ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Non amiamo a parole ma con i fatti

Riflessioni sul messaggio di Papa Francesco sulla Giornata Mondiale dei Poveri.

Oggi  nella 33.ma Domenica del Tempo ordinario  celebriamo in  tutta la Chiesa Cattolica insieme agli uomini di buona volontà la prima Giornata Mondiale dei Poveri, che Papa Francesco ha voluto istituire  e che aveva già annunciato al termine del Giubileo della Misericordia. Come segno di condivisone, il Papa ha invitato  a pranzo 1.500 poveri nell’Aula Paolo VI, l’aula delle udienze che porta il nome del grande pontefice della Populorum Progressio, dopo aver celebrato la Messa in San Pietro. Ieri c’è stata una Veglia di preghiera nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura, per fare memoria del martire romano che ha riconosciuto i poveri, come vero tesoro nella chiesa.

“Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste” (Messaggio per la I giornata mondiale dei poveri al n 6).

“Non amiamo a parole, ma con i fatti” è il titolo del primo messaggio di Papa Francesco per questa giornata. Il Papa parla dei “mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte della schiavitù, dall’esilio e della miseria, dalla migrazione forzata” ( n 5).

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Non sorprende la fugace attenzione data, anche dentro la Chiesa, alla proclamazione di questa giornata mondiale. Non sorprende ma amareggia, e tutti siamo chiamati a reagire con forza alla indifferenza verso i poveri.

Chi ha molti denari e molte sicurezze rischia di vivere come gli «spensierati di Sion» di cui parla il profeta Amos, e si costruisce un mondo tutto suo, e anche se alla sua porta ci sono migliaia di Lazzari nemmeno se ne accorge. L’ epulone dei nostri anni a volte se ne accorge e allora fa qualche elemosina per i poveri, dona qualche vestito vecchio che non mette più, pur di non avere il disturbo dei Lazzari alla sua porta.

In tutte la Chiesa cattolica si legge spesso la parabola del Ricco Epulone ma domani Lazzaro starà come oggi. Niente cambia. Purtroppo il messaggio di Gesù è stato spesso imprigionato nel sistema e lo abbiamo un po’ reso innocuo; non incide più nella nostra vita reale. Questo è l’abisso di cui parla  il Vangelo. Inoltre tutti vediamo che l’abisso tra i Lazzari e gli epuloni si è allargato e si sta allargando a dismisura.

Noi epuloni abbiamo da secoli deciso che non si può consentire la promiscuità tra chi è dentro e chi è fuori. Lazzaro deve stare fuori dal sistema, dalle nostre città, la Bibbia direbbe dall’accampamento. Lazzaro poi non solo è escluso ma deve essere anche convinto che sia normale così, che sia giusto. L’esclusione lo tocca dentro, nella coscienza.

La nostra società però dice di ispirarsi ai grandi principi del Cristianesimo, dell’ Illuminismo, della democrazia e allora prova ( fa finta?) ad inserire dentro di se Lazzaro l’escluso, ma non ci riesce, perché dovrebbe contestare se stessa nei propri principi costitutivi. Gli immigrati sono i Lazzari del ventunesimo secolo e noi sappiamo solo allargare il fossato.

I cristiani e tutta l’umanità, non si dimentichino che Dio sta dalla parte dei Lazzari, anzi Dio in questo mondo è Lazzaro. Gesù è andato fra gli immondi per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare le nostre città, il nostro sistema, e scoprire che il vero Lazzaro, il vero immondo è proprio il sistema. Questa è la rivoluzione cristiana. Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli esclusi perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi, perché sappiano che la dignità e’ un loro diritto inalienabile. Il sistema poi ha provato ad addomesticare Gesù “promuovendolo” a tutore dell’ordine ma Lui si è divincolato, andando contro ad un sistema che esclude, ribellandosi al potere politico/religioso e a quello economico. Per questo è stato crocifisso come un Lazzaro qualunque: “Come un delinquente voi lo avete appeso ad un legno” dice Pietro, nel primo discorso dopo la Pentecoste. Le Beatitudini ci dicono che i Lazzari hanno già vinto in Cristo la loro battaglia di dignità. Ora ci stanno venendo incontro, e sono milioni. Non ci vogliono distruggere, ma dirci la Parola della salvezza che è stata loro affidata. Beati i Poveri perché vostro è il Regno di Dio dirà Gesù. Vostro è il segreto della vita.

Le ricchezze non sono un fine, ma uno strumento nelle mani degli uomini; spesso sono diventate uno strumento iniquo perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e assoggettare interi popoli al controllo di alcune elite. Siamo arrivati nella storia perfino allo sterminio programmato e calcolato dei poveri, come ricorda ancora il profeta Amos. Grazie a Dio il progresso culturale dei popoli sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile. Gesù invita i suoi discepoli ad essere “scaltri” nell’uso delle ricchezze. Chiede ad ognuno di noi un diverso rapporto con le ricchezze sia sul piano individuale che in quello comunitario. Proprio per questo non può più bastare il gesto privato della elemosina; bisogna agire perché la ricchezza possa diventare uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli; questa è la concretezza del vangelo, che per sua natura è un fatto sociale. La storia ci insegna che non pochi si sono allontanati dalla Chiesa e dalla fede, perché hanno ricevuto una cattiva testimonianza nell’uso del denaro e delle ricchezze. Assistiamo poi in questi anni come cristiani e cittadini del mondo a due fatti molto importanti. Papa Francesco sta testimoniando la possibilità concreta di una Chiesa povera per i poveri, ed è uno straordinario dono del Signore, un esempio che ci stimola a sempre nuova conversione. Inoltre al contempo assistiamo al fatto che molti poveri, si stanno -potremmo dire così- riprendendo il vangelo, spesso a loro nascosto, dietro parole di circostanza e umilianti elemosina. I poveri oggi sono coscienti che il vangelo è prima di tutto per loro, e non sono più disposti ad aspettare per i loro diritti e la loro dignità. Rileggiamo e meditiamo attentamente a questo proposito le parole profetiche di don Primo Mazzolari, prete povero tra i poveri al quale papa Francesco renderà onore, pregando sulla sua tomba fra pochi giorni:” io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare; i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure c’è chi tiene la statistica dei poveri, e ne ha paura; paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.” Sta già avvenendo.

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Rimettere il lavoro al centro dei processi formativi

La 48a Settimana Sociale dei cattolici a Cagliari 

Rimettere il lavoro al centro dei processi formativi, è la fondamentale proposta che la Chiesa italiana ha fatto al governo durante la 48° Settimana Sociale a Cagliari. Le altre sollecitazioni, Pir (Piani individuali di risparmio), appalti, Iva, formazione si muovono su questa linea. Il Primo ministro italiano nel suo intervento ha espresso sintonia con questa proposta e ha dichiarato:“Senza lavoro i valori fondamentali che sono alla base della nostra società fanno fatica a resistere […]per questo è fondamentale rimettere al centro il lavoro e vi ringrazio di averlo fatto”. Un clima di dialogo sereno e costruttivo, si è respirato nelle giornate cagliaritane. Già il tema scelto:” il lavoro che vogliamo: libero, creativo partecipativo e solidale” esprime il desiderio di comunità, e di bene comune al quale tutte le componenti del paese sono chiamate a dare il loro contributo. Gli aggettivi qualificativi riportati nel titolo sono scritti nell’Evangelii Gaudium, documento programmatico di papa Francesco che a Cagliari è stato messo al centro ed ha ispirato moltissimi interventi.

Più di mille delegati sono arrivati a Cagliari dalle diocesi italiane e subito hanno ascoltato il videomessaggio di papa Francesco: “Non tutti i lavori sono degni. Ci sono lavori che umiliano la dignità delle persone […] offendono la dignità del lavoratore anche il lavoro in nero, quello gestito dal caporalato, […] questo uccide”.

Il lavoro è una vocazione ed è allo stesso tempo uno strumento, nelle mani degli uomini; spesso è diventato uno strumento iniquo perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e sottoporre interi popoli al controllo di alcune èlite.

Grazie a Dio il progresso culturale dei popoli sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile. E’ stato anche detto a Cagliari di porre attenzione anche ai termini linguistici; si parla molto di lavoro e si dimenticano i lavoratori, che non sono un ingranaggio di un sistema, ma persone, volti, storie, padri e madri. Proprio per questo bisogna agire perché il lavoro possa tornare ad essere uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli; questa è la concretezza del vangelo, che per sua natura è un fatto sociale.

Sappiamo bene che non sempre la Chiesa italiana è riuscita a servire fedelmente il mondo del lavoro, basti pensare che nella storia centenaria delle Settimane Sociali, solo tre volte si è affrontato questo tema; ricordiamo tutti le profetiche parole del papa Paolo VI nella omelia della Santa Messa della notte di Natale del cruciale anno 1968 nel centro siderurgico di Taranto : “a voi, Lavoratori, che cosa diremo? […] Vi parliamo col cuore. Vi diremo una cosa semplicissima, ma piena di significato. Ed è questa: Noi facciamo fatica a parlarvi. Noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi. […] noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte.[…] Questa separazione, questa reciproca incomprensione non ha ragione di essere”.

Credo che possiamo applicare anche al nostro approccio con il mondo del lavoro ciò che il papa scrive in Amoris Laetitia :«Gesù aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con lesistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente (AL 308).

 


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Gesù passa oltre e se ne va

Non è sempre facile credere al Dio di Gesù Cristo. A volte è più facile credere a un dio che distribuisce miracoli, a un dio da meritare più che da accogliere.

Gesù ci invita invece ad allargare lo sguardo, ci invita a vedere meglio; ci parla di un Dio che cammina di terra in terra, che a Zarepta soccorre una vedova straniera, che in Siria guarisce  dei lebbrosi. Un Dio che cammina quotidianamente con noi, nell’ordinario e che non guarda prima di tutto i nostri meriti o le nostre appartenenze, ma ai nostri bisogni e ci ama per quello che siamo.

Credere in un dio che guarda prima di tutto i meriti o le appartenenze ha come conseguenza rappresentare una Chiesa che si difende, che esclude chi non ha meriti da vantare, o chi ne ha pochi; una Chiesa che diventa una elite, una struttura chiusa che non accoglie come non affascina se non pochi eletti. Una Chiesa che non incide nella realtà quotidiana, che passa solo per la tangenziale delle nostre vite, fermandosi all’occorrenza nei salotti televisivi e nelle lobby.

Credere invece al Dio di Gesù Cristo che guarda prima di tutto alle nostre debolezze e ai nostri bisogni si traduce nel costruire “una Chiesa in uscita”, dove i confini sono il mondo, dove i pastori hanno l’odore delle pecore non soltanto dell’incenso, e dove nessuno si sente escluso o abbandonato.

Attorno a Gesù ci sono sempre stati e ancora ci sono gruppi di fanatici, violenti e integralisti, che usano la religione e la Chiesa per i propri interessi. Lo sa bene e lo ha ricordato recentemente anche Papa Francesco – alcuni non servono la Chiesa ma si servono della Chiesa per i loro interessi.

La frase del Vangelo – «passando in mezzo a loro si mise in cammino» (Lc 4,30) – rappresenta uno straordinario monito per tutti noi e per tutta la Chiesa. Gesu’ passa oltre, se ne va. Se ne va, quando la fede si allea con il potere. Se ne va, quando il clericalismo prevarica sul popolo di Dio e sullo stesso Vangelo. Se ne va, quando il Vangelo è ridotto a legge morale e non ne è il fondamento, o quando si difendono principi astratti e privilegi molto concreti invece di comprendere e accompagnare situazioni ordinarie molto concrete.

Il Signore va verso e rimane dove la fede è semplice e sincera; dove la speranza non è retorica, ma attesa fiduciosa di una promessa che si compirà; e dove la carità ascolta il grido del povero e tende la mano ad ogni fratello, senza giudizio, condizioni o “preferenza di persone”.


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La nostra vigna senza più mura

La nostra vigna, la nostra Europa, il nostro mondo, sono davvero come quella descritta da Isaia: ormai i muri di cinta non ci sono più, ormai siamo provvidenzialmente assediati dai poveri, da quelli che sono esclusi.

Ci sono allora quelli che guardano con contentezza a questi popoli che sono arrivati, a questa nuova possibilità di fraternità.

Altri vivono in un una paura indotta, un sospetto non certamente cristiano, e vorrebbero restaurare un passato che non c’è più; e ben passato sia. Alcuni tentativi di recuperare una situazione di occidente padrone, o anche di una civiltà cristiana, sono patetici, antievangelici e nascondono solo maldestre manovre di mantenimento di poteri e privilegi.

Siamo comunque in una situazione sociale, politica e anche religiosa divisa, lacerata; è un bene che sia così. In questo modo noi cristiani siamo costretti a fare delle scelte precise; nel mondo ma non del mondo ricorda il vangelo; potremmo dire in termini moderni, nel sistema ma non del sistema; i cristiani hanno l’obbligo di schierarsi dalla parte degli esclusi, delle pietre scartate come Gesù, costi quel che costi.

Nel vangelo di questa domenica, Gesù si rivolge ancora «ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» (Mt 21,33), cioè a tutti quelli che avrebbero dovuto custodire la vigna. Al contrario, approfittando del loro incarico, hanno tramato soltanto per i loro interessi.

Quale raccolto si attendeva il Signore? Isaia: Aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non più grida di oppressi, non più sangue! Il frutto che Dio attende è una storia che non generi più oppressi, sangue e ingiustizia, fughe disperate e naufragi.

L’autorità è davvero preziosa quando si prefigge di prendersi cura. A volte purtroppo si vedono vignaioli, autorità, poco autorevoli, che si occupano dei propri interessi personali o di famiglia, o di partito o di gruppo di appartenenza, pieni di vanità e di potere; molti mercenari siedono in alto; sono pastori come ricorda il profeta Geremia: che pascolano se stessi e rovinano il popolo di Dio

 

«Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio»”. Ci penso spesso a questo versetto; sta già avvenendo. Non solo il regno di Dio ci viene “tolto”, ma “«Sarà dato a un popolo»”. Sta già accadendo. Sta accadendo a livello di popoli e di nazioni; deve accadere anche a livello delle singole autorità.

Questa sostituzione di popoli e di autorità va intesa prima di tutto come un appello del padrone della vigna, alla conversione; il Signore ci chiama, non solo a mai trasformare la nostra autorità in potere, non solo a produrre vino buono per tutti e non solo per alcuni, ma in modo particolare e urgente ci chiama a riconoscere i segni dei tempi, la presenza del Suo Spirito in mezzo a noi.

Il Signore ha mandato i suoi servi, che sono i profeti, ai contadini, che sono le autorità religiose di ogni tempo. Molti profeti sono stati rifiutati e anche uccisi; molti profeti sono stati messi ai margini e ripudiati; tutto questo si può riassumere nelle difficoltà che ancora oggi il Concilio Vaticano II produce in tanti cosiddetti conservatori, che vogliono conservare solo la loro ideologia e i loro privilegi.

Chi possiede nella Chiesa autorità, deve vigilare perché è molto semplice ridursi a uomini e donne di potere. «Udite queste parabola i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro» (Mt 21,45). La Parola di Dio meditata e pregata ogni giorno, l’Eucarestia celebrata, ci aiutino a servire la Chiesa e il mondo e non a servirsene.

 


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San Francesco una testimonianza che continua a rinnovare il mondo

San Francesco ci sorregge in quella grande avventura dello Spirito che è la nostra vita di fede.Ha testimoniato   che la Parola di Dio è una Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita, spesso così difficile in tante giornate. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera umanita’in cammino verso la pienezza, di Dio. Ha testimoniato qui a Roma che una Chiesa in preghiera con Pietro e per Pietro è una Chiesa in cammino verso il Risorto. Ha testimoniato come Profeta, la sofferenza della incomprensione e anche della derisione dei profeti di sventura. Ha testimoniato la gioia del Natale. Ha testimoniato che l’eucarestia non è un rito ma uno stile di vita, di vita eterna.

La sua testimonianza continua   lungo i secoli, cominciando dai lebbrosi che incontrava fino ai lebbrosi dei nostri giorni. La nostra società vuole ispirarsi ai grandi principi dell’uguaglianza e della fraternità, cari all’illuminismo, e ai principi cristiani, ma si trova a compiere una impossibile quadratura del cerchio. Fa finta di voler inserire in sé, dentro le proprie città, l’escluso, (l’immigrato, il clandestino, il senza fissa dimora, il carcerato) ma non ci riesce; perché non ci riesce?Non ci riesce perché dovrebbe contestare se stessa, nei propri principi costitutivi, e non ne ha il coraggio, anzi meglio non ne abbiamo il coraggio.

San Francesco ha avuto il coraggio di contestare se stesso, la società e la Chiesa del suo tempo; ed è cominciato un altro Francesco, un’altra società, un’altra Chiesa. Oggi siamo in tempi di grande inquietudine. Ci sono vari tipi di inquietudini. Ci sono purtroppo inquietudini non sane, cattive, violente, razziste, egoiste, borghesi.

La sana inquietudine invece nasce dal desiderio di allargare i confini delle nostre città, perché ci sia posto anche per quelli che sono esclusi e nasce dalla necessità di aggiornare le regole della nostra società, perché la violenza non nasca da dentro di noi; già sta succedendo. Questa sana inquietudine, morale, giuridica, politica, religiosa, è l’ultimo lembo della nostra dignità.

San Francesco è anche un testimone della dignità dell’uomo, di ogni uomo.

San Francesco ci testimonia che Gesù è andato fra i lebbrosi di ogni tempo, per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare le nostre città e scoprire che sono loro molto spesso immonde. Questa è la rivoluzione cristiana, il capovolgimento. Se preghiamo con le beatitudini vediamo che sono fatte di immondi. Chiediamo a San Francesco di intercedere affinchè nessuno di noi trasformi Gesù in un profeta accomodante a misura delle nostre società. Chiediamogli di intercedere presso il Signore per allargare i nostri confini, i nostri spazi, i nostri cuori, per accogliere i piccoli di ogni tempo.


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Il “secondo passo”. Prospettive del viaggio del Papa in Colombia

Nella  consueta conferenza stampa sull’aereo di ritorno a Roma, al termine del pellegrinaggio in Colombia, Papa Francesco ha così risposto a una domanda di un giornalista, a proposito di un ipotetico ritorno un giorno nel paese latinoamericano: “mi piacerebbe che almeno il tema del viaggio  fosse ‘Facciamo il secondo passo’ ”.

Facciamo il primo passo è stato il motto di questo pellegrinaggio e possiamo dire che realmente il Papa ha sostenuto questo slancio e ora un intero popolo continua con fiducia il cammino difficile della riconciliazione.

In Colombia l’annuncio della Parola di riconciliazione è particolarmente urgente. A noi è affidata la Parola, il ministero della riconciliazione ci ricorda San Paolo nella sua Seconda Lettera ai Corinzi.

Allargando l’orizzonte della sua riflessione, il Papa ricorda che è urgente anche la riconciliazione con il creato: «siamo superbi, non vogliamo vedere. Ma gli scienziati sono chiarissimi sull’influsso umano nei cambiamenti climatici»

Viviamo in un tempo in cui cresce la coscienza verso i misfatti compiuti dall’uomo nei confronti della creazione. La creazione si sciupa attorno a noi, deperisce, sotto i nostri colpi. E’ urgente una riconciliazione fra l’uomo e l’universo; bisogna anche riconoscere che un esagerato antropocentrismo spesso veicolato da una certa teologia cristiana ha favorito un comportamento sbagliato nei confronti della natura. L’uomo occidentale in particolare, che abbatte le foreste, soffoca di grande inquinamento urbano, inquina i suoi mari, deve recuperare il rispetto, l’amore per la natura.

Papa Francesco in questo pellegrinaggio straordinario, ci ricorda che la Chiesa è il segno, la sentinella che dice che è possibile, anzi è nella natura dell’uomo immagine di Dio, mettere l’amore alla base dell’esperienza collettiva. La riconciliazione con il Creato, tra gli uomini, tra i popoli, tra le religioni, non sarà vanificata dalla storia, perché in Cristo la riconciliazione è già cominciata. “ Dio ha riconciliato a se il mondo in Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor5,18-20). Pensiamo cosa ci è affidato ; a noi non è affidato il ministero della guerra, del razzismo, del nazionalismo, del populismo, del colonialismo, a noi è affidato il ministero della riconciliazione.

Dicendo questo subito ci accorgiamo di doverlo dire in atteggiamento penitenziale: noi non siamo una comunità riconciliata; i cristiani sono divisi; nella Chiesa stessa esiste il germe diabolico della divisione.

Ma perché non siamo riconciliati? Perché in noi non ha il giusto posto la Parola di Dio. Dice il Signore al profeta: “Ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia”(Ez 33,7). Noi a volte abbiamo annunciato parole che non erano dalla bocca di Dio; abbiamo detto tante cose, dicendo che erano la volontà di Dio, e invece non era vero, erano e a volte sono ancora oggi parole di potere, di ideologia, di moralismo, parole che vincono e così siamo diventati ministri di divisione. Noi non dobbiamo dire parole che vincono, ma parole che salvano

La Parola del Vangelo non fa la guerra, non è una parola che vince, ma che salva, che ama e riconcilia.  A noi è stata affidata questa Parola. La fede non è competizione, non è difesa di nessuna struttura, ma la strada da percorrere nella storia  fino alla piena comunione con Dio che sarà tutto in tutti.

Ancora una volta i piccoli, i bambini possono essere i veri maestri di riconciliazione, ricorda il Papa, sintetizzando il viaggio appena concluso: “Quello che più mi ha colpito dei colombiani: nelle quattro città c’era la folla sulla strada; i papà, le mamme alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa e perché il Papa desse loro la benedizione. Come dicendo: “Questo è il mio tesoro, questa la mia speranza, questo è il mio futuro. Io ci credo”. La tenerezza. Gli occhi di quei papà e di quelle mamme. Bellissimo, bellissimo! Questo è un simbolo, simbolo di speranza di futuro. Un popolo che è capace di fare bambini e poi mostrarli, come dicendo: “Questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro”.


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“Facciamo il primo passo”: Papa Francesco in Colombia

Da oggi fino al 10 settembre Papa Francesco sarà pellegrino di pace e riconciliazione in Colombia. Come è consuetudine, ieri sera papa Francesco si è recato nella basilica di Santa Maaria Maggiore per portare un omaggio floreale alla Salus Populi romani e invocare la Sua intercessione per il pellegrinaggio imminente.

Facciamo il primo passo” è la frase distintiva del viaggio apostolico, perché di altri primi passi c’è bisogno dopo la firma degli accordi di pace. Il governo della Colombia e le Farc  hanno concluso a Cuba nel novembre scorso un nuovo accordo di pace, accogliendo alcune  richieste dal fronte che nel referendum dello scorso 2 ottobre aveva  respinto il primo accordo, raggiunto in agosto dopo 52 anni di guerra.

Nelle città che il papa visiterà – Bogotá, Villavicencio, Medillin e Cartagena – affronterà diverse tematiche: essere artigiani di pace, promotori della vita; la riconciliazione con Dio, con i colombiani, con la natura; la vita cristiana come discepolato; dignità della persona e diritti umani.

Nella giornata di venerdì a Villavicencio, a sud di Bogotá, il papa beatificherà due martiri colombiani: il vescovo di Arauca, mons. Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, e il sacerdote Pedro María Ramírez Ramos.

Monsignor Jesús Emilio Jaramillo, fu ucciso a 73 anni il 2 ottobre 1989, mentre tornava da una visita pastorale nella città di Fortul. La sua macchina fu fermata da tre guerriglieri armati del fronte Domingo Laín dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN) che sequestrarono il vescovo; il suo cadavere con diverse ferite da arma da fuoco e senza la croce e l’anello episcopale, fu trovato il giorno dopo sulla strada. Padre Pedro María Ramírez, conosciuto come “il martire di Armero”era un parroco di campagna, molto amato dalla sua gente; aveva 68 anni quando il 10 aprile 1948 fu picchiato a morte da  gruppo di sostenitori liberali di Armero-Tolima perché era ritenuto «un conservatore fanatico e pericoloso».

Saranno Dodici i discorsi che il Papa pronuncerà nei quali – come ha sottolineato il cardinale Parolin che Lo accompagnerà. Francesco confermerà i fratelli nella fede :” La visita del Papa in Colombia ha un carattere essenzialmente pastorale, come del resto tutte le visite del Papa nei vari Paesi, e quindi ha lo scopo, ha l’intenzione – diciamo – di confermare e di incoraggiare i fratelli nella fede, di vivificare la loro carità e di spronarli a vivere la speranza cristiana. Naturalmente si colloca in un momento molto particolare della vita del Paese, in quanto è iniziato un processo di pace dopo cinquant’anni di conflitti e di violenza e questo lo rende particolarmente importante.”

Già Paolo VI nel 1968 e San Giovanni Paolo II nel 1986, visitarono la Colombia. Oggi un papa latinoamericano arriva per sostenere ed incoraggiare il difficile cammino della pace, dopo più di 50 anni di guerra tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), concluso con gli accordi di pace del novembre scorso, ma con una situazione sempre in bilico.

Papa Francesco per la quinta volta visita l’America Latina. Era stato in Brasile (luglio 2013), Ecuador, Bolivia e Paraguay (luglio 2015), a Cuba (settembre 2015) e in Messico (gennaio 2016).

Lo accompagniamo come sempre con la nostra preghiera.