ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Il Papa a Fatima: Dio perdona tutto, la paura non si addice all’amato

Dopo essere arrivato questo pomeriggio a Fatima e aver pregato alla cappella delle apparizioni, Papa Francesco è tornato in serata al popolare santuario per la benedizione delle candele e la recita del rosario, secondo quanto indicato dal programma ufficiale del Vaticano.

Il pellegrinaggio del Papa avviene in occasione del centenario delle apparizioni della Vergine ai tre pastorelli – i beati Giacinta e Francisco, che saranno canonizzati domani – e suor Lucia, l’ultima veggente di Fatima scomparsa nel 2005 a 97 anni. Appena arrivato nel santuario, di nuovo il pontefice si è fermato in silenzio e preghiera di fronte alla piccola e amata statua della Madonna, nella cappellina del santuario che ogni anno accoglie milioni di pellegrini da tutto il mondo. Quello stesso luogo dove in quel lontano 13 maggio 1917 la Vergine è apparsa a tre semplici bambini, che oggi è gremito da una folla immensa di pellegrini.

statua madonna fatima

Il Papa ha poi presieduto il rito della benedizione delle candele, accompagnato dal canto del coro. La spianata del santuario è gremita di pellegrini, che ancora nella tarda serata continuano ad arrivare nella piazza. “Se vogliamo essere cristiani dobbiamo essere mariani” – dice Papa Francesco all’inizio del suo saluto. Secondo Francesco, dobbiamo riconoscere il legame provvidenziale che unisce la Madonna a Gesù e ci apre la via che ci conduce a Lui. Quando recitiamo il rosario in questo luogo benedetto e in ogni altro luogo, “il Vangelo riprende la sua strada nella vita di ognuno, delle famiglie e del mondo” – continua il Papa. Francesco ci invita a essere pellegrini con Maria, “maestra di vita spirituale”, la prima che ha seguito Cristo lungo la via stretta della croce donandoci l’esempio.

Come non si stanca di ricordarci dall’inizio del pontificato, il Papa ci esorta ad “anteporre la misericordia al giudizio”. Ma precisa che la misericordia di Dio non nega la giustizia, perché Gesù ha preso il nostro peccato su di sé, pagando per noi sulla croce. In questo modo – continua Francesco – nella fede che ci unisce alla croce di Cristo siamo liberi dai nostri peccati. Mettiamo dunque da parte ogni forma di paura e di timore perché “non si addice a chi è amato”.  Ci ricorda con forza, ancora una volta, Francesco: “Dio perdona sempre, perdona tutto”. Presi per mano dalla Vergine Madre e sotto il suo sguardo possiamo cantare con gioia “le misericordie del Signore” e ciascuno di noi può gioire nel Signore, per la misericordia che ha avuto verso tutto i tuoi santi, l’intero popolo, e che è arrivata anche a me.
pastorelli fatima

Una folla silenziosa alla luce delle candele appena benedette dal Papa recita ora il Santo Rosario, dopo il quale verrà celebrata la Messa, presieduta dal Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin. Domani in mattinata il Papa celebrerà la Messa durante la quale Giacinta e Francisco verranno proclamati santi.

 

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Saremo giudicati sull’amore

don Francesco Pesce

Il Vangelo ci chiama a superare le facili contrapposizioni tra giusti e ingiusti, peccato e virtù. Anche questo figlio maggiore onesto è peccatore. Cosa ha fatto? Niente! Non ha capito l’amore. Non ha capito l’amore e con il suo occhio guardava tutto e tutti con sospetto; ricordiamo bene quando gli scribi e i farisei mormoravano contro Gesù perché “guardavano” che mangiava con i peccatori. La prima violenza è proprio quella dell’occhio; dobbiamo sempre tutti imparare ogni giorno a guardare il mondo con gli occhi misericordiosi del Padre.

Un pastore che affronta i pericoli della natura, una donna di casa che con ostinazione cerca la sua moneta di valore, un padre che sa solo correre incontro e abbracciare.  Sono tre immagini bellissime di un Dio che ci cerca continuamente e non trova pace fino a quando non ci ha ritrovati. Il Pastore  si mette  sulle spalle la pecora che ha ritrovato,e la aiuta così nel suo cammino di ritorno, gli rende più leggeri i passi, non la umilia con una punizione per il fatto di essersi perduta.

Dio non guarda i nostri meriti o le nostre colpe, ma prima di tutto i nostri bisogni. La donna che cerca il suo tesoro sotto la polvere, ci aiuta a credere di più nell’aiuto di Dio e in noi stessi; sotto la polvere di tanti nostri giorni, nascosto in qualche angolo dentro di noi, c’è un tesoro prezioso che dobbiamo cercare con la lampada dello Spirito. Nessuna sporcizia, nessuna difficoltà, nessun male della vita sarà mai più forte della nostra immagine e somiglianza con Dio.

Non lasciatevi rubare la Speranza è la profezia di Papa Francesco. Un padre misericordioso che corre e abbraccia il figlio; lo vuole più felice che fedele, lo vuole debole ma vicino, piuttosto che forte e lontano. Il Vangelo ci insegna a ripudiare  mentalità aggressive, perché gli uomini  non solo disarmino i loro arsenali di guerra, ma anche i loro cuori. “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” – come scriveva il sacerdote e poeta del sedicesimo secolo, San Giovanni della Croce.


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Una crisi benedetta

Pubblichiamo la postfazione del libro del Vaticanista di Rai 1 Aldo Maria Valli recentemente pubblicato, “C’era una volta la confessione”, edizioni Ancora, in cui è inclusa la postfazione di don Francesco, che riflette sul Sacramento della Confessione ai tempi di Papa Francesco. La postfazione è stata anche pubblicata sul numero del 10 marzo dell’Osservatore Romano, a p. 7.

Don Francesco Pesce

Appartengo a una generazione che è stata educata più ad aver paura di Dio che ad amare Dio; in seminario, poi, si è aggiunto un senso del dovere di fronte al quale è stato difficile rimanere libero e gioioso. Questa paura e questo distorto senso del dovere li vedo ancora oggi in tante persone che si accostano al sacramento della confessione. Paura di Dio, paura di se stessi, paura degli altri e del loro giudizio. La confessione come un obbligo, non come un incontro desiderato con il Padre che sempre perdona. Devo dire che sono anche rimasto sorpreso quando papa Francesco ha parlato, in vista del giubileo, dei «missionari della misericordia». Mi sono chiesto: ma il sacerdote non è un missionario della misericordia per definizione? Il prete non è forse l’uomo del perdono, direi, per natura sua? Poi mi sono ricordato di aver visto con i miei occhi, all’interno di qualche confessionale, il Codice di diritto canonico, lì pronto per l’uso, come in un tribunale, e mi sono anche tornati alla memoria i racconti di alcuni penitenti feriti dalla durezza di alcuni sacerdoti. E così ho capito l’idea di Francesco. Ecco, per la mia esperienza di confessore posso dire che, con l’avvento di papa Francesco, la paura è stata spazzata via e il senso del dovere è stato soppiantato dal desiderio di poter incontrare il Padre misericordioso. Non solo le confessioni sono aumentate in maniera esponenziale, ma ne è cresciuta con evidenza la qualità. Non poche persone vengono nel confessionale con il Vangelo in mano, avendo accolto il suggerimento del papa di leggerne almeno un brano tutti i giorni. E poi in base a quello che hanno letto si confessano. Tutto questo mi dà una grandissima gioia. È un vero miracolo compiuto da questo uomo, Francesco, mandato da Dio. Vedo che, grazie a Dio, non è aumentato il senso del peccato (per me c’è già troppa gente schiacciata e umiliata dal proprio peccato), ma è aumentato il senso della misericordia del Padre. Vedo, mi permetto di dire con chiarezza, che se uno si sente accolto, rispettato, incoraggiato, allora può capire meglio anche il proprio peccato e chiedere perdono. Anzi, di più: riesce a capire che il peccato, in un certo senso, è già stato perdonato, che tu sei nel confessionale per accogliere un perdono che già c’è, perché Dio, come ci dice con sublime sintesi Giovanni evangelista, è amore. Anche per questo ritengo che parlare di crisi del sacramento della confessione sia una contraddizione in termini; in crisi semmai è un certo modo di esercitare il ministero sacerdotale, vissuto più nelle sacrestie che nelle strade, un sacerdozio più con l’odore dell’incenso, e dei denari, che delle pecore. È quindi una crisi benedetta. Per la mia esperienza direi che maschi e femmine si accostano al confessionale con percentuali simili. Piuttosto vorrei segnalare due particolarità che mi colpiscono, anche se non mi sorprendono. La prima: sono i più vicini, i frequentanti da sempre, che fanno le confessioni più scontate e libresche e quasi quasi pretenderebbero una bella punizione invece del perdono. Questi sono anche coloro ai quali papa Francesco proprio non piace perché, dicono, è «comunista, pauperista, scontato», più le altre sciocchezze messe in giro dai crociati del ventunesimo secolo nonché dagli atei molto atei e poco devoti.

Vorrei fare un esempio: io sono sacerdote da sedici anni e faccio una fatica tremenda a spiegare ai catechisti (che sono sante persone) che insegnare ai bambini a dire: «Mio Dio mi pento e mi dolgo dei miei peccati perché peccando ho meritato i tuoi castighi» non è proprio il massimo: va quanto meno spiegato, e magari sostituito con altri atti di dolore biblici. E che dire di quelli che si devono confessare per forza in quel dato giorno altrimenti si interrompe la loro devozione e devono ricominciare da capo: devozione oppure ossessione?

La seconda particolarità che mi colpisce riguarda le confessioni di quelli che appartengono a certi movimenti ecclesiali, in particolare a uno molto diffuso. Sono tutte uguali, come prestampate, e del tutto prive del senso del ringraziamento per il bene che c’è. Al che io dico sempre: «Ma scusi tanto, qualcosa di bello le sarà pur successo dall’ultima confessione, o è tutto peccato?».

Concludo dicendo che è sconfortante vedere nelle chiese i cartelli con gli orari delle confessioni. Capisco l’esigenza della pianificazione e dell’organizzazione, ma la chiesa non è uno sportello delle Poste. Ho capito per mia esperienza (io faccio il parroco nel centro di Roma) che il sacerdote deve essere a disposizione in particolare all’ora di pranzo e la sera dopo la messa vespertina, perché in questo modo si va incontro alla gente che lavora. Certo, lo può fare se la chiesa resta aperta, anzi spalancata. Come il cuore di Dio, che si chiama «Padre nostro che sei nei cieli» e non «Giudice o Padrone nostro che sei nei confessionali.

 

 

 


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Perdono, fiducia in Dio e gioia – prima di tutto

Monica Romano


Meditazioni, riflessioni e condivisioni di un indimenticabile ritiro quaresimale 

Domenica scorsa II di Quaresima ci siamo incontrati per la prima volta come gruppo di “giovani-adulti” per provare a fare un cammino insieme, iniziando da una giornata di ritiro in preparazione della Pasqua. Subito dopo i vari arrivi in differita di ciascuno e un necessario caffè per iniziare con uno spirito ben sveglio la mattinata, ci siamo incamminati verso la splendida Chiesa di San Sebastiano al Palatino – a noi gentilmente riservata insieme alla grande sala interna e al giardino paradisiaco dove abbiamo trascorso la mattina sotto un sole meraviglioso. Guidati da don Francesco, parroco di Santa Maria ai Monti, eravamo Jiana, Laura, Monica, don Pietro, Rob, Rui e io (ben due Monica!). Dopo la recita delle Lodi, siamo stati guidati alla riflessione personale e alla condivisione di gruppo dalle meditazioni di don Francesco.

 

La meditazione della mattina era sul brano evangelico del Figliol Prodigo. Quella pomeridiana una riflessione sull’essenza e le sfide di una spiritualità cristiana. Riporto qui alcune riflessioni della meditazione mattutina sul Vangelo. Tra i tanti e profondi spunti di riflessione, don Francesco ci faceva notare che il figlio che ha sbagliato e torna su suoi passi viene prima di tutto perdonato, ben prima che il padre abbia modo di ascoltare le sue motivazioni, giustificazioni, spiegazioni…Tra l’altro, le motivazioni del ritorno sono molto concrete (il giovane aveva sperperato le ricchezze anticipategli dal padre e stava morendo di fame e di stenti), quindi non delle motivazioni diciamo così “spirituali” sembrano essere alla base della sua “conversione”. Tuttavia, noi cristiani dobbiamo anche  imparare a considerare le motivazioni di chi parte, di chi se ne va. Spesso una nostra cattiva testimonianza e’ alla base dell’allontanamento di qualcuno dalla Chiesa. La misericordia, che Papa Francesco ha messo al centro della sua vita di pastore (ricordiamo il suo motto episcopale: miserando atque eligendo) e poi anche di papa, e’ accoglienza reale, e’ un atto concreto, e’ restituire dignità piena. La veste e l’anello rappresentano bene la concretezza del perdono del padre. La parabola ci mostra anche come spesso vediamo con sospetto la felicità, la gioia, la festa, e invece notiamo la malizia di certi comportamenti anche laddove non ve ne e’ evidenza e ci soffermiamo più sul male che contagia piuttosto che sul bene che si propaga. Ciò equivale a snaturare il Cristianesimo, che è in primo luogo il “lieto annuncio”. Don Francesco ci ha invitati a interrogarci sulla nostra vita, su chi siamo o siamo stati: il padre, il fratello maggiore o il fratello minore…Molto probabilmente un po’ tutti e tre, in momenti o in circostanze diverse della vita.

 

Alla profonda meditazione di don Francesco, che a me e’ parso abbia aperto il cuore un po’ a tutti, e’ seguita una pausa di riflessione personale e poi la condivisione. Don Pietro notava come spesso abbiamo una pretesa nei confronti di Dio, di fare e decidere ciò che vogliamo noi. Spesso inoltre pensiamo di non essere degni, pensiamo ancora “da schiavi” e non da figli, come il Vangelo ci dice di essere. Il figlio maggiore ne è l’esempio, non si rende conto di essere in primo luogo figlio, perciò amato dal padre.. Laura si e ci domandava se veramente sappiamo cosa sia la misericordia. A volte non lo sappiamo perché non ne abbiamo potuto fare esperienza piena, in famiglia, nella vita… Tutti e due i fratelli per vie diverse non sanno amare, come anche noi, perché nella vita, nella famiglia non sempre l’amore ci viene trasmesso. Incontrando il Signore possiamo incontrare l’amore, di chi ci ama senza calcolo, dando la vita per noi. Ma anche questo è  difficile da capire, accettare, vivere. Il figlio maggiore pensa che la strada dell’obbedienza formale renda più “giusti” i suoi desideri, le sue aspettative. Il Signore sa che abbiamo bisogno di imparare ad amarLo. Sa anche che abbiamo necessità materiali, dei sogni e desideri profondi, perché li ha messi Lui stesso nel cuore dell’uomo. Tuttavia, i tempi e i modi del Signore non sono i nostri. Spesso ci sembra che la via del deserto, della schiavitu’ sia finalmente finita, invece ci ritroviamo a starci ancora dentro, di nuovo, dopo aver pensato che fossimo arrivati al traguardo. Forse non era ancora il momento, forse non avevamo capito niente o forse  cercavamo qualcosa di sbagliato, come il figliol prodigo. Come scriveva suor Faustina nel suo diario, Dio le dice: “Il mio amore non delude nessuno“. Dobbiamo cercare di fidarci di Dio, Che ha a che fare con la nostra continua incredulità, Che non ci destina a un perenne deserto, alla mortificazione, ma a un cammino, anche con i nostri desideri. Non dobbiamo nasconderci dietro un’idea un po’ ipocrita di obbedienza, ma dobbiamo aprire il nostro cuore a Dio e confidare in Lui.

 

Rui ci fa notare come il figlio minore abbia avuto il coraggio di dire “ho sbagliato” . Anche San Pietro ha tradito eppure il Signore gli ha affidato la Chiesa. Dobbiamo affidarci al Signore, Che si manifesta anche in piccoli gesti che possono cambiarci la vita. Rui ci confida di essersi spesso domandato, da cristiano: Perché la sofferenza? Qualcuno di molto importante nella sua vita e nel suo percorso di conversione gli ha fatto notare che neanche la via del Signore Gesù e’ tutta dritta. Monica ha sottolineato come sia difficile spesso realizzare, vivere la compassione, la misericordia. E come cristiani abbiamo molta responsabilità nel dare una cattiva testimonianza. Io riflettevo però che la misericordia, l’amore, il bene, hanno il potere di  contagiare e su questo dobbiamo lavorare. E’ facile e a tutti e’ venuta la tentazione di dire “e’ bello per noi stare qui; facciamo qui tre tende”, cioè fuggire, isolarsi dal mondo. Ma non è questo che un cristiano deve fare. Un cristiano deve stare in prima linea, nel mucchio. Certo è molto più difficile. Poi notavo come è vero quello che diceva don Francesco: il figlio arriva e il padre lo ha già perdonato, prima di tutto. Però è anche vero che il figlio riconosce di aver peccato, come diceva Rui. Quindi nessun peccatore e’ senza speranza. E soprattutto, prendiamoci la nostra parte di “responsabilità” – la cattiva testimonianza che può aver indotto qualcuno ad allontanarsi, come diceva Monica. Cercando di esercitare la misericordia come il Vangelo e Papa Francesco ci insegnano: non una forma di “buonismo”, ma “forti” della testimonianza che diamo e con “autorevolezza”. Rispondevo poi alla “provocazione” di don Francesco sulla felicità. I santi sono felici. Non ci sono santi che non lo siano, questo è una evidenza che dovrebbe farci riflettere. La Chiesa – cioe’ i preti, i religiosi – spesso hanno contribuito a costruire questa idea di un Cristianesimo “triste”, un po’ grigio, severo, intransigente, forse anche perché hanno per molto tempo relegato i laici ai margini. La fede invece è festa perché è qualcosa che non può non condividersi. In paradiso non saremmo felici se andassimo da soli. E il figlio maggiore non aveva capito che stare con il padre – cioè stare con Dio – e’ sempre, tutti i giorni, tutti i momenti, una festa.

 

Sono uscita da questo ritiro felice, rinfrancata da giorni faticosi e spesso difficili, e arricchita dalla profondità di pensiero e dalla testimonianza di vita e di fede dei miei cari amici che ho desiderato avere tutti insieme in questa giornata. Sono stata contenta di vedere che tutti erano  a loro volta felici e pur non conoscendosi in molti casi, sono riusciti subito a trovarsi in sintonia. Mi ha colpito ancora una volta che semplicemente, Vangelo alla mano e volontà di mettersi in ascolto di Dio e degli altri, abbiamo non solo condiviso dei “pensieri stupendi” e quella speranza (o quell’amore) che non delude, ma siamo riusciti a “fare festa”. Ci vuole veramente davvero poco, anche se poi è anche tanto, per essere felici.