ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Gesù passa oltre e se ne va

Non è sempre facile credere al Dio di Gesù Cristo. A volte è più facile credere a un dio che distribuisce miracoli, a un dio da meritare più che da accogliere.

Gesù ci invita invece ad allargare lo sguardo, ci invita a vedere meglio; ci parla di un Dio che cammina di terra in terra, che a Zarepta soccorre una vedova straniera, che in Siria guarisce  dei lebbrosi. Un Dio che cammina quotidianamente con noi, nell’ordinario e che non guarda prima di tutto i nostri meriti o le nostre appartenenze, ma ai nostri bisogni e ci ama per quello che siamo.

Credere in un dio che guarda prima di tutto i meriti o le appartenenze ha come conseguenza rappresentare una Chiesa che si difende, che esclude chi non ha meriti da vantare, o chi ne ha pochi; una Chiesa che diventa una elite, una struttura chiusa che non accoglie come non affascina se non pochi eletti. Una Chiesa che non incide nella realtà quotidiana, che passa solo per la tangenziale delle nostre vite, fermandosi all’occorrenza nei salotti televisivi e nelle lobby.

Credere invece al Dio di Gesù Cristo che guarda prima di tutto alle nostre debolezze e ai nostri bisogni si traduce nel costruire “una Chiesa in uscita”, dove i confini sono il mondo, dove i pastori hanno l’odore delle pecore non soltanto dell’incenso, e dove nessuno si sente escluso o abbandonato.

Attorno a Gesù ci sono sempre stati e ancora ci sono gruppi di fanatici, violenti e integralisti, che usano la religione e la Chiesa per i propri interessi. Lo sa bene e lo ha ricordato recentemente anche Papa Francesco – alcuni non servono la Chiesa ma si servono della Chiesa per i loro interessi.

La frase del Vangelo – «passando in mezzo a loro si mise in cammino» (Lc 4,30) – rappresenta uno straordinario monito per tutti noi e per tutta la Chiesa. Gesu’ passa oltre, se ne va. Se ne va, quando la fede si allea con il potere. Se ne va, quando il clericalismo prevarica sul popolo di Dio e sullo stesso Vangelo. Se ne va, quando il Vangelo è ridotto a legge morale e non ne è il fondamento, o quando si difendono principi astratti e privilegi molto concreti invece di comprendere e accompagnare situazioni ordinarie molto concrete.

Il Signore va verso e rimane dove la fede è semplice e sincera; dove la speranza non è retorica, ma attesa fiduciosa di una promessa che si compirà; e dove la carità ascolta il grido del povero e tende la mano ad ogni fratello, senza giudizio, condizioni o “preferenza di persone”.

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La resurrezione è la Buona Notizia di Gesù

Riflessione nella Festa di Tutti i Santi e nella Commemorazione dei defunti 

Noi crediamo che quel Dio che ha creato l’universo, che ha dato la bellezza ai fiori, che ha dato le stelle al cielo, e il cielo alle stelle, e che ha dato la vita anche a noi, questa vita già la custodisce per sempre con sé. Dice la Liturgia: “ai tuoi fedeli Signore la vita non è tolta ma trasformata”. Gesù Cristo è colui nel quale si è compiuto il mistero del morire e del vivere. La resurrezione è la Buona Notizia di Gesù Cristo.

Però questa Buona Notizia dobbiamo viverla e saperla gustare ogni giorno, come il pane quotidiano, perché Gesù ha fatto così e questo ci ha raccomandato. Quando Lui dava la vista ai ciechi era già resurrezione, quando dava il pane agli affamati era già resurrezione. Quando di fronte a Pilato diceva: “Tu non hai nessun potere se non ti fosse dato dall’alto” spezzava le catene dell’impero romano e di ogni impero, ed era già resurrezione. Gesù prima ancora di vivere in se stesso il dono della vita da parte del Padre, ha liberato da tante morti quotidiane.

Noi cristiani dobbiamo ringraziare la filosofia che riflette sul mistero della vita e la scienza che tenta di rendere il vivere e il morire più dignitosi, ma non possiamo rassegnarci ad accettare nessun sepolcro.

Noi crediamo che la morte non sia un evento naturale, ma l’evento di una natura corrotta dal mistero del male e del peccato; noi crediamo che la gioia, la felicità, la vita sono un evento naturale. Noi siamo fatti per la vita, questa è la nostra natura. Gesù Cristo “vero uomo” significa non soltanto il grande dono della Incarnazione nella notte di Natale, ma vuole dire anche “uomo vero”, l’uomo come Dio lo aveva pensato e creato, cioè immortale.

Nel mistero della nostra Redenzione abbiamo il Sangue e le lacrime: il Sangue del Figlio, le lacrime della Madre. Pensate, che cosa straordinaria, un luogo, il Calvario ai piedi della Croce, dove il Sangue e le lacrime si incontrano.

Gesù, sulla strada di Naim, si è fermato davanti alla bara del figlio unico, per le lacrime di quella povera madre. Il pianto di Marta e di Maria lo commuovono al pianto prima ancora che al miracolo. Ogni volta che una mamma piange, dove qualcuno piange per amore, lì ci sono il sangue e le lacrime di Gesù e di Maria.

Il Risorto non si è fermato al pianto ma ci invita ad andare oltre: “Donna perché piangi, chi cerchi?” (Gv 20,15 ) Ognuno di noi deve recuperare la fede che è in quel “chi cerchi?” tante volte espresso nella Scrittura. Non dobbiamo mai smettere di cercare; cercare insieme e non tra i morti ma tra i viventi come ci insegna il Risorto.

Gesù Cristo è venuto per ridarci la vita per sempre, nell’attesa di poterLo un giorno incontrare: “Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10 )


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La resurrezione non ha padroni ma testimoni

Riflessione nella Festa di Tutti i Santi e nella Commemorazione dei defunti 

Nel Vangelo i Sadducei (che negavano risolutamente la resurrezione dai morti), tentano di dividere Gesù dal popolo, temendo una repressione romana. I Sadducei erano una corrente spirituale del tardo Giudaismo e insieme ai Farisei formavano la classe dirigente di Israele. Erano colti, provenienti da famiglie sacerdotali, aristocratici, e dalle loro fila venivano i sommi sacerdoti che rappresentavano tutta Israele davanti l’occupante romano.

La buona notizia della Resurrezione divide; anche San Paolo nell’Areopago di Atene sperimenterà questa divisione : “su questo ti ascolteremo un’altra volta” (At 17,4). Non dobbiamo creare divisioni; tutte le creature sono figlie della resurrezione. Noi che abbiamo ricevuto il battesimo abbiamo il compito di annunciare questa Parola di Speranza. La dobbiamo proclamare, diffondere ma senza la durezza di chi si sente padrone della verità, perché la verità della resurrezione non ha padroni, ma solo testimoni.

Narra il libro dei Maccabei, che mentre combattevano Antioco IV Epifane testimoniarono la loro fede offrendo la vita per amore del popolo. Quanti uomini e donne hanno fatto allo stesso modo nella storia. Ricordiamo il beato vescovo Romero pochi giorni prima di essere ucciso: “Io risorgerò con il mio popolo salvadoregno che risorgerà”.

La resurrezione c’entra molto con la giustizia, dice la Scrittura, e dovrebbe far crollare tutti gli usurpatori e invece si vede che molti stanno ancora al proprio posto. Questo significa che la nostra fede in qualche parte si è corrotta, si è alienata, pensa al cielo ma non fa più scelte responsabili di liberazione degli oppressi sulla terra. La Parola ci ha ”liberati dagli uomini corrotti e malvagi“ dice San Paolo.

Perché cercate tra i morti Colui che è vivo? Queste parole dell’evangelista Luca mantengono intatta la loro bellezza. Il Dio di Gesù Cristo è Colui che è vivo; questo è il Suo nome. Se Lui è vivo, mi chiama, mi cerca, mi chiede opere di giustizia di liberazione e di carità. Nell’attesa di poterLo incontrare, nella gloria della resurrezione.

 


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Il nostro compito nella storia: annunciare il primato dell’amore


Riflessioni nella Festa dei Santi e nella Commemorazione dei defunti 

Nel brano degli Atti degli Apostoli (At 14,21-27) vediamo Paolo che fonda e organizza le comunità; sono il Corpo di Cristo nel mondo. Nomi di persone, luoghi geografici; il Vangelo diventa storia. È la logica dell’Incarnazione che entra dentro la vita concreta di ognuno di noi. Nel testo dell’Apocalisse (Ap 21,1-5) vediamo invece la Città Santa, che scende dall’alto, una città in cui tutte le cose vecchie sono passate e  solo  l’amore rimane per sempre. Noi, le nostre comunità, viviamo in mezzo a queste due polarità assolute: Cristo Signore, nella Sua Parola e nei Suoi gesti, e l’attesa del Suo ritorno nella gloria, per vivere insieme nella Città Santa. Ecco, allora il nostro compito nella storia è quello di annunciare il primato dell’amore, è quello  di diventare lievito, luce accesa nella storia, spesso terribilmente buia. La nostra fede ci rende – come dice  la Scrittura – “capaci di sopportare molte difficoltà”. La Pasqua non è una alternativa storica, ma è il cuore pulsante dei nostri giorni, il senso concreto e vivo immerso nel cuore del tempo e dello spazio. Chiediamo l’intercessione di San Giovanni Apostolo ed Evangelista – “ il discepolo che Gesù amava” – per volerci più bene, per essere maestri in umanità come ricordava Paolo VI e riconoscerci discepoli amati dal Cristo rivelatore del Padre nostro che sta nei cieli.


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La festa era pronta ma gli invitati non nè erano degni

Riflessioni sul Vangelo della XXVII Domenica  Mt 22,1-14 (Forma breve Mt 22,1-10)

 In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

“Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.”

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.  Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Le tre parabole di queste ultime tre domeniche hanno sviluppato progressivamente il tema della denuncia contro le massime autorità religiose che si mostrano ostili al disegno di Dio.

Gli invitati non solo non sono venuti perché non avevano tempo per fare festa, troppo occupati a difendere i loro interessi, ma anche hanno ucciso tutti i sevi, cioè i profeti ‘La festa  era pronta, ma gli invitati non ne erano degni; ora andate ai crocicchi delle strade”. Il termine greco indica più precisamente il confine di un territorio, dove le strade romane terminavano e iniziavano le campagne con i loro sentieri.

Gesù vuole indicarci di andare verso le periferie, dove vivono gli esclusi, gli emarginati. La missione della Chiesa deve avere nelle periferie il suo centro:“’E tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’”, tutti, non c’è più un popolo eletto, ma c’è una chiamata universale.

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale”. Chi accoglie la chiamata, la deve poi vivere in un cambiamento concreto, a partire dalla eucarestia. L’eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’eucarestia ad una devozione privata, intimistica, in un rapporto esclusivo tra me e il Signore, dove  gli altri e il mondo non ci sono più. Il nostro battesimo è un battesimo che ci deve rendere appassionati , incapaci di stare in silenzio davanti alle ingiustizie. L’annuncio del vangelo è affidato  a chi ha questa passione, ed è un annuncio urgente, perché Gesù  ricorda la Scrittura verrà dopo la Giustizia e la Giustizia ancora non c’è.

Il vangelo nella sua potenza può vincere ogni resistenza: anche le nostre schiavitù pesano sulla nostra vocazione; ci impediscono di metterci in cammino verso un esperienza di liberazione, di passaggio a una vita nuova; forse accusiamo varie situazioni esterne, ce la prendiamo con qualche faraone di turno: la verità è invece nel riconoscere che dentro di noi c’è la schiavitù c’è l’ostinazione, c’è il rifiuto a vedere segni, i miracoli, il passaggio di Dio nella nostra vita. Allora possiamo ricevere tutti i sacramenti che vogliamo, possiamo credere di essere buoni e giusti perché non facciamo il male, ma siamo lontani dal vivere la gioia di questo passaggio di Dio dentro di noi.

Non abbiamo sempre compreso che le scelte fede, sono esperienze che vanno vissute, dentro la nostra esperienza umana, perché sono il segno, la manifestazione dell’agire di Dio in noi. Quando Dio è in noi, pur camminando tra le vicende non sempre facile di questo mondo, è certo che siamo aperti ad una esperienza nuova di libertà che dà una gioia nuova alla nostra vira.

 


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La nostra vigna senza più mura

La nostra vigna, la nostra Europa, il nostro mondo, sono davvero come quella descritta da Isaia: ormai i muri di cinta non ci sono più, ormai siamo provvidenzialmente assediati dai poveri, da quelli che sono esclusi.

Ci sono allora quelli che guardano con contentezza a questi popoli che sono arrivati, a questa nuova possibilità di fraternità.

Altri vivono in un una paura indotta, un sospetto non certamente cristiano, e vorrebbero restaurare un passato che non c’è più; e ben passato sia. Alcuni tentativi di recuperare una situazione di occidente padrone, o anche di una civiltà cristiana, sono patetici, antievangelici e nascondono solo maldestre manovre di mantenimento di poteri e privilegi.

Siamo comunque in una situazione sociale, politica e anche religiosa divisa, lacerata; è un bene che sia così. In questo modo noi cristiani siamo costretti a fare delle scelte precise; nel mondo ma non del mondo ricorda il vangelo; potremmo dire in termini moderni, nel sistema ma non del sistema; i cristiani hanno l’obbligo di schierarsi dalla parte degli esclusi, delle pietre scartate come Gesù, costi quel che costi.

Nel vangelo di questa domenica, Gesù si rivolge ancora «ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» (Mt 21,33), cioè a tutti quelli che avrebbero dovuto custodire la vigna. Al contrario, approfittando del loro incarico, hanno tramato soltanto per i loro interessi.

Quale raccolto si attendeva il Signore? Isaia: Aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non più grida di oppressi, non più sangue! Il frutto che Dio attende è una storia che non generi più oppressi, sangue e ingiustizia, fughe disperate e naufragi.

L’autorità è davvero preziosa quando si prefigge di prendersi cura. A volte purtroppo si vedono vignaioli, autorità, poco autorevoli, che si occupano dei propri interessi personali o di famiglia, o di partito o di gruppo di appartenenza, pieni di vanità e di potere; molti mercenari siedono in alto; sono pastori come ricorda il profeta Geremia: che pascolano se stessi e rovinano il popolo di Dio

 

«Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio»”. Ci penso spesso a questo versetto; sta già avvenendo. Non solo il regno di Dio ci viene “tolto”, ma “«Sarà dato a un popolo»”. Sta già accadendo. Sta accadendo a livello di popoli e di nazioni; deve accadere anche a livello delle singole autorità.

Questa sostituzione di popoli e di autorità va intesa prima di tutto come un appello del padrone della vigna, alla conversione; il Signore ci chiama, non solo a mai trasformare la nostra autorità in potere, non solo a produrre vino buono per tutti e non solo per alcuni, ma in modo particolare e urgente ci chiama a riconoscere i segni dei tempi, la presenza del Suo Spirito in mezzo a noi.

Il Signore ha mandato i suoi servi, che sono i profeti, ai contadini, che sono le autorità religiose di ogni tempo. Molti profeti sono stati rifiutati e anche uccisi; molti profeti sono stati messi ai margini e ripudiati; tutto questo si può riassumere nelle difficoltà che ancora oggi il Concilio Vaticano II produce in tanti cosiddetti conservatori, che vogliono conservare solo la loro ideologia e i loro privilegi.

Chi possiede nella Chiesa autorità, deve vigilare perché è molto semplice ridursi a uomini e donne di potere. «Udite queste parabola i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro» (Mt 21,45). La Parola di Dio meditata e pregata ogni giorno, l’Eucarestia celebrata, ci aiutino a servire la Chiesa e il mondo e non a servirsene.

 


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San Francesco una testimonianza che continua a rinnovare il mondo

San Francesco ci sorregge in quella grande avventura dello Spirito che è la nostra vita di fede.Ha testimoniato   che la Parola di Dio è una Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita, spesso così difficile in tante giornate. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera umanita’in cammino verso la pienezza, di Dio. Ha testimoniato qui a Roma che una Chiesa in preghiera con Pietro e per Pietro è una Chiesa in cammino verso il Risorto. Ha testimoniato come Profeta, la sofferenza della incomprensione e anche della derisione dei profeti di sventura. Ha testimoniato la gioia del Natale. Ha testimoniato che l’eucarestia non è un rito ma uno stile di vita, di vita eterna.

La sua testimonianza continua   lungo i secoli, cominciando dai lebbrosi che incontrava fino ai lebbrosi dei nostri giorni. La nostra società vuole ispirarsi ai grandi principi dell’uguaglianza e della fraternità, cari all’illuminismo, e ai principi cristiani, ma si trova a compiere una impossibile quadratura del cerchio. Fa finta di voler inserire in sé, dentro le proprie città, l’escluso, (l’immigrato, il clandestino, il senza fissa dimora, il carcerato) ma non ci riesce; perché non ci riesce?Non ci riesce perché dovrebbe contestare se stessa, nei propri principi costitutivi, e non ne ha il coraggio, anzi meglio non ne abbiamo il coraggio.

San Francesco ha avuto il coraggio di contestare se stesso, la società e la Chiesa del suo tempo; ed è cominciato un altro Francesco, un’altra società, un’altra Chiesa. Oggi siamo in tempi di grande inquietudine. Ci sono vari tipi di inquietudini. Ci sono purtroppo inquietudini non sane, cattive, violente, razziste, egoiste, borghesi.

La sana inquietudine invece nasce dal desiderio di allargare i confini delle nostre città, perché ci sia posto anche per quelli che sono esclusi e nasce dalla necessità di aggiornare le regole della nostra società, perché la violenza non nasca da dentro di noi; già sta succedendo. Questa sana inquietudine, morale, giuridica, politica, religiosa, è l’ultimo lembo della nostra dignità.

San Francesco è anche un testimone della dignità dell’uomo, di ogni uomo.

San Francesco ci testimonia che Gesù è andato fra i lebbrosi di ogni tempo, per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare le nostre città e scoprire che sono loro molto spesso immonde. Questa è la rivoluzione cristiana, il capovolgimento. Se preghiamo con le beatitudini vediamo che sono fatte di immondi. Chiediamo a San Francesco di intercedere affinchè nessuno di noi trasformi Gesù in un profeta accomodante a misura delle nostre società. Chiediamogli di intercedere presso il Signore per allargare i nostri confini, i nostri spazi, i nostri cuori, per accogliere i piccoli di ogni tempo.