise con tutte le forze fisiche e spirituali a servizio del vangelo e della Chiesa. La Chiesa universale si preparava a splendere di nuova bellezza. Papa Giovanni XXIII ha guidato la Chiesa fuori dalle secche della storia, per farla navigare fino ai confini della terra, sorreggendola in quella grande avventura dello Spirito che è stato il Concilio.

La Chiesa del concilio ha testimoniato negli anni del suo svolgimento che la Parola di Dio è una Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita, spesso così difficile in tante giornate. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera umanità in cammino verso la pienezza, di Dio.

«Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui» (At 12,5). Il concilio ci ha anche testimoniato che una Chiesa in preghiera per Pietro è una Chiesa in cammino verso il Risorto; papa Giovanni ha dovuto sperimentare, proprio perché era un profeta, anche la “prigionia” la sofferenza della incomprensione e anche della derisione, da parte dei profeti di sventura. Moltissimi però, in particolare il compianto Monsignor Capovilla gli sono sempre stati accanto con discrezione e determinazione, attenti di nulla lasciar cadere del suo illuminato magistero.

Se non fosse stato Monsignor Capovilla, quella sera quando si aprì il concilio, a convincere con la sua intelligenza e bonomia, il papa, dopo un lunga e faticosa giornata ad affacciarsi ancora una volta alla finestra, i bambini, i malati, gli anziani, il mondo intero oggi mancherebbero di una carezza. Una carezza che ha cambiato la storia.

Oggi con papa Francesco, come allora con papa Giovanni è posto alla nostra attenzione il mistero della maternità della Chiesa. Al Laterano, nel Battistero la più antica chiesa occidentale del Battesimo, esiste un’iscrizione del V secolo d.C.,che dice: “La Chiesa genera in modo verginale da queste acque, figli dopo averli concepiti come embrione tramite il soffio divino”. Come Maria aveva generato, per il soffio dello Spirito, il Figlio di Dio fatto uomo, così nel Battesimo la Chiesa genera dalle acque i figli di Dio, per la potenza dello stesso Spirito. Il concilio vaticano II ha saputo, guidato dallo Spirito generare nuovi figli, ha liberato la chiesa da qualche mantello di troppo, e ha reso più facile il rapporto tra Dio e gli uomini, non più schiavi della legge, ma figli amati del Padre.

Ricordiamo nella preghiera i volti e i nomi di tutti coloro che durante il concilio hanno fatto crescere il germe seminato della Spirito, ci hanno aiutato a cogliere la bellezza di Cristo e del suo vangelo. Noi siamo figli, come credenti, di tutte queste persone. La nostra fede, pur rimanendo un risposta personale, è figlia del concilio.

L’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi ci avverte di stare bene attenti a come edifichiamo la chiesa: “ognuno stia attento a come costruisce!”. Accogliamo questa esortazione di Paolo come uno stimolo a non disperdere la grande eredità della intuizione giovannea. Siamo ognuno di noi la chiesa di Dio. Ma tutto questo esige attenzione e responsabilità, perché il dono può essere sciupato da chi lo ha ricevuto.

Non possiamo avere altra pietra di fondazione che non sia il Signore Gesù; non possiamo che versare vino nuovo in otri nuovi. Restaurazioni, liturgie di costantiniana memoria, sono fuori dalla storia e lontani dal vangelo.


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Tempo di Avvento. Dio sta per venire

 L’Avvento non è una prima di tutto una preparazione al Natale, ma una contemplazione della seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi. Noi viviamo i nostri giorni tra due avvenimenti; un fatto già avvenuto, la nascita, e un altro atteso, il suo ritorno alla fine della storia. Noi anche celebriamo l’eucarestia, “nell’Attesa della Sua venuta”.

L’Avvento si estende per quattro settimane nel quale il colore liturgico è il viola, riservato ai tempi di attesa (Avvento e Quaresima) e di dolore (morte).  Si distingue la terza domenica, detta domenica Gaudete/Rallegratevi, dalla prima parola dell’antifona d’ingresso, in cui nel medioevo si interrompeva il digiuno di Avvento, simile a quello di Quaresima per l’ormai prossimo Natale. Durante il periodo di Avvento non si canta il Gloria,che esprimerà la gioia degli angeli e di tutta la creazione nella notte di Natale,  mentre rimane il canto dell’Alleluia, come espressione del già e non ancora del tempo in cui viviamo.

Nel 490 il vescovo di Tours ordinò che il periodo prima di Natale diventasse un tempo penitenziale nella Chiesa Franca dell’Europa Occidentale, e ordinò un digiuno di tre giorni ogni settimana a partire dall’11 novembre, festa di S. Martino di Tours protettore della sua città. Tra la festa di San Martino e il Natale ci sono 40 giorni. Questo numero di giorni   ricordava il  tempo dei 40 giorni della Quaresima, come anche  i 40 giorni e le 40 notti di Mosè sul monte Sinai (Es 24,18; 34,28). Ecco perché il tempo di Avvento fu anche denominato   Quadragesima Sancti Martini o anche Quaresima e  digiuno  di 40 giorni di San Martino. Come la Pasqua era preceduta dalla Quaresima di penitenza, così anche il Natale era preceduto dalla Quaresima di San Martino. Si viveva la gioia della venuta del Messia con una attenzione penitenziale.

Un secolo dopo (sec. VI) anche nella Chiesa di Roma viene introdotto il Tempo di Avvento, con un tono prevalentemente gioioso sviluppando di più l’aspetto di preparazione al Natale.  Nel sec. XIII, alla fine del Medio Evo, i due aspetti della liturgia gallicana e romana trovarono una sintesi tra aspetto penitenziale e festoso. Ancora oggi fondamentalmente si mantiene questo equilibrio grazie alla riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano II e da Paolo VI.

Il  nostro  compito di cristiani del ventunesimo secolo  è quello di tenere alta  e luminosa la fede nel Dio di Gesù Cristo, tra poco bambino, crocifisso e risorto. Dobbiamo anche mantenere , e non è un compito secondario,  la fede in un mondo di giustizia e di pace di cui nel tempo di Avvento ci parleranno i profeti. Noi crediamo che sia necessario, l’amore, il volersi bene nella città, cioè nelle nostre metropolitane, nei nostri palazzi, nei nostri luoghi di lavoro; crediamo che sia non solo importante, ma necessario.

Non basta più che nel mondo ci siano le anime buone che si dedicano alle opere buone. Ogni potere ha sempre avuto bisogno di qualche anima buona. Nella logica del potere   qualcuno che si dedica alla giustizia è un ottimo paravento, per fare più comodamente i propri affari!

Ascolteremo in questo tempo di Avvento, il grido di Giovanni Battista : «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni burrone sarà riempito, ogni monte abbassato; le vie tortuose diventeranno diritte e quelle impervie, spianate». La voce ci parla di un mondo duro e difficile, violento in tanti giorni della storia.  Le montagne insuperabili oggi sono quei muri che tagliano in due le città, le nazioni, le speranze di tanta povera gente. I burroni scoscesi sono la disperazione di molti che attendevano carità e hanno trovato leggi disumane e spietate. Il profeta però vede oltre, vede strade che corrono diritte e piane, burroni colmati, monti spianati. Il profeta vede le speranze mai sconfitte degli uomini. Vede soprattutto il sole che sorge sulle notti di tante persone e di tanti popoli.

Il profeta garantisce: «Ogni uomo vedrà la salvezza». Dio viene e non si fermerà davanti ai burroni o alle montagne, e neanche ai cuori di pietra.  Perché :” un bambino è nato per noi; ci è stato dato un figlio”.(Is 9,5)

 


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Fuggire dai lupi. Papa Francesco Buon Pastore

«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga»(At 10,25). Pietro in questo testo degli Atti degli Apostoli, usa il verbo αγαπάω che vuol dire accogliere con affetto, amare con tenerezza. È’ ripetuto tante volte sia nei Vangeli che negli Atti. Nella lettera di Giovanni poi la stessa parola è ripetuta dieci volte: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”(1Gv 4,8).

Trasmettere la fede significa dimostrare lo stesso amore per i fratelli, anzi per l’umanità intera. Nell’incontro con il Centurione pagano Cornelio e la sua famiglia, Pietro è conquistato da una rivelazione dello Spirito, non da un suo ragionamento. A Pietro è stato rivelato che l’amore di Dio non si lascia circoscrivere dalle leggi o dalle tradizioni o da qualsiasi dottrina, e non per questo diventa buonismo o relativismo.

Queste semplici citazioni della Scrittura pare a noi bastino per far cadere l’impianto delle obiezioni che da alcune parti vedono la Chiesa cattolica durante il pontificato di Francesco ormai sul baratro del relativismo, consegnata  nelle braccia di un mondo chissà perché dipinto in maniera pregiudiziale tutto ostile alla Chiesa. Proviamo a rispondere a qualcuna delle preoccupazioni.

1) Si imputa al Papa di parlare poco e male delle radici cristiane come fondamento della nostra libertà , a differenza dei suoi predecessori.

La risposta che si può dare è duplice. Innanzitutto il “fondamento della nostra libertà” non sono propriamente le radici cristiane, ma Cristo stesso, e questo fa la differenza. Il fondamento è Cristo che rispettava anche le altre radici, prima di tutto quella giudaica, e che se rivendicava un primato diciamo di fondazione, era solo il primato dell’amore e del servizio. I cristiani sono sale della terra e lievito nella pasta e non rivendicano nessuna posizione dominante o esclusiva  che sarebbe addirittura contraria al Vangelo.

Tra l’altro il problema vero, specialmente in alcune chiese nazionali, è che di radici cristiane si è parlato semmai troppo e male, in particolare dai così detti atei devoti e cattolici conservatori, che difendevano il crocifisso sulle pareti e sui documenti ma il cui stile di vita spesso contraddiceva in modo clamoroso il messaggio del crocifisso, oppure  teorizzava una separazione tra morale pubblica e privata. Dimenticare questo è inaccettabile. Questo non significa mettere al centro davvero le cosiddette radici dell’Europa.

“Gesù di Nazaret voi lo avete inchiodato sul legno “(At 2,23) racconta Pietro. Gli atei devoti e i cattolici conservatori hanno preferito staccarlo dal legno, cioè dalla umiltà e semplicità e dal dolore di tanta povera gente che porta la croce ogni giorno, per attaccarlo alle pareti dei palazzi della politica bassa, e perfino sugli scudi degli eserciti, svuotando così il crocifisso del suo profondo significato. Papa Francesco parla delle radici cristiane quando è necessario e in maniera puntuale, non in maniera ideologica o rivendicazioni sterili, e invitando a ritrovare e vivere concretamente quelle radici oggi. Ricordiamo a questo proposito il più lungo discorso del suo pontificato fatto al Parlamento europeo di Strasburgo il 25 novembre del 2014, dove cita molti passaggi di Giovanni Paolo II e li fa suoi.

2) L’apporto del Cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi dice papa Francesco nell’intervista a La Croix.   Secondo alcuni il Papa si sarebbe dimenticato di evocare il discorso della Montagna e Le  Beatitudini, che è alla base del gesto della lavanda dei piedi.

Qui saremo molto brevi perché tali obiezioni sono evidentemente pregiudiziali. Che il Papa metta a fondamento il Vangelo sulla carità e’ evidente senza ambiguità dai suoi gesti e discorsi. Uno tra tutti quando ricorda che la Chiesa non è una NGO, anche sottolineando il primato della carità nel suo mandato – tra l’altro perfettamente in linea con Papa Benedetto XVI. Tra l’altro non si possono leggere i Vangeli solo con il criterio del  prima e del dopo naturalmente. Ed è di fronte agli occhi di tutti che Papa Francesco sia il papa delle Beatitudini, tanto ne parla ne scrive e soprattutto cerca di viverle.

3) Il Papa sostiene che non c’è una paura dell’Islam in quanto tale, ma di Daesh e della sua guerra di conquista. Dice il Papa: “è vero che l’idea di conquista è inerente all’anima dell’Islam, ma si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista la fine del vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni”. Pare di capire che alcuni  interpretano questa “provocazione” di Papa Francesco letteralmente come in tanti fondamentalismi vecchi e nuovi. Come se il Papa mettesse sullo stesso piano l’annuncio del Vangelo e la violenza fondamentalista. È chiaramente un’altra lampante forzatura. Si attribuiscano al Papa, tra L altro in maniera non molto efficace,  espressioni e convincimenti che invece non gli appartengono. Questi profeti di sventura ricordano che Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona del 2006 sosteneva che l’Islam aveva un problema con la violenza di matrice religiosa, dicendo  che  oggi invece  Francesco afferma che Cristianesimo e Islam sono speculari circa il problema della violenza religiosa. A sostegno di questa bizzarra tesi non citano nessuna parola di Papa Francesco, oltre  quelle già riportate. Non le citano perché semplicemente   non ci sono.

Accusare papa Francesco di mettere sullo stesso piano la violenza religiosa nel Cristianesimo e nel fondamentalismo di ispirazione islamica è fuorviante e non corretto.  Il problema vero a nostro parere è quello  di chi non vuole nessun dialogo con l’Islam, non sa cogliere i terreni comuni di confronto, e non sa neanche riconoscere la grande tradizione culturale del mondo arabo e islamico (basti solo pensare ad Avicenna e Averroè). Riportare indietro le lancette della storia a un clima di guerra tra “religioni” è molto pericoloso e controproducente. Tutti i papi lo sapevano bene e si sono ben guardati dal riferirsi mai a uno scenario o un rischio di questo tipo.

D’altra parte già Benedetto XVI riprendendo il magistero precedente aveva affermato nell’Esortazione Apostolica “La Chiesa in Medio Oriente”, firmata in Libano durante il Suo viaggio apostolico nel 2012, che “il fondamentalismo affligge tutte le comunità religiose e rifiuta la secolare convivenza”. Aveva poi esortato i giovani libanesi ad essere “servitori della pace e della riconciliazione; è una urgenza al fine di impegnarsi per una società fraterna, per costruire la comunione” (discorso ai giovani Libano 2012). Sappiamo oggi come vi sia anche in diversi gruppi cristiani, soprattutto di più recente formazione, una pericolosa deriva verso forme di integralismo nel modo di vivere la fede.

Ricordiamo anche le famose parole dell’Imam Mohammad Mehdi Chamseddine dal 1994 al 2001 responsabile del Consiglio Islamico sciita in Libano, che dichiarava: ” i cristiani del Libano sono responsabilità dei musulmani”, volendo significare la loro libertà di esistere e di esprimersi.

Noi pensiamo che invece di strumentalizzare i pontificati mettendoli in contrasto e attribuendogli presunte patenti di difensori della fede o di relativisti,  oppure fomentare le paure e le divisione religiose,  sia invece meglio e più evangelico contribuire al dialogo e alla migliore conoscenza tra Islam e Cristianesimo. Si può prendere esempio appunto dalla grande testimonianza a questo proposito della chiesa maronita in Libano, sostenendo anche le forze migliori presenti nell’Islam. E si dovrebbe guardare a noi, a essere cristiani migliori individualmente e paesi e società che si professano cristiani con coerenza, senza soltanto sbandieramenti e rivendicazioni di facciata. Guardiamo al problema dei migranti, ad esempio. Cosa rispondono molti Paesi dell’ “Europa cristiana”?

4) In Amoris Laetitia secondo alcuni la logica dell’et et si sta sostituendo con quella del “non solum sed etiam”. Insomma, ci sarebbe un po’ tutto e anche il suo contrario, per fare un po contenti tutti. Accusa seria al Papa, pastore della Chiesa universale…Si cita come esempio il documento al n 308: “i Pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti”. Dobbiamo dedurne commenta ad esempio un famoso giornalista “che il modo più efficace per essere compassionevoli non è esattamente quello di proporre l’ideale pieno del vangelo?”. 

Innanzitutto ci domandiamo cosa si voglia intendere per Vangelo. Poi, questa domanda, a nostro parere, non coglie la logica inclusiva di Francesco che è naturalmente e perfettamente evangelica, e nella Tradizione della Chiesa. Già Giovanni Paolo II parlando ai vescovi italiani dopo il Convegno di Palermo del 1995, affermava: “Gesù Cristo è la verità di Dio che è Carità, e la verità dell’uomo che è chiamato a vivere insieme con Dio nella carità”. Amoris Laetitia è un grande dono alla Chiesa che Papa Francesco ha dato nella Solennità di San Giuseppe il 19 Marzo scorso.  Al cuore del documento c’è il desiderio del papa di :”arrecare coraggio, stimolo e aiuto alle famiglie nel loro impegno e nelle loro difficoltà”(AL 4). Non possiamo dimenticare inoltre, che siamo nel pieno dell’Anno Santo della Misericordia, e tutti siamo chiamati in modo particolare ad essere segno e strumento della Grazia. Nella vita cristiana ciò che sta al centro, non è la debolezza dell’uomo, o la sua incapacità a compiere perfettamente la sua missione, e nemmeno il passato con il suo carico di bene e di male compiuto, ciò che conta è la confessione di fede, il professare come fa Pietro di fronte a Gesù: tu sei il Cristo il figlio del Dio vivente. Appena lo facciamo, cioè diciamo con convinzione a Gesù tu sei il Cristo, il Salvatore, scopriamo, come Pietro, la grandezza del progetto che Dio ha con ciascuno di noi. Chi è abituato a rapportarsi alle situazioni, agli avvenimenti, alle persone,in base a un codice, in base a una legge, non può comprendere il volto di un Dio che è amore. Nelle parrocchie si possono toccare con mano i frutti della misericordia, in particolare per i tanti Zaccheo che si incontrano. Zaccheo si è sentito amato, come un giorno lo furono Pietro e Paolo, come lo è stata l’adultera, o il cieco nato, e tantissimi altri raccontati nella Bibbia e nella nostra vita quotidiana. Sentirsi amati è il vero inizio di ogni conversione che abbia il fondamento in Cristo. Le “conversioni” fondate sulle norme o sui principii morali, producono fanatismo, rigidità, forme elitarie di pseudo cristianesimo.

5) In visita alla Chiesa Luterana di Roma il Papa, rispondendo a una domanda circa la  possibilità di fare la comunione insieme tra un cattolico e un luterano, dice un giornalista che il Papa avrebbe risposto no ma anche sì, quindi avrebbe assunto una posizione ambigua, tra l’altro su una questione cruciale.

Rileggendo la risposta del Papa si nota facilmente che Francesco a partire dal Battesimo che accomuna la fede dei cattolici e dei luterani auspicava solamente e semplicemente di continuare un cammino alla cui testa c’è lo Spirito Santo che ci guiderà alla verità tutta intera. Da questa verità non si può lasciare fuori la coscienza di nessuno. Il Papa non vuole creare divisioni, non vuole mettere barriere allo Spirito Santo. Non c’è’ forse ancora una parola definitiva adesso, perché siamo in cammino. Ma ci fidiamo dello Spirito e come cristiani, cattolici e luterani, camminiamo insieme, interrogandoci e cercando di capire la volontà di Dio su di noi. Ognuno che conosca e frequenti i fratelli luterani sa per esperienza diretta che nel dialogo  tutti noi abbiamo più futuro che passato e che il Sensus fidei del Popolo di Dio non è un accessorio marginale. Suggeriamo a questo proposito la lettura del documento della Commissione Teologica Internazionale intitolato “ il Sensus Fidei nella vita della Chiesa “ uscito nel 2014. E La celebrazione ecumenica di Lund del 31 Ottobre – 1 novembre scorsi, è già storia superando di gran lunga isterismi  e fuorvianti interpretazioni.

Infine, sono uscite da alcune parti notizie che le parrocchie sono assediate da persone che pretendono di fare i padrini o di ricevere la comunione o anche di iscrivere i propri figli ai campi estivi senza averne i requisiti. Tutto questo sarebbe dovuto alla confusione in cui Papa Francesco ci ha cacciati. È naturalmente l’ennesimo attacco strumentale al Papa. Nessuno prima ha mai attaccato situazioni dove abbiamo visto vip che senza i minimi requisiti si sposano in chiesa, anche con celebranti “di primo piano”, o pessime abitudini diffuse anche nella nostra chiesa di Roma, per cui ci si sposa nella “chiesa bella”, con costi esorbitanti per fiori e addobbi, ben lontani da un serio e coerente cammino di fede…

Noi conosciamo molte parrocchie, compresa la nostra, e possiamo affermare che oggi in confusione non è il Popolo di Dio che chiede solo di essere rispettato e valorizzato, ma il residuo degli atei devoti e cattolici da primo banco nella chiesa che non vogliono accettare dopo molti anni una Chiesa che ritorna al Vangelo con più forza con una virata a 360 gradi e che cerca di attuare il Concilio (prima sempre osannato ma spesso dimenticato nei fatti), camminando con l’uomo del tempo e accompagnandolo con la compagnia affidabile della Chiesa. 

In confusione sono oggi questi difensori di una chiesa vecchia, che non c’è più, che gli ha dato spazio esclusivo per troppi anni, ignorando sensibilità e voci differenti. Molti  pseudo cattolici laici e chierici che negli anni di pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, alle spalle dei due pontefici, hanno ridotto la Chiesa ad una spelonca di ladri, brigando i loro affari con i potenti di turno, svendendo il Vangelo per quattro spiccioli; tramando nelle lobby gay e in quelle finanziarie, appaltando ai movimenti ecclesiali ogni opera di evangelizzazione, umiliando le parrocchie e il popolo di Dio; pseudo cattolici che difendono i principi che non vivono, e giudicano i drammi delle persone che non ascoltano, con cui non condividono.

Papa Benedetto XVI si è dimesso con un gesto profetico e di grande responsabilità e integrità pastorale e morale. Crediamo anche sfiancato da una lotta estenuante verso queste forze ambivalenti, anche forze del male, compiendo un gesto straordinariamente evangelico. Ed è grazie a lui che abbiamo Papa Francesco. Molti lobbisti laici e chierici sono ancora al loro posto; il popolo di Dio  però non li crede più e segue i buoni pastori e il Vangelo: “un estraneo non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui”(Gv10,5). Grazie papa Francesco, Buon Pastore a misura di Cristo. Continueremo sempre a pregare per te.


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Andare e Camminare insieme. Papa Francesco e i 500 anni della Riforma

“Mi vengono in mente adesso le Congregazioni Generali prima del Conclave e quanto la richiesta di una riforma sia stata viva e presente nelle nostre discussioni…”. Il Papa domani  sarà  a Lund, in Svezia, per commemorare, insieme alla Federazione luterana mondiale, i 500 anni della Riforma protestante iniziata dal religioso agostiniano Martin Lutero nel 1517.In un’intervista rilasciata al gesuita svedese UlfJonsson, e pubblicata dalla Civiltà cattolica, papa Francesco mette in rilievo  gli aspetti positivi della Riforma, sottolineando in particolare due parole. “Scrittura”, perché Lutero,  per primo ha tradotto la Bibbia in lingua vernacolare  in e dice il papa “ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo”.  L’altra  parola è “riforma”:“All’inizio quello di Lutero era un gesto di riforma in un momento difficile per la Chiesa”, dice ancora il papa.  L’ecumenismo sottolinea il vescovo di Roma  deve essere un continuo “andare, camminare insieme! Non restare chiusi in prospettive rigide, perché in queste non c’è possibilità di riforma”.

Anche a riguardo del cammino ecumenico, molti già invocano con timore una possibile confusione tra Teologia e Pastorale che potrebbe scaturire da questo viaggio. Papa Francesco ha già chiarito  molte volte quale deve essere un equilibrato rapporto tra teologia e Pastorale. Citiamo in particolare il videomessaggio al congresso Internazionale tenuto alla Pontificia Università cattolica di Buenos Aires nel settembre 2015:“Non sono poche le volte in cui si genera un’opposizione tra teologia e pastorale, come se fossero due realtà opposte, separate, che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra. Non sono poche le volte in cui identifichiamo dottrinale con conservatore, retrogrado; e, all’opposto, pensiamo la pastorale a partire dall’adattamento, la riduzione, l’accomodamento. Come se non avessero nulla a che vedere tra loro. In tal modo si genera una falsa opposizione tra i cosiddetti “pastoralisti” e gli “accademicisti”, quelli che stanno dalla parte del popolo e quelli che stanno dalla parte della dottrina. Si genera una falsa opposizione tra la teologia e la pastorale; tra la riflessione credente e la vita credente; la vita, allora, non ha spazio per la riflessione e la riflessione non trova spazio nella vita. I grandi padri della Chiesa, Ireneo, Agostino, Basilio, Ambrogio, solo per citarne alcuni, furono grandi teologi perché furono grandi pastori.“ Papa Francesco auspica per il presente, mentre si approfondisce la riflessione teologica, un ecumenismo di campo, dove si possa insieme esercitare la carità verso gli uomini ; questo non è un ecumenismo di serie b, ma fa parte integrante e centrale del cammino da fare verso la piena unità.

Crediamo allora che bisogna recuperare la centralità del brano di Luca che descrive il buon samaritano:“Passò oltre dall’altra parte”(Lc 10,31). Come notava don Primo Mazzolari nel suo famoso commento a questa parabola, in tre parole, ecco descritta l’inutilità della religione della scienza,della filosofia; una religione, una scienza,una filosofia,una cultura, un progetto politico, un piano pastorale, un cammino ecumenico  una semplice giornata, che passano oltre l’uomo e le sue ferite , sono semplicemente inutili, anzi dannose.

Gesù non risponde alla domanda posta dal maestro della legge :”Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna”? ”(Lc 10,26 ) ma racconta una storia. E’ la storia di ognuno di noi. Notiamo prima di tutto che la domanda è fondamentale; si tratta della nostra vita. E’ in gioco la nostra umanità, il senso ultimo del nostro esistere, la strada da percorrere per realizzare la nostra vocazione. La strada è proprio una protagonista di questo racconto. Da Gerusalemme a Gerico ci sono circa trenta km di strada in salita attraverso il deserto di Giuda. Queste notazioni geografiche sono una buona metafora della vita che spesso è in salita, e a volte sembrano  mancare anche le oasi di ristoro. La strada in fondo è il vangelo stesso così come ci ricordano gli Atti degli apostoli; anche il seminatore non si è dimenticato di far cadere il suo seme perfino sulla strada, fiducioso della potenza di Dio; la strada è il luogo privilegiato della vita di Gesù,è lo spazio quotidiano  della sua misericordia. La strada è il luogo di ogni cammino ecumenico.

“Passò oltre dall’altra parte”(Lc 10,31). Grazie a Dio tanti invece si sono fermati ; la storia della Chiesa e del mondo è piena di Buoni samaritani che hanno soccorso l’uomo “mezzo morto” se lo sono caricati sulle spalle e lo hanno rialzato a nuova dignità. Pensiamo a che cosa ha saputo fare il Concilio anche circa l’ecumenismo; pensiamo ai gesti di tutti i pontefici del 900.

Oggi  tutti lo sperimentiamo, siamo chiamati a fermarci davanti l’uomo con una carità quotidiana; nessuno può dire di non sapere o di non essere bene informato sulle ferite della  umanità. La strada infatti è una sola, non ci sono scorciatoie o corsie preferenziali e gli uomini mezzi morti sono davanti a noi,intralciano i nostri passi, sono accovacciati alle nostre porte, sono un monito perenne alla coscienza di ciascuno. Che devo fare per ereditare la vita eterna? Che devo fare io ? oggi come posso mettermi a servizio dell’uomo, di ogni uomo ? come mettere in gioco il talento delle mie competenze, della mia storia, della mia fede?

Bisogna curvarsi  verso gli altri non  con le tavole della legge in mano, sia essa civile che religiosa ma  con gesti di umanità pura, con una carità non finta, non diplomatica, non dettata dalla convenienza del momento o solo dalla appartenenza alla propria chiesa, al proprio gruppo.

Con  qualsiasi segno politico sociale o  religioso, chi si abbassa  verso l’uomo ferito, verso il diverso da lui, per soccorrerlo, questo uomo che si curva è già un buon samaritano, è un buon cittadino è un buon credente è già un modello di civiltà. Ha già compiuto il cammino ecumenico. E’ già nel cuore stesso di Dio.

Poco fa nella preghiera domenicale dell’Angelus il papa ha  ricordato l’ormai imminente viaggio :Nei prossimi due giorni compirò un Viaggio apostolico in Svezia, in occasione della commemorazione della Riforma, che vedrà cattolici e luterani raccolti insieme nel ricordo e nella preghiera. Chiedo a tutti voi di pregare affinché questo viaggio sia una nuova tappa nel cammino di fraternità verso la piena comunione.”