ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Il “secondo passo”. Prospettive del viaggio del Papa in Colombia

Nella  consueta conferenza stampa sull’aereo di ritorno a Roma, al termine del pellegrinaggio in Colombia, Papa Francesco ha così risposto a una domanda di un giornalista, a proposito di un ipotetico ritorno un giorno nel paese latinoamericano: “mi piacerebbe che almeno il tema del viaggio  fosse ‘Facciamo il secondo passo’ ”.

Facciamo il primo passo è stato il motto di questo pellegrinaggio e possiamo dire che realmente il Papa ha sostenuto questo slancio e ora un intero popolo continua con fiducia il cammino difficile della riconciliazione.

In Colombia l’annuncio della Parola di riconciliazione è particolarmente urgente. A noi è affidata la Parola, il ministero della riconciliazione ci ricorda San Paolo nella sua Seconda Lettera ai Corinzi.

Allargando l’orizzonte della sua riflessione, il Papa ricorda che è urgente anche la riconciliazione con il creato: «siamo superbi, non vogliamo vedere. Ma gli scienziati sono chiarissimi sull’influsso umano nei cambiamenti climatici»

Viviamo in un tempo in cui cresce la coscienza verso i misfatti compiuti dall’uomo nei confronti della creazione. La creazione si sciupa attorno a noi, deperisce, sotto i nostri colpi. E’ urgente una riconciliazione fra l’uomo e l’universo; bisogna anche riconoscere che un esagerato antropocentrismo spesso veicolato da una certa teologia cristiana ha favorito un comportamento sbagliato nei confronti della natura. L’uomo occidentale in particolare, che abbatte le foreste, soffoca di grande inquinamento urbano, inquina i suoi mari, deve recuperare il rispetto, l’amore per la natura.

Papa Francesco in questo pellegrinaggio straordinario, ci ricorda che la Chiesa è il segno, la sentinella che dice che è possibile, anzi è nella natura dell’uomo immagine di Dio, mettere l’amore alla base dell’esperienza collettiva. La riconciliazione con il Creato, tra gli uomini, tra i popoli, tra le religioni, non sarà vanificata dalla storia, perché in Cristo la riconciliazione è già cominciata. “ Dio ha riconciliato a se il mondo in Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor5,18-20). Pensiamo cosa ci è affidato ; a noi non è affidato il ministero della guerra, del razzismo, del nazionalismo, del populismo, del colonialismo, a noi è affidato il ministero della riconciliazione.

Dicendo questo subito ci accorgiamo di doverlo dire in atteggiamento penitenziale: noi non siamo una comunità riconciliata; i cristiani sono divisi; nella Chiesa stessa esiste il germe diabolico della divisione.

Ma perché non siamo riconciliati? Perché in noi non ha il giusto posto la Parola di Dio. Dice il Signore al profeta: “Ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia”(Ez 33,7). Noi a volte abbiamo annunciato parole che non erano dalla bocca di Dio; abbiamo detto tante cose, dicendo che erano la volontà di Dio, e invece non era vero, erano e a volte sono ancora oggi parole di potere, di ideologia, di moralismo, parole che vincono e così siamo diventati ministri di divisione. Noi non dobbiamo dire parole che vincono, ma parole che salvano

La Parola del Vangelo non fa la guerra, non è una parola che vince, ma che salva, che ama e riconcilia.  A noi è stata affidata questa Parola. La fede non è competizione, non è difesa di nessuna struttura, ma la strada da percorrere nella storia  fino alla piena comunione con Dio che sarà tutto in tutti.

Ancora una volta i piccoli, i bambini possono essere i veri maestri di riconciliazione, ricorda il Papa, sintetizzando il viaggio appena concluso: “Quello che più mi ha colpito dei colombiani: nelle quattro città c’era la folla sulla strada; i papà, le mamme alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa e perché il Papa desse loro la benedizione. Come dicendo: “Questo è il mio tesoro, questa la mia speranza, questo è il mio futuro. Io ci credo”. La tenerezza. Gli occhi di quei papà e di quelle mamme. Bellissimo, bellissimo! Questo è un simbolo, simbolo di speranza di futuro. Un popolo che è capace di fare bambini e poi mostrarli, come dicendo: “Questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro”.

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“Facciamo il primo passo”: Papa Francesco in Colombia

Da oggi fino al 10 settembre Papa Francesco sarà pellegrino di pace e riconciliazione in Colombia. Come è consuetudine, ieri sera papa Francesco si è recato nella basilica di Santa Maaria Maggiore per portare un omaggio floreale alla Salus Populi romani e invocare la Sua intercessione per il pellegrinaggio imminente.

Facciamo il primo passo” è la frase distintiva del viaggio apostolico, perché di altri primi passi c’è bisogno dopo la firma degli accordi di pace. Il governo della Colombia e le Farc  hanno concluso a Cuba nel novembre scorso un nuovo accordo di pace, accogliendo alcune  richieste dal fronte che nel referendum dello scorso 2 ottobre aveva  respinto il primo accordo, raggiunto in agosto dopo 52 anni di guerra.

Nelle città che il papa visiterà – Bogotá, Villavicencio, Medillin e Cartagena – affronterà diverse tematiche: essere artigiani di pace, promotori della vita; la riconciliazione con Dio, con i colombiani, con la natura; la vita cristiana come discepolato; dignità della persona e diritti umani.

Nella giornata di venerdì a Villavicencio, a sud di Bogotá, il papa beatificherà due martiri colombiani: il vescovo di Arauca, mons. Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, e il sacerdote Pedro María Ramírez Ramos.

Monsignor Jesús Emilio Jaramillo, fu ucciso a 73 anni il 2 ottobre 1989, mentre tornava da una visita pastorale nella città di Fortul. La sua macchina fu fermata da tre guerriglieri armati del fronte Domingo Laín dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN) che sequestrarono il vescovo; il suo cadavere con diverse ferite da arma da fuoco e senza la croce e l’anello episcopale, fu trovato il giorno dopo sulla strada. Padre Pedro María Ramírez, conosciuto come “il martire di Armero”era un parroco di campagna, molto amato dalla sua gente; aveva 68 anni quando il 10 aprile 1948 fu picchiato a morte da  gruppo di sostenitori liberali di Armero-Tolima perché era ritenuto «un conservatore fanatico e pericoloso».

Saranno Dodici i discorsi che il Papa pronuncerà nei quali – come ha sottolineato il cardinale Parolin che Lo accompagnerà. Francesco confermerà i fratelli nella fede :” La visita del Papa in Colombia ha un carattere essenzialmente pastorale, come del resto tutte le visite del Papa nei vari Paesi, e quindi ha lo scopo, ha l’intenzione – diciamo – di confermare e di incoraggiare i fratelli nella fede, di vivificare la loro carità e di spronarli a vivere la speranza cristiana. Naturalmente si colloca in un momento molto particolare della vita del Paese, in quanto è iniziato un processo di pace dopo cinquant’anni di conflitti e di violenza e questo lo rende particolarmente importante.”

Già Paolo VI nel 1968 e San Giovanni Paolo II nel 1986, visitarono la Colombia. Oggi un papa latinoamericano arriva per sostenere ed incoraggiare il difficile cammino della pace, dopo più di 50 anni di guerra tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), concluso con gli accordi di pace del novembre scorso, ma con una situazione sempre in bilico.

Papa Francesco per la quinta volta visita l’America Latina. Era stato in Brasile (luglio 2013), Ecuador, Bolivia e Paraguay (luglio 2015), a Cuba (settembre 2015) e in Messico (gennaio 2016).

Lo accompagniamo come sempre con la nostra preghiera.


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Ha saputo amare anche nelle tenebre

In memoria di Madre Teresa di Calcutta a 20 anni dalla scomparsa

Ricorre oggi il ventesimo anniversario della morte di Madre Teresa di Calcutta, straordinaria donna di fede e missionaria proclamata santa. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar, il giorno della scomparsa della madre ebbe a dire : “Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo.” Queste parole esprimono efficacemente l’ampiezza, la grandezza, la profondità del servizio alla vita che questa piccola donna ha saputo esprimere nella fede in Dio e nell’uomo, in ogni uomo. Oggi sulla sua tomba bianca nella casa di Calcutta i pellegrini di ogni tempo e di ogni fede possono leggere un versetto del Vangelo di Giovanni: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Giovanni 15,12).

madreteresa

Prima che essere donna d’azione, Madre Teresa era una donna di preghiera. Questo forse spiega la sua intrepida forza d’animo lungo una vita vissuta tra le miserie e le sofferenze del mondo. Diceva di se stessa e delle sue suore: “Siamo delle contemplative che vivono in mezzo al mondo. […] La nostra vita deve essere una preghiera continua” (R. Allegri, “Madre Teresa mi ha detto”, Ancora Editrice, Milano, 2010, pag. 59). Silenzio e preghiera sono ancor più necessari oggi per testimoniare Cristo con la vita e la carità, per vivere la nostra missione di uomini e di donne in un mondo sempre più complesso e difficile.

Nell’agosto del 1946 Madre Teresa cominciò a sentire la “ chiamata nella chiamata” come la definì lei stessa. Era la sera del 10 settembre in treno mentre andava nella città di Darjeeling per fare gli esercizi spirituali: “Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione […] Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta […] ” (Cit. in Renzo Allegri, Madre Teresa mi ha detto, Ancora Editrice, Milano, 2010). Fu una chiamata interiore, una voce nel silenzio della preghiera che la spinse ad aprirsi all’accoglienza dei più poveri tra i poveri. Madre Teresa ha saputo coltivare e praticare il dono evangelico dell’accoglienza. Accogliere, prima di tutto nel proprio tempo, nel proprio cuore, andando a cercare chi era solo e abbandonato. Madre Teresa ha fatto la Chiesa in comunione, abbattendo ogni muro di indifferenza e di ipocrisia.

Davanti ai tanti calvari di tanti uomini e donne del nostro tempo, davanti alle croci degli uomini di ogni razza e religione, Madre Teresa ha saputo contemplare il volto di Cristo, come l’unità di misura di tutti quelli che danno la vita per amore. Con la forza dell’amore, questa suora che era in se stessa la carità, ha saputo fare una cosa grandiosa, una cosa divina; ha dato un nome, una dignità ad ogni croce. Cosa significa dare un nome alla croce ?

Gesù nella sua pienezza di Messia non era più un ebreo, era l’uomo: “Ecco l’uomo”. Il nome sulla croce è Uomo. Hanno certamente importanza le nostre distinzioni culturali, etniche, religiose ma quando si è in croce, quando si muore non contano più. Questa uguaglianza nel negativo è importante, perché Gesù l’ha assunta su di sé come un appuntamento: «Quando sarò sollevato sulla croce attirerò tutti a me». Tutti. Madre Teresa si è lasciata attirare ed ha attirato moltissimi alla croce di Gesù figlio dell’uomo, Salvatore di ogni uomo. Ecco perché, esattamente come ha fatto Madre Teresa non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, ma dobbiamo chiedere con forza la difesa della dignità dell’uomo, di ogni uomo.

Ci sono un ecumenismo e un dialogo intereligioso della carità, in cui Madre Tereesa credeva molto: “C’è un solo Dio, ed è Dio per tutti; è per questo importante che ognuno appaia uguale dinnanzi a Lui. Ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore ed un cattolico a diventare un cattolico migliore. Crediamo che il nostro lavoro debba essere d’esempio alla gente. Attorno noi abbiamo 475 anime: di queste, solo 30 famiglie sono cattoliche. Le altre sono indù, musulmane, sikh… Sono tutti di religioni diverse, ma tutti quanti vengono alle nostre preghiere”. (Lucinda Yardey, Mother Teresa: A Simple Path, Ballantine Books, 1995.)

Com’e’ ormai noto, Madre Teresa ha anche sperimentato il buio della fede. In una delle sue lettere pubblicate postume scriveva di non sentire “la presenza di Dio né nel suo cuore né nell’Eucaristia”. E confidava : “Nella mia anima sperimento proprio quella terribile sofferenza dell’assenza di Dio, che Dio non mi voglia, che Dio non sia Dio, che Dio non esista veramente”.

In quegli anni, Madre Teresa si è offerta veramente tutta al mistero, ancora una volta con l’atto supremo di donazione nell’amore, che lei descrive con parole impressionanti: “Ho cominciato ad amare le mie tenebre perché credo che siano una parte, una piccola parte delle tenebre di Gesù e della Sua pena sulla terra“( Franca Zambonini, “Madre Teresa: la mistica degli ultimi”, Paoline, 2003, pagg. 33-34).

Madre Teresa ha saputo amare anche le tenebre, proprio come Gesù che ha vinto la morte con l’amore.

Nel nostro blog abbiamo in passato raccolto delle testimonianze di devozione verso Madre Teresa dall’India e dalla Cina.

 


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La croce con Gesù inchiodato

L’Angelus di papa Francesco 

Nella preghiera dell’Angelus di oggi papa Francesco ha ricordato come la professione di fede di Pietro roccia su cui Gesù vuole costruire la Sua Chiesa è subito smentita dai fatti.  Gesù rimprovera Pietro con parole dure, perché non accetta l’annuncio della croce.  Un momento prima l’apostolo era benedetto dal Padre, e subito dopo diventa addirittura un ostacolo, una pietra di inciampo sulla strada di Gesù.  Pietro e gli altri hanno ancora molta strada da fare.

La tentazione è di seguire un Cristo senza croce ma Gesù ci ricorda che la sua via è quella dell’amore e non c’è vero amore senza il sacrifico di se.

Camminare contro corrente e in salita esorta il papa. Solo l’amore da senso e felicità alla vita . Impostiamo la nostra vita sull’amore come ha fatto Gesù e la nostra vita non sarà sterile ma feconda, ha ancora continuato.

Nell’eucarestia Gesù perde se stesso per ritrovare tutti noi. Maria ci aiuti a non aver  paura della croce con Gesù inchiodato.

Al termine della preghiera mariana, papa Francesco rinnova la vicinanza e partecipazione ai paesi asiatici  e al Texas colpiti da gravi alluvioni.

Ha ricordato poi  il suo imminente viaggio apostolico che da mercoledì fino al 10 settembre, lo condurrà come pellegrino di pace e riconciliazione in Colombia.

Già Paolo VI nel 1968 e San Giovanni Paolo II nel 1986, avevano   il Paese latinoamericano. Oggi un papa latinoamericano arriva per sostenere ed incoraggiare il difficile cammino della pace, dopo più di 50 anni di guerra tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc).

Lo accompagniamo con la nostra preghiera


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Indimenticabile pastore

Ricordo del cardinale Carlo Maria Martini a cinque anni dalla morte.

«Indimenticabile»: è questo l’aggettivo che ha pronunciato monsignor Mario Delpini, l’arcivescovo eletto di Milano, per ricordare Carlo Maria Martini, nella messa celebrata a cinque anni dalla morte.

Il tempo che passa dimostra quanto grande sia l’eredità che non si corrompe, del suo ministero episcopale, che illuminato dallo Spirito e sostenuto dalla comunione profonda con la Parola di Dio, ha superato i confini della diocesi milanese, per appartenere a tutta la Chiesa, e per diventare patrimonio prezioso della intera umanità.

Annunciare il primato dell’amore con la vita e la Parola è stato il suo compito nella storia. Amare e valorizzare il Corpo di Cristo nel mondo. Nomi di persone, luoghi geografici, il suo servizio alla Chiesa e all’uomo, in ogni incontro, in ogni ambiente della diocesi; il Vangelo diventa storia. È la logica dell’Incarnazione che entra dentro la vita concreta di ognuno di noi.

Carlo Maria Martini era ben consapevole che la vita degli uomini era vissuta in mezzo a due strade maestre: Cristo Signore, nella Sua Parola e nei Suoi gesti, e l’attesa del Suo ritorno nella Gloria, per vivere insieme nella Città Santa. Ecco, allora l’annuncio instancabile di Martini, circa il primato dell’amore, il desiderio, la vocazione di diventare lievito, luce accesa nella storia, spesso terribilmente buia. L’annuncio che La Pasqua non è una alternativa storica, ma è il cuore pulsante dei nostri giorni, il senso concreto e vivo immerso nel cuore del tempo e dello spazio.

La grandezza del suo ministero, la profondità del suo magistero, fanno impallidire alcune posizioni ideologiche, alcuni violenti attacchi strumentali che il cardinale ha dovuto subire e che non hanno avuto rispetto neanche degli anni della malattia; posizioni ideologiche che intendevano attaccare la Chiesa del concilio, come oggi si fa contro papa Francesco; visioni distorte che nulla hanno a che far con la fede e il vangelo e che “contano come pulviscolo sulla bilancia”(IS 40,15)

Ci inchiniamo alla umanità e alla fede con la quale Padre Carlo Maria Martini, ha percorso il suo cammino di santità che è ormai arrivato alla contemplazione del volto del Padre che lui più di molti altri, ha saputo intravedere e testimoniarci in Cristo Parola di vita eterna.


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Parrocchie con le porte aperte, a servizio della missione

E’ stato pubblicato oggi un nuovo videomessaggio di Papa Francesco per le intenzioni di preghiera proposte alla Chiesa per il mese di settembre.

Le parrocchie devono stare a contatto con le famiglie, con la vita della gente, con la vita del popolo” – esordisce il Papa nel videomessaggio, postato su YouTube col titolo “le parrocchie al servizio della missione” e registrato in spagnolo con i sottotitoli in italiano. Riprendendo un argomento già affrontato in precedenza, Francesco invita le parrocchie a tenere la porta “sempre aperta per andare incontro agli altri“. Ma non l’ “uscita per l’uscita” in sé, bensì portando “una chiara proposta di fede“. Aprendo le porte per “lasciare che Gesù esca con tutta la gioia del suo messaggio“. Concludendo, il Papa invita a pregare per le nostre parrocchie, affinché “non siano uffici funzionali“, ma siano animate da “spirito missionario“, per essere “luoghi di comunicazione della fede e di testimonianza della carità“.

Temi – questi della parrocchia con le porte aperte e non come un ufficio burocratico – già affrontati da Papa Francesco. “Una Chiesa davvero secondo il Vangelo non può che avere la forma di una casa accogliente, con le porte aperte, sempre. Le chiese, le parrocchie, le istituzioni, con le porte chiuse non si devono chiamare chiese, si devono chiamare musei!” – aveva detto nel corso dell’Udienza Generale del mercoledì’, il 9 settembre 2015. E similmente nel corso del Giubileo dei Diaconi il 29  maggio 2016: “A me fa male al cuore quando vedo un orario, nelle parrocchie: “Dalla tal ora alla tal ora”. E poi? Non c’è porta aperta, non c’è prete, non c’è diacono, non c’è laico che riceva la gente… Questo fa male. Trascurare [andare oltre] gli orari: avere questo coraggio, di trascurare [andare oltre] gli orari“.

Anche noi col nostro blog, nella nostra piccolezza e semplicità, abbiamo cercato di testimoniare la bellezza della Chiesa in uscita a partire dalle porte aperte della parrocchia: vedi i post “Porte aperte in parrocchia!” e “La Chiesa di Roma vista dalla Chiesa in Cina: porte aperte in parrocchia“.

 


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Papa Francesco di nuovo in Asia

La Sala Stampa della Santa Sede ha confermato questa mattina che Papa Francesco si recherà in visita apostolica in Bangladesh e Myanmar tra la fine di novembre e i primi di dicembre prossimi.

Il comunicato informa che il programma dettagliato verrà reso noto successivamente. Intanto, sappiamo che il Pontefice si recherà prima in Myanmar, dal 27 al 30 novembre, e poi in Bangladesh, dal 30 novembre al 2 dicembre. Un viaggio quindi breve, durante il quale il Pontefice visiterà la città di Nay Pyi Taw, capitale del Myanmar dal 2006, e la vecchia capitale Yangon, e successivamente la città di Dakha, capitale del Bangladesh.

E’ la prima volta che un papa si reca in Myanmar, Paese a maggioranza buddhista, che segue prevalentemente la più antica tradizione Theravada. I cristiani costituiscono circa il 6 percento della popolazione e i cattolici circa l’1 percento. Il Myanmar (ex Birmania) è più noto in occidente attraverso la figura di Aung San Suu Kyi, Nobel per la Pace, attualmente Ministro degli Esteri del Paese. Recentemente, notizie dal Myanmar sono rimbalzate anche sui media occidentali circa le violazioni dei diritti umani perpetuate secondo l’ONU contro la minoranza musulmana dei Rohingya, costretti a fuggire e cercare riparo in Bangladesh. Proprio all’Angelus di ieri, Papa Francesco ha nuovamente fatto un appello a venire in aiuto a queste popolazioni.

Prima di Francesco, San Giovanni Paolo II visitò il Bangladesh il 19 novembre del 1986 come parte di un più lungo pellegrinaggio apostolico che comprendeva anche Australia, le isole Fiji, la Nuova Zelanda, le Seychelles e Singapore. Durante questo viaggio, il Pontefice celebrò una Messa con ordinazioni sacerdotali e tenne un discorso a vari esponenti della Chiesa Cattolica nel Paese. Incontrò anche una Delegazione della Chiesa in Birmania.

Il Bangladesh è un Paese a maggioranza musulmana, che ha ottenuto l’indipendenza attraverso una secessione dal Pakistan orientale nel 1971. E’ tra i Paesi con la più alta densità di popolazione al mondo. I cristiani sono circa lo 0,5 percento e i cattolici lo 0,3. Nel Concistoro del 19 novembre 2016, Papa Francesco ha creato il primo cardinale del Bangladesh, nella persona di Mons. Patrick D’Rozario, Arcivescovo di Dakha.

Anche questo si presenta come un viaggio all’insegna della Chiesa in uscita, verso le periferie geografiche oltre che esistenziali, cui ci ha ormai abituato Papa Francesco. Che torna in Asia, dopo i viaggi apostolici nella Repubblica di Corea (2014), e Filippine e Sri Lanka (2015), oltre che in Terra SantaTurchia (2014) e in Asia centrale – Armenia, Azerbaigian e Georgia (2016).