ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”: la XXVII Giornata del Malato

È stato reso noto il Messaggio di Papa Francesco in occasione della XXVII Giornata Mondiale del Malato. Come di consueto, questa Giornata ricorre l’11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes. Quest’anno, verrà celebrata in modo solenne a Calcutta (India), dove come è noto Santa Madre Teresa si è dedicata ai più poveri dei poveri, ai bisognosi e agli emarginati.

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È chiaro il richiamo del Papa sul tema della Giornata – “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date“. Specialmente nell’attenzione e nell’accompagnamento del malato, il Pontefice esorta “tutti, a vari livelli, a promuovere la cultura della gratuità e del dono, indispensabile per superare la cultura del profitto e dello scarto”.

Il senso della “gratuità”, che percorre tutto il Messaggio, è alla base del Vangelo. Il Papa ricorda la figura del Buon Samaritano, che si è fermato a soccorrere chi era nel bisogno. Sono questi gesti semplici, nella gratuità, “la via più credibile di evangelizzazione”. Come spesso accade, Francesco non si rivolge soltanto ai cattolici. Accompagnare e fornire assistenza ai malati è una responsabilità e un servizio che spettano a tutti, richiedendo allo stesso tempo competenza professionale e gesti di amore verso chi soffre: “La cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti gratuiti, immediati e semplici come la carezza, attraverso i quali si fa sentire all’altro che è ‘caro’ “.

Nel Messaggio, e come più volte accaduto in passato, il Pontefice ha denunciato con forza l’idolatria del profitto e la pericolosità della “cultura dello scarto”, che ha definito recentemente come “una malattia ‘pandemica’ del mondo contemporaneo”.

Andando controcorrente rispetto alle narrative e logiche che spesso prevalgono nella società di oggi (l’esaltazione della bellezza, della forza e della potenza; l’individualismo e l’egoismo dirompenti), il Papa ci ricorda che siamo “creature”. “Ogni uomo è povero, bisognoso e indigente” e necessita della cura e dell’aiuto dell’altro; non è “un mondo a sé stante. Tenere sempre questo a mente ci fa “rimanere umili”, esercitare “con coraggio” la solidarietà – “virtù indispensabile dell’esistenza” -, “ci spinge a una “prassi responsabile e responsabilizzante”. Verso i nostri “fratelli” e per “il bene comune” – come ha fatto Gesù, che continua a chinarsi sulle nostre povertà.

Papa Bergoglio non manca di accennare al mondo del volontariato, una luce e una speranza di un mondo ancora umano e solidale: “La gratuità umana è il lievito dell’azione dei volontari che tanta importanza hanno nel settore socio-sanitario e che vivono in modo eloquente la spiritualità del Buon Samaritano“.

Nel Messaggio Francesco ricorda “con gioia e ammirazione” Santa Madre Teresa di Calcutta, “un modello di carità che ha reso visibile l’amore di Dio per i poveri e i malati”. Il Pontefice ribadisce che la sua figura “ci aiuta a capire che l’unico criterio di azione dev’essere l’amore gratuito verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, etnia o religione“.

La ricorrenza della Giornata Mondiale del Malato ci riporta indietro a quell’11 febbraio 2013, quando Papa Benedetto XVI ha annunciato la sua rinuncia al ministero di Vescovo di Roma: “Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio – spiegò in latino durante un concistoro per alcune canonizzazioni – sono pervenuto alla certezza che le mie forze non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero”. Significativamente nella Memoria liturgica della Madonna di Lourdes, luogo per eccellenza della sofferenza e della malattia – ma vissute con grande dignità e profonda fede – Papa Ratzinger ci ha fatto comprendere che la missione del Papa si compie anche “soffrendo” e fa i conti con il decadimento naturale del corpo e l’avanzare dell’età. Una testimonianza forte, che anche San Giovanni Paolo II ci aveva già lasciato, nel tempo della sua malattia.

E proprio da Lourdes, lo scorso 6 gennaio, padre André Cabes, Rettore del Santuario, ha dato la notizia che il 2019 sarà un anno dedicato a Santa Bernadette, la ragazzina cui la Vergine apparve per la prima volta l’11 febbraio 1858 nella grotta di Massabielle, ora meta di pellegrinaggio di malati e sofferenti. Dedicato al tema pastorale “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio”, questo anno “speciale” ci aiuterà a  comprendere meglio questa giovane santa e a scoprire attraverso di lei il volto di Maria. “In ognuno di noi c’è qualcosa del volto di Bernadette e possiamo attingere in noi stessi tante piccole cose di lei e coglierle”, dice Padre Cabes, che ha anche scritto un testo, “Beati i poveri”, sul quale tutti possono riflettere per camminare sui passi di Bernadette. Il 7 gennaio 2019 è stato il 175° anniversario della nascita di Bernadette, mentre il 16 aprile ricorrerà il 140° anniversario della sua morte.


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La Verità è la Misericordia

Misericordia e Verità si incontreranno ci ricorda il salmo 85. La misericordia non è solamente un gesto che comunica amore, che trasferisce dall’alto in basso l’Amore di Dio,ma è molto di più. Misericordia è uno stare in comunione con la verità dell’altro; stare in comunione con la dignità dell’altro, figlio di Dio. La verità dell’uomo infatti è prima di tutto la sua immagine e somiglianza con il creatore. Si assiste ogni tanto a qualche maldestro tentativo, di separare e anche contrapporre la verità dalla misericordia, la prima apparterrebbe alla dottrina, e la seconda sarebbe un esercizio pastorale ; questo è un tragico errore, perché la misericordia non è un metodo pastorale, ma  è il cuore stesso del vangelo, il cuore stesso di Dio. La verità è prima di tutto la dignità di ogni persona fatta ad immagine e somiglianza di Dio; c’è però un’altra “verità”che risponde alla domanda del Signore che ci lava i piedi:” capite quello che vi ho fatto?”(Gv13,12) La risposta è un secco no! Anche questa è verità.

Non abbiamo capito che la misericordia è scendere dai propri scranni,togliersi qualche mantello di troppo e lavarci i piedi gli uni con gli altri. Non abbiamo capito che la misericordia è incontrare l’uomo,ogni uomo, là dove vive soffre e ama, per annunciare la Buona Notizia. Non abbiamo capito che la misericordia non è portare il regno di Dio,ma  dire che il Regno di Dio è già in mezzo a voi,aiutando a scoprirlo con delicatezza rispetto e compassione. Non abbiamo capito che:” il giudizio sarà senza misericordia,contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio (Gc2,13). La misericordia rappresenta oggi per la Chiesa un appuntamento con la storia. Nei primi secoli abbiamo difeso la fede, dopo abbiamo portato il vangelo fino ai confini della terra; oggi forse il compito dei cristiani è dire al mondo moderno che certamente la storia è molte volte una povera storia, fatta di poveri uomini, un oceano infinito di sangue, ma rimane una storia della salvezza, dove il Padre non cessa di tendere la sua mano e dove il vangelo della misericordia inesorabilmente si compie. Misericordia significa anche riconciliazione:”Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo affidando a noi la Parola della riconciliazione”(2Cor5,19).Non  possiamo dimenticare questo aspetto fondamentale. Noi cristiani dobbiamo vivere il mondo, con la certezza che l’esigenza di fraternità fra gli uomini è anche comunione con Dio e quindi è una vocazione, una chiamata. I cristiani credono che questa aspettativa  di fraternità universale non sarà sconfitta dalla storia,perché in Gesù Cristo la riconciliazione è già cominciata. La nostra fede in Cristo è dunque una fede in un preciso destino del mondo, quello della riconciliazione. La Chiesa non è dunque un’alternativa storica, ma è il lievito dell’unica storia degli uomini e dei popoli. Noi non ci poniamo come ideologia contro altre ideologie, ma come segno e strumento di riconciliazione.”Affidando a noi la Parola della riconciliazione”.A noi è affidata questa Parola. A noi non è affidata la parola della guerra,del fondamentalismo religioso,della competizione eretta a sistema,ma questa Parola Misericordia, che spezza le barriere, abbatte i muri,riconcilia e dona la Pace. Quella vera.


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Una vita e una morte in ginocchio; a due anni dal martirio di Padre Hamel

Oggi sono già due anni da quando Padre Hamel è stato  ucciso, vilmente e senza pietà a Saint-Etienne-du Rouvray, vicino a Rouen, in Francia, mentre celebrava la messa del mattino nella sua chiesa; ci furono anche alcuni feriti tra i fedeli che stavano partecipando alla liturgia. Il sacerdote aveva 86 anni e tutti gli volevano bene per le sue qualità umane e la sua profonda spiritualità .

La morte di un prete e’ come quella di tutti gli altri uomini, ma agli uomini può sempre insegnare qualcosa. Padre Hamel e’ stato ucciso vilmente e senza pietà, in ginocchio. In ginocchio e’ stata anche tutta la sua vita, curvo sui bisogni della gente, alle altezze dei poveri. Anche noi in questo momento ci vogliamo mettere in ginocchio per rendere omaggio a questo sacerdote che ha speso la sua lunga esistenza a servizio dell’uomo.

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All’inizio di giugno nel Bollettino parrocchiale aveva scritto un saluto ai fedeli che si apprestavano a partire per le vacanze estive dicendo:”portate un po’ di umanità e misericordia nel mondo “.Poi e’arrivata la morte. La morte e’ l’ultima parola e noi non abbiamo parole da dire, ma solo il silenzio della preghiera e degli affetti, il silenzio dell’amore forte come la morte.  La Bibbia nel Cantico dei Cantici non dice che l’amore è più forte della morte, ma dice: “ forte come la morte e’ l’amore “. Forse perché la lotta tra amore e morte la può vincere definitivamente solo il Risorto. A Lui solo vogliamo lasciare la parola che noi non abbiamo.

Noi non abbiamo la forza di dire la parola che viene dopo la morte; la parola che viene dopo la morte, la può dire Dio solo. E Gesù questa Parola non l’ha solo detta o scritta ma l’ha vissuta in se stesso, consegnandola una volta per sempre alla Storia del mondo: “ Io sono la resurrezione e la vita , chi crede in me anche se muore vivrà “.(GV 11,25)

Gesù chiede ancora alla sua Chiesa, all’Europa ad ognuno di noi, di gettare la rete, di continuare a credere, vivere e sperare. E’ una rete che non si spezza e si riempie di amore sempre nuovo, perché è gettata sulla Parola del Risorto anche se a volte non lo abbiamo  riconosciuto , anche se a volte non ce la facciamo perché la vita non è un principio da difendere ma una cosa drammatica e magnifica,  una grande avventura  da accompagnare con l’aiuto della Grazia.

Aspettiamo continuando a fare il bene, seminando semi di fraternita’ e di pace, un alba nuova dov’è potremo gridare “ è il Signore!”, il grido di amore di Giovanni, il grido del Cantico dei Cantici “l’amato mio” (Ct2,8). Non abbiate paura – ci dice ancora una volta Gesu’- Io ho vinto il mondo.


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Un canto all’Amore

Cinquantesimo anniversario della Lettera Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI

il 25 luglio del 1968, l’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, appare prima di tutto come un testo profondamente spirituale. Vi si possono leggere in controluce, l’esperienza famigliare di Montini, la sua profonda conoscenza del mondo giovanile, iniziata e mai tralasciata come assistente spirituale di tanti giovani universitari in particolare nella FUCI.

L’Humanae Vitae non è dunque un documento calato dall’alto, ma è quasi un appello dal basso a vivere la piena dignità dell’amore umano, che si realizza nell’immagine e somiglianza con Dio.

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Paolo VI pochissimi giorni dopo la pubblicazione della enciclica confidò queste parole che ben esprimono la profondità spirituale delle sue intenzioni: “Risponde questa Enciclica a questioni, a dubbi, a tendenze, su cui la discussione, come tutti sanno, si è fatta in questi ultimi tempi assai ampia e vivace, e su cui la Nostra funzione dottrinale e pastorale è stata fortemente interessata. Il primo sentimento è stato quello d’una Nostra gravissima responsabilità. Esso Ci ha introdotto e sostenuto nel vivo della questione durante i quattro anni dovuti allo studio e alla elaborazione di questa Enciclica. Vi confideremo che tale sentimento Ci ha fatto anche non poco soffrire spiritualmente”.

Si può ben dire che l’Humanae Vitae è un vero e proprio canto all’Amore, ideale forse, ma non irreale.

Oggi, dopo i due Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015, e dopo la pubblicazione dell’esortazione Amoris laetitia, la Chiesa è arrivata, dice Papa Francesco «a una rinnovata consapevolezza del vangelo della famiglia e delle nuove sfide pastorali a cui la comunità cristiana è chiamata a rispondere». Uno sguardo nuovo sulla realtà della famiglia che Paolo VI ha contribuito non poco a suscitare; uno sguardo con gli occhi dello Spirito, uno sguardo di una Chiesa madre e non solo maestra.

“‘Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’ Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre’” (Mc 3,33-35).

Questi versetti del Vangelo di Marco sembrano adatti per riflettere biblicamente sulla famiglia, in questi tempi di grandi trasformazioni, che per noi cristiani aprono nuovi spazi di carità. Proviamo a rispondere a tre domande che possono essere orientative.

Come si costruisce una famiglia cristiana?

Non basta certamente celebrare il sacramento, come l’evidenza ci mostra, ma occorre rispondere alla vocazione, compiendo la volontà di Dio. La volontà di Dio è che ognuno sia felice insieme agli altri e possa vivere su questa terra pregustando l’amore di Dio nell’attesa di poterLo un giorno incontrare. Gesù ci ha consegnato anche lo strumento per vivere felicemente, le Beatitudini. Chi vive le Beatitudini contribuisce a costruire rapporti di fraternità, la famiglia umana e un mondo dove non ci sono schiavi o servi di nessun padrone, ma solamente figli e fratelli.

Famiglia “cristiana”, che cosa dici di te stessa?

Nessuno può mettere in dubbio la bellezza della famiglia così come l’annuncia la Chiesa. Questa famiglia “cristiana” ha contribuito non poco al bene della società e a alla storia dell’umanità. Ora vediamo che le istituzioni scricchiolano, che ciò che prima erano le nostre sicurezze e i nostri legami vacillano, e gli stessi sentimenti cercano nuove forme di espressione. In tutta questa trasformazione, dove e come si colloca la famiglia cristiana? I fondamenti della famiglia cristiana non sono scritti nelle tavole di pietra della legge, ma come ha detto Gesù la legge dello spirito è scritta nelle tavole dei nostri cuori. Per questo, soprattutto oggi, con la forza dello Spirito la famiglia cristiana può essere un efficace testimone della bellezza, dell’altezza e della profondità della sua vocazione. Con queste premesse, poniamoci una domanda: famiglia cristiana, che cosa dici di te stessa? Facci vedere tu la bellezza e l’originalità della tua chiamata, facci gustare la presenza del Signore in mezzo te. Questo è quasi un appello silenzioso che il mondo fa alla Chiesa. Il problema è che spesso anche le famiglie cristiane hanno perso il “sapore del sale”, non sono più “lievito” nella farina della storia, non sono più luce che illumina il cammino.

È un tradimento non solo della natura ma anche del Vangelo il tasso di natalità che si avvicina allo zero nel nostro Occidente, culla della Cristianità.

Allora cosa può fare la famiglia cristiana?

Queste e altre contraddizioni devono essere sanate affinché la famiglia cosiddetta cristiana torni ad essere credibile, testimone coerente, modello da proporre. Una famiglia cristiana non può essere chiusa in se stessa o nel proprio movimento di appartenenza, è per definizione “famiglia in uscita”. Non può avere paura e anzi sente l’urgenza “missionaria” di vivere in mezzo e di confrontarsi con altre scelte di vita – che sono semplicemente un fatto della società moderna – avendo come unico ma efficace mezzo di evangelizzazione la testimonianza. Questa è la via per “difendere” la famiglia.


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Chi è Gesù per me?

La solennità dei Santi Pietro e Paolo

Nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo che oggi 29 Giugno la Chiesa celebra, siamo ancora una volta Messi di fronte alla grande domanda del Vangelo : “Chi dite voi che io sia?». Per rispondere a questa domanda di Gesù che leggiamo nel Vangelo, dobbiamo prima di tutto renderci conto di un vero e proprio “trapianto” di Spirito avvenuto nella nostra vita: «Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione» (Zc 12,10). Dio abbraccia ognuno di noi e con il dono del suo Spirito ci fa riconoscere la Sua presenza. Questo dono è per tutti perché come ci ricorda San Paolo non c’è più una salvezza per gli Ebrei e una per gli altri popoli perché Gesù ha abbattuto il muro di separazione che li divideva (Ef 2,14) ed è morto sulla croce per il mondo intero: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).

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«Chi dite voi che io sia?». Per rispondere a questa domanda dobbiamo anche chiederci chi è l’uomo. Come facciamo a rispondere circa l’identità di Gesù quando ancora siamo perplessi davanti a chi ha il colore della pelle diverso? Quando abbiamo paura delle moltitudini che vengono da lontano? Se non sapremo riconoscere e rispettare il volto dell’uomo più lontano da noi, non possiamo rispondere su chi è Gesù.

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Una parrocchia di Xi’An (Cina). Foto: ©Francesco Pesce / ConAltriOcchi Blog

«Chi mi vuol seguire deve prendere la sua croce». Prendere la croce oggi vuol dire farsi carico del peso degli esclusi, per amore dell’uomo. Certamente in questo modo si perde la vita: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà». Perdere la vita vuol dire rischiare tutte le nostre sicurezze, mettere in questione le nostre abitudini, e quindi vuol dire in un certo senso morire. Entrare in questa morte però vuol dire salvarsi e salvare il mondo. Vediamo oggi nella nostra Europa come sia difficile allargare gli spazi e accettare le diversità. L’Europa si potrà salvare soltanto accettando il cambiamento in atto.

«Chi dite voi che io sia?». Per rispondere a questa domanda dobbiamo soprattutto pregare.“Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui” (Lc 9,18). Gesù prende coscienza della sua missione nella preghiera; capisce a poco a poco nella preghiera, l’universalità della sua vocazione. Gesù pregando incomincia a compiere la volontà del Padre, un progetto di salvezza per tutta l’umanità e per ciascun uomo.

Anche la Chiesa, ognuno di noi siamo chiamati a “vedere” nella preghiera la volontà di Dio, il suo progetto di amore per me e per tutti, e così diventare giorno dopo giorno collaboratori del Regno di Dio.


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Alla sera della vita saremo giudicati sull’Amore

Il Vangelo ci chiama a superare le facili contrapposizioni tra giusti e ingiusti, peccato e virtù. Anche il figlio maggiore della parabola  è peccatore. Cosa ha fatto? Niente! Non ha capito l’amore. Non ha capito l’amore e con il suo occhio guardava tutto e tutti con sospetto; ricordiamo bene quando gli scribi e i farisei mormoravano contro Gesù perché “guardavano” che mangiava con i peccatori. La prima violenza è proprio quella dell’occhio; dobbiamo sempre tutti imparare ogni giorno a guardare il mondo con gli occhi misericordiosi del Padre.

Un pastore che affronta i pericoli della natura, una donna di casa che con ostinazione cerca la sua moneta di valore, un padre che sa solo correre incontro e abbracciare. Nelle parabole lucane della misericordia   ci sono queste tre immagini bellissime di un Dio che ci cerca continuamente e non trova pace fino a quando non ci ha ritrovati. Il Pastore  si mette  sulle spalle la pecora che ha ritrovata, e la aiuta così nel suo cammino di ritorno, gli rende più leggeri i passi, non la umilia con una punizione per il fatto di essersi perduta.

Dio non guarda i nostri meriti o le nostre colpe, ma prima di tutto i nostri bisogni. La donna che cerca il suo tesoro sotto la polvere, ci aiuta a credere di più nell’aiuto di Dio e in noi stessi; sotto la polvere di tanti nostri giorni, nascosto in qualche angolo dentro di noi, c’è un tesoro prezioso che dobbiamo cercare con la lampada dello Spirito. Nessuna sporcizia, nessuna difficoltà, nessun male della vita sarà mai più forte della nostra immagine e somiglianza con Dio.

Non lasciatevi rubare la Speranza è la profezia di Papa Francesco. Un padre misericordioso che corre e abbraccia il figlio; lo vuole più felice che fedele, lo vuole debole ma vicino, piuttosto che forte e lontano. Il Vangelo ci insegna a ripudiare  mentalità aggressive, perché gli uomini  non solo disarmino i loro arsenali di guerra, ma anche i loro cuori. “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore” – come scriveva il sacerdote e poeta del sedicesimo secolo, San Giovanni della Croce.


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In cammino verso la Pasqua

Don Enrico Ghezzi

Cos’è il  paradiso? Sarà un prendere coscienza del nostro io. E’ avere  finalmente  conoscenza che il nostro  Io  è creato  a  immagine di Dio (Gen 1,27: “E Dio creò l’uomo a sua immagine…”). Vedrò in me l’immagine di Dio creatore. Ognuno  vedrà in se stesso il riflesso di Dio; come un raggio del sole, che nasce  dall’origine incandescente dell’amore di Dio. Io mi conoscerò come parte dell’amore eterno di Dio.

Dio sarà presente e conosciuto da miliardi di creature che vivranno nella incandescenza del suo Amore, lo Spirito Santo di Dio. L’intero cosmo sarà dispiegato dal sole dell’amore.

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Il paradiso allora, sarà per tutti noi godere di Dio che ci ha creati a sua immagine. lo contemplerò in me, immerso nel suo amore; l’amore ci unirà tutti in Dio.

Questo intendeva Giovanni nella sua Prima lettera 3,1-2: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!  Carissimi, noi fin da ora noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è ancora stato rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili  a lui, perché lo vedremo così come egli è”.  Infatti: “l’amore è da Dio, chiunque ama è generato da Dio e conosce  Dio. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha  amato noi e ha mandato il suo Figlio”(1 Gv 34.7-10). Il paradiso sarà conoscere e vivere nella somiglianza con Dio, il Padre.

Ma ci sarà ancora di più: il Figlio mandato dal Padre, il Verbo di Dio ha preso e compreso nella sua ‘divinità’  la carne simile alla nostra carne, al nostro corpo: “Il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). E’ il “primo-genito” della nuova creazione, dopo la creazione di Adamo ed Eva.  Nella carne corporale di Cristo è stata assorbita e vissuta la carne di ogni uomo, nella sua sofferenza che penetra il vissuto umano e l’intero cosmo.

Sulla croce, Gesù, nell’abbraccio di tutta l’umanità, ci fa scendere nella morte per risorgere  con lui nel giorno della Pasqua. Il paradiso sarà la gloria della nostra risurrezione nella risurrezione di Gesù. Ci riconosceremo e ci ameremo nell’amore di Gesù con il nostro corpo creato per la felicità. Vivrà per sempre in noi l’amore dello Spirito che vive eternamente tra il Padre e il Verbo di Dio, il Figlio fatto uomo.  Creazione e Incarnazione, sono il mistero della luce e della felicità.


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Nel gelo dell’Amore soffocato

Il messaggio per la Quaresima di Papa Francesco

Nel messaggio per la Quaresima  di quest’anno Papa Francesco si rivolge ai credenti e agli uomini di buona volontà: “Vorrei che la mia voce giungesse al di là dei confini della Chiesa Cattolica, per raggiungere tutti voi, uomini e donne di buona volontà, aperti all’ascolto di Dio”. Il Santo Padre invita tutti a stare molto attenti a ciò che può ostacolare un cammino di fede e di vita in particolare dice il papa il pericolo del raffreddarsi dell’amore.

La bella immagine di Dante Alighieri che immagina satana, seduto su un trono di ghiaccio, è molto efficace: “egli abita nel gelo dell’amore soffocato”. Il titolo del Messaggio infatti riprende Mt 24,12: “Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti”.

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Cosa fare allora dice il Papa? “Se vediamo nel nostro intimo e attorno a noi i segnali appena descritti, ecco che la Chiesa, nostra madre e maestra, assieme alla medicina, a volte amara, della verità, ci offre in questo tempo di Quaresima il dolce rimedio della preghiera, dell’elemosina e del digiuno”.

Già il profeta Abacuc aveva gridato: “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?” il grido del profeta Abacuc appartiene a molti. In tanti aspetti della vita spesso siamo vittime e testimoni di iniquità, ingiustizie e sopraffazioni di ogni genere. E’ vero anche che a volte siamo complici, magari con il nostro silenzio, o il nostro voltarsi dall’altra parte. Il profeta ascolta poi la risposta di Dio: “Scrivi la visione è una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà ”. Conclude: “Il giusto vivrà per la sua fede”. Che cosa è allora la fede? E’ quella fiducia che dona la forza di combattere nell’attesa del Suo ritorno. Noi infatti viviamo l’Eucaristia “finché egli venga” “nell’attesa della tua venuta”. Dobbiamo poi tenere sempre presente che la fede non è nata dal ricordo di Gesù, da qualcuno che ce lo ha raccontato solamente.

La fede è nata da una presenza, non da una rievocazione (con buona pace dei tradizionalisti che vivono una Chiesa del ricordo e non della presenza). Cristo deve tornare e noi lo aspettiamo, ma è già presente nel dono dello Spirito. Stette in mezzo a loro raccontano i vangeli a proposito del Risorto. Gesù si fa presenza, dentro una comunità che è capace di sostenere, la paura, il pericolo, ma direi soprattutto per otto giorni porta sulle proprie spalle, anche l’incredulità, la non fede di Tommaso e chissà di quanti altri. Tommaso dubita, non crede, eppure rimane dentro la comunità, e neanche nessuno lo caccia via: rimane in un gruppo che non lo esclude. Che bella la Chiesa che accoglie e non esclude, sostiene e non isola nessuno. Una Chiesa che proprio come Gesù sempre ti aspetta con le porte aperte, anzi ti viene a cercare, rispettosa perfino della nostra poca fede e delle nostre paure.

Stiamo tutti molto attenti a separare troppo in fretta la fede, la speranza e la carità, perché in fondo sono una cosa sola. Nella storia abbiamo conosciuto uomini di fede che hanno distrutto tante speranza, specialmente quelle dei poveri. Abbiamo conosciuto uomini di fede senza carità che hanno ammazzato altri gli uomini. Non è bene anche, distinguere troppo rigidamente tra credenti e non credenti. Ci sono alcuni che dicono di credere in Dio ma non credono nell’uomo; altri dicono di non credere, ma sono a servizio dell’uomo, specialmente il più debole e indifeso. E’ lo Spirito l’unico che può distinguere, nell’attesa della verità tutta intera.

Per questo iniziamo il cammino di Quaresima con tanta fiducia: “Se a volte la carità sembra spegnersi in tanti cuori, essa non lo è nel cuore di Dio! Egli ci dona sempre nuove occasioni affinché possiamo ricominciare ad amare”.


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Tempo di Natale : la storia cambia direzione

A Natale la storia cambia direzione: Dio verso l’uomo, il grande verso il piccolo, dal cielo verso la terra, da una città verso una grotta, dal Tempio a un cam­po di pastori. La storia rico­mincia dagli ultimi.

L’impero romano controllava il mondo con la spada di Cesare; certamente anche con il Diritto romano, ma fondamentalmente con la spada. Ecco tra la spada e il diritto, non sempre nemici, anzi spesso alleati, nasce un bambino. Un bambino supera il Diritto, rende inefficace la spada. Oggi in particolare, in Siria non lontani dalla terra di Betlemme, il bambino  ci dice che i bambini di Aleppo sono morti uccisi dalla spada e dal Diritto, ma un bambino li risorgerà.

Natale è l’inizio della resurrezione del corpo. Dio si fa bambino, e da quel giorno la carne oltraggiata, dilaniata, violentata dei bambini, diviene santa, sacra, incomincia a risorgere. Chiediamo la pace per i bambini di Aleppo, altrimenti nessuno ha il diritto di festeggiare il Natale.

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La parola «pace»quando non viene dalla spada,ma quando viene detta al nella capanna di Betlemme, non è retorica politica, ma è realtà. La pace è innumerevoli cose; è il necessario per vivere,un lavoro sicuro,la gioia dei bambini quando scartano i regali. È anche tutto questo la pace.

Natale è il più grande atto di fede di Dio nell’umanità.Egli af­fida il Figlio nelle mani di una ragazza inesperta ma buona, ha fede in lei. Maria si prende cura del neonato, lo nutre, lo cresce lo ama, lo fa anche giocare.Allo stesso modo, nell’incar­nazione Dio vivrà sulla nostra terra solo se noi ci prendia­mo cura di lui, ci prendiamo cura del Creato, ci prendiamo cura di ogni bambino.

La Parola di Dio che diventa carne è una Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia. E’ una Parola efficace che non torna indietro, senza prima aver operato ciò per cui era stata mandata. E’ una Parola che porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera creazione, assetata di vita, di libertà, di dignità, assestata di Dio.


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Non amiamo a parole ma con i fatti

Riflessioni sul messaggio di Papa Francesco sulla Giornata Mondiale dei Poveri.

Oggi  nella 33.ma Domenica del Tempo ordinario  celebriamo in  tutta la Chiesa Cattolica insieme agli uomini di buona volontà la prima Giornata Mondiale dei Poveri, che Papa Francesco ha voluto istituire  e che aveva già annunciato al termine del Giubileo della Misericordia. Come segno di condivisone, il Papa ha invitato  a pranzo 1.500 poveri nell’Aula Paolo VI, l’aula delle udienze che porta il nome del grande pontefice della Populorum Progressio, dopo aver celebrato la Messa in San Pietro. Ieri c’è stata una Veglia di preghiera nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura, per fare memoria del martire romano che ha riconosciuto i poveri, come vero tesoro nella chiesa.

“Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste” (Messaggio per la I giornata mondiale dei poveri al n 6).

“Non amiamo a parole, ma con i fatti” è il titolo del primo messaggio di Papa Francesco per questa giornata. Il Papa parla dei “mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte della schiavitù, dall’esilio e della miseria, dalla migrazione forzata” ( n 5).

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Non sorprende la fugace attenzione data, anche dentro la Chiesa, alla proclamazione di questa giornata mondiale. Non sorprende ma amareggia, e tutti siamo chiamati a reagire con forza alla indifferenza verso i poveri.

Chi ha molti denari e molte sicurezze rischia di vivere come gli «spensierati di Sion» di cui parla il profeta Amos, e si costruisce un mondo tutto suo, e anche se alla sua porta ci sono migliaia di Lazzari nemmeno se ne accorge. L’ epulone dei nostri anni a volte se ne accorge e allora fa qualche elemosina per i poveri, dona qualche vestito vecchio che non mette più, pur di non avere il disturbo dei Lazzari alla sua porta.

In tutte la Chiesa cattolica si legge spesso la parabola del Ricco Epulone ma domani Lazzaro starà come oggi. Niente cambia. Purtroppo il messaggio di Gesù è stato spesso imprigionato nel sistema e lo abbiamo un po’ reso innocuo; non incide più nella nostra vita reale. Questo è l’abisso di cui parla  il Vangelo. Inoltre tutti vediamo che l’abisso tra i Lazzari e gli epuloni si è allargato e si sta allargando a dismisura.

Noi epuloni abbiamo da secoli deciso che non si può consentire la promiscuità tra chi è dentro e chi è fuori. Lazzaro deve stare fuori dal sistema, dalle nostre città, la Bibbia direbbe dall’accampamento. Lazzaro poi non solo è escluso ma deve essere anche convinto che sia normale così, che sia giusto. L’esclusione lo tocca dentro, nella coscienza.

La nostra società però dice di ispirarsi ai grandi principi del Cristianesimo, dell’ Illuminismo, della democrazia e allora prova ( fa finta?) ad inserire dentro di se Lazzaro l’escluso, ma non ci riesce, perché dovrebbe contestare se stessa nei propri principi costitutivi. Gli immigrati sono i Lazzari del ventunesimo secolo e noi sappiamo solo allargare il fossato.

I cristiani e tutta l’umanità, non si dimentichino che Dio sta dalla parte dei Lazzari, anzi Dio in questo mondo è Lazzaro. Gesù è andato fra gli immondi per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare le nostre città, il nostro sistema, e scoprire che il vero Lazzaro, il vero immondo è proprio il sistema. Questa è la rivoluzione cristiana. Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli esclusi perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi, perché sappiano che la dignità e’ un loro diritto inalienabile. Il sistema poi ha provato ad addomesticare Gesù “promuovendolo” a tutore dell’ordine ma Lui si è divincolato, andando contro ad un sistema che esclude, ribellandosi al potere politico/religioso e a quello economico. Per questo è stato crocifisso come un Lazzaro qualunque: “Come un delinquente voi lo avete appeso ad un legno” dice Pietro, nel primo discorso dopo la Pentecoste. Le Beatitudini ci dicono che i Lazzari hanno già vinto in Cristo la loro battaglia di dignità. Ora ci stanno venendo incontro, e sono milioni. Non ci vogliono distruggere, ma dirci la Parola della salvezza che è stata loro affidata. Beati i Poveri perché vostro è il Regno di Dio dirà Gesù. Vostro è il segreto della vita.

Le ricchezze non sono un fine, ma uno strumento nelle mani degli uomini; spesso sono diventate uno strumento iniquo perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e assoggettare interi popoli al controllo di alcune elite. Siamo arrivati nella storia perfino allo sterminio programmato e calcolato dei poveri, come ricorda ancora il profeta Amos. Grazie a Dio il progresso culturale dei popoli sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile. Gesù invita i suoi discepoli ad essere “scaltri” nell’uso delle ricchezze. Chiede ad ognuno di noi un diverso rapporto con le ricchezze sia sul piano individuale che in quello comunitario. Proprio per questo non può più bastare il gesto privato della elemosina; bisogna agire perché la ricchezza possa diventare uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli; questa è la concretezza del vangelo, che per sua natura è un fatto sociale. La storia ci insegna che non pochi si sono allontanati dalla Chiesa e dalla fede, perché hanno ricevuto una cattiva testimonianza nell’uso del denaro e delle ricchezze. Assistiamo poi in questi anni come cristiani e cittadini del mondo a due fatti molto importanti. Papa Francesco sta testimoniando la possibilità concreta di una Chiesa povera per i poveri, ed è uno straordinario dono del Signore, un esempio che ci stimola a sempre nuova conversione. Inoltre al contempo assistiamo al fatto che molti poveri, si stanno -potremmo dire così- riprendendo il vangelo, spesso a loro nascosto, dietro parole di circostanza e umilianti elemosina. I poveri oggi sono coscienti che il vangelo è prima di tutto per loro, e non sono più disposti ad aspettare per i loro diritti e la loro dignità. Rileggiamo e meditiamo attentamente a questo proposito le parole profetiche di don Primo Mazzolari, prete povero tra i poveri al quale papa Francesco renderà onore, pregando sulla sua tomba fra pochi giorni:” io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare; i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure c’è chi tiene la statistica dei poveri, e ne ha paura; paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.” Sta già avvenendo.