ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Papa Francesco, un dono di Benedetto XVI

Riflessioni sulla Chiesa di Francesco a 5 anni dalla rinuncia di Benedetto XVI.

Dal’11 febbraio al 13 marzo dell’anno del Signore 2013 la Chiesa e il mondo furono attraversate da un intenso vento dello Spirito.

Fratelli e sorelle, buonasera! […]“E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca (si recitò il Padre Nostro, e l’Ave Maria e il Gloria al Padre). E adesso, incominciamo questo cammino, vescovo e popolo.”

Francesco, nuovo Vescovo di Roma raccolse così la complessa eredità del pontificato di Benedetto XVI.

«Pur essendo figlio Egli imparò l’obbedienza dalle cose che patì…»(Eb5,8). Possiamo dire che anche da pontefice, Benedetto XVI imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Per tante cose della vita possiamo avere maestri di ogni genere. Per la politica, la scienza, la letteratura, quanti maestri ci sono! Ma quando entriamo nell’ombra del dolore non c’è nessun maestro perché tutte le voci tacciono. Allora noi impariamo, nell’obbedienza – e in particolare cinque anni fa in questa obbedienza del Papa Benedetto – che cosa significhi servire e non servirsi della Chiesa, cosa significa amare e non usare la Chiesa. Solo l’esperienza del dolore, del tradimento, in una parola del Getsemani ci introduce nell’ascolto docile di un amore più forte della morte.

In quel 11 febbraio il “Professor Ratzinger” diede alla Chiesa e al mondo una grande lezione; il suo ultimo servizio d’amore come Pastore universale.

Benedetto XVI con la sua rinuncia diede anche allo Spirito lo spazio per donarci Papa Francesco, che ha aperto una nuova stagione per la Chiesa.

Sappiamo dai Vangeli che la professione di fede di Pietro, roccia su cui Gesù vuole costruire la Sua Chiesa, è subito “smentita dai fatti”. Gesù rimprovera Pietro con parole dure, perché non accetta l’annuncio della croce. Un momento prima l’Apostolo era benedetto dal Padre e subito dopo diventa addirittura un ostacolo, una pietra d’inciampo sulla strada di Gesù. Pietro e gli altri hanno ancora molta strada da fare, molte cose da comprendere.

La tentazione è di seguire un Cristo senza croce, ma Gesù ci ricorda che la sua via è quella dell’amore e non c’è vero amore senza il sacrificio di sè.

Papa Francesco ha preso in consegna la croce di Cristo e la porta in giro per il mondo non come un vessillo, ma indicandola come strumento di salvezza per tutti gli uomini.

Cammina contro corrente e in salita il Papa. Ci dice che solo l’amore di Cristo da’ senso e felicità alla vita. Ci dice ogni giorno con il suo esempio che se impostiamo la nostra vita sull’amore come ha fatto Gesù la nostra vita non sarà sterile ma feconda. Ci dice che nell’Eucarestia Gesù perde se stesso per ritrovare tutti noi.

Nonostante la Sua testimonianza di un “Vangelo sine glossa” (o forse proprio per questo) l’opposizione alla Chiesa di Francesco, alla Chiesa dei poveri e degli ultimi, è molto attiva, anche sul web e su alcuni blog di tradizionalisti. In modo spesso maldestro che si squalifica da sè, essi accusano oggi il Papa di aver gettato la Chiesa in confusione dottrinale, morale, pastorale. Curiosamente questi blog parlano tra di loro, si citano l’uno con l’altro, si fanno forza reciprocamente per mettere insieme dei gruppi che rimangono minoritari – anche se le loro esternazioni sono molto gravi. Si spacciano quasi per novelli Padri della Chiesa. In realtà contano come il pulviscolo sulla bilancia. I loro toni e i loro argomenti li screditano da sè, ma hanno la responsabilità di ingenerare dubbi e confusione tra il Popolo, soprattutto i semplici e i piccoli. Ma come dice il Vangelo, gli scandali devono avvenire affinché si manifestino i veri credenti.

Papa Francesco venuto “dalla fine del mondo” oggi ha volto lo sguardo all’intero mondo, ai cristiani, alle altre religioni, e naturalmente all’intera Chiesa Cattolica, indicando il Vangelo come rotta sicura da seguire per la barca della Chiesa e testimoniandolo nel dialogo con credenti di altre fedi e non credenti, puntando su “ciò che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide”.

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Dio debitore del nostro dolore

don Enrico Ghezzi

“Il verbo si è fatto carne” dice l’apostolo Giovanni. Dio si fa carne perché si sente in “debito” con gli uomini. Le sue creature sono sottoposte al male, al dolore, alla sofferenza, fino alla morte.

Dio vuol rendesi solidale con questa creatura che paga un debito duro senza averlo personalmente contratto, se non all’inizio.

Il Verbo allora, Dio stesso, diventa uomo come noi, diventa la nostra carne. E’ come se Dio dicesse: “voglio partecipare anch’io a quello che l’uomo sopporta, gli sono debitore, del dolore”.

Dio, provando la carnalità, ci riserva una incredibile sorpresa: in lui uomo crocifisso e risorto, ci raggiunge con la risurrezione di questo nostro corpo. Il Primogenito dei risorti, come ricorda San Paolo, inizia la creazione nuova, un nuovo Eden, a riparo dal peccato di Adamo.


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Nel nuovo anno ripartire da Gesù Cristo

Non è sempre facile credere al Dio di Gesù Cristo. A volte è più facile credere a un dio che distribuisce miracoli, a un dio da meritare più che da accogliere.
Gesù ci invita invece ad allargare lo sguardo, ci invita a vedere meglio; ci parla di un Dio che cammina di terra in terra, che a Zarepta soccorre una vedova straniera, che in Siria guarisce  dei lebbrosi. Un Dio che cammina quotidianamente con noi, nell’ordinario e che non guarda prima di tutto i nostri meriti o le nostre appartenenze, ma ai nostri bisogni e ci ama per quello che siamo.
Credere in  un dio che guarda prima di tutto i meriti o le appartenenze ha come conseguenza rappresentare una Chiesa che si difende, che esclude chi non ha meriti da vantare, o chi ne ha pochi; una Chiesa che diventa una elite, una struttura chiusa che non accoglie come non affascina se non pochi eletti. Una Chiesa che non incide nella realtà quotidiana, che passa solo per la tangenziale delle nostre vite, fermandosi all’occorrenza nei salotti televisivi e nelle lobby.
Credere invece al Dio di Gesù Cristo che guarda prima di tutto alle nostre debolezze e ai nostri bisogni si traduce  nel costruire “una Chiesa in uscita”, dove i confini sono il mondo, dove i pastori hanno l’odore delle pecore non soltanto dell’incenso, e dove nessuno si sente escluso o abbandonato.
Attorno a Gesù ci sono sempre stati e ancora ci sono gruppi di fanatici, violenti e integralisti, che usano la religione e la Chiesa per i propri interessi. Lo sa bene e lo ha ricordato recentemente anche Papa Francesco – alcuni non servono la Chiesa ma si servono della Chiesa per i loro interessi.
La frase del Vangelo di Luca – «passando in mezzo a loro si mise in cammino» (Lc 4,30) – rappresenta uno straordinario monito per tutti noi e per tutta la Chiesa. Gesu’ passa oltre, se ne va. Se ne va, quando la fede si allea con il potere. Se ne va,quando il clericalismo prevarica sul popolo di Dio e sullo stesso Vangelo. Se ne va, quando il Vangelo è ridotto a legge morale e non ne è il fondamento, o quando si difendono principi astratti e privilegi molto concreti invece di comprendere e accompagnare situazioni ordinarie molto concrete.
Il Signore va verso e rimane dove la fede è semplice e sincera; dove la speranza non è retorica, ma attesa fiduciosa di una promessa che si compirà; e dove la carità ascolta il grido del povero e tende la mano ad ogni fratello, senza giudizio, condizioni o “preferenza di persone”.


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La stalla e la stella

I Magi videro la stella e la percepirono come un segno; avrebbero potuto adorarla come suggeriva la loro cultura e la loro formazione; invece capirono con l’aiuto della Grazia che era un segno e andarono a Gerusalemme per chiedere dove fosse nato il bambino. Gli fu risposto tramite la Parola di Dio:” a Betlemme di Giudea perché così è scritto”

La stella provoca una grandissima gioia ma rimane un segno; i magi vanno oltre il segno e trovano il bambino; vanno oltre il segno tramite la Parola di Dio; i segni non sono utili per il loro splendore, ma se interpretati alla luce della Parola di Dio.

Vanno a Betlemme a vedere. Vedere che cosa? C’è una grande differenza tra lo splendore della stella e il piccolo bambino, in una semplice e avvilente capanna. Ecco dove entra la fede; credere in Dio davanti alle cose piccole, un bambino in una capanna, il seme gettato, Il lievito nella pasta, un granellino di senape.

L’Altro aspetto fondamentale della Festa della Epifania è la manifestazione di Cristo a tutte le genti.  Il capitolo 60 del profeta Isaia è veramente una luce che illumina i nostri passi verso la contemplazione del bambino nelle nostre vite.

Gerusalemme risplende di una luce non sua, ma di una luce che è venuta su di lei; Isaia da un nome a questa luce, il Signore. Su Gerusalemme risplende non solo un luce, non solo la Gloria ma il Signore stesso.

“I Popoli cammineranno alla tua luce e i re allo splendore che emana da te” Questa luce che è il Signore è l’unica luce che brilla nel mondo, che attira, che segna il cammino, di tutti i popoli e di tutti i capi, i re.

Isaia si rende subito conto che neanche Gerusalemme è consapevole di questo; il mondo non capisce che il Signore regna.  Allora come fa spesso Isaia lo fa  riflettere  con queste stupende parole: Gira intorno gli occhi e guarda, tutti costoro si sono radunati e vengono a te; figli vengono da lontano e figlie ti saranno portate in seno.”

Il nostro mondo, oggi lo vediamo bene, è invaso dalle genti; sono figli e figlie, non stranieri; sono figli e figlie non immigrati; sono figli e figlie che Gerusalemme, il nostro mondo non sapeva di avere.

“A quella vista tu risplenderai, sarà commosso e si rallegrerà il tuo cuore; perché si riverserà su di te la moltitudine delle genti del mare, e le schiere dei popoli verranno a te.”

 Il profeta ci sta dicendo che la presenza del Signore si manifesta sempre di più nella conpresenza di tutti i popoli; San Paolo si inventa il termine concorporei che è molto efficace; tutti i popoli sono un solo corpo.

Si parla in Isaia di genti del mare; cioè neanche il mare può più arrestare  questo flusso di popoli. Il mare come sappiamo ha fatto numerose vittime nel pellegrinaggio dei migranti, ma neanche il mare, che nella bibbia è sinonimo di male, di avversità, può fermare la volontà di Dio di unire il mondo in  una sola famiglia.

Dicono ancora Isaia e i racconti sui Magi nei vangeli, che questi popoli non vengono a mani vuote ma portano doni, che non sono le singoli cose naturalmente, ma le lodi del Signore, portano una spiritualità una cultura una tradizione una umanità, altro che rubarci il lavoro.

Si parla spesso a proposito delle migrazioni, di Esodo biblico; e se invece fosse una Epifania ?


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Tempo di Natale; di che cosa abbiamo bisogno?

Quasi fino ai nostri giorni il Natale era vissuto come un momento di sosta e di riposo dai brutti giorni della vita feriale; anche la guerra quasi si fermava. Al fronte i cannoni tacevano per una intera giornata, i fucili erano riposti nel fodero. Il nemico per un giorno, non esisteva più e in un certo senso gli uomini diventavano tutti fratelli. Dopo un poche ore però tutto tornava come e peggio di prima.

Oggi abbiamo ben capito che se vogliamo vivere senza finzioni, l’unico modo è quello di ritornare alla Parola di Dio che si incarna. «Dio nessuno l’ha mai visto, soltanto il Figlio Unigenito che è nel seno del Padre ce lo ha rivelato». Abbiamo bisogno del Dio della fede, rivelato dalla Parola di Gesù, altrimenti sarebbe un Dio concettuale, uno strumento fantasioso per le varie ideologie. Abbiamo anche bisogno di credere nell’uomo, di rispettarlo e di rispettare l’ambiente in cui vive. L’uomo viene spesso scartato, quando è debole, vecchio, dimenticato. Nei nostri presepi scorrono i ruscelli, il muschio odora di Natale, ma le nostre terre sono “del fuoco” devastate dai rifiuti tossici, l’aria i fiumi e i mari inquinati. Le periferie delle città sono lazzaretti, in loro non c’è posto per la dignità uomo.

Risultati immagini per Natale A santa maria ai Monti Roma

Abbiamo bisogno di vivere sul serio il Natale che viene a partire dalla nostra umanità, per saper accogliere degnamente quella di Cristo. Il Natale descritto dai profeti, in particolare Isaia si colloca sul versante della umanità in un punto molto preciso: dividere il pane con l’affamato. Il vero Natale è l’incontro con le persone più bisognose e solo così si può incontrare Dio che viene. Il Natale che aspettiamo di cui parlano i profeti fino a Giovanni Battista è il digiuno dall’egoismo, dall’interesse privato, dalla corruzione, dalla globalizzazione della indifferenza.

Nel bambino Gesù, debole come ogni uomo, che deve compiere il suo viaggio, Dio stesso si rivela, si rende presente, viene ad abitare la nostra storia. La debolezza è la casa di Dio. Questo significa anche che lo sguardo su Gesù bambino deve diventare anche sguardo su noi stessi, nuova comprensione di noi e della nostra povera vita di donne e di uomini, come luogo in cui, proprio grazie alla nostra debolezza, Dio vive, si rende presente, e ci ama fino alla fine.


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Tempo di Natale: Giuseppe uomo giusto

Afferma il vangelo circa Giuseppe:«poiché era uomo giusto» (Mt 1,19) .

Prima di tutto Giuseppe era un uomo; con la sua fede, e con i suoi dubbi, con il suo amore e con il suo timore. Giuseppe non è giusto perché rispetta la legge ( che gli avrebbe consentito di ripudiare Maria) ma  è «giusto» perché supera la legge e si inoltra nei sentieri dell’amore. Giuseppe è “giusto” perché ama Maria e crede nel progetto di  Dio. Giuseppe realizza in sé ciò che dice il Salmo: «Beato l’uomo che teme il Signore, la sua giustizia rimane per sempre. Spunta nelle tenebre come luce per i giusti, buono, misericordioso e  giusto. Il giusto sarà sempre ricordato (cf Sal 112/111, 1.3-4.6).

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Noi abbiamo bisogno di questa giustizia, non la giustizia della legge, ma la giustizia come virtù, una delle quattro «virtù cardinali» insieme alla prudenza, la fortezza e la temperanza. Noi abbiamo anche bisogno di uomini e donne come Giuseppe ; persone di fede, di speranza e di carità. Queste tre parole non si possono dire separatamente, perché sono una sola parola. Se io separo la fede dalla speranza o la fede dalla carità,compio una divisione indebita. Abbiamo avuto nella storia,anche la nostra storia contemporanea, uomini di fede senza speranza che hanno combattuto ogni innovazione, ogni attesa dei poveri, in nome della loro fede. Abbiamo avuto  uomini di grande fede senza carità che hanno ammazzato gli uomini per la loro fede. Non separiamo ciò che Dio ha unito! Come ha fatto Giuseppe uomo giusto.


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Tempo di Natale : la storia cambia direzione

A Natale la storia cambia direzione: Dio verso l’uomo, il grande verso il piccolo, dal cielo verso la terra, da una città verso una grotta, dal Tempio a un cam­po di pastori. La storia rico­mincia dagli ultimi.

L’impero romano controllava il mondo con la spada di Cesare; certamente anche con il Diritto romano, ma fondamentalmente con la spada. Ecco tra la spada e il diritto, non sempre nemici, anzi spesso alleati, nasce un bambino. Un bambino supera il Diritto, rende inefficace la spada. Oggi in particolare, in Siria non lontani dalla terra di Betlemme, il bambino  ci dice che i bambini di Aleppo sono morti uccisi dalla spada e dal Diritto, ma un bambino li risorgerà.

Natale è l’inizio della resurrezione del corpo. Dio si fa bambino, e da quel giorno la carne oltraggiata, dilaniata, violentata dei bambini, diviene santa, sacra, incomincia a risorgere. Chiediamo la pace per i bambini di Aleppo, altrimenti nessuno ha il diritto di festeggiare il Natale.

Risultati immagini per Natale A santa maria ai Monti Roma

La parola «pace»quando non viene dalla spada,ma quando viene detta al nella capanna di Betlemme, non è retorica politica, ma è realtà. La pace è innumerevoli cose; è il necessario per vivere,un lavoro sicuro,la gioia dei bambini quando scartano i regali. È anche tutto questo la pace.

Natale è il più grande atto di fede di Dio nell’umanità.Egli af­fida il Figlio nelle mani di una ragazza inesperta ma buona, ha fede in lei. Maria si prende cura del neonato, lo nutre, lo cresce lo ama, lo fa anche giocare.Allo stesso modo, nell’incar­nazione Dio vivrà sulla nostra terra solo se noi ci prendia­mo cura di lui, ci prendiamo cura del Creato, ci prendiamo cura di ogni bambino.

La Parola di Dio che diventa carne è una Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia. E’ una Parola efficace che non torna indietro, senza prima aver operato ciò per cui era stata mandata. E’ una Parola che porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera creazione, assetata di vita, di libertà, di dignità, assestata di Dio.