ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Fede in Dio e nell’uomo

Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? ” il grido del profeta Abacuc appartiene a molti. In tanti aspetti della vita spesso siamo vittime e testimoni di iniquità, ingiustizie e sopraffazioni di ogni genere. E’ vero anche che a volte siamo complici, magari con il nostro silenzio, o il nostro voltarsi dall’altra parte. Il profeta ascolta poi la risposta di  Dio: “ scrivi la visione è una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà ”. Conclude: “il giusto vivrà per la sua fede”. Che cosa è allora la fede? E’ quella fiducia che dona la forza di combattere nell’attesa del Suo ritorno. Noi infatti viviamo l’Eucaristia “finché egli venga“nell’attesa della tua venuta”. Dobbiamo poi tenere sempre presente che la fede non è nata dal ricordo di Gesù, da qualcuno che ce lo ha raccontato solamente.

La fede è nata da una presenza, non da una rievocazione (con buona pace dei tradizionalisti che vivono una Chiesa del ricordo e non della presenza). Cristo deve tornare e noi lo aspettiamo, ma è già presente nel dono dello Spirito. Stette in mezzo a loro raccontano i vangeli a proposito del Risorto. Gesù si fa presenza, dentro una comunità che è capace di sostenere, la paura, il pericolo, ma direi soprattutto per otto giorni porta sulle proprie spalle, anche l’incredulità, la non fede di Tommaso e chissà di quanti altri. Tommaso dubita, non crede, eppure rimane dentro la comunità, e neanche nessuno lo caccia via: rimane in un gruppo che non lo esclude. Che bella la Chiesa che accoglie e non esclude, sostiene e non isola nessuno. Una Chiesa che proprio come Gesù sempre ti aspetta con le porte aperte, anzi ti viene a cercare, rispettosa perfino della nostra poca fede e delle nostre paure.

Stiamo tutti molto attenti a separare troppo in fretta la fede, la speranza e la carità, perché in fondo sono una cosa sola. Nella storia abbiamo conosciuto uomini di fede che hanno distrutto tante speranza, specialmente quelle dei poveri. Abbiamo conosciuto uomini di fede senza carità che hanno ammazzato altri gli uomini. Non è bene anche, distinguere troppo rigidamente tra credenti e non credenti. Ci sono alcuni che dicono di credere in Dio ma non credono nell’uomo; altri dicono di non credere, ma sono a servizio dell’uomo, specialmente il più debole e indifeso. E’ lo Spirito l’unico che può distinguere, nell’attesa della verità tutta intera.


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La Trinita’ ci dice che la molteplicità appartiene a Dio

“Nella famiglia umana, radunata da Cristo, è restituita l’immagine e somiglianza della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore” (Papa Francesco, Amoris laetitia, 71).

Per parlare della Trinità non è bene avventurarsi in speculazioni teoriche, ma guardare alla concretezza dell’amore. L’amore che lega il Padre nella forza dello Spirito.

“Lo Spirito mi glorificherà: prenderà del mio e ve lo annuncerà” (Gv 16,14). La vita di Gesù, la Sua testimonianza che supera ogni confine e abbatte ogni barriera, sono per ognuno di noi l’esempio da imitare, il cammino da fare insieme. Gesù dona a noi, attraverso il Suo Spirito, tutto ciò che è Suo, e anche in questo darsi, in questa comunione con noi, manifesta la Sua Gloria, la Sua gioia.

“Tutto quello che il Padre possiede è mio”. La Gloria del Padre è quella del Figlio, ma per puro dono è e sarà anche la nostra gloria, se avremo risposto giorno dopo giorno alla nostra vocazione cristiana. Vivere relazioni di gratuita’, essere testimoni bellezza, fuggire non solo il male ma anche la tanto diffusa mediocrità, in una parola vivere le beatitudini evangeliche, tutto questo manifesta e ci rende partecipi della Gloria di Dio.

Il mistero della Trinità ci dice inoltre che la diversità, la molteplicità, appartengono originariamente a Dio e quindi noi dobbiamo guardare con rispetto e attenzione ad ogni diversità e molteplicità.

Il nostro annuncio del Vangelo, la nostra pastorale hanno bisogno per essere efficaci, di entrare, guidati dallo Spirito, nella vita delle persone, nei luoghi e nelle società dove palpita il cuore della modernità, con “immensa simpatia” come diceva Paolo VI. Il mondo a volte così diverso noi, cosi molteplice e complesso, ha però dentro di se i semi del Verbo, ed è già amato dal Signore.

Molte cose il Signore ha ancora da dirci come ci ricorda il Vangelo, ma già sappiamo che saranno parole di amore e riconciliazione. Nessun ostacolo, nessuna difficoltà, nessuna forza umana potranno impedirci, se noi lo desideriamo, di essere nella Gloria di Dio.


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Quando pregate dite Padre

Per quasi due millenni la preghiera cristiana era dentro i ritmi giornalieri  della vita individuale e sociale, aveva le sue scadenze, i suoi riti, le sue prescrizioni, ma anche le sue ipocrisie. Pensiamo ad esempio al rito medievale del Carroccio. In quel periodo storico i comuni italiani, prima di partecipare ad una determinata battaglia schieravano un carro su cui si celebrava l’ eucaristia e subito dopo si faceva la guerra e ci si ammazzava gli uni con gli altri. Questo esempio ci ricorda che non bastano i simboli e i riti per identificare la preghiera.

Le parole di Gesù dicono cosa è preghiera. Gesù ci dona il modello della preghiera, una cosa semplice, che nella sua semplicità getta una luce sul nostro modo spesso complicato di pregare. Pregare vuol dire riconoscere i nostri bisogni, la nostra fragilità di essere creature. Gli uomini forti e superbi infatti non pregano, ma piuttosto si fanno pregare. La preghiera esprime allora umiltà davanti a Dio e davanti agli altri uomini. «Quando pregate, dite: Padre» è l’imperativo semplice di Gesù. Tutte le preghiere di Gesù ini­ziano con questa parola Padre. Con Dio non si parla usando prima di tutto le parole della Sua divinità (ad esempio l’onnipotente). La parola tutta divina e tutta umana è Padre, perché Gesù è venuto a restaurare proprio il rapporto tra il Padre e noi  figli nel Figlio. Gesù poi da a noi una sola  garanzia come frutto della preghiera; il Padre darà lo Spirito Santo. A che serve lo Spirito? Lo Spirito è l’amore del Padre e del Figlio per ognuno di noi. Dio risponde alle nostre preghiere non lasciandoci delle leggi alle quali ubbidire, ma donando il suo Spirito, che ci guida infallibilmente nella vita ogni giorno. A questo proposito oggi la liturgia ci propone due versetti significativi:

“Vorrei scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere” (Gen 18,20). Impariamo a guardare la nostra storia personale, il mondo con gli occhi dello Spirito non con quelli della legge. Ritroviamo ogni giorno quella fiducia e quella serenità che il Signore donandoci il Suo Sopirito ci ha promesso.

“In Cristo, Dio ha dato vita anche a noi, perdonandoci tutte le colpe, e annullando il documento scritto contro di noi, che con le prescrizioni ci era contrario. Lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.(Col 2,14) Chiediamo al Signore nella preghiera di aiutarci a togliere di mezzo le prescrizioni che umiliano l’uomo e sono ostacolo alla misericordia. Salgano sulla croce della umiltà anche le persone che impediscono la misericordia, appellandosi ad una pseudo dottrina, oppure ad una pseudo tradizione che invece rappresenta precetti di uomini dirà Gesù. Queste persone non sanno pregare e non sanno amare.


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Irrompe lo Spirito per allontanare le paure del mondo

Il Cenacolo che aveva visto gli Apostoli testimoni della Cena del Signore, il luogo dove tante volte si erano trovati insieme per ascoltare la Sua Parola, diventa ora un rifugio, un nascondiglio “per paura dei Giudei” – come ricorda l’Evangelista Giovanni. E ci dicono anche gli Atti: “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”(At 2,1).

Bisogna ricordare che gli Apostoli a Gerusalemme avevano pochi amici, si erano messi contro il potere religioso e quello politico, erano considerati dai più fanatici seguaci di una delle tante sette messianiche del tempo. Rischiavano la vita per il solo predicare che Gesù era il Figlio di Dio veramente morto e veramente risorto. E infatti gli Atti ci raccontano che ben presto arriva il primo martire: Stefano, che viene lapidato a morte.

Oggi quali sono le nostre paure, che ci fanno rinchiudere nei nostri gruppi? Se escludiamo la Chiesa dei martiri che come ben sappiamo esiste e resiste ancora oggi in tante parti del mondo, notiamo che anche nella Chiesa e tra i cristiani è forte la tentazione di rinchiudersi in un’esperienza di fede elitaria, spesso anche settaria, che esclude il mondo, visto come cattivo, nemico e di cui quindi si ha paura e che si tende a giudicare anziché amare. Può succedere che a volte  la nostra fede, la nostra comunità cristiana, il nostro gruppo ecclesiale, invece che essere spazio di fraternità e di annuncio del Vangelo, si trasformi in un fortino inespugnabile, dove quelli di dentro giudicano quelli di fuori e li escludono anche. “Chiesa in uscita” secondo l’insegnamento di Papa Francesco significa anche non aver paura e non giudicare, ma al contrario essere forti nella fede e allargare gli spazi dell’accoglienza.

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He Qi, Pentecoste 

E’ in questo clima di paura e di chiusura che irrompe lo Spirito. “Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano” (At 2,1).  In quel cenacolo diventato chiuso e impaurito, lo Spirito interviene, agisce e lo trasforma, cambia il cuore di quegli uomini sfiduciati e ricrea una nuova fraternità allargata fino ai confini della terra. Ecco perché ognuno sentiva parlare nella propria lingua nativa, ci ricordano sempre gli Atti.

Ancora oggi lo Spirito ci chiama a guardare in avanti, ad aprire gli spazi del nostro cuore, a porci in ascolto della Parola. Il Vangelo non è uno scritto da ricopiare, la Chiesa non è un museo da custodire. La comunità cristiana delle origini ha avuto il coraggio dello Spirito di accogliere nel suo seno i non-circoncisi, ha osato mettere per iscritto la Buona Notizia, ed è stata pellegrina fino ai confini del mondo conosciuto. Oggi sta’ a noi trasmettere allo stesso modo “il Vangelo che abbiamo ricevuto”, senza paura, vergogna, e ovunque andiamo in questo mondo globalizzato. “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26).

Non è una cosa semplice testimoniare la Chiesa della Pentecoste, perché è la Chiesa della gioia (come ci ricordava il beato Papa Paolo VI) ma anche del martirio. Nessuno si illuda di non dover pagare un prezzo, anche personale. Al contrario, vivere il Vangelo delle sacre abitudini, rinchiusi nelle sagrestie, nascosti dietro i fumi di incenso è indubbiamente più facile. Lo Spirito ci chiama invece a rischiare i sentieri della vita, a percorrere la Via (ódos), proprio come il Vangelo viene chiamato negli Atti degli Apostoli. La lingua più difficile da parlare sarà quella di chi incontriamo, di chi  ci sta di fronte, di chi sarà contro di noi, magari credendo far bene. Lo Spirito ci insegna a parlare anche quella.


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11 Febbraio 2013 ; Benedetto XVI apre lo spazio allo Spirito che ci donerà Francesco

Oggi l’11 Febbraio di quattro anni fa abbiamo accompagnato papa Benedetto XVI , nel giorno della sua rinuncia nella salita verso Gerusalemme e alla nostra  mente e al nostro cuore apparve subito l’ora dell’innalzamento sulla Croce; l’ora è vicina,dirà Gesù. Per quest’ora noi tutti  siamo venuti. Un’ora che Gesù ha desiderata, ma nello stesso tempo, un’ora carica di turbamento:“Ora l’anima mia è turbata”dirà Gesù nel giardino della sua agoniae anche il mio corpo è turbato disse in quel giorno  il papa.

Come è consolante per me, questa confessione di Gesù, questa confessione del papa,  una confessione di turbamento, dell’anima e del corpo. Come ci accompagna e ci dà forza nei momenti in cui davanti a tanti drammi della vita, e soprattutto davanti al dramma della morte, pure noi, come lui, sentiamo l’anima e il corpo turbati.

Ma, nello stesso tempo, come è grande Gesù,come  è stata grande questa decisione del papa : “E che devo dire, Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome”. Nemmeno il Figlio dell’uomo, l’unigenito Figlio del Padre, nemmeno Lui, nemmeno il papa,nessuno sarà esentato da scelte drammatiche che ti chiedono la vita.

Ma ci dice Gesù, “In quel momento attirerò tutti a me”.  Non è una frase trionfalistica. In quel momento; cioè chiunque viene là dove sono io, là dove papa Benedetto  più e meglio si è avvicinato capirà queste cose. Il papa non scende dalla croce, perché solo il Figlio dell’uomo è stato innalzato (Gv 3) ma il papa con il gesto storico della rinuncia, più e meglio si è avvicinato a Gesù crocifisso. Noi però non siamo lì; la croce è l’ornamento delle nostre pareti ma non sempre della nostra vita. Noi non siamo docili fino a scendere in questo abisso dove il seme muore e nasce come nuovo germoglio. Non ci siamo, ma dobbiamo arrivare a questo. Papa Benedetto  ha deciso di esserci.

 Noi tutti dobbiamo apprendere dalle cose che soffriamo questa Nuova Alleanza in cui Gesù ci guida e che il papa emerito oggi ci testimonia con sovraumano coraggio e umiltà,anzi direi umiliazione.

«Pur essendo figlio Egli imparò l’obbedienza dalle cose che patì…». Possiamo dire, pur essendo papa imparò l’obbedienza dalle cose che gli hanno fatto patire”.  Per le altre cose possiamo avere maestri di ogni genere. Per la politica, la scienza, la letteratura, quanti maestri ci sono! Ma quando entriamo nell’ombra della morte non c’è nessun maestro perché tutte le voci tacciono. Allora noi impariamo, nell’obbedienza,e in particolare quattro anni fa, in questa obbedienza del papa che cosa significhi,servire e non servirsi della chiesa, cosa significa amare e non usare la Chiesa. Solo l’esperienza del dolore,del tradimento, in una parola del Getsemani ci introduce nell’ascolto docile di un amore più forte della morte.  Grazie professor Ratzinger per la Sua ultima lezione. Grazie Santo Padre per il suo ultimo servizio d’amore alla chiesa e al mondo. Grazie per aver dato allo Spirito lo spazio per donarci papa Francesco, un immenso dono di Dio.

Adesso anche tu Benedetto XVI abiterai al riparo dell’Altissimo e passerai la notte all’ombra dell’Onnipotente.(Salmo 90) e  Tuo Padre che vede nel segreto ti ricompenserà. (Mt 6)


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IL coraggio della Pace

don Francesco Pesce

“Oggi, uomini e donne di tutte le religioni, ci recheremo ad Assisi” diceva il Papa questa mattina alla messa in Santa Marta; sarà unagiornata di preghiera, di penitenza, di pianto per la pace: giornata per sentire il grido del povero”. Proprio oggi ricorrono i trenta anni dalla storica giornata di Assisi del 1986 quando Giovanni Paolo II convocò le religioni mondiali per pregare insieme per la pace. Papa Francesco ha desiderato rivivere quella giornata,e soprattutto rinnovare gli sforzi di tutte le religioni e degli uomini di buona volontà per costruire un mondo pacificato. Quando noi riflettiamo sulla Pace,dobbiamo liberarci da una  pre comprensione  che ne fa quasi un fatto  irrealizzabile  e credere  invece  come essa sia non solo possibile ma anche una vocazione per ogni uomo. Gesù poi sulla Croce, ci ricorda San Paolo, ha distrutto in sé l’inimicizia, ha distrutto le barriere  che separano gli uomini. Gesù non è solo un annunciatore di pace, come ce ne sono stati molti nella storia; Lui  ha realizzato in sé le condizioni vere per la pace. Oggi il Patriarca ecumenico Bartolomeo ha invitato le religioni a fare un serio esame di coscienza circa il loro rapporto con la pace. Anche le religioni spesso sono rimaste alla pace come annuncio, ma alla prova dei fatti non sembra che siano riuscite a creare un mondo pacificato. L’annuncio del vangelo della pace non basta, bisogna distruggere le inimicizie, i muri, i pregiudizi, proprio come ha fatto Gesù. Diceva oggi Papa Francesco:”solo la pace è santa,non la guerra”. Anche le parole che diciamo con tanta facilità – «siamo tutti fratelli» – sono parole molto impegnative e non possiamo più dirle se non cominciamo da noi stessi a distruggere, le pareti di separazione che ci separano dagli altri. Non separazione ma comunione, a partire dalla preghiera. Questo è possibile farlo sempre, ad ogni livello, in ogni casa, in ogni ufficio, in ogni momento della giornata. La pace è prima di tutto un dono di Dio, per ogni uomo e per ogni religione. Le giornate di Assisi fin dalla prima di trenta anni fa, hanno sempre fatto un po’ paura a quelli che vedono pericoli di sincretismo e di relativismo dappertutto. La legittima paura di perdere ognuno la propria identità è una cosa pericolosa perchè rischia di far perdere di vista una cosa ancora più grande, che è la vita stessa, dove lo Spirito soffia quando e dove vuole ; chi vuole ingabbiare lo Spirito con “una legge fatta di prescrizioni e di decreti”(Ef 2,15) si illude e non può cogliere l’attualità dello Spirito. Ricordava oggi il Papa:”Diverse sono le nostre tradizioni religiose. Ma la differenza non è per noi motivo di conflitto, di polemica o di freddo distacco. Oggi non abbiamo pregato gli uni contro gli altri, come talvolta è purtroppo accaduto nella storia. Senza sincretismi e senza relativismi, abbiamo invece pregato gli uni accanto agli altri, gli uni per gli altri. San Giovanni Paolo II in questo stesso luogo disse il 27 ottobre 1986: «Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace”. La pace non si costruisce per legge e decreti, e non si costruisce neanche con la paura di perdere qualche cosa, ma studiando amando e servendo il mondo,come diceva Paolo VI, disposti anche a sacrificare non la propria identità ma se necessario alcune tradizioni fino a quando “Dio sarà tutto in tutti”.(I Cor 15,28)

 

 


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Seguire Cristo significa amare non distruzione e corruzione

Don Francesco Pesce

Gesù è in cammino verso Gerusalemme e all’ingresso di un villaggio, i Samaritani non vogliono ricevere i discepoli di Gesù i quali chiedono il permesso di far scendere il fuoco per distruggerli. Sappiamo tutti molto bene che nella storia a volte abbiamo fatto così. Abbiamo fatto scendere il fuoco sulle città, abbiamo sterminato razze intere per “amore” di Cristo. Quando la religione è presa a pretesto, e diventa strumento di divisione e di odio, si arriva a legittimare gli stermini, come in questi giorni ricordiamo durante la visita di papa Francesco in Armenia, o come la cronaca quasi quotidiana ci fa vedere a proposito del fondamentalismo religioso che strumentalizza Dio e la fede dei piccoli. Non è da meno purtroppo un certo integralismo laicista, che vorrebbe l’uomo onnipotente e lo riduce così schiavo di se stesso e del proprio egoismo. Il vangelo oggi ci propone anche una chiave di lettura per capire come siano possibili alcune derive integraliste nel corso della storia. Gesù si trova accanto un uomo pieno di entusiasmo che lo vuole seguire. Gesù però ha intuito qualche cosa di non sincero e dice: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo»( Lc 9,58).

Gesù severamente ci richiama a riflettere su quel legame che noi spesso preferiamo sorvolare,cioè il rapporto tra la vita cristiana e l’economia. Per essere liberi e cristiani dobbiamo stare molto attenti ai rapporti economici, nei quali siamo immersi; facilmente il denaro sporco, entra anche nei nostri spazi sacri, la nostra coscienza e le nostre chiese, e spesso bassi interessi hanno la meglio sulla nostra testimonianza cristiana e sulla nostra libertà. Quando Francesco d’Assisi volle vivere il vangelo cominciò col buttare tutti i soldi ai piedi di suo padre: ruppe un rapporto. Non si può servire a due padroni, al vangelo e a mammona. Denaro sporco, potere carriera; dobbiamo stare tutti molto attenti, come singoli credenti e come comunità cristiana. Il metodo che ci suggerisce Gesù per annunciare il vangelo, liberi da ogni integralismo e da ogni dipendenza economica è quello di “mettersi in cammino verso Gerusalemme”. “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui elevato sarebbe stato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”.  Letteralmente l’evangelista scrive:” Indurì il suo volto verso Gerusalemme” (Lc 9, 51). Gerusalemme non è solo una città. Essa è un simbolo della coerenza della nostra vocazione. E’ necessario che ciascuno di noi salga a Gerusalemme, la città che uccide i profeti per conoscere la dimensione della propria fede.

Essere cristiani significa avere incontrato Gesù di Nazareth, averne accolto il messaggio e avere scelto la Sua drammatica e magnifica proposta di vita, pronti a pagare un prezzo alto se necessario. Solo il Dio di Gesù Cristo ci insegna ad amare senza confini, senza limiti, senza integralismi e sempre gratuitamente.