ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Gesù è venuto a liberarci da ogni dipendenza umana

Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani

Nella Settimana di Preghiera per l’Unita’ dei Cristiani, la Scrittura ci aiuta a riflettere  sui pericoli della divisione, che già San Paolo si trovò ad affrontare duramente.

Nella Prima Lettera ai Corinzi, infatti, Paolo ci racconta che i cristiani già litigavano fra loro, non circa la scelta tra bene e male ma su ben altre cose: “Io sono di Paolo, io invece sono di Apollo, io invece di Cefa. E io di Cristo!” (I Cor 1,12).

In fondo due sono i principali motivi che rompono l’unità nella Chiesa e creano divisioni, contrapposizioni, clericalismi.

Primo motivo che causa divisioni: i primi cristiani già miravano ad identificarsi con una autorità! Paolo respinge subito il gruppo sorto intorno al suo nome, e richiama con forza la centralità di Cristo. Non può esistere una Chiesa che non sia di Cristo. Il rapporto tra autorità e coscienza non può mai risolversi in nessuna dipendenza; quando l’autonomia della coscienza viene limitata e diviene dipendente dalla autorità, sorgono grandi problemi. Nascono i fanatismi religiosi, e ideologici, non meno gravi dei primi.

Fra quelli che si dicono cristiani, la storia così ha parlato: io sono di Pietro, io sono di Lutero, io sono di Calvino. Gesù è venuto a liberarci da ogni dipendenza umana, ma noi le abbiamo ristabilite. Il compito delle autorità è di essere ministri, servitori delle coscienze, non di sostituirsi ad esse, come ricorda spesso papa Francesco.

Il secondo motivo che causa divisioni lo troviamo al v. 17 della Prima lettera ai Corinzi al capitolo 1, dove Paolo dice: «Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo». Solo la parola dà senso al rito che da solo diventa ritualismo sterile. Il significato, il ruolo, la traduzione, l’inculturazione della Parola di Dio sono stati incredibilmente e gravemente causa di tante divisioni e di tanto sangue.

E’ la parola che dà al povero la dignità. Sinagoghe, e chiese sono al  servizio delle nostre povertà, non padroni:“tu non avresti alcun potere se non ti fosse stato dato dall’alto” rispose Gesù a Pilato.

E’ la parola che dà all’adultera la misericordia: «va’ e non peccare più»; con quella Parola cadono tutte le sinagoghe, tutta la legge… Oltre un certo limite nessuna sinagoga, nessuna chiesa, nessuna legge conta. Conta l’uomo santuario vivente che risponde a Dio.

Per questo Gesù sceglie di salire in Galilea, lontano dalle autorità   per realizzare la promessa di liberazione di ogni uomo. Crea intorno a sé una comunità di semplici pescatori, per pescare gli uomini:” Gesù disse loro, venite dietro a me”.

Ci tira fuori dall’acqua, simbolo biblico  del male e della morte, per salvarci, per darci  vita. Per la prima volta in Matteo appare il termine ‘vangelo’ che significa ‘buona notizia’. La buona notizia è quella del Regno dove Gesù guarisce :” ogni sorta di malattie e infermità nel popolo”. 

Anche noi se non: “rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano”(Amoris Laetitia) non possiamo capire il “dramma” del Kerigma; il Kerigma non è dottrina ma dramma. Credo che annunciare il vangelo senza coinvolgimento personale, sia una illusione, non solo inutile ma controproducente. Senza l’odore delle pecore, il Pastore non è più pastore e diventa lupo, odora solo di incenso e inchiostro, non ha più l’abito sporco del pastore ma mantelli di costantiniana memoria, e le pecore fuggiranno via da Lui.

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Ecumenismo significa semplicemente Gesù Cristo

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

don Enrico Ghezzi

Come ogni anno, a gennaio (18-24), le varie chiese che si riferiscono a Gesù Cristo, tentano di dialogare per conoscere meglio il cammino da percorrere per ritrovarsi fratelli nel confessare la fede che nei vari secoli passati si è pensato bene di rompere, sia per motivi dottrinali, sia per fattori storici. Con conseguenze drammatiche che hanno influito sulla divisione di intere  nazioni, specie in Europa.

Vorrei che tutti avessero letto, almeno tra i cattolici, il documento del Concilio Vaticano II  scritto proprio sul tema della comunione nella fede tra le diverse famiglie sorte dagli scismi. Dubito molto che tra che le nuove  generazioni, sia pure interessate, tale documento “Unitatis Redintegratio”, sia mai stato preso in considerazione. Sarebbe tempo di farlo ora!

Per conoscersi, sarebbe utile leggere gli scritti dei Padri delle Chiese Orientali, gli Ortodossi: che cosa ci divide da questi Padri, carichi di santità, di sapienza biblica, grandi apostoli dei popoli dell’ 0riente ? E gli scritti di Lutero e dei Riformatori ? Dov’è oggi la difficoltà a leggere le Scritture, a interpretarle assieme, a leggere i doni dei Sacramenti? Cosa significa difendere la  dottrina che è rimasta astratta, aliena dalla ricchezza della fede popolare?

“Credere” non vuol dire forse confessare Gesù Cristo, che Gesù nella risurrezione è il Signore ? Non è forse questo il cuore del nostro Credo? Che cosa mai ci divide? Il riconoscimento dell’autorità del Papa? Non ha forse detto Francesco, che l’autorità di Roma sta nella carità? Non era già stato detto da S. Ignazio di Antiochia all’inizio del II secolo? Forse alla radice della disunione rimane una grossa pigrizia spirituale (assenza dello Spirito) che affonda le origini nel potere delle varie  Chiese.

Ecumenismo significa semplicemente Gesù Cristo. L’uomo moderno che continua ad abbandonare le Chiese, vuole che Cristo sia la sorgente della speranza umana, che sia una verità che si traduce nella carità e nell’amore ai deboli e agli ultimi. Esige che la  fede nella vita eterna sia ora qui manifestata dalla speranza, dalla riscoperta della  bellezza della creazione  e che l’incarnazione sia annunciata come il fine ultimo di un Dio, che nel su Verbo, compie il senso di tutto il cosmo conosciuto nella scienza e bisognoso di compimento. L’al di là, che  noi annunciamo, serve per dare oggi la felicità che Gesù ha descritto con tanta potenza nelle Beatitudini (Mt 5).


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Una carezza che ha cambiato la storia

L’assurda scelta di proclamare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano

La scelta di proclamare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano, lascia quantomeno perplessi. Ancora oggi entrando nelle case degli italiani e non solo, si trova alla parete dell’ingresso la fotografia un po’ sbiadita di papa Giovanni, con il suo volto sereno e benedicente. Nella coscienza collettiva papa Giovanni è associato alla sua bontà, alla storica enciclica sulla pace, che della pace portava non solo il nome ma il vessillo, Pacem in Terris; è associato alle sue visite al carcere romano di Regina Coeli e all’ospedale Bambino Gesù. La Sua è una santità quotidiana, che è entrata in tutte le case. Il mondo intero ancora ricorda la Sua carezza da portare ai bambini in quel indimenticabile discorso all’apertura del Concilio vaticano II. Cosa dovremo dire oggi: “ tornando a casa, date un elmetto e un fucile ai vostri bambini “?

Questa scelta che si è formata da lontano, almeno dal 1996, seppur formalmente motivata, ha il sapore di una manovra di vecchia curia, appare una forzatura, un colpo di coda di una storia passata, una scelta anti conciliare. Il popolo di Dio non pare sentire la necessità di un patrono dell’esercito ma ha urgente bisogno di uomini e di donne di pace.

Scriveva Roncalli Patriarca di Venezia al sostituto Montini: “il papa desidera a Roma il tal sacerdote; concederlo è un grave sacrificio per Venezia, ma io cedo, perché nella Chiesa “bisogna vedere largo e lontano”. Non c’è dubbio alcuno che in tutta la sua vita Papa Giovanni XXIII  ha contribuito a portare la Chiesa fuori dalle secche della storia, per farla navigare fino ai confini della terra, avviandola in quella grande avventura dello Spirito che è stato il Concilio. La scelta di farlo patrono dell’esercito italiano sembra al contrario piccola e miope.

Papa Giovanni XXIII ha testimoniato, che la Parola di Dio non fa la guerra, ma  è una  Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera umanità in cammino verso la pienezza, di Dio.

Anche il coinvolgimento postumo di Mons Loris Capovilla storico segretario del pontefice appare sgradevole. Se non fosse stato lui, quella sera quando si aprì il concilio, a convincere con la sua intelligenza e bonomia, il papa – dopo un lunga e faticosa giornata – ad affacciarsi ancora una volta alla finestra, i bambini, i malati, gli anziani, gli uomini di pace del mondo intero oggi mancherebbero di una carezza. Una carezza  che ha cambiato la storia.

Numerose e autorevoli si sono alzate voci contrarie al titolo di patrono dell’esercito italiano per Giovanni XXIII. Il vescovo di Pescare- Penne Valentinetti “irrispettoso coinvolgerlo come patrono delle Forze Armate”.“Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il Papa Buono, il papa della pace, e non degli eserciti” dichiara mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi Italia. «È una questione su cui non voglio entrare perché purtroppo ne sono stato informato questa mattina». Così si è espresso il  presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti .


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Ascoltare e pregare: il Motu Proprio di papa Francesco Magnum Principium

Con il nuovo Messale romano, nel novembre 1969 entrò in vigore la riforma liturgica del dopo concilio.
Cinque anni prima il papa Paolo VI aveva già celebrato la messa nella nuova forma, nella parrocchia romana di Ognissanti e aveva tra le altre pronunciato queste significative parole:” Prima bastava assistere, ora occorre partecipare; prima bastava la presenza, ora occorre l’attenzione e l’azione.; prima qualcuno poteva sonnecchiare, e forse chiacchierare, ora no, deve ascoltare e pregare”.
La novità più importante come si sa, della riforma liturgica post conciliare è stata l’introduzione nel rito della messa, delle traduzioni nelle lingue volgari, e anche una grande ricchezza dei testi biblici da proporre nelle letture della messa.
Oggi con il Motu Proprio “Magnum Principium” papa Francesco continuando con la ricezione dello Spirito del concilio, chiarisce che la competenza della traduzione dei testi liturgici, spetta alle conferenze episcopali nazionali. Non è soltanto un decentramento di funzioni e di competenze, ma un riconoscimento dello Spirito e del magistero dei singoli vescovi diocesani. La Santa Sede come suo compito proprio interverrà per confermare o no e non per revisionare le traduzioni. A questo proposito nel motu proprio “Magnum principium” sono di particolare rilevanza circa il can. 838, i commi 3 e 4: § 3. “Spetta alle Conferenze episcopali preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, adattate convenientemente entro i limiti definiti, approvarle e pubblicare i libri liturgici, per le regioni di loro pertinenza, dopo la conferma della Sede apostolica”; § 4. “Al vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti”.
Le ricchezze che la storia liturgica ci ha consegnato e trasmesso, non sono un fine, ma uno strumento nelle mani della Chiesa che sempre più e meglio vuole aiutare i fedele a meglio conoscere e a meglio entrare nel grande mistero di Dio. Come ha spiegato Monsignor Roche, arcivescovo, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, le modifiche formulate dal Motu Proprio sono “al servizio della preghiera liturgica del popolo di Dio”.
La storia delle traduzioni dei testi liturgici e della Bibbia stessa, è una storia affascinante, che interessa le culture degli uomini e dei popoli, la fede della Chiesa, la Parola di Dio che vuole donarsi agli uomini di ogni generazione.
“Considerata l’esperienza di questi anni, ora – scrive il papa nel Motu Proprio – è sembrato opportuno che alcuni principi trasmessi fin dal tempo del Concilio siano più chiaramente riaffermati e messi in pratica’.
Papa Francesco ancora una volta, alleggerendo il peso sulle spalle dei fedeli, sta testimoniando ancora una volta la Chiesa, popolo di Dio radunato in preghiera, per una sempre nuova conversione, nell’attesa dell’incontro definitivo con il Signore che viene.


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Esemplari servitori del vangelo

Papa Francesco pellegrino sulle orme di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani

Papa Francesco a Bozzolo è stato accolto dal vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, che ha subito annunciato l’avvio del processo di beatificazione di don Primo Mazzolari il prossimo 18 settembre. Si è poi recato nella parrocchia di San Pietro per pregare sulla tomba di don Primo Mazzolari, e tenendo un memorabile discorso, dove tra le altre cose ha parlato del “magistero dei parroci”.

A Barbiana è stato accolto dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e anche qui ha voluto subito recarsi a pregare sulla la tomba di don Lorenzo Milani a 50 anni dalla morte. In chiesa ha poi incontrato gli studenti del priore di Barbiana e tenuto un discorso che sarà difficile dimenticare sul piazzale davanti la canonica di don Lorenzo. La sua passione educativa è stata fedeltà al vangelo e a tutti coloro che gli erano affidati ha detto il papa. Poi ha aggiunto:” Oggi il vescovo di Roma riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il vangelo, i poveri e la chiesa; prendete la fiaccola di don Lorenzo e portatela avanti”.

Don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, sono ” due sacerdoti che ci offrono un messaggio di cui oggi abbiamo tanto bisogno”, ha detto papa Francesco domenica scorsa alla preghiera dell’Angelus.

In questi giorni da più parti nella Chiesa e fuori, si sono succedute varie analisi e commenti su questo pellegrinaggio del papa; alcuni hanno parlato di “riabilitazione”, altri di “omaggio” per due sacerdoti sempre in trincea nel loro ministero. Quale che sia la giusta interpretazione, è bene lasciare spazio ai fatti. Papa Francesco si inginocchia davanti a due grandissimi protagonisti della chiesa e della società italiana del Novecento, riconoscendo in loro una Chiesa che si mette a servizio dei poveri e annuncia la misericordia di Cristo per tutti.

Questo mettersi in ginocchio è un atto dalla forte valenza simbolica. Non sono mancati come tutti sanno molto bene i “nemici” di don Mazzolari e don Milani, come oggi non mancano quelli di papa Francesco. Sono nemici di varia provenienza specialmente ecclesiale e tra questi ci sono anche coloro che al primo soffio di vento, cambiano bandiera, pronti a ricambiarla ogni volta che sia necessario. Pare riascoltare l’esperienza di San Paolo quando raccontando la sua storia parla di:“pericoli da parte di falsi fratelli”( 2Cor 11,26). L’opposizione alla Chiesa dei poveri e degli ultimi è molto attiva sul web e su alcuni blog di tradizionalisti; essi accusano oggi il papa, come ieri don Primo e don Lorenzo, di aver gettato la Chiesa in confusione dottrinale, morale, pastorale. Curiosamente questi blog parlano tra di loro si citano l’uno con l’altro quasi fossero novelli Padri della Chiesa. In realtà in confusione sono oggi questi difensori di una chiesa vecchia, che non c’è più, che si sono presi spazio esclusivo per troppi anni, ignorando sensibilità e voci differenti, ignorando i poveri. Alcuni pseudo cattolici laici e chierici che negli anni di pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, alle spalle dei due pontefici, hanno ridotto una parte della Chiesa ad una spelonca di ladri, brigando i loro affari con i potenti di turno, svendendo il Vangelo per quattro spiccioli; tramando nelle lobby gay e in quelle finanziarie, appaltando ai movimenti ecclesiali ogni opera di evangelizzazione, umiliando le parrocchie e il popolo di Dio; pseudo cattolici che difendono i principi che non vivono, e giudicano i drammi delle persone che non ascoltano, con cui non condividono.

Bisogna ritornare urgentemente alla chiesa di Mazzolari, Milani e papa Francesco che con lo Spirito del Concilio trasmettono il vangelo per attrazione e non per proselitismo.

E’ con la forza della preghiera di Gesù e di tutta la Chiesa che papa Francesco sta compiendo il Suo viaggio pastorale per confermare i suoi fratelli nella fede. E’ partito come sappiamo dalla periferia, da Lampedusa, indicando al mondo la centralità delle periferie fisiche ed esistenziali.

Oggi a Bozzolo e a Barbiana, Papa Francesco ci testimonia che la cruna d’ago attraverso cui passare per parlare di Dio è l’uomo scartato. Dare la vita per gli scartati, proprio come Gesù, anche Lui uomo brutalmente scartato.  Ogni giorno, sempre più forte il grido degli scartati ci investe e “rovescia” i banchi delle nostre chiese, richiamandoci alle cose essenziali.

Il papa ci ricorda che la “Buona Notizia” di Gesù non è una nuova filosofia, ma è la risposta al desiderio di tutti gli uomini di ogni tempo, di essere amati e liberati da ogni schiavitù.

Chiunque curi le piaghe del mondo, difenda il suo popolo, educhi alla vera libertà, non escluda nessuno a priori, è nel cuore stesso di Dio.

Papa Francesco venuto “dalla fine del mondo” oggi ha volto lo sguardo all’intero mondo e all’intera Chiesa cattolica, indicando questi due sacerdoti come modelli del vangelo.

Il Buon Pastore conosce le sue pecore ci ricorda il vangelo. Papa Francesco ha fatto dell’” odore delle pecore” il profumo di ogni opera di evangelizzazione. E’ l’odore delle pecore dice papa Francesco, che può risvegliare la chiesa, il dolore e la solitudine delle persone, la loro voglia di vita e di riscatto, la frontiera sulla quale costruire l’ospedale da campo che è la Chiesa.

Ringraziamo il Signore per il dono di don Primo e don Lorenzo e chiediamo allo Spirito la forza di continuare a trasmettere il vangelo con la loro audacia e coerenza; chiediamo anche allo stesso Spirito l’umiltà di sapere chiedere perdono come battezzati, come laici, come sacerdoti, come chiesa italiana a questi due grandi testimoni di Cristo.

Da oggi dopo questo pellegrinaggio di papa Francesco, la chiesa italiana e  la chiesa cattolica tutta, o si modella sulle orme di don Mazzolari e don Milani, o sarà una chiesa disobbediente allo Spirito e a Pietro.

 


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Con “umile risolutezza di proposito”: Papa Giovanni annuncia il Concilio

Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 ai cardinali, riuniti nella sala capitolare del monastero benedettino di S. Paolo a Roma, annunziò la sua decisione di celebrare un Concilio Ecumenico, oltre che un Sinodo per la diocesi di Roma, e l’aggiornamento del codice di diritto canonico.

“Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l’Urbe, e di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale.[] Gradiremo da parte di ciascuno dei presenti e dei lontani una parola intima e confidente che Ci assicuri circa le disposizioni dei singoli e Ci offra amabilmente tutti quei suggerimenti circa la attuazione di questo triplice disegno.”( Allocuzione del Santo Padre Giovanni XXIII Sala capitolare del Monastero di San Paolo Domenica, 25 gennaio 1959)

Il successore di Pietro si mise con tutte le forze fisiche e spirituali a servizio del vangelo e della Chiesa. La Chiesa universale si preparava a splendere di nuova bellezza. Papa Giovanni XXIII ha guidato la Chiesa fuori dalle secche della storia, per farla navigare fino ai confini della terra, sorreggendola in quella grande avventura dello Spirito che è stato il Concilio.

La Chiesa del concilio ha testimoniato negli anni del suo svolgimento che la Parola di Dio è una Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita, spesso così difficile in tante giornate. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera umanità in cammino verso la pienezza, di Dio.

«Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui» (At 12,5). Il concilio ci ha anche testimoniato che una Chiesa in preghiera per Pietro è una Chiesa in cammino verso il Risorto; papa Giovanni ha dovuto sperimentare, proprio perché era un profeta, anche la “prigionia” la sofferenza della incomprensione e anche della derisione, da parte dei profeti di sventura. Moltissimi però, in particolare il compianto Monsignor Capovilla gli sono sempre stati accanto con discrezione e determinazione, attenti di nulla lasciar cadere del suo illuminato magistero.

Se non fosse stato Monsignor Capovilla, quella sera quando si aprì il concilio, a convincere con la sua intelligenza e bonomia, il papa, dopo un lunga e faticosa giornata ad affacciarsi ancora una volta alla finestra, i bambini, i malati, gli anziani, il mondo intero oggi mancherebbero di una carezza. Una carezza che ha cambiato la storia.

Oggi con papa Francesco, come allora con papa Giovanni è posto alla nostra attenzione il mistero della maternità della Chiesa. Al Laterano, nel Battistero la più antica chiesa occidentale del Battesimo, esiste un’iscrizione del V secolo d.C.,che dice: “La Chiesa genera in modo verginale da queste acque, figli dopo averli concepiti come embrione tramite il soffio divino”. Come Maria aveva generato, per il soffio dello Spirito, il Figlio di Dio fatto uomo, così nel Battesimo la Chiesa genera dalle acque i figli di Dio, per la potenza dello stesso Spirito. Il concilio vaticano II ha saputo, guidato dallo Spirito generare nuovi figli, ha liberato la chiesa da qualche mantello di troppo, e ha reso più facile il rapporto tra Dio e gli uomini, non più schiavi della legge, ma figli amati del Padre.

Ricordiamo nella preghiera i volti e i nomi di tutti coloro che durante il concilio hanno fatto crescere il germe seminato della Spirito, ci hanno aiutato a cogliere la bellezza di Cristo e del suo vangelo. Noi siamo figli, come credenti, di tutte queste persone. La nostra fede, pur rimanendo un risposta personale, è figlia del concilio.

L’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi ci avverte di stare bene attenti a come edifichiamo la chiesa: “ognuno stia attento a come costruisce!”. Accogliamo questa esortazione di Paolo come uno stimolo a non disperdere la grande eredità della intuizione giovannea. Siamo ognuno di noi la chiesa di Dio. Ma tutto questo esige attenzione e responsabilità, perché il dono può essere sciupato da chi lo ha ricevuto.

Non possiamo avere altra pietra di fondazione che non sia il Signore Gesù; non possiamo che versare vino nuovo in otri nuovi. Restaurazioni, liturgie di costantiniana memoria, sono fuori dalla storia e lontani dal vangelo.


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Tempo di Avvento. Dio sta per venire

 L’Avvento non è una prima di tutto una preparazione al Natale, ma una contemplazione della seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi. Noi viviamo i nostri giorni tra due avvenimenti; un fatto già avvenuto, la nascita, e un altro atteso, il suo ritorno alla fine della storia. Noi anche celebriamo l’eucarestia, “nell’Attesa della Sua venuta”.

L’Avvento si estende per quattro settimane nel quale il colore liturgico è il viola, riservato ai tempi di attesa (Avvento e Quaresima) e di dolore (morte).  Si distingue la terza domenica, detta domenica Gaudete/Rallegratevi, dalla prima parola dell’antifona d’ingresso, in cui nel medioevo si interrompeva il digiuno di Avvento, simile a quello di Quaresima per l’ormai prossimo Natale. Durante il periodo di Avvento non si canta il Gloria,che esprimerà la gioia degli angeli e di tutta la creazione nella notte di Natale,  mentre rimane il canto dell’Alleluia, come espressione del già e non ancora del tempo in cui viviamo.

Nel 490 il vescovo di Tours ordinò che il periodo prima di Natale diventasse un tempo penitenziale nella Chiesa Franca dell’Europa Occidentale, e ordinò un digiuno di tre giorni ogni settimana a partire dall’11 novembre, festa di S. Martino di Tours protettore della sua città. Tra la festa di San Martino e il Natale ci sono 40 giorni. Questo numero di giorni   ricordava il  tempo dei 40 giorni della Quaresima, come anche  i 40 giorni e le 40 notti di Mosè sul monte Sinai (Es 24,18; 34,28). Ecco perché il tempo di Avvento fu anche denominato   Quadragesima Sancti Martini o anche Quaresima e  digiuno  di 40 giorni di San Martino. Come la Pasqua era preceduta dalla Quaresima di penitenza, così anche il Natale era preceduto dalla Quaresima di San Martino. Si viveva la gioia della venuta del Messia con una attenzione penitenziale.

Un secolo dopo (sec. VI) anche nella Chiesa di Roma viene introdotto il Tempo di Avvento, con un tono prevalentemente gioioso sviluppando di più l’aspetto di preparazione al Natale.  Nel sec. XIII, alla fine del Medio Evo, i due aspetti della liturgia gallicana e romana trovarono una sintesi tra aspetto penitenziale e festoso. Ancora oggi fondamentalmente si mantiene questo equilibrio grazie alla riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano II e da Paolo VI.

Il  nostro  compito di cristiani del ventunesimo secolo  è quello di tenere alta  e luminosa la fede nel Dio di Gesù Cristo, tra poco bambino, crocifisso e risorto. Dobbiamo anche mantenere , e non è un compito secondario,  la fede in un mondo di giustizia e di pace di cui nel tempo di Avvento ci parleranno i profeti. Noi crediamo che sia necessario, l’amore, il volersi bene nella città, cioè nelle nostre metropolitane, nei nostri palazzi, nei nostri luoghi di lavoro; crediamo che sia non solo importante, ma necessario.

Non basta più che nel mondo ci siano le anime buone che si dedicano alle opere buone. Ogni potere ha sempre avuto bisogno di qualche anima buona. Nella logica del potere   qualcuno che si dedica alla giustizia è un ottimo paravento, per fare più comodamente i propri affari!

Ascolteremo in questo tempo di Avvento, il grido di Giovanni Battista : «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni burrone sarà riempito, ogni monte abbassato; le vie tortuose diventeranno diritte e quelle impervie, spianate». La voce ci parla di un mondo duro e difficile, violento in tanti giorni della storia.  Le montagne insuperabili oggi sono quei muri che tagliano in due le città, le nazioni, le speranze di tanta povera gente. I burroni scoscesi sono la disperazione di molti che attendevano carità e hanno trovato leggi disumane e spietate. Il profeta però vede oltre, vede strade che corrono diritte e piane, burroni colmati, monti spianati. Il profeta vede le speranze mai sconfitte degli uomini. Vede soprattutto il sole che sorge sulle notti di tante persone e di tanti popoli.

Il profeta garantisce: «Ogni uomo vedrà la salvezza». Dio viene e non si fermerà davanti ai burroni o alle montagne, e neanche ai cuori di pietra.  Perché :” un bambino è nato per noi; ci è stato dato un figlio”.(Is 9,5)