ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Migranti e rifugiati : i “lebbrosi” del mondo di oggi

Ieri 20 Giugno si è celebrata La Giornata internazionale del rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite,  per ricordare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati da parte dell’Assemblea generale dell’ONU.

La Parola di Dio è ricca di indicazioni su come affrontare questa problematica così stringente e quotidiana. Nel  libro del Levitico si parla della figura del lebbroso; il lebbroso non era solo un escluso dal villaggio, ma doveva gridare lui stesso «sono immondo». L’esclusione lo toccava dentro, nella coscienza, diventava quasi una sua identità di cui era anche lui consapevole. Questo contrasto tra il villaggio e il lebbroso lo possiamo proiettare lungo i secoli e lo viviamo ancora oggi. Il villaggio siamo noi, le nostre città, il nostro vecchio occidente, il nostro sistema economico impazzito, a volte è anche la Chiesa, quando è clericalizzata, quando non è in uscita come vuole Papa Francesco.

Ma, siccome la nostra società occidentale rivendica di ispirarsi ai grandi principi dell’uguaglianza e della fraternità, cari alla tradizione illuminista che è nata e si è sviluppata in Europa, cuore del Cristianesimo, essa si trova a professare una grande menzogna. Fa finta di voler inserire in sé, dentro il villaggio europeo e occidentale, l’escluso (il migrante, il clandestino, il senza fissa dimora, il carcerato …) ma non ci riesce. Perché non ci riesce? Perché dovrebbe guardarsi veramente dentro e contestare se stessa, il suo operato, quello che sta diventando, ed esportando nel mondo, ma non ne ha il coraggio, anzi meglio non ne abbiamo il coraggio.

I migranti sono i lebbrosi del ventunesimo secolo, del mondo di oggi. La società non ha altro luogo di esclusione che i campi di “accoglienza”, a volte quasi dei “lager” moderni dove rinchiudere le nostre ipocrisie e i nostri egoismi.

Allargare i confini del villaggio perché ci sia posto anche per quelli che sono esclusi, aggiornare le sue regole, essere veramente un villaggio globale, questa è la via che il Papa continuamente indica  dando  voce a coloro che voce in capitolo non ne hanno, che sono in balia di un futuro incerto, anche spaventoso. Allargamento dei confini, abbattimento dei muri, globalizzazione della solidarietà: possono essere l’ultimo lembo della nostra dignità.

Non dimentichino il mondo e l’occidente scristianizzato o peggio ancora apatico, indifferente e in preda a mode spiritualiste individualistiche, che Gesù ha vissuto l’esclusione, il rifiuto, l’abbandono. Già il Messia che doveva venire era atteso dai profeti come una pietra scartata. Gesù Bambino e la Santa Famiglia di Nazaret hanno vissuto da migranti, forse potremmo dire anche rifugiati, per molti anni, prima di poter tornare nella loro terra.

Papa Francesco oggi, con ancora maggiore forza, ha detto ancora che Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli scartati di oggi, perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi e sappiano che Dio è dalla loro parte e non devono perdere mai la speranza. Guai invece a quelli del villaggio se si chiudono nelle loro mura: guai agli Scribi e ai Farisei di oggi.

Gesù ha sancito una volta per sempre il crollo della struttura portante del villaggio arroccato nelle sue mura e agghindato con i suoi templi moderni, evanescenti e vuoti: “Non rimarrà pietra su pietra” se non diventa un villaggio globale, solidale e aperto, per tutti, in nome della nostra comune umanità. Chiediamo al Signore l’umiltà e il coraggio di allargare l’accampamento, aprire il fortino e abbassare le mura di cinta, altrimenti noi e prima ancora i nostri figli verremo travolti e soffocati dalle nostre stesse fortezze inespugnabili.

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Dare voce a chi non ha voce. La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

La Chiesa celebra Domenica 15 gennaio la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Quest’anno, Papa Francesco ha scelto come tema: “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”. Questa giornata ha più di cento anni e fu istituita nel 1914 da Benedetto XV.

Come ormai tutti sappiamo, la questione dei migranti e’ diventata un’emergenza globale. Secondo i dati riportati dalla Fondazione ISMU, sono oltre 181mila gli arrivi via mare registrati nel 2016 in Italia, in aumento del 18% rispetto all’anno precedente. Di essi, 25mila sono minori, di cui il 14% non accompagnati. Con questa Giornata siamo chiamati  a dare voce ma soprattutto risposte a questi esseri umani, soprattutto donne e bambini, che sono costretti a fuggire e a lasciare tutto, nella speranza di una vita migliore. Ma quali risposte possiamo dare? La nostra semplice risposta è una questione di buon senso: umanità, generosità e competenza.

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In primo luogo, notiamo che molte informazioni che ci vengono date o che riportiamo non sono corrette. Questo è spesso responsabilità di alcuni media, ma anche  nostra, come  cittadini. Abbiamo infatti il dovere di informarci e di non giudicare in base al sentire e all’apparenza. Soprattutto quando si tratta di questioni così fondamentali e delicate, come quelle della vita e della sicurezza di esseri umani in fuga perché a rischio della vita e della loro incolumità.

Dalle informazioni che riceviamo e da come noi parliamo, sembra che migranti e i rifugiati siano una fetta molto ampia della popolazione italiana. Sempre secondo le informazioni della Fondazione Ismu, riportate in un recente articolo del Sole 24 Ore , gli italiani credono che gli immigrati siano il 30% della popolazione, mentre si tratta di un mero 10%. Similmente, si ha una percezione più ampia della presenza musulmana, che suscita in molti una certa apprensione. Tali errate percezioni certo non aiutano ad affrontare la questione migranti, che richiede la cooperazione e la buona volontà di tutti, dalle istituzioni internazionali, ai singoli governi, fino a noi cittadini.

Poi ci siamo noi cristiani. Specialmente noi, non possiamo sottrarci al dovere della carità e non possiamo essere vittime della paura, tanto più se immotivata. Dobbiamo inoltre superare visioni ristrette e antistoriche. I cristiani hanno come vocazione quella di passare dal particolarismo all’universalità. Il Cristianesimo è per sua natura aperto al mondo. Non a caso si è adattato a molteplici culture e sistemi sociali, “fino agli estremi confini della terra”.

Per questo seguiamo l’invito del Papa e quanto detto profeticamente da San Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato. Apriamo i confini politici ed economici degli stati. Apriamo le case sfitte, le parrocchie e gli istituti religiosi. E soprattutto apriamo i nostri cuori verso questi nostri fratelli e sorelle che soffrono. Ci renderemo conto ancora una volta della realtà del Vangelo: se metteremo insieme le nostre forze verrà fuori qualcosa di bello e di umano, come i cinque pani e due pesci che condivisi e distribuiti con equità, con l’aiuto del Signore, hanno sfamato tanta gente.

E siamo fedeli alla nostra storia. Già nel 1914, Benedetto XV, scriveva ai vescovi diocesani italiani la lettera circolare “Il dolore e le preoccupazioni”, dove chiedeva di istituire una Giornata annuale per sensibilizzare e raccogliere offerte in favore degli emigrati italiani. Nel corso degli anni si è poi sviluppata e aggiornata questa iniziativa profetica del Papa, nata nell’ambito della Prima Guerra Mondiale, per arrivare alla struttura odierna. L’azione pastorale della Chiesa riguardo alla questione migratoria ha quindi una lunga storia e una notevole esperienza, ed è sempre stata una parte fondamentale della sua Dottrina Sociale. Noi cristiani dobbiamo metterla in pratica, attuarla nel mondo, secondo i tempi e i momenti.

La storia insegna che la paura è sempre stata una cattiva consigliera. Le nostre paure, poi, sono relative. Dal punto di vista dei migranti, quelle che sono le nostre paure sono invece una speranza. In fondo se la nostra cultura europea e occidentale oggi si sente più fragile, insicura e minacciata significa anche che finalmente altri popoli stanno rivendicando dignità e cibo per i loro figli, dopo secoli di oppressione e sfruttamento. Quello che il beato Paolo VI aveva preannunciato nella Enciclica Populorum Progressio si sta verificando oggi. E realmente oggi capiamo meglio che “lo sviluppo è il nome nuovo della pace”.

Convertiamoci dunque verso uno stile di vita più sobrio, verso gesti di carità concreti, invece di tante forme di devozionismo al limite della fede che non portano beneficio a nessuno, tanto meno al nostro cammino cristiano e alla nostra anima. Un gesto di carità, una preghiera, un diverso stile di vita personale possono portare qualcosa di bello, magari una vita migliore, a qualcuno. Aggiungiamo un gesto di carità, un po’ del nostro tempo, a un Ave Maria che ci viene chiesta come penitenza nella Confessione. “La carità copre una moltitudine di peccati” – dice la Scrittura. Siamo una piccola goccia nell’oceano, diceva Santa  Madre Teresa. Eppure quella “piccola matita nelle mani di Dio” vediamo cosa ha fatto.

Oggi sullo scenario internazionale si affaccia una grande opportunità per affrontare efficacemente il fenomeno migratorio. Il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha diretto per tanti anni l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR). La sua esperienza in questo ambito è un fattore molto importante e certamente ha pesato sulla sua designazione. E’ una cosa che lascia ben sperare. Il mondo, nella sua sede istituzionale più importante, sembra essersi finalmente deciso ad affrontare risolutamente e senza più rinvii la crisi umanitaria legata all’emergenza migranti, emergenza che è ormai quotidianità. Guterres è anche un cattolico praticante. Pensiamo che potrà così unire le competenze tecniche e politiche all’umanesimo cristiano.

E non ci dimentichiamo dell’opera misericordiosa e profetica del nostro amato Papa Francesco, che ha deciso di guidare lui stesso in prima persona la sezione dedicata ai migranti del nuovo dicastero sullo Sviluppo Umano Integrale.

Preghiamo e operiamo come possiamo per questi nostri fratelli e sorelle, apriamo a loro il nostro cuore, ciascuno secondo le sue possibilità, sensibilità e competenze.


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La stella e la stalla

I Magi videro la stella e la percepirono come un segno; avrebbero potuto adorarla come suggeriva la loro cultura e la loro formazione; invece capirono con l’aiuto della Grazia che era un segno e andarono a Gerusalemme per chiedere dove fosse nato il bambino. Gli fu risposto tramite la Parola di Dio:” a Betlemme di Giudea perché così è scritto”

La stella provoca una grandissima gioia ma rimane un segno; i magi vanno oltre il segno e trovano il bambino; vanno oltre il segno tramite la Parola di Dio; i segni non sono utili per il loro splendore, ma se interpretati alla luce della Parola di Dio.

Vanno a Betlemme a vedere. Vedere che cosa? C’è una grande differenza tra lo splendore della stella e il piccolo bambino, in una semplice e avvilente capanna. Ecco dove entra la fede; credere in Dio davanti alle cose piccole, un bambino in una capanna, il seme gettato, Il lievito nella pasta, un granellino di senape.

L’Altro aspetto fondamentale della Festa della Epifania è la manifestazione di Cristo a tutte le genti.  Il capitolo 60 del profeta Isaia è veramente una luce che illumina i nostri passi verso la contemplazione del bambino nelle nostre vite.

Gerusalemme risplende di una luce non sua, ma di una luce che è venuta su di lei; Isaia da un nome a questa luce, il Signore. Su Gerusalemme risplende non solo un luce, non solo la Gloria ma il Signore stesso.

“I Popoli cammineranno alla tua luce e i re allo splendore che emana da te” Questa luce che è il Signore è l’unica luce che brilla nel mondo, che attira, che segna il cammino, di tutti i popoli e di tutti i capi, i re.

Isaia si rende subito conto che neanche Gerusalemme è consapevole di questo; il mondo non capisce che il Signore regna.  Allora come fa spesso Isaia lo fa  riflettere  con queste stupende parole: Gira intorno gli occhi e guarda, tutti costoro si sono radunati e vengono a te; figli vengono da lontano e figlie ti saranno portate in seno.”

Il nostro mondo, oggi lo vediamo bene, è invaso dalle genti; sono figli e figlie, non stranieri; sono figli e figlie non immigrati; sono figli e figlie che Gerusalemme, il nostro mondo non sapeva di avere.

“A quella vista tu risplenderai, sarà commosso e si rallegrerà il tuo cuore; perché si riverserà su di te la moltitudine delle genti del mare, e le schiere dei popoli verranno a te.”

 Il profeta ci sta dicendo che la presenza del Signore si manifesta sempre di più nella conpresenza di tutti i popoli; San Paolo si inventa il termine concorporei che è molto efficace; tutti i popoli sono un solo corpo.

Si parla in Isaia di genti del mare; cioè neanche il mare può più arrestare  questo flusso di popoli. Il mare come sappiamo ha fatto numerose vittime nel pellegrinaggio dei migranti, ma neanche il mare, che nella bibbia è sinonimo di male, di avversità, può fermare la volontà di Dio di unire il mondo in  una sola famiglia.

Dicono ancora Isaia e i racconti sui Magi nei vangeli, che questi popoli non vengono a mani vuote ma portano doni, che non sono le singoli cose naturalmente, ma le lodi del Signore, portano una spiritualità una cultura una tradizione una umanità, altro che rubarci il lavoro.

Si parla spesso a proposito delle migrazioni, di Esodo biblico; e se invece fosse una Epifania ?


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La fede dei “lebbrosi”

Come sappiamo dalla Bibbia, il villaggio esclude i lebbrosi. Questa esclusione si è protratta fino a noi. Ancora oggi, soprattutto oggi, i migranti, lebbrosi del ventunesimo secolo,  sono esclusi , ai margini del benessere e della dignità. “Gesù appena li vede” racconta il vangelo, li accoglie  e li guarisce; subito, senza aspettare le risoluzioni dell’Onu, o l’ennesima riunione del Consiglio d’Europa, Gesù li include nel villaggio, pretende per loro il posto che gli spetta, dentro il villaggio, anzi al centro. Davanti  al lebbroso anni duemila, Gesù si ferma, e agisce con tempestività; anche Lui è un lebbroso, migrante fuori dal palazzo, per sostenere tutti quelli che sono esclusi e dire loro, di ribellarsi alla ingiusta, prepotente e cinica esclusione. Gesù sente l’urgenza  del dolore dell’uomo. Anche noi dobbiamo sentire questa urgenza, questo disagio interiore che non ci permette di voltarci dall’altra parte; questo disagio interiore è l’ultimo brandello della nostra dignità di cristiani, di uomini di cittadini europei; se perdiamo anche quello  siamo finiti del tutto.

“Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!” La lebbra riguardava tutti, giudei, galilei, samaritani; africani, asiatici, dall’America latina; musulmani, cristiani, senza religione. Il vangelo ci racconta che il più lebbroso di tutti, il più escluso di tutti, è l’unico che torna indietro da Gesù dopo la guarigione, per ringraziare. Era un samaritano. Nel vangelo spesso  i veri credenti  sono gli esclusi, le persone più lontane. Gesù  aveva ammirato  la fede del centurione,  della prostituta, dell’emorroissa, del cieco nato, ora ammira la fede di un samaritano. Gesù ancora una volta ci insegna che la fede non è un dono che Dio dà solo ad alcuni uomini, ma la risposta degli uomini al dono d’amore che Dio fa a tutti. Quelli che sperimentano questo amore e rispondono con un grazie impegnandosi per il dolore del mondo, sono i veri modelli di fede.

 


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Competenza e fede di Antonio Guterres nuovo segretario generale delle Nazioni Unite

L’ex premier portoghese Antonio Guterres è il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite, succedendo  a Ban Ki-moon. L’ambasciatore russo presso l’Onu, Vitali Churkin, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza  ha dichiarato  che Guterres è risultato subito  come candidato favorito e non c’è stato nessun veto. Ha dichiarato inoltre Churkin: “Guterres era il miglior candidato, e questa e’ stata considerata all’unanimita’ la cosa piu’ importante”. Il suo curriculum è di tutto rispetto; per sette anni dal 1995 al 2002 è stato alla guida del governo portoghese, e per ben dieci anni dal 2005 al 2015 ha diretto l’organizzazione Onu per i profughi (Acnur). La sua esperienza nell’ambito dei profughi e dei migranti è un fattore molto importante e certamente ha pesato non poco sulla sua designazione. E’ una cosa che lascia ben sperare; il mondo nella sua sede istituzionale più importante sembra essersi finalmente deciso ad affrontare risolutamente e senza più rinvii, la crisi umanitaria legata all’emergenza migranti, emergenza che è ormai quotidianità. Guterres ha diretto anche il Consiglio d’Europa, e anche questa presidenza può essere di stimolo in particolare al continente europeo, che è in prima linea non solo nell’emergenza ma che deve esserlo soprattutto nell’accoglienza. Infine ma non ultimo, Antonio Guterres è anche un cattolico praticante. Unire le competenze tecniche e politiche al contributo dei valori del vangelo  non può che essere  importante e forse determinante. In particolare la collaborazione con papa Francesco, che  non dimentichiamo ha da poco annunciato che guiderà lui stesso in prima persona la sezione dedicata ai migranti del nuovo dicastero “per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale”. Forse finalmente un alba nuova all’orizzonte della storia.


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Ospitare e ascoltare: il cuore del Vangelo che ci rende liberi

don Francesco Pesce

Un tema centrale della spiritualità cristiana è senza dubbio l’«ospitalità». E’ un tema sacro  per tutte le religioni e per tutte le culture. Nel  NT in Eb 13,2 leggiamo: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli». La civiltà post moderna in particolare in occidente ha perso il senso sacro  dell’ospitalità perché ha reso  economico  ogni aspetto della nostra vita, compreso i rapporti tra le persone, basando tutto  sulle regole del mercato e del profitto;le regole però non sono frutto di una condivisione,ma  sono decise  da chi parla di libero mercato,ma in realtà è padrone assoluto  del mercato. Aggiungiamo poi  una  corruzione sistematica ed ecco allora sacche privilegi che usano il mercato per gli interessi di pochi a scapito dei molti.In questo contesto, l’ospite è diventato un semplice turista, su cui soltanto guadagnare.Nel vangelo Gesù entra in un villaggio nella casa di amici e ci da il senso profondo della ospitalità. “Entrò in un villaggio”. Il “villaggio” è il luogo attaccato alla tradizione, al passato. Il villaggio era quello che“l’accampamento”rappresentava nell’Antico Testamento, luogo dove  le  appartenenze sono divenute schlerotizzate e privilegiate, in cui ogni novità è vista con sospetto, ogni forestiero è già nemico.

Una donna, di nome  Marta ospitò Gesù nella sua casa, racconta l’evangelista Luca. “Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola”.Maria si mette nella posizione del discepolo verso il maestro. Come San Paolo che racconta negli Atti di essere stato istruito ai piedi di Gamaliele. Maria quindi riconosce Gesù come Maestro. Maria,però non potrebbe fare questo. E’ una donna e le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini.Leggiamo ad esempio nel Talmud che  “le parole della legge vengono distrutte dal fuoco piuttosto che essere insegnate alle donne”.  Maria qui sta compiendo  qualcosa di clamoroso.Trasgredisce una delle leggi fondamentali insegnate dalla Tradizione. 

“Tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta”. Cosa non può essere tolto ad  una persona? Pensiamo che purtroppo a volte  può essere tolta persino la vita ad una persona. Perché Gesù dice che Maria ha scelto una cosa migliore che non può esserle tolta? La risposta è che Maria ha scelto la libertà, attraverso la disobbedienza alla legge. Ecco un altro tema fondamentale, la libertà. Il sovrano può concedere la libertà, ma può anche toglierla in qualunque momento.Questo vale per le persone e come ci insegna la storia vale anche per popoli interi. Quando però la libertà è frutto di una conquista personale, frutto del  coraggio di trasgredire regole della tradizione e della religione, che umiliano  come in questo caso la dignità della donna, allora quando uno conquista questa libertà nessuno gliela può togliere. Gesù ci chiama a questa libertà; non ci chiama  a scegliere una vita contemplativa o una più attiva, perchè la vita è una sola. Gesù ci chiama a fare la scelta della libertà, in particolare la libertà di ascoltare la Sua Parola, e di metterla in pratica in una concreta e solidale apertura agli altri, specialmente verso chi bussa alle nostre porte, scappando dalla guerra e dalla fame. Ospitalità e Libertà sono cose sacre, nessuna religione o istituzione può interferire con esse, perchè si metterebbero contro Dio e contro l’uomo.


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“Migranti e rifugiati ci interpellano”

Oggi la Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Per noi cristiani, l’accoglienza è un sacro dovere di ospitalità. Pensiamo ad Abramo, che accoglie i tre uomini alle Querce di Mamre (Gn 18,1-15), immagine della Trinità; pensiamo ancora che, praticando l’ospitalità, possiamo aver “accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,1). Oggi sembra che la paura prenda il sopravvento – e si può in parte capire, vedendo quello che sta succedendo nel mondo. Il cristiano sa bene che la storia degli uomini è spesso una “povera” storia, fatta di sangue, di guerre, di paure, di egoismi, di chiusure, di muri e di fili spinati. Però al contempo crede che la storia è una storia della salvezza, guidata dalla Provvidenza, compiuta dal Bambino di Betlemme, anche Lui costretto a fuggire e cercare riparo in terra straniera. La politica cerca di affrontare questo “esodo biblico” dei nostri giorni, ma spesso rimane imbrigliata nelle logiche di destra o di sinistra. Come ci ricorda Don Primo Mazzolari, invece noi – specialmente i cristiani – dobbiamo guardare “in alto”, compiere passi coraggiosi e profetici di fraternità e costruire una pace non più fondata sulle armi, ma sul rispetto della dignità di ogni persona.