ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Fede in Dio e nell’uomo

Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? ” il grido del profeta Abacuc appartiene a molti. In tanti aspetti della vita spesso siamo vittime e testimoni di iniquità, ingiustizie e sopraffazioni di ogni genere. E’ vero anche che a volte siamo complici, magari con il nostro silenzio, o il nostro voltarsi dall’altra parte. Il profeta ascolta poi la risposta di  Dio: “ scrivi la visione è una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà ”. Conclude: “il giusto vivrà per la sua fede”. Che cosa è allora la fede? E’ quella fiducia che dona la forza di combattere nell’attesa del Suo ritorno. Noi infatti viviamo l’Eucaristia “finché egli venga“nell’attesa della tua venuta”. Dobbiamo poi tenere sempre presente che la fede non è nata dal ricordo di Gesù, da qualcuno che ce lo ha raccontato solamente.

La fede è nata da una presenza, non da una rievocazione (con buona pace dei tradizionalisti che vivono una Chiesa del ricordo e non della presenza). Cristo deve tornare e noi lo aspettiamo, ma è già presente nel dono dello Spirito. Stette in mezzo a loro raccontano i vangeli a proposito del Risorto. Gesù si fa presenza, dentro una comunità che è capace di sostenere, la paura, il pericolo, ma direi soprattutto per otto giorni porta sulle proprie spalle, anche l’incredulità, la non fede di Tommaso e chissà di quanti altri. Tommaso dubita, non crede, eppure rimane dentro la comunità, e neanche nessuno lo caccia via: rimane in un gruppo che non lo esclude. Che bella la Chiesa che accoglie e non esclude, sostiene e non isola nessuno. Una Chiesa che proprio come Gesù sempre ti aspetta con le porte aperte, anzi ti viene a cercare, rispettosa perfino della nostra poca fede e delle nostre paure.

Stiamo tutti molto attenti a separare troppo in fretta la fede, la speranza e la carità, perché in fondo sono una cosa sola. Nella storia abbiamo conosciuto uomini di fede che hanno distrutto tante speranza, specialmente quelle dei poveri. Abbiamo conosciuto uomini di fede senza carità che hanno ammazzato altri gli uomini. Non è bene anche, distinguere troppo rigidamente tra credenti e non credenti. Ci sono alcuni che dicono di credere in Dio ma non credono nell’uomo; altri dicono di non credere, ma sono a servizio dell’uomo, specialmente il più debole e indifeso. E’ lo Spirito l’unico che può distinguere, nell’attesa della verità tutta intera.

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Il vangelo che si attendono i poveri

Quel sabato nella Sinagoga Gesù prese il il rotolo del profeta Isaia e – come dice il testo greco  trovò quel passo dopo averlo cercato. Il verbo greco infatti è eurisko – da cui viene la ben nota esclamazione eureka! Gesù cioè sceglie un passo che probabilmente non era previsto si leggesse e che invece Lui cerca e trova apposta per leggerlo in quel momento.

Si tratta del capitolo 61 del profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”.

Qual è questo “vangelo” di cui ci parla Isaia a cui fa eco Gesù? Il “vangelo” che si attendono i poveri – i primi a cui ancora una volta questo lieto annuncio è rivolto – è la fine della povertà. I prigionieri attendono la libertà, i ciechi si aspettano di poter vedere, e gli oppressi di essere sollevati dai loro pesi.

Nel mondo siamo testimoni, spesso piuttosto spettatori volenti o inermi, di tante forme di povertà (materiale, morale, spirituale), ingiustizie, prevaricazioni, disabilità, vulnerabilità…. Anche noi, nelle nostre vite, abbiamo le nostre povertà, siamo prigionieri di tante cose e siamo oppressi in qualche parte del nostro cuore. Ma, ci ha preannunciato Isaia e ci ha ricordato il Signore Gesù: “Coraggio, non temere, Egli viene a salvarti”(Is 35,4). E ancora ci dirà : “La verità vi farà liberi”(Gv 8,32). Quella salvezza, quella verità è proprio il Signore Gesù, che è il compimento della Scrittura, cioè il compimento del “lieto annuncio”.

E’ importante allora per tutti noi avere la coscienza, avere la certezza che c’è un punto, un “stella polare” dove guardare; che camminiamo su un sentiero già tracciato e – come ci ricorda Isaia – “spianato” dal Signore, nel deserto, che sono a volte le nostre vite, le nostre società. Dobbiamo tenere lo sguardo fisso su di Lui  e seguirlo, lasciandoci guidare dallo Spirito, certi che così non smarriremo la via. Molte volte noi cerchiamo ma non troviamo (la soluzione di quel tale problema, la risposta ad una certa domanda, il coraggio di fare una scelta…) proprio perchè prima che affidarci allo Spirito e distogliendo lo sguardo da Gesù, contiamo solo sulle nostre forze, pianifichiamo solo in base ai nostri calcoli, guardiamo solo alle nostre priorità. E non capiamo che dobbiamo “rovesciare” il nostro modo di pensare, vedere e fare le cose: perché prima di tutto siamo noi ad essere già stati trovati e soprattutto amati e “salvati”.

Scrive ancora l’evangelista Luca:” Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti, erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

Noi dobbiamo certamente essere informati, preparati, leggere, pregare e meditare la Parola di Dio, ma subito dopo abbiamo il dovere di chiudere il “libro”, “arrotolarlo” come ha fatto Gesù, per metterci al servizio di quelli che aspettano la liberazione e che hanno gli occhi fissi su di noi e si attendono da noi una parola di conforto, una presa di posizione, un gesto di speranza, forse anche di rottura. Ricordiamoci sempre di cosa ha detto il Signore: “beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”. Oggi sono milioni i bambini, le donne, i popoli interi che attendono e che ci guardano. E  ragionando  più “in piccolo”, ci sono tanti che si aspettano una risposta da noi nelle nostre vite – i nostri vicini, i colleghi, i familiari, i poveri che sono nelle strade delle nostre città. Da troppo tempo il nostro occidente, le nostre case, a volte anche le nostre chiese assomigliano alla comunità di Esdra descritta nella Bibbia, chiusa nella propria autosufficienza e dimentica dei bisogni dei poveri. In tanti attendono la liberazione e tengono gli occhi fissi su di noi.

Il nostro compito di cristiani è prima di tutto contribuire alla costruzione di una società liberata, noi prima di tutto siamo battezzati nello Spirito che libera gli oppressi e dobbiamo sentire forte l’urgenza di questo compito, di questa missione, la liberazione dei poveri, degli oppressi e degli emarginati.


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Alla sera della vita saremo giudicati sull’Amore

Il Vangelo ci chiama a superare le facili contrapposizioni tra giusti e ingiusti, peccato e virtù. Anche il figlio maggiore della parabola  è peccatore. Cosa ha fatto? Niente! Non ha capito l’amore. Non ha capito l’amore e con il suo occhio guardava tutto e tutti con sospetto; ricordiamo bene quando gli scribi e i farisei mormoravano contro Gesù perché “guardavano” che mangiava con i peccatori. La prima violenza è proprio quella dell’occhio; dobbiamo sempre tutti imparare ogni giorno a guardare il mondo con gli occhi misericordiosi del Padre.

Un pastore che affronta i pericoli della natura, una donna di casa che con ostinazione cerca la sua moneta di valore, un padre che sa solo correre incontro e abbracciare. Nelle parabole lucane della misericordia   ci sono queste tre immagini bellissime di un Dio che ci cerca continuamente e non trova pace fino a quando non ci ha ritrovati. Il Pastore  si mette  sulle spalle la pecora che ha ritrovata, e la aiuta così nel suo cammino di ritorno, gli rende più leggeri i passi, non la umilia con una punizione per il fatto di essersi perduta.

Dio non guarda i nostri meriti o le nostre colpe, ma prima di tutto i nostri bisogni. La donna che cerca il suo tesoro sotto la polvere, ci aiuta a credere di più nell’aiuto di Dio e in noi stessi; sotto la polvere di tanti nostri giorni, nascosto in qualche angolo dentro di noi, c’è un tesoro prezioso che dobbiamo cercare con la lampada dello Spirito. Nessuna sporcizia, nessuna difficoltà, nessun male della vita sarà mai più forte della nostra immagine e somiglianza con Dio.

Non lasciatevi rubare la Speranza è la profezia di Papa Francesco. Un padre misericordioso che corre e abbraccia il figlio; lo vuole più felice che fedele, lo vuole debole ma vicino, piuttosto che forte e lontano. Il Vangelo ci insegna a ripudiare  mentalità aggressive, perché gli uomini  non solo disarmino i loro arsenali di guerra, ma anche i loro cuori. “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” – come scriveva il sacerdote e poeta del sedicesimo secolo, San Giovanni della Croce.


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Gioia, lode, amore: il pontificato di Francesco

Oggi 13 marzo sono cinque anni che sulla  Cattedra di Pietro siede Papa Francesco ed essa brilla di una luce particolare che fa intravvedere lo Spirito all’opera nella Chiesa.

Evangelii Gaudium, Laudato Si’ e Amoris Laetitia. Gioia, lode, amore. Già il nome dei documenti del magistero del Papa fanno chiaramente capire la fede in Dio e la fiducia nell’uomo che abitano il cuore sacerdotale di Francesco. Una gioia biblica emerge prepotentemente: “Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo”. Una gioia entrata nel mondo e che non è riservata solo ad una elite esclusiva di “puri”.

Chi parla sempre e solo di “dottrina” e la separa dal Vangelo, che ne è il fondamento, è un cristiano triste e non può essere un testimone credibile. I discepoli si istruiscono prima di tutto con l’amore, accogliendoli così come sono, facendo un tratto di strada con loro, correggendoli come un padre ma soprattutto “contagiandoli”, attraendoli, con una coerente e gioiosa testimonianza di vita cristiana.

Se non “rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano” (AL) non possiamo capire il “dramma” del Kerigma; il Kerigma non è dottrina ma dramma. Annunciare il Vangelo senza coinvolgimento personale è una illusione, non solo inutile ma controproducente. Senza l’odore delle pecore, il Pastore non è più pastore e diventa lupo, odora solo di incenso e inchiostro, non ha più l’abito sporco del pastore ma mantelli di costantiniana memoria, che le pecore non riconosceranno.

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Ripercorriamo alcuni momenti significativi del ministero di Francesco. A 500 anni dalla Riforma luterana, a fine Ottobre 2017, Francesco è stato  a Lund, in Svezia, per commemorare, insieme alla Federazione luterana mondiale, questo importante anniversario.

Nel 2016 Francesco, Vescovo di Roma Papa della Chiesa Cattolica, e Kirill Patriarca di Mosca e di tutta la Russia (come si firmano nella Dichiarazione, )si sono abbracciati a Cuba.  Non propongono  una Santa Alleanza, ma camminano insieme verso l’unita’ annunciando Cristo al mondo. L’unita’ si fa camminando, sottolinea il Papa.

Francesco ha poi intrapreso con prudenza e con evangelica determinazione un cammino di riconciliazione e dialogo con la Cina. Certo riprendendo gli importanti passi dei predecessori, soprattutto la Lettera ai cattolici cinesi forse già pensata sotto il pontificato di Giovanni Paolo II e realizzata da Benedetto XVI. Presentando anche alla Cina nel lungo e tortuoso cammino, una Chiesa del dialogo, del rispetto reciproco, della misericordia. La Chiesa dove si guarda e si lavora su “ciò che ci unisce piuttosto che su ciò che ci divide”.

Francesco poi come vescovo di Roma ha anche indicato la rotta alla Chiesa che è in Italia, cominciando il Suo pellegrinaggio da Lampedusa, e rendendo omaggio a due grandi profeti dello Spirito come don Milani e don Mazzolari; fra poche settimane il pellegrinaggio proseguirà sulle orme di don Tonino Bello e di don Zeno Saltini. Nel convegno ecclesiale di Firenze ha donato ancora una volta la Sua esortazione Evangelli Gaudium a tutti i vescovi italiani perché ne facciano strumento principale di evangelizzazione.

Non possiamo poi dimenticare il Giubileo della Misericordia, che ha iniziato in uno dei Paesi più poveri del Mondo – la Repubblica Centrafricana – offrendo il dono di aprire la “Porta Santa” non solo a Roma ma nel mondo intero, per raggiungere tutti, anche i lontani.

«Dio nessuno l’ha mai visto, soltanto il Figlio Unigenito che è nel seno del Padre ce lo ha rivelato». O è il Dio che si fa conoscere attraverso la Parola incarnata del Figlio dell’uomo, oppure questo Dio non è il Dio cristiano, ma un concetto, o addirittura uno strumento ideologico, ma non dice niente al nostro cuore. Il popolo di Dio ha bisogno di pastori che scaldano il cuore, non di istruzioni per l’uso. Un cuore caldo poi è come la creta, più facilmente malleabile dalla quale a poco a poco vengono fuori dei capolavori; un cuore riempito di istruzioni per l’uso è bello fuori, ma dentro non palpita e non si può in nessun modo plasmare.

“A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Figli di Dio, in un certo senso, non si nasce, ma si diventa; si diventa accogliendo Gesù e imitando la sua vita di amore, che sono le beatitudini. Papa Francesco ha messo la Chiesa davanti al Vangelo e invita tutti noi ad essere imitatori di Cristo.

La lingua del Cristianesimo è una lingua universale; è una lingua di unità ma non di uniformità. Papa Francesco guidato dallo Spirito ci insegna ogni giorno  a parlare questa lingua universale, la lingua dell’amore nella gioia del Signore che viene e nella lode delle cose grandi che ha fatto e continua a compiere per noi.


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Fare la verità

Riflessione sulla Quarta domenica di Quaresima “laetare”

La 4a domenica di Quaresima Laetare, è una sosta nel lungo cammino verso la Pasqua, segnato dal digiuno di quaranta giorni. La Chiesa, in questa domenica faceva una pausa, interrompendo il digiuno per un giorno. La liturgia, ha un inizio gioioso fin dalla antifona di ingresso, tratta dal profeta Isaia: «Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa voi tutti che l’amate. Sfavillate con essa di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni». La gioia di essere ormai vicini alla Pasqua.

Nel 587 a. C. il re di Babilonia Nabucodònosor assedia e distrugge Gerusalemme, ne incendia il tempio e deporta in schiavitù la parte più utile della popolazione. In Palestina lascia solo i vecchi e le donne anziane a vivere di stenti e di miseria. La liturgia di oggi nella prima lettura riporta la conclusione del secondo libro delle Cronache, il cui autore anonimo medita su questa sciagura che nessun israelita avrebbe mai potuto immaginare. Il tempio di Dio saccheggiato. Come è potuto accadere?

La ragione della deportazione è – alla luce della fede – la superbia del popolo che disprezzava e dileggiava i profeti, quelli che ricordavano la verità di Dio. Non sono i templi che ci salveranno – i templi con tutto quello che significano di potere e privilegio, saranno distrutti – , è la verità dell’amore di Dio che ci precede, che ci salva.

La verità che ci salva è che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Questo versetto è il perno attorno al quale vive tutta la storia di Dio con l’uomo. Dio ha amato, un passato che però continua , dura sempre e fiorisce nell’oggi.  La Verità  è  la Buona Notizia da ripeterci ad ogni risveglio, ad ogni difficoltà, ad ogni sfiducia. Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama.

Nel Vangelo “amare” si traduce sempre con un altro verbo, molto concreto e non emozionale (quanto falso cristianesimo emozionale, presunte apparizioni, vuote ritualità…); questo verbo è “dare”. Dio altro non fa’ che “dare” eternamente Cristo, venuto dal Padre come intenzione di bene, per la nostra vita, e ci chiama a togliere quella falsa immagine di un Dio punitivo che ci fà paura e alla quale spesso ci hanno educati. L’amore non fa mai paura;

Nicodemo va da Gesù di notte. Gesù attraverso il buio della chiusura lo apre alla comprensione, alla luce del mondo che lo circonda. Ricordiamoci bene che il mondo non è cattivo o malvagio (come una falsa e ignorante spiritualità afferma), il mondo è solo un luogo dove la libertà gioca tutta la sua partita: con Dio, senza Dio, contro Dio, indifferente a Dio. Sono le nostre scelte che determinano il nostro esilio o la nostra liberazione. Il Dio di Gesù Cristo rivelatore del Padre è sempre accanto a noi, e ci lascia liberi di scegliere. Anche noi dobbiamo imparare da Dio a rispettare la libertà di ognuno. Ascoltare la Parola di Dio significa entrare in questa logica, cioè annunciare il vangelo, senza sopraffazione, con la certezza che anche quando noi ci allontaniamo da lui, lo ritroviamo sempre vicino a noi, perché Gesù non si è mai allontanato, nemmeno nel tempo dell’esilio. Nemmeno l’esilio del dolore, della non credenza, può strapparci dalle braccia della sua paternità che illumina ogni notte come per Nicodemo.

Bisogna notare il versetto 21 del vangelo di Giovanni al capitolo 3 che conclude i versetti riportati dalla liturgia; abbiamo una espressione forte: «chi opera la verità». Noi siamo abituati a cercare, a conoscere la verità, (la scienza, la filosofia), ma non siamo abituati a «farla». Ecco mentre la scienza e la filosofia legittimamente cercano la verità, la fede invece la fà, la compie. Che cosa è la verità in Gv? Il termine greco alētheia ha più o meno il significato del termine mystērion in San Paolo. Indica la profondità del nostro essere là dove si fa la sintesi tra amore e dolore, il punto d’incontro tra esperienza umana e presenza divina, tra la libertà e il dono. Per Giovanni come per Paolo la verità è una persona che ci viene incontro; fare la verità significa lasciarsi amare da Cristo che ti viene incontro e fare noi altrettanto con i fratelli che ci vengono incontro.

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Ecco perché in Gv la «Verità» è connessa al «giudizio» perché sceglierla significa prendere posizione pro o contro la persona di Gesù, venire alla luce, uscendo dalla superficialità che le tenebre nascondono. La verità è giudizio perché obbliga ad una scelta e impone una valutazione di ciò che siamo e facciamo. Il cristianesimo è un comportamento

Questa è la missione della Chiesa come «sacramento»: essa dovrebbe sempre svelare Cristo-Verità da incontrare, non come sistema di dottrine da conoscere perché c’è il rischio perenne di farne una ideologia, una filosofia morale. Svelare la Verità/Cristo significa aiutare gli uomini e le donne a scendere nel pozzo profondo della propria coscienza e restare lì ad ascoltare la voce di colui che viene a chiamarti per nome perché solo lui sa quello che c’è in ciascuno di noi (Gv 2,24)


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Una luce che trasfigura la vita

Riflessioni sulla II Domenica di Quaresima

La Prima Lettura della seconda Domenica di Quaresima tratta dal Libro della Genesi ci presenta Abramo, “messo alla prova” da Dio, chiamato a fidarsi unicamente della Parola di Dio. Anche noi come Abramo siamo chiamati ad uscire dalla nostra terra, e a fidarci nelle prove della vita. Siamo chiamati ad entrare nel dolore del mondo. Questo dolore del mondo è illuminato dalla luce di Gesù che oggi nel vangelo di Marco al capitolo 9 svela per un istante la Sua Gloria.

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Sull’esempio di Gesù, ogni cristiano è chiamato a condividere la fede in quel terra comune, tra tutte le latitudini, anche tra credenti e non credenti che è la sofferenza. Il «Gesù solo» della Trasfigurazione, terminata l’anticipazione della Pasqua, è solo un uomo tra gli uomini.  Ecco però che nel Gesù debole, tentato come noi in ogni cosa noi, abita la Gloria di Dio.  In Gesù solo e abbandonato da tutti, Dio rivela la Sua Gloria e dice agli uomini che la debolezza è la casa di Dio.

Gesù è entrato nella debolezza umana. Questa universalità della croce è molto importante, oggi lo sentiamo di più di una volta, perché le pareti di divisione stanno cadendo tutte inesorabilmente; non possiamo più vivere, non solo gli uni contro gli altri, ma neanche gli uni accanto  agli altri. Le divisioni appartengono non al Dio crocifisso, ma alla logica della nostra finitezza. Noi dobbiamo tendere verso una precisa unità, che è molto più grande della unità civile politica e anche religiosa. Gli uomini sono tutti amati.

Per questo con fiducia dobbiamo percorrere il nostro cammino quaresimale; le amarezze della vita non diminuiscono la fiducia nei nostri giorni, perché il Signore li illumina con la Sua Gloria e chiede a noi di saper sempre scorgere dentro di noi e fuori di noi la Sua presenza salvatrice.

“E’ bello”, dice Pietro a Gesù. Ripartire dalla bellezza; la vita se sempre non è facile, sempre può essere felice se la viviamo con Gesù, se sappiamo meglio comprendere con uno sguardo compassionevole, noi stessi e gli altri.

Le molte cose da fare, le preoccupazioni, i “rumori del mondo” spesso ci impediscono di ascoltare il sussurro di una brezza leggera attraverso il quale Dio si fa presente (1 Re 19,12).

Vivere una vita cristiana bella e consapevole richiede l’ascolto della voce di Dio dentro di noi e tra noi. Dio agisce nostra vita, si prende cura di noi. Nessuno è escluso, nessuno è abbandonato.


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Papa Francesco, “un dono di Benedetto XVI”

Riflessioni sulla Chiesa di Francesco a 5 anni dalla rinuncia di Benedetto XVI.

Dal’11 febbraio al 13 marzo dell’anno del Signore 2013 la Chiesa e il mondo furono attraversate da un intenso vento dello Spirito.

Fratelli e sorelle, buonasera! […]“E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca (si recitò il Padre Nostro, e l’Ave Maria e il Gloria al Padre). E adesso, incominciamo questo cammino, vescovo e popolo.”

Francesco, nuovo Vescovo di Roma raccolse così la complessa eredità del pontificato di Benedetto XVI.

«Pur essendo figlio Egli imparò l’obbedienza dalle cose che patì…»(Eb5,8). Possiamo dire che anche da pontefice, Benedetto XVI imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Per tante cose della vita possiamo avere maestri di ogni genere. Per la politica, la scienza, la letteratura, quanti maestri ci sono! Ma quando entriamo nell’ombra del dolore non c’è nessun maestro perché tutte le voci tacciono. Allora noi impariamo, nell’obbedienza – e in particolare cinque anni fa in questa obbedienza del Papa Benedetto – che cosa significhi servire e non servirsi della Chiesa, cosa significa amare e non usare la Chiesa. Solo l’esperienza del dolore, del tradimento, in una parola del Getsemani ci introduce nell’ascolto docile di un amore più forte della morte.

In quel 11 febbraio il “Professor Ratzinger” diede alla Chiesa e al mondo una grande lezione; il suo ultimo servizio d’amore come Pastore universale.

Benedetto XVI con la sua rinuncia diede anche allo Spirito lo spazio per donarci Papa Francesco, che ha aperto una nuova stagione per la Chiesa.

Sappiamo dai Vangeli che la professione di fede di Pietro, roccia su cui Gesù vuole costruire la Sua Chiesa, è subito “smentita dai fatti”. Gesù rimprovera Pietro con parole dure, perché non accetta l’annuncio della croce. Un momento prima l’Apostolo era benedetto dal Padre e subito dopo diventa addirittura un ostacolo, una pietra d’inciampo sulla strada di Gesù. Pietro e gli altri hanno ancora molta strada da fare, molte cose da comprendere.

La tentazione è di seguire un Cristo senza croce, ma Gesù ci ricorda che la sua via è quella dell’amore e non c’è vero amore senza il sacrificio di sè.

Papa Francesco ha preso in consegna la croce di Cristo e la porta in giro per il mondo non come un vessillo, ma indicandola come strumento di salvezza per tutti gli uomini.

Cammina contro corrente e in salita il Papa. Ci dice che solo l’amore di Cristo da’ senso e felicità alla vita. Ci dice ogni giorno con il suo esempio che se impostiamo la nostra vita sull’amore come ha fatto Gesù la nostra vita non sarà sterile ma feconda. Ci dice che nell’Eucarestia Gesù perde se stesso per ritrovare tutti noi.

Nonostante la Sua testimonianza di un “Vangelo sine glossa” (o forse proprio per questo?) l’opposizione alla Chiesa di Francesco, alla Chiesa dei poveri e degli ultimi, è molto attiva, anche sul web e su alcuni blog di tradizionalisti. In modo spesso maldestro che si squalifica da sè, essi accusano oggi il Papa di aver gettato la Chiesa in confusione dottrinale, morale, pastorale. Curiosamente questi blog parlano tra di loro, si citano l’uno con l’altro, si fanno forza reciprocamente per mettere insieme dei gruppi che rimangono minoritari – anche se le loro esternazioni sono molto gravi. Si spacciano quasi per novelli Padri della Chiesa. In realtà contano come il pulviscolo sulla bilancia. I loro toni e i loro argomenti li screditano da sè, ma hanno la responsabilità di ingenerare dubbi e confusione tra il Popolo, soprattutto i semplici e i piccoli. Ma come dice il Vangelo, gli scandali devono avvenire affinché si manifestino i veri credenti.

Papa Francesco venuto “dalla fine del mondo” oggi ha volto lo sguardo all’intero mondo, ai cristiani, alle altre religioni, e naturalmente all’intera Chiesa Cattolica, indicando il Vangelo come rotta sicura da seguire per la barca della Chiesa e testimoniandolo nel dialogo con credenti di altre fedi e non credenti, puntando su “ciò che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide”.