ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Ha saputo amare anche nelle tenebre

In memoria di Madre Teresa di Calcutta a 20 anni dalla scomparsa

Ricorre oggi il ventesimo anniversario della morte di Madre Teresa di Calcutta, straordinaria donna di fede e missionaria proclamata santa. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar, il giorno della scomparsa della madre ebbe a dire : “Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo.” Queste parole esprimono efficacemente l’ampiezza, la grandezza, la profondità del servizio alla vita che questa piccola donna ha saputo esprimere nella fede in Dio e nell’uomo, in ogni uomo. Oggi sulla sua tomba bianca nella casa di Calcutta i pellegrini di ogni tempo e di ogni fede possono leggere un versetto del Vangelo di Giovanni: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Giovanni 15,12).

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Prima che essere donna d’azione, Madre Teresa era una donna di preghiera. Questo forse spiega la sua intrepida forza d’animo lungo una vita vissuta tra le miserie e le sofferenze del mondo. Diceva di se stessa e delle sue suore: “Siamo delle contemplative che vivono in mezzo al mondo. […] La nostra vita deve essere una preghiera continua” (R. Allegri, “Madre Teresa mi ha detto”, Ancora Editrice, Milano, 2010, pag. 59). Silenzio e preghiera sono ancor più necessari oggi per testimoniare Cristo con la vita e la carità, per vivere la nostra missione di uomini e di donne in un mondo sempre più complesso e difficile.

Nell’agosto del 1946 Madre Teresa cominciò a sentire la “ chiamata nella chiamata” come la definì lei stessa. Era la sera del 10 settembre in treno mentre andava nella città di Darjeeling per fare gli esercizi spirituali: “Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione […] Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta […] ” (Cit. in Renzo Allegri, Madre Teresa mi ha detto, Ancora Editrice, Milano, 2010). Fu una chiamata interiore, una voce nel silenzio della preghiera che la spinse ad aprirsi all’accoglienza dei più poveri tra i poveri. Madre Teresa ha saputo coltivare e praticare il dono evangelico dell’accoglienza. Accogliere, prima di tutto nel proprio tempo, nel proprio cuore, andando a cercare chi era solo e abbandonato. Madre Teresa ha fatto la Chiesa in comunione, abbattendo ogni muro di indifferenza e di ipocrisia.

Davanti ai tanti calvari di tanti uomini e donne del nostro tempo, davanti alle croci degli uomini di ogni razza e religione, Madre Teresa ha saputo contemplare il volto di Cristo, come l’unità di misura di tutti quelli che danno la vita per amore. Con la forza dell’amore, questa suora che era in se stessa la carità, ha saputo fare una cosa grandiosa, una cosa divina; ha dato un nome, una dignità ad ogni croce. Cosa significa dare un nome alla croce ?

Gesù nella sua pienezza di Messia non era più un ebreo, era l’uomo: “Ecco l’uomo”. Il nome sulla croce è Uomo. Hanno certamente importanza le nostre distinzioni culturali, etniche, religiose ma quando si è in croce, quando si muore non contano più. Questa uguaglianza nel negativo è importante, perché Gesù l’ha assunta su di sé come un appuntamento: «Quando sarò sollevato sulla croce attirerò tutti a me». Tutti. Madre Teresa si è lasciata attirare ed ha attirato moltissimi alla croce di Gesù figlio dell’uomo, Salvatore di ogni uomo. Ecco perché, esattamente come ha fatto Madre Teresa non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, ma dobbiamo chiedere con forza la difesa della dignità dell’uomo, di ogni uomo.

Ci sono un ecumenismo e un dialogo intereligioso della carità, in cui Madre Tereesa credeva molto: “C’è un solo Dio, ed è Dio per tutti; è per questo importante che ognuno appaia uguale dinnanzi a Lui. Ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore ed un cattolico a diventare un cattolico migliore. Crediamo che il nostro lavoro debba essere d’esempio alla gente. Attorno noi abbiamo 475 anime: di queste, solo 30 famiglie sono cattoliche. Le altre sono indù, musulmane, sikh… Sono tutti di religioni diverse, ma tutti quanti vengono alle nostre preghiere”. (Lucinda Yardey, Mother Teresa: A Simple Path, Ballantine Books, 1995.)

Com’e’ ormai noto, Madre Teresa ha anche sperimentato il buio della fede. In una delle sue lettere pubblicate postume scriveva di non sentire “la presenza di Dio né nel suo cuore né nell’Eucaristia”. E confidava : “Nella mia anima sperimento proprio quella terribile sofferenza dell’assenza di Dio, che Dio non mi voglia, che Dio non sia Dio, che Dio non esista veramente”.

In quegli anni, Madre Teresa si è offerta veramente tutta al mistero, ancora una volta con l’atto supremo di donazione nell’amore, che lei descrive con parole impressionanti: “Ho cominciato ad amare le mie tenebre perché credo che siano una parte, una piccola parte delle tenebre di Gesù e della Sua pena sulla terra“( Franca Zambonini, “Madre Teresa: la mistica degli ultimi”, Paoline, 2003, pagg. 33-34).

Madre Teresa ha saputo amare anche le tenebre, proprio come Gesù che ha vinto la morte con l’amore.

Nel nostro blog abbiamo in passato raccolto delle testimonianze di devozione verso Madre Teresa dall’India e dalla Cina.

 

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Annunciamo e portiamo il vangelo ai poveri

Quel sabato nella Sinagoga Gesù prese il il rotolo del profeta Isaia e – come dice il testo greco  trovò quel passo dopo averlo cercato. Il verbo greco infatti è eurisko – da cui viene la ben nota esclamazione eureka! Gesù cioè sceglie un passo che probabilmente non era previsto si leggesse e che invece Lui cerca e trova apposta per leggerlo in quel momento.

Si tratta del capitolo 61 del profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”.

Qual è questo “vangelo” di cui ci parla Isaia a cui fa eco Gesù? Il “vangelo” che si attendono i poveri – i primi a cui ancora una volta questo lieto annuncio è rivolto – è la fine della povertà. I prigionieri attendono la libertà, i ciechi si aspettano di poter vedere, e gli oppressi di essere sollevati dai loro pesi.

Nel mondo siamo testimoni, spesso piuttosto spettatori volenti o inermi, di tante forme di povertà (materiale, morale, spirituale), ingiustizie, prevaricazioni, disabilità, vulnerabilità…. Anche noi, nelle nostre vite, abbiamo le nostre povertà, siamo prigionieri di tante cose e siamo oppressi in qualche parte del nostro cuore. Ma, ci ha preannunciato Isaia e ci ha ricordato il Signore Gesù: “Coraggio, non temere, Egli viene a salvarti”(Is 35,4). E ancora ci dirà : “La verità vi farà liberi”(Gv 8,32). Quella salvezza, quella verità è proprio il Signore Gesù, che è il compimento della Scrittura, cioè il compimento del “lieto annuncio”.

E’ importante allora per tutti noi avere la coscienza, avere la certezza che c’è un punto, un “stella polare” dove guardare; che camminiamo su un sentiero già tracciato e – come ci ricorda Isaia – “spianato” dal Signore, nel deserto, che sono a volte le nostre vite, le nostre società. Dobbiamo tenere lo sguardo fisso su di Lui  e seguirlo, lasciandoci guidare dallo Spirito, certi che così non smarriremo la via. Molte volte noi cerchiamo ma non troviamo (la soluzione di quel tale problema, la risposta ad una certa domanda, il coraggio di fare una scelta…) proprio perchè prima che affidarci allo Spirito e distogliendo lo sguardo da Gesù, contiamo solo sulle nostre forze, pianifichiamo solo in base ai nostri calcoli, guardiamo solo alle nostre priorità. E non capiamo che dobbiamo “rovesciare” il nostro modo di pensare, vedere e fare le cose: perché prima di tutto siamo noi ad essere già stati trovati e soprattutto amati e “salvati”.

Scrive ancora l’evangelista Luca:” Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti, erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

Noi dobbiamo certamente essere informati, preparati, leggere, pregare e meditare la Parola di Dio, ma subito dopo abbiamo il dovere di chiudere il “libro”, “arrotolarlo” come ha fatto Gesù, per metterci al servizio di quelli che aspettano la liberazione e che hanno gli occhi fissi su di noi e si attendono da noi una parola di conforto, una presa di posizione, un gesto di speranza, forse anche di rottura. Ricordiamoci sempre di cosa ha detto il Signore: “beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”. Oggi sono milioni i bambini, le donne, i popoli interi che attendono e che ci guardano. E  ragionando  più “in piccolo”, ci sono tanti che si aspettano una risposta da noi nelle nostre vite – i nostri vicini, i colleghi, i familiari, i poveri che sono nelle strade delle nostre città. Da troppo tempo il nostro occidente, le nostre case, a volte anche le nostre chiese assomigliano alla comunità di Esdra descritta nella Bibbia, chiusa nella propria autosufficienza e dimentica dei bisogni dei poveri. In tanti attendono la liberazione e tengono gli occhi fissi su di noi.

Il nostro compito di cristiani è prima di tutto contribuire alla costruzione di una società liberata, noi prima di tutto siamo battezzati nello Spirito che libera gli oppressi e dobbiamo sentire forte l’urgenza di questo compito, di questa missione, la liberazione dei poveri, degli oppressi e degli emarginati.


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Fede in Dio e nell’uomo

Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? ” il grido del profeta Abacuc appartiene a molti. In tanti aspetti della vita spesso siamo vittime e testimoni di iniquità, ingiustizie e sopraffazioni di ogni genere. E’ vero anche che a volte siamo complici, magari con il nostro silenzio, o il nostro voltarsi dall’altra parte. Il profeta ascolta poi la risposta di  Dio: “ scrivi la visione è una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà ”. Conclude: “il giusto vivrà per la sua fede”. Che cosa è allora la fede? E’ quella fiducia che dona la forza di combattere nell’attesa del Suo ritorno. Noi infatti viviamo l’Eucaristia “finché egli venga“nell’attesa della tua venuta”. Dobbiamo poi tenere sempre presente che la fede non è nata dal ricordo di Gesù, da qualcuno che ce lo ha raccontato solamente.

La fede è nata da una presenza, non da una rievocazione (con buona pace dei tradizionalisti che vivono una Chiesa del ricordo e non della presenza). Cristo deve tornare e noi lo aspettiamo, ma è già presente nel dono dello Spirito. Stette in mezzo a loro raccontano i vangeli a proposito del Risorto. Gesù si fa presenza, dentro una comunità che è capace di sostenere, la paura, il pericolo, ma direi soprattutto per otto giorni porta sulle proprie spalle, anche l’incredulità, la non fede di Tommaso e chissà di quanti altri. Tommaso dubita, non crede, eppure rimane dentro la comunità, e neanche nessuno lo caccia via: rimane in un gruppo che non lo esclude. Che bella la Chiesa che accoglie e non esclude, sostiene e non isola nessuno. Una Chiesa che proprio come Gesù sempre ti aspetta con le porte aperte, anzi ti viene a cercare, rispettosa perfino della nostra poca fede e delle nostre paure.

Stiamo tutti molto attenti a separare troppo in fretta la fede, la speranza e la carità, perché in fondo sono una cosa sola. Nella storia abbiamo conosciuto uomini di fede che hanno distrutto tante speranza, specialmente quelle dei poveri. Abbiamo conosciuto uomini di fede senza carità che hanno ammazzato altri gli uomini. Non è bene anche, distinguere troppo rigidamente tra credenti e non credenti. Ci sono alcuni che dicono di credere in Dio ma non credono nell’uomo; altri dicono di non credere, ma sono a servizio dell’uomo, specialmente il più debole e indifeso. E’ lo Spirito l’unico che può distinguere, nell’attesa della verità tutta intera.


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Non amiamo a parole ma con i fatti

Riflessioni sul messaggio di Papa Francesco sulla Giornata Mondiale dei Poveri.

Il 19 novembre nella 33.ma Domenica del Tempo ordinario sarà celebrata da tutta la Chiesa Cattolica e dagli uomini di buona volontà la prima Giornata Mondiale dei Poveri, che Papa Francesco ha voluto istituire pochi giorni fa e che aveva già annunciato al termine del Giubileo della Misericordia. In quel giorno come segno di condivisone, il Papa inviterà a pranzo 500 poveri nell’Aula Paolo VI, l’aula delle udienze che porta il nome del grande pontefice della Populorum Progressio, dopo aver celebrato la Messa in San Pietro. Il giorno precedente (Sabato 18 ) ci sarà una Veglia di preghiera nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura, per fare memoria del martire romano che ha riconosciuto i poveri, come vero tesoro nella chiesa.

“Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste” (Messaggio per la I giornata mondiale dei poveri al n 6).

“Non amiamo a parole, ma con i fatti” è il titolo del primo messaggio di Papa Francesco per questa giornata. Il Papa parla dei “mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte della schiavitù, dall’esilio e della miseria, dalla migrazione forzata” ( n 5).

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Non sorprende la fugace attenzione data, anche dentro la Chiesa, alla proclamazione di questa giornata mondiale. Non sorprende ma amareggia, e tutti siamo chiamati a reagire con forza alla indifferenza verso i poveri.

Chi ha molti denari e molte sicurezze rischia di vivere come gli «spensierati di Sion» di cui parla il profeta Amos, e si costruisce un mondo tutto suo, e anche se alla sua porta ci sono migliaia di Lazzari nemmeno se ne accorge. L’ epulone dei nostri anni a volte se ne accorge e allora fa qualche elemosina per i poveri, dona qualche vestito vecchio che non mette più, pur di non avere il disturbo dei Lazzari alla sua porta.

In tutte la Chiesa cattolica si legge spesso la parabola del Ricco Epulone ma domani Lazzaro starà come oggi. Niente cambia. Purtroppo il messaggio di Gesù è stato spesso imprigionato nel sistema e lo abbiamo un po’ reso innocuo; non incide più nella nostra vita reale. Questo è l’abisso di cui parla  il Vangelo. Inoltre tutti vediamo che l’abisso tra i Lazzari e gli epuloni si è allargato e si sta allargando a dismisura.

Noi epuloni abbiamo da secoli deciso che non si può consentire la promiscuità tra chi è dentro e chi è fuori. Lazzaro deve stare fuori dal sistema, dalle nostre città, la Bibbia direbbe dall’accampamento. Lazzaro poi non solo è escluso ma deve essere anche convinto che sia normale così, che sia giusto. L’esclusione lo tocca dentro, nella coscienza.

La nostra società però dice di ispirarsi ai grandi principi del Cristianesimo, dell’ Illuminismo, della democrazia e allora prova ( fa finta?) ad inserire dentro di se Lazzaro l’escluso, ma non ci riesce, perché dovrebbe contestare se stessa nei propri principi costitutivi. Gli immigrati sono i Lazzari del ventunesimo secolo e noi sappiamo solo allargare il fossato.

I cristiani e tutta l’umanità, non si dimentichino che Dio sta dalla parte dei Lazzari, anzi Dio in questo mondo è Lazzaro. Gesù è andato fra gli immondi per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare le nostre città, il nostro sistema, e scoprire che il vero Lazzaro, il vero immondo è proprio il sistema. Questa è la rivoluzione cristiana. Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli esclusi perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi, perché sappiano che la dignità e’ un loro diritto inalienabile. Il sistema poi ha provato ad addomesticare Gesù “promuovendolo” a tutore dell’ordine ma Lui si è divincolato, andando contro ad un sistema che esclude, ribellandosi al potere politico/religioso e a quello economico. Per questo è stato crocifisso come un Lazzaro qualunque: “Come un delinquente voi lo avete appeso ad un legno” dice Pietro, nel primo discorso dopo la Pentecoste. Le Beatitudini ci dicono che i Lazzari hanno già vinto in Cristo la loro battaglia di dignità. Ora ci stanno venendo incontro, e sono milioni. Non ci vogliono distruggere, ma dirci la Parola della salvezza che è stata loro affidata. Beati i Poveri perché vostro è il Regno di Dio dirà Gesù. Vostro è il segreto della vita.

Le ricchezze non sono un fine, ma uno strumento nelle mani degli uomini; spesso sono diventate uno strumento iniquo perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e assoggettare interi popoli al controllo di alcune elite. Siamo arrivati nella storia perfino allo sterminio programmato e calcolato dei poveri, come ricorda ancora il profeta Amos. Grazie a Dio il progresso culturale dei popoli sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile. Gesù invita i suoi discepoli ad essere “scaltri” nell’uso delle ricchezze. Chiede ad ognuno di noi un diverso rapporto con le ricchezze sia sul piano individuale che in quello comunitario. Proprio per questo non può più bastare il gesto privato della elemosina; bisogna agire perché la ricchezza possa diventare uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli; questa è la concretezza del vangelo, che per sua natura è un fatto sociale. La storia ci insegna che non pochi si sono allontanati dalla Chiesa e dalla fede, perché hanno ricevuto una cattiva testimonianza nell’uso del denaro e delle ricchezze. Assistiamo poi in questi anni come cristiani e cittadini del mondo a due fatti molto importanti. Papa Francesco sta testimoniando la possibilità concreta di una Chiesa povera per i poveri, ed è uno straordinario dono del Signore, un esempio che ci stimola a sempre nuova conversione. Inoltre al contempo assistiamo al fatto che molti poveri, si stanno -potremmo dire così- riprendendo il vangelo, spesso a loro nascosto, dietro parole di circostanza e umilianti elemosina. I poveri oggi sono coscienti che il vangelo è prima di tutto per loro, e non sono più disposti ad aspettare per i loro diritti e la loro dignità. Rileggiamo e meditiamo attentamente a questo proposito le parole profetiche di don Primo Mazzolari, prete povero tra i poveri al quale papa Francesco renderà onore, pregando sulla sua tomba fra pochi giorni:” io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare; i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure c’è chi tiene la statistica dei poveri, e ne ha paura; paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.” Sta già avvenendo.


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Cenere Acqua e Polvere. Riflessioni sul Mercoledì delle Ceneri inizio della Quaresima

Tutti ricordiamo i nostri nonni che al fiume lavavano i panni con un po’di cenere e un po’ d’acqua. Cenere sulla testa il mercoledì che inaugura la Quaresima e acqua sui piedi la sera del Giovedì Santo; la Quaresima è significata proprio in questi due gesti semplici e profondissimi. Le maschere di carnevale sono tanto belle, ma vanno bene solo per un giorno; poi c’è la vita con la sua faccia dura e vera, il cammino di un percorso impegnativo che coinvolge ogni uomo e tutto l’uomo, proprio dalla testa ai piedi.

La Quaresima ci fa entrare nel deserto, come sanno tante famiglie, che svestite le maschere, sperimentano che la festa è finita e bisogna lottare giorno dopo giorno, e spesso entrare nel deserto. Il deserto è il luogo tipico della Quaresima, una parte essenziale della nostra vita.  Come pero’ diceva con tanta efficacia Antoine de Saint-Exupéry:” in ogni deserto c’è un pozzo, in ogni amarezza c’è il germoglio di una risurrezione inaspettata”. E’ il fatto della Pasqua l’orizzonte ultimo della Quaresima. Scrive il teologo Andrea Grillo:” Recuperare la quaresima come iniziazione festiva al mistero della Pasqua è una “grande impresa”, che noi cristiani cattolico-romani, appartenenti alla seconda generazione dopo il Concilio Vaticano II, abbiamo trovato indicata da quel grande Concilio come una delle chiavi di accesso alla nostra tradizione ecclesiale e spirituale. Rimettere in moto il meccanismo simbolico di un cammino festivo di pregustazione, di preparazione, e soprattutto di iniziazione alla Pasqua”.

Pope Francis receives ashes from Cardinal Tomko during Ash Wednesday Mass at Basilica of Santa Sabina in Rome

“Convertiti e credi al vangelo” oppure “Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai“, diranno i sacerdoti spargendo la cenere. Fede e Umiltà sono necessarie per iniziare il cammino di conversione verso la Pasqua; basta una crisi economica e per molti manca il pane, una malattia e manca la gioia di vivere. Polvere è l’uomo. Eppure quella polvere, abitata dal soffio dello Spirito, è rimasta ancor oggi l’opera più bella di tutte. Lo Spirito irrompe nelle nostre fragilità e ci chiama ad una originaria e sempre nuova identità. Noi dobbiamo agire secondo lo Spirito, con quel coraggio fragile proprio ad ogni battezzato, e che vediamo  in ogni pagina di vangelo, e che ci fa ogni giorno uomini nuovi.

Il Signore, per mezzo del profeta Gioele che si legge come Prima Lettura del Mercoledì delle Ceneri (Gl 2,16-18) ci chiede di raccoglierci tutti insieme, giovani, vecchi, bambini, sposi, conviventi, immigrati, per accogliere l’invito a lasciarsi riconciliare con Dio, come ci ricorderà  S.Paolo nella seconda lettura tratta dalla Seconda Lettera ai corinzi ( 2cor 5,20-6,2).

 Gesù nel Vangelo (Mt6,1-6.16-18) ci esorta infine alla serietà del cammino. Anche Dio cammina e ci viene incontro e noi lo accogliamo con  la preghiera, il digiuno e l’elemosina. Queste non sono pratiche quaresimali singole e private, ma vogliono esprimere  il nostro cuore che si muove verso Dio e verso ogni uomo, da Pasqua in poi ormai mio fratello.

 La Quaresima ci aiuti a fare del nostro mondo interiore ed esteriore la  casa del Padre, dove tutti sono fratelli, e non una  casa di mercato (Gv2,16), dove tutti sono nemici e concorrenti.


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Dare voce a chi non ha voce. La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

La Chiesa celebra Domenica 15 gennaio la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Quest’anno, Papa Francesco ha scelto come tema: “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”. Questa giornata ha più di cento anni e fu istituita nel 1914 da Benedetto XV.

Come ormai tutti sappiamo, la questione dei migranti e’ diventata un’emergenza globale. Secondo i dati riportati dalla Fondazione ISMU, sono oltre 181mila gli arrivi via mare registrati nel 2016 in Italia, in aumento del 18% rispetto all’anno precedente. Di essi, 25mila sono minori, di cui il 14% non accompagnati. Con questa Giornata siamo chiamati  a dare voce ma soprattutto risposte a questi esseri umani, soprattutto donne e bambini, che sono costretti a fuggire e a lasciare tutto, nella speranza di una vita migliore. Ma quali risposte possiamo dare? La nostra semplice risposta è una questione di buon senso: umanità, generosità e competenza.

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In primo luogo, notiamo che molte informazioni che ci vengono date o che riportiamo non sono corrette. Questo è spesso responsabilità di alcuni media, ma anche  nostra, come  cittadini. Abbiamo infatti il dovere di informarci e di non giudicare in base al sentire e all’apparenza. Soprattutto quando si tratta di questioni così fondamentali e delicate, come quelle della vita e della sicurezza di esseri umani in fuga perché a rischio della vita e della loro incolumità.

Dalle informazioni che riceviamo e da come noi parliamo, sembra che migranti e i rifugiati siano una fetta molto ampia della popolazione italiana. Sempre secondo le informazioni della Fondazione Ismu, riportate in un recente articolo del Sole 24 Ore , gli italiani credono che gli immigrati siano il 30% della popolazione, mentre si tratta di un mero 10%. Similmente, si ha una percezione più ampia della presenza musulmana, che suscita in molti una certa apprensione. Tali errate percezioni certo non aiutano ad affrontare la questione migranti, che richiede la cooperazione e la buona volontà di tutti, dalle istituzioni internazionali, ai singoli governi, fino a noi cittadini.

Poi ci siamo noi cristiani. Specialmente noi, non possiamo sottrarci al dovere della carità e non possiamo essere vittime della paura, tanto più se immotivata. Dobbiamo inoltre superare visioni ristrette e antistoriche. I cristiani hanno come vocazione quella di passare dal particolarismo all’universalità. Il Cristianesimo è per sua natura aperto al mondo. Non a caso si è adattato a molteplici culture e sistemi sociali, “fino agli estremi confini della terra”.

Per questo seguiamo l’invito del Papa e quanto detto profeticamente da San Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato. Apriamo i confini politici ed economici degli stati. Apriamo le case sfitte, le parrocchie e gli istituti religiosi. E soprattutto apriamo i nostri cuori verso questi nostri fratelli e sorelle che soffrono. Ci renderemo conto ancora una volta della realtà del Vangelo: se metteremo insieme le nostre forze verrà fuori qualcosa di bello e di umano, come i cinque pani e due pesci che condivisi e distribuiti con equità, con l’aiuto del Signore, hanno sfamato tanta gente.

E siamo fedeli alla nostra storia. Già nel 1914, Benedetto XV, scriveva ai vescovi diocesani italiani la lettera circolare “Il dolore e le preoccupazioni”, dove chiedeva di istituire una Giornata annuale per sensibilizzare e raccogliere offerte in favore degli emigrati italiani. Nel corso degli anni si è poi sviluppata e aggiornata questa iniziativa profetica del Papa, nata nell’ambito della Prima Guerra Mondiale, per arrivare alla struttura odierna. L’azione pastorale della Chiesa riguardo alla questione migratoria ha quindi una lunga storia e una notevole esperienza, ed è sempre stata una parte fondamentale della sua Dottrina Sociale. Noi cristiani dobbiamo metterla in pratica, attuarla nel mondo, secondo i tempi e i momenti.

La storia insegna che la paura è sempre stata una cattiva consigliera. Le nostre paure, poi, sono relative. Dal punto di vista dei migranti, quelle che sono le nostre paure sono invece una speranza. In fondo se la nostra cultura europea e occidentale oggi si sente più fragile, insicura e minacciata significa anche che finalmente altri popoli stanno rivendicando dignità e cibo per i loro figli, dopo secoli di oppressione e sfruttamento. Quello che il beato Paolo VI aveva preannunciato nella Enciclica Populorum Progressio si sta verificando oggi. E realmente oggi capiamo meglio che “lo sviluppo è il nome nuovo della pace”.

Convertiamoci dunque verso uno stile di vita più sobrio, verso gesti di carità concreti, invece di tante forme di devozionismo al limite della fede che non portano beneficio a nessuno, tanto meno al nostro cammino cristiano e alla nostra anima. Un gesto di carità, una preghiera, un diverso stile di vita personale possono portare qualcosa di bello, magari una vita migliore, a qualcuno. Aggiungiamo un gesto di carità, un po’ del nostro tempo, a un Ave Maria che ci viene chiesta come penitenza nella Confessione. “La carità copre una moltitudine di peccati” – dice la Scrittura. Siamo una piccola goccia nell’oceano, diceva Santa  Madre Teresa. Eppure quella “piccola matita nelle mani di Dio” vediamo cosa ha fatto.

Oggi sullo scenario internazionale si affaccia una grande opportunità per affrontare efficacemente il fenomeno migratorio. Il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha diretto per tanti anni l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR). La sua esperienza in questo ambito è un fattore molto importante e certamente ha pesato sulla sua designazione. E’ una cosa che lascia ben sperare. Il mondo, nella sua sede istituzionale più importante, sembra essersi finalmente deciso ad affrontare risolutamente e senza più rinvii la crisi umanitaria legata all’emergenza migranti, emergenza che è ormai quotidianità. Guterres è anche un cattolico praticante. Pensiamo che potrà così unire le competenze tecniche e politiche all’umanesimo cristiano.

E non ci dimentichiamo dell’opera misericordiosa e profetica del nostro amato Papa Francesco, che ha deciso di guidare lui stesso in prima persona la sezione dedicata ai migranti del nuovo dicastero sullo Sviluppo Umano Integrale.

Preghiamo e operiamo come possiamo per questi nostri fratelli e sorelle, apriamo a loro il nostro cuore, ciascuno secondo le sue possibilità, sensibilità e competenze.


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Riempire con una Parola di giustizia l’acqua del Battesimo

La Festa del Battesimo di Gesù che conclude il tempo di Natale ci aiuta a riflettere sul senso profondo del nostro battesimo. Noi oggi grazie allo Spirito Santo e a papa Francesco siamo in una bella crisi, una crisi che ci fa tanto bene. Stiamo passando da una appartenenza alla Chiesa di tipo sacrale, nella quale i sacramenti sono come i gradi dei militari, cioè segnano il livello di appartenenza (dal battesimo in poi), ad una visione messianica della Chiesa, costituita su Gesù servo dell’uomo. Proprio per questa crisi provvidenziale, si dovrebbero ripensare anche la forma, il linguaggio e i tempi di accesso ai sacramenti. Ad esempio si dovrebbe dare più spazio nella liturgia dei sacramenti, alla Parola di Dio. Se io getto un po’ di acqua in testa ad un bambino, mentre lo battezzo, compio un gesto semplice; ma se io dico nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo io ti battezzo, ecco la Parola di Dio che ti fa rinascere; bisogna proprio ridare la Parola all’acqua, la Parola all’olio, la Parola al pane. Il rischio altrimenti è quello di essere dei sacramentalizzati, schedati in un polveroso registro da sagrestia.

Essere battezzati vuol dire essere mandati; vuol dire chiesa in uscita. Essere battezzati vuol dire professare la fede in Gesù e dire pubblicamente io voglio vivere come Lui, facendo del bene e liberando l’uomo d ogni schiavitù. Fondamentali anche a questo proposito le parole di Pietro:” In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque nazione  appartenga ”(At 10,34).

Prima di tutto dobbiamo renderci conto  che chiunque ama la giustizia è nel cuore di  Dio,  è già uno di noi in cammino verso la pienezza che è l’atto di fede. Le distinzioni tra vicini e lontani, credenti e non credenti, vengono dopo, sono importanti ma vengono tutte dopo, non solo dopo, ma devono rimanere interne a questa comune solidarietà umana; noi dobbiamo essere uomini fra gli uomini come Gesù che si è messo in fila tra gli uomini e non certo in prima fila. Così Il Signore dirà anche ad ognuno noi:” Tu sei il mio figlio predilettonon se avremo fatto riti sacri e processioni, ma se li avremo fatti mentre servivamo gli uomini.

Gesù vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere come una colomba. Il cielo si squarciò raccontano i vangeli. Un segno di speranza per il mondo, il cielo a­perto per sempre, e non chiuso minacciosamente in nessuna legge o dottrina. Chiediamo perdono al Signore per quando abbiamo chiuso il cielo in faccia a qualcuno imponendo pesi che noi non tocchiamo neanche con un dito come disse Gesù.

Da questo cielo aperto viene come colom­ba lo Spirito, cioè la vita stes­sa di Dio. Si posa su di te, ti vuole bene, ti tende la mano e non ti lascia più. Nessun ostacolo, nessuna difficoltà, nessuna forza umana e sovraumana può impedire a Dio di volerci bene per sempre.