ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Solo l’uomo delle Beatitudini può costruire la pace

Riflessioni sul Vangelo della VII Domenica del Tempo ordinario Anno C (1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23   Sal 102 1Cor 15,45-49   Lc 6,27-38)

don Francesco Pesce

Spesso il nostro sistema per stare in piedi deve identificare il nemico, lo deve quasi produrre. Questo è vero anche nell’ educazione dei bambini. Ricordiamo quando i nostri nonni usavano il termine “austriaco” in modo dispregiativo: se non ti comporti bene chiamo gli austriaci, si diceva. Poi abbiamo chiamato in senso dispregiativo gli uomini di colore, i comunisti, oggi forse i musulmani.

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Un primo insegnamento del Vangelo è quello dell’idea del nemico: non ci sono nemici, ci sono uomini. Ci ricorda Paolo nella seconda lettura, c’è l’uomo della terra, fragile, fallibile, ma è l’uomo in cui abita lo Spirito. Anche la Chiesa ci hanno alcune volte malamente insegnato ha dei nemici e quindi occorre difenderla: dal relativismo, dal soggettivismo, dal laicismo e così via, Gesù però non si è mai difeso; e allo stesso modo Pietro e Paolo non si sono mai difesi. C’è tutta una storia di nemici che abbiamo combattuto mentre il male era interno a noi: il potere, il denaro, la paura di perdere posizione dominante.

Per questo quando Gesù dice “Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra tu porgigli anche l’altra”, ci dice di andare oltre il nemico. Nel Vangelo di Giovanni anche Gesù prende uno schiaffo, ma lo rende inefficace: “Se ho sbagliato mostrami dove ho sbagliato, se non ho sbagliato perché questa violenza?”

Gesù invita a non opporre alla violenza, altra violenza, altrimenti questa cresce e poi diventa un crescendo interminabile. La logica del porgere l’altra guancia o di lasciarsi togliere il mantello o di lasciarsi trascinare in tribunale, significa riconoscere la violenza, dargli un nome e “combatterla” come fa il sole con le tenebre che a poco a poco sono vinte dalla espansione della luce.

Noi dobbiamo cominciare a vivere il cambiamento modificando gli spazi privati delle nostre responsabilità. Solo l’uomo delle Beatitudini può costruire la pace e può inserirsi naturalmente nei grandi processi di pace della storia. L’uomo del potere, del privilegio, della lobby, risulterà sempre un corpo estraneo alla pace e diventerà quasi senza rendersi conto, alleato della guerra.

Quando voglio dare dei nomi alla non violenza, dico giustizia, rispetto delle diversità, pace, bene comune. Dico le Beatitudini, parole che danno nomi molteplici a questa verità unica di cui Gesù è stato il primo testimone. Gesù è testimone di non violenza, questa non violenza dai tanti nomi, che sono le beatitudini.

Quando uno ha una autorità, una azienda, un posto di comando, oppure quando un paese possiede delle risorse, non bisogna difenderle con la spada. Gesù dice a Pilato: se il mio regno fosse come il tuo, i miei avrebbero combattuto. Combattere con la spada è uccidere, è la violenza che crea solo sconfitti e nessun vincitore. Infatti la nostra storia è un fiume di sangue versato in nome del principio che senza una spada un regno non si regge. Per questo siamo sempre in guerra. “Metti via la spada”, ha detto Gesù a Pietro, “altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più crudele, del meglio armato”.

La prima violenza è quella dell’occhio; si lavora per la pace e la si costruisce, imparando giorno dopo a giorno a guardare il mondo con gli occhi dello Spirito, sapendo scrutare i segni dei tempi. Il fatalismo, il giudizio di condanna senza appello, sono solo modi per nascondere il disimpegno, per ripararsi fuori dal mondo reale. Il Papa ci sfida invece a: “Costruire la società, la comunità, con lo stile degli operatori di pace”.

Lo vediamo bene anche oggi: le ripercussioni della guerra cadono soprattutto sui poveri. Vediamo però anche la forza del messaggio evangelico, non sconfitta dalla storia e sempre capace di riecheggiare potentemente: “Beati i poveri, beati i miti…”. I poveri si riappropriano della speranza, e allora la guerra rimane nuda e manifesta tutta la sua assurdità e inutilità. Noi siamo in questi tempi, tante guerre ma anche tante speranze non vinte e non annientate dai signori della guerra.

Preghiamo allora Gesù Cristo Re della Pace. Una regalità che con l’enorme sforzo di Papa Francesco si sta liberando da tutti i mantelli e le corone di costantiniana memoria, e in questo modo come seme fecondo costruisce un mondo non violento dove: “Non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri” (Madre Teresa di Calcutta, discorso alla consegna del premio Nobel per la Pace, 1979).

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Incontro protezione minori: la conferenza di presentazione

Ieri mattina si è svolta nella Sala Stampa della Santa Sede la Conferenza Stampa di presentazione dell’“Incontro sulla protezione dei minori nella Chiesa, previsto dal 21 al 24 febbraio. L’Incontro, espressamente voluto dal Papa, avverrà nell’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano, dove s’incontreranno i presidenti di tutte le Conferenze Episcopali del mondo e saranno presenti anche vittime di abusi.

Vaticano

Alla conferenza di presentazione sono intervenuti il card. Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, Membro del Comitato organizzativo; mons. Charles J. Scicluna, arcivescovo di Malta, segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede, membro del Comitato organizzativo dell’incontro; padre Federico Lombardi, moderatore dell’Incontro e Presidente della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI; presente anche padre Hans Zollner, presidente del Centro per la protezione dei Minori della Pontificia Università Gregoriana, membro della Pontificia Commissione per la tutela dei minori e referente del Comitato organizzativo. Infine sr Bernadette Reis, assistente del Direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti.

Mons. Charles J. Scicluna  ha elencato i temi principali delle tre giornate:  la responsabilità, il rendere conto e la trasparenza.

Padre Lombardi, moderatore dell’Incontro, ha illustrato il programma delle tre giornate, a cui corrispondono i tre temi principali.

Nella prima mattinata ci sarà un video di testimonianza delle vittime, e una breve introduzione del Papa.

Sabato sera è prevista una liturgia penitenziale, dove il Papa sarà presente ma non farà l’Omelia, che sarà invece tenuta dall’Arcivescovo ghanese Naameh.  Alla liturgia sarà presente una vittima di abusi.

Domenica mattina verrà concelebrata una Messa dal Papa, in cui l’Omelia sarà celebrata da Monsignor Coleridge, proveniente dall’Oceania. Il Santo Padre terrà un discorso finale, per poi recarsi alla finestra per il consueto momento dell’Angelus.

Lo schema delle tre giornate prevede una preghiera iniziale, tre relazioni a giornata, lavori di gruppo e la preghiera della sera.

Il primo giorno avrà come relatori il cardinale Tagle, monsignor Scicluna e il Cardinale Salazar Gomez; nel secondo giorno ci saranno gli interventi del cardinale Gracias, del cardinale Cupich e nel pomeriggio parlerà la dottoressa Ghisoni; per l’ultima giornata sono previsti come relatori la religiosa nigeriana Veronica Openibo, il cardinale Marx e infine la relazione pomeridiana sulla comunicazione della giornalista Valentina Alazaraki.

I partecipanti arrivano da tutti i paesi: 190, tra presidenti delle Conferenze episcopali o loro rappresentanti – 114 in totale dai cinque continenti -, 14 capi delle Chiese orientali, 12 religiosi e 10 religiose, a cui vanno aggiunti una decina di capi Dicastero attinenti alla questione, il sostituto e il segretario per i rapporti con gli Stati, 5 membri del Consiglio di Cardinali che non rientrano nei presidenti delle Conferenze episcopali, 4 membri dell’organizzazione e i 9 relatori dell’incontro, tre per ogni giornata. Saranno inoltre presenti varie associazioni di vittime di abusi.

Padre Hans Zollner ha inoltre spiegato due importanti strumenti riguardanti l’Incontro: il questionario proposto ai partecipanti e il sito internet ufficiale, pbc2019.org, che è già consultabile.


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Siamo fatti per essere beati

Riflessioni per la Domenica VI del Tempo ordinario anno C , Prima Lettura Ger 17,5-8, Salmo 1, Seconda Lettura  1 Cor 15,12.16-20,  Vangelo Lc 6, 17.20-26

don Francesco Pesce

Quando noi riflettiamo sulle Beatitudini, dobbiamo liberarci da una precomprensione che ne fa quasi un fatto irrealizzabile e credere  invece  come esse siano non solo possibili ma anche una chiara vocazione per ogni uomo. Noi siamo fatti per essere beati.

Gesù poi sulla Croce, ci ricorda San Paolo, ha distrutto in sé l’inimicizia, ha distrutto le barriere che separano gli uomini. Gesù non è solo un annunciatore di beatitudini, come ce ne sono stati molti nella storia; Lui ha realizzato in sé le condizioni vere per le beatitudini.

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Per questo l’annuncio del vangelo delle beatitudini non basta, bisogna distruggere a cominciare da noi stessi, le inimicizie, i muri, i pregiudizi, proprio come ha fatto Gesù. Dobbiamo distruggere anche un certo fondamentalismo biblico sempre in agguato.

Geremia nella Prima lettura di oggi così scrive: «maledetto l’uomo che confida nell’uomo». C’è tutta una educazione religiosa in cui più o meno siamo stati educati, che ha dato di questo versetto e di altre parti della Bibbia, una lettura sbagliata, che alimentava la sfiducia nell’uomo, nel mondo, nella storia. Anche nella famiglia c’era e c’è ancora questa pedagogia negativa: «non ti fidare di nessuno». L’essenza dell’educazione spesso è la paura, la diffidenza, il chiudersi in sè stessi.

Una diffidenza che si basava su una lettura teologia molto miope e clericale. Gli uomini non sono tutti peccatori? E l’uomo non è nel peccato originale? È nata così una certa visione pseudo cattolica che esprime diffidenza, paura e schiaccia quel tesoro straordinario che è la fiducia, la Speranza.

Il versetto della prima lettura di oggi invece dice un’altra cosa e per intero così si esprime: «maledetto l’uomo che confida nell’uomo che pone nella sua carne il suo sostegno». Oggi potremmo esprimerlo così: « non vi fidate degli uomini del potere, degli uomini che si credono Dio». Questo sì, che è tragicamente vero.

Anche Il salmo 1 che oggi ci propone la liturgia è molto chiaro a questo proposito.

Beato l’uomo che:

“non entra nel consiglio dei malvagi”; potremmo oggi dire, non entra in certi Consigli di Amministrazione pubblici, privati, anche ecclesiali a volte, dove la tangente, la massoneria, il clericalismo, sono moneta comune.

“non resta nella via dei peccatori”; ha il coraggio di cambiare strada e si dissocia pubblicamente da certi ambienti mafiosi, immorali, corrotti, invece che prendere sotto il tavolo le briciole del potere che i loro capi malavitosi, offrono loro come ai cani randagi; nel mondo ma non del mondo ci ricorda Gesù.

“non siede in compagnia degli arroganti”: si alza e se ne va dove l’arroganza dei ricchi e dei potenti vorrebbe comprarti anche l’anima.

Quando Gesù chiama «beati» i poveri non dice allora parole di consolazione ma vuole rivelare che chi è senza Potere ma ha Autorità morale sociale evangelica, possiede nelle sue mani quel tesoro unico che è la Speranza. Sono i poveri di Dio, gli uomini che non hanno altra ricchezza che l’Amore del Padre sopra di loro.

La vera Beatitudine infatti è questa: “Beato l’uomo che confida nel Signore”. Una Parola semplice, che nella sua semplicità getta una luce sulle nostre vite complicate e affannate.

Impariamo a guardare la nostra storia personale, il mondo, con gli occhi autorevoli della Speranza fondata in Cristo risorto, come dice Paolo nella seconda lettura, non con gli occhi del potere. Ritroviamo ogni giorno quella fiducia e quella serenità che il Signore donandoci il Suo Spirito ci ha promesso. Chiediamo al Signore nella preghiera di aiutarci a togliere di mezzo ogni potere che umilia l’uomo ed è ostacolo alla vita felice e alla vita eterna.


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Papa Francesco in visita in Marocco

E’ stato reso noto il programma del Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Marocco, Paese in maggioranza musulmano, previsto il 30 e il 31 marzo prossimi.

ImgViaggioMaroccoIl Papa ha accolto l’invito del Re Mohammed VI e dei vescovi del Paese. Tra le tappe del Viaggio Apostolico sono previsti anche l’incontro con i migranti nella sede della Caritas diocesana e quello con i sacerdoti, i consacrati e il Consiglio ecumenico delle Chiese nella cattedrale di Rabat.

Il viaggio, come da proposta delle autorità del Marocco per facilitare la visita del Pontefice, sarà circoscritto alla sola città di Rabat, dove dal 1976 ha sede la nunziatura apostolica.

A 33 anni dalla storica visita di San Giovanni Paolo II che nello stadio di Casablanca il 19 agosto 1985 incontrò i giovani musulmani in un’iniziativa di dialogo senza precedenti, certamente il viaggio di Francesco sarà un’altra occasione per sviluppare il dialogo interreligioso e la reciproca conoscenza fra cristiani e musulmani.

 

 


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Il Signore ha scelto Francesco per guidare la Chiesa oggi

Una riflessione sul “manifesto della fede” del Cardinale Müller

Don Enrico Ghezzi

Caro Cardinal Müller,
Sono un vecchio prete, in pensione, come si dice. Ieri mattina 10 febbraio 2019, nella S. Messa della V Domenica dell’anno C, ascoltando la Prima Lettura di Isaia (6,1-2.3-8), sulla “vocazione” del Profeta impostagli con autorità da Dio, mi sono chiesto se io – nei miei lunghissimi anni di sacerdozio in mezzo al popolo – sono stato “bruciato”, sulle labbra, dal “tizzone ardente” come il Profeta, oppure, per i miei peccati, ho lasciato riempire di “fumo” il Tempio di Dio, la Chiesa, dove ho servito per tanti anni. Non sarò stato forse un uomo dalle “labbra impure”?

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Finita la celebrazione, come ogni mattina, mi sono recato dal giornalaio per avere qualche notizia del giorno. Cosa mi colpisce? Leggo, su un giornale, un titolo inquietante: il “manifesto della fede” del cardinale Müller.

Avevo già sentito, in passato, pronunciare il suo nome e già da allora non mi era sembrato particolarmente “affettuoso” verso Papa Francesco. Dicevano: “questo Muller, è discepolo di Papa Ratzinger” – come a sottolineare l’esistenza di due chiese diverse, che però non esistono. Papa Benedetto XVI è un uomo di Dio, che ha dato tutta la sua vita al servizio del Vangelo. L’uomo di Dio, caro Cardinale, non divide mai la Chiesa di Cristo!

Mi ha colpito subito il titolo del suo scritto: “Manifesto della fede”. Ma – mi dicevo – la nostra fede non è forse quella che da secoli confessiamo in Gesù Cristo? Ma che sia “nata”, in questi mesi, anche una fede “secondo Müller”? Forse che il Vangelo che ho predicato per molti anni – il Vangelo di Matteo, Marco, Luca e Giovanni – siano vangeli “apocrifi”? Che il Vangelo “vero” ci viene finalmente da questo sapiente cardinale tedesco?

Con lo stupore, mi ha colto anche un dubbio: “Stai attento – mi sono detto – non è che questo manifesto non sia piuttosto il “fumo” che ha riempito il Tempio del Signore, invece del “tizzone ardente” dell’amore di Dio che ha spinto il Profeta ad accettare la sua vocazione? E continuando, nella mia riflessione: il cardinale Müller dice di aver accolto il “grido” di dolore che si alza da vescovi, sacerdoti e fedeli smarriti per la confusione della dottrina cattolica dei nostri giorni. La mia gente, il mio popolo, non si è mai sentito “smarrito”, anche davanti alle prove dolorose della vita: a loro bastava il Vangelo di Gesù, che ha precedenza sulla teologia dei sapienti di ieri e di oggi.

Inoltre, non si è sempre insegnato che a capo della Chiesa, e quindi anche di vescovi, sacerdoti e fedeli smarriti, il Signore ha scelto Pietro e i suoi successori? Proprio come leggiamo nel Vangelo di questa domenica, il Signore dice a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10).

Caro cardinale, Lei si deve persuadere: il Signore ha “scelto” Francesco! E’ lui – con la sua saggezza e santità, riconosciute da tutto il popolo dei vari continenti – che il Signore ha scelto: è lui l’Isaia e il Simone voluto da Gesù oggi per il tempo del nostro cammino.

Caro cardinale, le dò un consiglio fraterno e sacerdotale (anche se so con certezza che non leggerà mai questo mio testo!): deponga la porpora e i fasti che la circondano, accetti di andare in qualche parrocchia del suo Paese, la Germania, a fare il prete: sono certo che ne troverà grande beneficio spirituale e sacerdotale. Così, insieme, eviteremo di correre il pericolo di finire nelle fiamme dell’inferno, come ci ricorda nel suo “manifesto sulla fede”.

Non ce l’abbia con me, sono soltanto pensieri spontanei, sorti dopo la celebrazione della S. Messa.

Le auguro ogni bene.

Don Enrico Ghezzi


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Gettare ancora la rete sulla Sua Parola

Riflessioni per la Domenica V del Tempo ordinario anno C , Vangelo Lc 5, 1-11

don Francesco Pesce

Nel Vangelo di questa domenica, Luca ci racconta di una pesca miracolosa, all’inizio della vita pubblica di Gesù, quando si stava formando il primo gruppo dei discepoli.

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“Maestro abbiamo faticato tutta la notte, ma non abbiamo preso nulla”, dice Pietro. Quante notti ci racconta la Bibbia, quante notti nella vita, nei nostri giorni; quanta fragilità nelle nostre vite, nelle nostre famiglie. E’ una fragilità naturale, di una natura corrotta dal mistero del peccato, prima ancora che dovuta ai cambiamenti esterni (relativismo, soggettivismo, ecc). Io lo vedo molto chiaramente nel confessionale.

Gesù lo capisce questo e non ci giudica; ci chiede ancora di gettare la rete, di continuare a vivere e sperare. Questa volta la rete si riempie perché è gettata sulla Parola del Signore, anche se è paradossale pescare di giorno, anche se in fondo non ci credi più, anche se a volte le famiglie non ce la fanno, perché la famiglia non è un principio da difendere ma una “grande avventura”, dice papa Francesco, da accompagnare con l’aiuto della Grazia.

Nessuno abbia paura, arriva sempre un’Alba nuova, dove lo stupore di una pesca imprevedibile ti avvolge e ti entusiasma, come in quel giorno Pietro e quelli che erano con lui.

Anche il Vangelo di Giovanni racconta questa pesca miracolosa, ma la colloca nelle ore appena successive alla morte di Gesù, quando gli Apostoli erano ritornati delusi e scoraggiati al loro lavoro quotidiano.

Siamo in Galilea sul lago di Tiberiade; nessuno parla e nessuno sa cosa fare o cosa dire, la situazione è pesante. Pietro prende l’iniziativa per togliere se stesso e gli altri dall’imbarazzo e dice : “Io vado a pescare”, e cosi’ la vita di prima sembra ricominciare: “Ma in quella notte non presero nulla”(Gv 21,3). Ecco che il Risorto, che appare loro, ordina di gettare ancora una volta le reti: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci”.(Gv 21,6).

La Parola del Risorto è la garanzia di efficacia delle nostre azioni: è la luce che illumina i nostri passi incerti, è la mano tesa per afferrarci nelle nostre cadute.

Con questa fede umile noi possiamo dire come Isaia: “Manda me”. Accompagnami nella vita quotidiana, non per fare proselitismi, ma per testimoniare la Presenza del Signore Risorto in mezzo a noi.

Dio si trasmette solo perché si fa presente. O Dio è presente nella vita di chi lo annuncia oppure, come ci ricorda il Concilio Vaticano II, si produce ateismo: “Nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti, in quanto per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione fallace della dottrina, o anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione” (Gaudium et Spes cap 1 N 19).

Dio si trasmette per contagio, ricorda spesso Papa Francesco.


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Fraternità come nuova frontiera del cristianesimo

Nell’Udienza Generale di oggi nell’Aula Paolo VI, il Papa ha incentrato la sua riflessione sul Viaggio Apostolico negli Emirati Arabi Uniti che si è concluso ieri.

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Photo credit: w2.vatican.va/

Durante la catechesi, il Santo Padre ha commentato il significato del momento saliente al Founder’s Memorial di Abu Dhabi: “[…]Io e il Grande Imam di Al-Azhar abbiamo firmato il Documento sulla Fratellanza Umana, nel quale insieme affermiamo la comune vocazione di tutti gli uomini e le donne ad essere fratelli in quanto figli e figlie di Dio, condanniamo ogni forma di violenza, specialmente quella rivestita di motivazioni religiose, e ci impegniamo a diffondere nel mondo i valori autentici e la pace”.

Un Documento, sottolinea Papa Francesco, che sarà studiato nelle scuole e approfondito negli ambiti culturali dei vari paesi del mondo: “[…] Abbiamo voluto dare un ulteriore segno, chiaro e deciso, che invece è possibile incontrarsi, è possibile rispettarsi e dialogare, e che – ha aggiunto Francesco al discorso finale – pur nella diversità delle culture e delle tradizioni, il mondo cristiano e quello islamico apprezzano e tutelano valori comuni: la vita, la famiglia, il senso religioso, l’onore per gli anziani, l’educazione dei giovani, e altri ancora”.

A nessuno può sfuggire la portata storica di questo Documento che, come ha affermato ieri il Papa nel dialogo con i giornalisti sul volo di ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, è sulla scia del Concilio Vaticano II e sottolinea sempre di più le religioni anche come strumenti a servizio dell’uomo e della pace.

Recentemente la Chiesa cattolica aveva già affermato che la fraternità è la nuova frontiera del cristianesimo nella lettera del Santo Padre “Humana communitas”.