ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Una vita e una morte in ginocchio; ad un anno dal martirio di Padre Hamel

Oggi è già un anno da quando Padre Hamel è stato  ucciso, vilmente e senza pietà a Saint-Etienne-du Rouvray, vicino a Rouen, in Francia, mentre celebrava la messa del mattino nella sua chiesa; ci furono anche alcuni feriti tra i fedeli che stavano partecipando alla liturgia. Il sacerdote aveva 86 anni e tutti gli volevano bene per le sue qualità umane e la sua profonda spiritualità .

La morte di un prete e’ come quella di tutti gli altri uomini, ma agli uomini può sempre insegnare qualcosa. Padre Hamel e’ stato ucciso vilmente e senza pietà, in ginocchio. In ginocchio e’ stata anche tutta la sua vita, curvo sui bisogni della gente, alle altezze dei poveri. Anche noi in questo momento ci vogliamo mettere in ginocchio per rendere omaggio a questo sacerdote che ha speso la sua lunga esistenza a servizio dell’uomo.

All’inizio di giugno nel Bollettino parrocchiale aveva scritto un saluto ai fedeli che si apprestavano a partire per le vacanze estive dicendo:”portate un po’ di umanità e misericordia nel mondo “.Poi e’arrivata la morte. La morte e’ l’ultima parola e noi non abbiamo parole da dire, ma solo il silenzio della preghiera e degli affetti, il silenzio dell’amore forte come la morte.  La Bibbia nel Cantico dei Cantici non dice che l’amore è più forte della morte, ma dice: “ forte come la morte e’ l’amore “. Forse perché la lotta tra amore e morte la può vincere definitivamente solo il Risorto. A Lui solo vogliamo lasciare la parola che noi non abbiamo.

Noi non abbiamo la forza di dire la parola che viene dopo la morte; la parola che viene dopo la morte, la può dire Dio solo. E Gesù questa Parola non l’ha solo detta o scritta ma l’ha vissuta in se stesso, consegnandola una volta per sempre alla Storia del mondo: “ Io sono la resurrezione e la vita , chi crede in me anche se muore vivrà “.(GV 11,25)

Gesù chiede ancora alla sua Chiesa, all’Europa ad ognuno di noi, di gettare la rete, di continuare a credere, vivere e sperare. E’ una rete che non si spezza e si riempie di amore sempre nuovo, perché è gettata sulla Parola del Risorto anche se a volte non lo abbiamo  riconosciuto , anche se a volte non ce la facciamo perché la vita non è un principio da difendere ma una cosa drammatica e magnifica,  una grande avventura  da accompagnare con l’aiuto della Grazia.

Aspettiamo continuando a fare il bene, seminando semi di fraternita’ e di pace, un alba nuova dov’è potremo gridare “ è il Signore!”, il grido di amore di Giovanni, il grido del Cantico dei Cantici “l’amato mio” (Ct2,8). Non abbiate paura – ci dice ancora una volta Gesu’- Io ho vinto il mondo.


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Il peccato europeo

Cittadini di Europa, eredi della grande tradizione greca e romana, cristiani radicati nel sangue dei martiri, persone liberate da ogni schiavitù nel secolo dei lumi. Guardando i profughi respinti con la forza e con i gas lacrimogeni alla frontiera tra Grecia e Macedonia, guardando l’accordo con la Turchia, guardando il nostro Mare Mediterraneo dove viaggiano le nostre grandi navi da crociera, io mi vergogno del mio essere europeo, greco romano, cristiano e illuminista.

Scappano dalle bombe, dalla distruzione delle loro case e dalle persecuzioni dell’Isis. Forse però non sono loro i veri profughi; forse è la nostra Europa ad aver ormai perduto le radici della sua antichissima civiltà; un’europa vecchia e stanca, che non fa più figli, e non sa riconoscere come propri, i figli dell’altra parte della umanità; sì credo proprio che è l’Europa ad essere profuga e perduta, senza una patria e senza un approdo, un futuro.

“Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”. (Mt 21,43) Ci penso spesso a queste parole del Signore; stanno già avvenendo; viene tolta la radice all’albero che non porta frutti buoni per tutti; viene tolta la libertà a chi non la sa condividere con gli altri; viene tolto anche il Vangelo a chi lo ha trasformato in privilegio e merce di scambio con il potere. L’Europa delle università e delle cattedrali, per sua colpa è ridotta ad un ospizio per vecchi, le sue nazioni sono in “guerra” le une contro le altre, i suoi confini stanno per cadere sotto i colpi della dignità di coloro che si sono stancati delle dichiarazioni di principio e hanno trasformato i loro stracci in bandiere e i loro poveri arnesi in barricate. Forse c’è proprio bisogno di un altro popolo che faccia fruttificare la vigna europea, che ricostruisca una civiltà perduta. Una civiltà europea che è diventata idolatrica di se stessa, piena di “vitelli d’oro”, perchè è sparita la parola della vera democrazia, la parola della grande filosofia occidentale, ed è sparita anche la Parola di Dio, che ti mette in una salutare crisi e ti ricorda il cuore della tua essenza, che è la condivisione dei doni di Dio.

Davanti ad un vero e proprio “peccato europeo”, forse il Vescovo di Roma Francesco, voce che grida nel deserto, è stato mandato da Dio come un nuovo Mosè: “Allora il Signore disse a Mosè: ‘Va, scendi, perché il tuo popolo, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata![..] Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga’ “(Es 32,7-10). Davanti al peccato Dio dice a Mosè, vai a dire a loro che io li distruggo. Il Dio di Gesù Cristo, non è certamente cattivo e vendicativo, ma non si compromette con il nostro male, si dissocia da una Europa che non è più se stessa e non scende a nessun compromesso.

Papa Francesco  con il suo esempio e i suoi appelli, sta distruggendo le vecchie tavole di una legge ingiusta e discriminatoria, le scaglia per terra  e lo fa in nome di Dio facendo capire al “peccatore europeo” che sta sbagliando; distruggere il male è l’inizio del perdono e della riconciliazione. Il peccato europeo è una cosa seria; le tavole della legge non esistono più, sono andate distrutte insieme a tutti i vitelli d’oro; Francesco come un nuovo Mosè denuncia la gravità del peccato, per poter liberare l’Europa proprio dal suo peccato. Chiediamo all’Europa di avere il coraggio (è ancora in tempo) di accogliere le seconde tavole della legge, questa volta, come ci ricorda Gesù, scritte non più sulla pietra, cioè nei frontespizi dei palazzi del potere, sugli scudi degli eserciti, sulla carta delle costituzioni, ma nel cuore di carne di ogni cittadino europeo. Dio ti ha già perdonato vecchia Europa; ti chiediamo di ricominciare ad essere te stessa, di ritrovare la tua antica nobiltà; non essere mai più un sogno svanito, una illusione, una delusione. Noi ne aspettiamo pregando e pur sempre amandoti, la prova.


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Annunciamo e portiamo il vangelo ai poveri

Quel sabato nella Sinagoga Gesù prese il il rotolo del profeta Isaia e – come dice il testo greco  trovò quel passo dopo averlo cercato. Il verbo greco infatti è eurisko – da cui viene la ben nota esclamazione eureka! Gesù cioè sceglie un passo che probabilmente non era previsto si leggesse e che invece Lui cerca e trova apposta per leggerlo in quel momento.

Si tratta del capitolo 61 del profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”.

Qual è questo “vangelo” di cui ci parla Isaia a cui fa eco Gesù? Il “vangelo” che si attendono i poveri – i primi a cui ancora una volta questo lieto annuncio è rivolto – è la fine della povertà. I prigionieri attendono la libertà, i ciechi si aspettano di poter vedere, e gli oppressi di essere sollevati dai loro pesi.

Nel mondo siamo testimoni, spesso piuttosto spettatori volenti o inermi, di tante forme di povertà (materiale, morale, spirituale), ingiustizie, prevaricazioni, disabilità, vulnerabilità…. Anche noi, nelle nostre vite, abbiamo le nostre povertà, siamo prigionieri di tante cose e siamo oppressi in qualche parte del nostro cuore. Ma, ci ha preannunciato Isaia e ci ha ricordato il Signore Gesù: “Coraggio, non temere, Egli viene a salvarti”(Is 35,4). E ancora ci dirà : “La verità vi farà liberi”(Gv 8,32). Quella salvezza, quella verità è proprio il Signore Gesù, che è il compimento della Scrittura, cioè il compimento del “lieto annuncio”.

E’ importante allora per tutti noi avere la coscienza, avere la certezza che c’è un punto, un “stella polare” dove guardare; che camminiamo su un sentiero già tracciato e – come ci ricorda Isaia – “spianato” dal Signore, nel deserto, che sono a volte le nostre vite, le nostre società. Dobbiamo tenere lo sguardo fisso su di Lui  e seguirlo, lasciandoci guidare dallo Spirito, certi che così non smarriremo la via. Molte volte noi cerchiamo ma non troviamo (la soluzione di quel tale problema, la risposta ad una certa domanda, il coraggio di fare una scelta…) proprio perchè prima che affidarci allo Spirito e distogliendo lo sguardo da Gesù, contiamo solo sulle nostre forze, pianifichiamo solo in base ai nostri calcoli, guardiamo solo alle nostre priorità. E non capiamo che dobbiamo “rovesciare” il nostro modo di pensare, vedere e fare le cose: perché prima di tutto siamo noi ad essere già stati trovati e soprattutto amati e “salvati”.

Scrive ancora l’evangelista Luca:” Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti, erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.

Noi dobbiamo certamente essere informati, preparati, leggere, pregare e meditare la Parola di Dio, ma subito dopo abbiamo il dovere di chiudere il “libro”, “arrotolarlo” come ha fatto Gesù, per metterci al servizio di quelli che aspettano la liberazione e che hanno gli occhi fissi su di noi e si attendono da noi una parola di conforto, una presa di posizione, un gesto di speranza, forse anche di rottura. Ricordiamoci sempre di cosa ha detto il Signore: “beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”. Oggi sono milioni i bambini, le donne, i popoli interi che attendono e che ci guardano. E  ragionando  più “in piccolo”, ci sono tanti che si aspettano una risposta da noi nelle nostre vite – i nostri vicini, i colleghi, i familiari, i poveri che sono nelle strade delle nostre città. Da troppo tempo il nostro occidente, le nostre case, a volte anche le nostre chiese assomigliano alla comunità di Esdra descritta nella Bibbia, chiusa nella propria autosufficienza e dimentica dei bisogni dei poveri. In tanti attendono la liberazione e tengono gli occhi fissi su di noi.

Il nostro compito di cristiani è prima di tutto contribuire alla costruzione di una società liberata, noi prima di tutto siamo battezzati nello Spirito che libera gli oppressi e dobbiamo sentire forte l’urgenza di questo compito, di questa missione, la liberazione dei poveri, degli oppressi e degli emarginati.


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Dio ci accoglie così come siamo

Non è sempre facile credere al Dio di Gesù Cristo. A volte è più facile credere a un dio che distribuisce miracoli, a un dio da meritare più che da accogliere.

Gesù ci invita invece ad allargare lo sguardo, ci invita a vedere meglio; ci parla di un Dio che cammina di terra in terra, che a Zarepta soccorre una vedova straniera, che in Siria guarisce  dei lebbrosi. Un Dio che cammina quotidianamente con noi, nell’ordinario e che non guarda prima di tutto i nostri meriti o le nostre appartenenze, ma ai nostri bisogni e ci ama per quello che siamo.

Credere in un dio che guarda prima di tutto i meriti o le appartenenze ha come conseguenza rappresentare una Chiesa che si difende, che esclude chi non ha meriti da vantare, o chi ne ha pochi; una Chiesa che diventa una elite, una struttura chiusa che non accoglie come non affascina se non pochi eletti. Una Chiesa che non incide nella realtà quotidiana, che passa solo per la tangenziale delle nostre vite, fermandosi all’occorrenza nei salotti televisivi e nelle lobby.

Credere invece al Dio di Gesù Cristo che guarda prima di tutto alle nostre debolezze e ai nostri bisogni si traduce  nel costruire “una Chiesa in uscita”, dove i confini sono il mondo, dove i pastori hanno l’odore delle pecore non soltanto dell’incenso, e dove nessuno si sente escluso o abbandonato.

Attorno a Gesù ci sono sempre stati e ancora ci sono gruppi di fanatici, violenti e integralisti, che usano la religione e la Chiesa per i propri interessi. Lo sa bene e lo ha ricordato recentemente anche Papa Francesco – alcuni non servono la Chiesa ma si servono della Chiesa per i loro interessi.

La frase del Vangelo – «passando in mezzo a loro si mise in cammino» (Lc 4,30) – rappresenta uno straordinario monito per tutti noi e per tutta la Chiesa.  Gesu’ passa oltre, se ne va. Se ne va, quando la fede si allea con il potere. Se ne va, quando il clericalismo prevarica sul popolo di Dio e sullo stesso Vangelo. Se ne va, quando il Vangelo è ridotto a legge morale e non ne è il fondamento, o quando si difendono principi astratti e privilegi molto concreti invece di comprendere e accompagnare situazioni ordinarie molto concrete.

Il Signore va verso e rimane dove la fede è semplice e sincera; dove la speranza non è retorica, ma attesa fiduciosa di una promessa che si compirà; e dove la carità ascolta il grido del povero e tende la mano ad ogni fratello, senza giudizio, condizioni o “preferenza di persone”.


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Fede in Dio e nell’uomo

Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? ” il grido del profeta Abacuc appartiene a molti. In tanti aspetti della vita spesso siamo vittime e testimoni di iniquità, ingiustizie e sopraffazioni di ogni genere. E’ vero anche che a volte siamo complici, magari con il nostro silenzio, o il nostro voltarsi dall’altra parte. Il profeta ascolta poi la risposta di  Dio: “ scrivi la visione è una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà ”. Conclude: “il giusto vivrà per la sua fede”. Che cosa è allora la fede? E’ quella fiducia che dona la forza di combattere nell’attesa del Suo ritorno. Noi infatti viviamo l’Eucaristia “finché egli venga“nell’attesa della tua venuta”. Dobbiamo poi tenere sempre presente che la fede non è nata dal ricordo di Gesù, da qualcuno che ce lo ha raccontato solamente.

La fede è nata da una presenza, non da una rievocazione (con buona pace dei tradizionalisti che vivono una Chiesa del ricordo e non della presenza). Cristo deve tornare e noi lo aspettiamo, ma è già presente nel dono dello Spirito. Stette in mezzo a loro raccontano i vangeli a proposito del Risorto. Gesù si fa presenza, dentro una comunità che è capace di sostenere, la paura, il pericolo, ma direi soprattutto per otto giorni porta sulle proprie spalle, anche l’incredulità, la non fede di Tommaso e chissà di quanti altri. Tommaso dubita, non crede, eppure rimane dentro la comunità, e neanche nessuno lo caccia via: rimane in un gruppo che non lo esclude. Che bella la Chiesa che accoglie e non esclude, sostiene e non isola nessuno. Una Chiesa che proprio come Gesù sempre ti aspetta con le porte aperte, anzi ti viene a cercare, rispettosa perfino della nostra poca fede e delle nostre paure.

Stiamo tutti molto attenti a separare troppo in fretta la fede, la speranza e la carità, perché in fondo sono una cosa sola. Nella storia abbiamo conosciuto uomini di fede che hanno distrutto tante speranza, specialmente quelle dei poveri. Abbiamo conosciuto uomini di fede senza carità che hanno ammazzato altri gli uomini. Non è bene anche, distinguere troppo rigidamente tra credenti e non credenti. Ci sono alcuni che dicono di credere in Dio ma non credono nell’uomo; altri dicono di non credere, ma sono a servizio dell’uomo, specialmente il più debole e indifeso. E’ lo Spirito l’unico che può distinguere, nell’attesa della verità tutta intera.


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Migranti e rifugiati : i “lebbrosi” del mondo di oggi

Ieri 20 Giugno si è celebrata La Giornata internazionale del rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite,  per ricordare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati da parte dell’Assemblea generale dell’ONU.

La Parola di Dio è ricca di indicazioni su come affrontare questa problematica così stringente e quotidiana. Nel  libro del Levitico si parla della figura del lebbroso; il lebbroso non era solo un escluso dal villaggio, ma doveva gridare lui stesso «sono immondo». L’esclusione lo toccava dentro, nella coscienza, diventava quasi una sua identità di cui era anche lui consapevole. Questo contrasto tra il villaggio e il lebbroso lo possiamo proiettare lungo i secoli e lo viviamo ancora oggi. Il villaggio siamo noi, le nostre città, il nostro vecchio occidente, il nostro sistema economico impazzito, a volte è anche la Chiesa, quando è clericalizzata, quando non è in uscita come vuole Papa Francesco.

Ma, siccome la nostra società occidentale rivendica di ispirarsi ai grandi principi dell’uguaglianza e della fraternità, cari alla tradizione illuminista che è nata e si è sviluppata in Europa, cuore del Cristianesimo, essa si trova a professare una grande menzogna. Fa finta di voler inserire in sé, dentro il villaggio europeo e occidentale, l’escluso (il migrante, il clandestino, il senza fissa dimora, il carcerato …) ma non ci riesce. Perché non ci riesce? Perché dovrebbe guardarsi veramente dentro e contestare se stessa, il suo operato, quello che sta diventando, ed esportando nel mondo, ma non ne ha il coraggio, anzi meglio non ne abbiamo il coraggio.

I migranti sono i lebbrosi del ventunesimo secolo, del mondo di oggi. La società non ha altro luogo di esclusione che i campi di “accoglienza”, a volte quasi dei “lager” moderni dove rinchiudere le nostre ipocrisie e i nostri egoismi.

Allargare i confini del villaggio perché ci sia posto anche per quelli che sono esclusi, aggiornare le sue regole, essere veramente un villaggio globale, questa è la via che il Papa continuamente indica  dando  voce a coloro che voce in capitolo non ne hanno, che sono in balia di un futuro incerto, anche spaventoso. Allargamento dei confini, abbattimento dei muri, globalizzazione della solidarietà: possono essere l’ultimo lembo della nostra dignità.

Non dimentichino il mondo e l’occidente scristianizzato o peggio ancora apatico, indifferente e in preda a mode spiritualiste individualistiche, che Gesù ha vissuto l’esclusione, il rifiuto, l’abbandono. Già il Messia che doveva venire era atteso dai profeti come una pietra scartata. Gesù Bambino e la Santa Famiglia di Nazaret hanno vissuto da migranti, forse potremmo dire anche rifugiati, per molti anni, prima di poter tornare nella loro terra.

Papa Francesco oggi, con ancora maggiore forza, ha detto ancora che Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli scartati di oggi, perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi e sappiano che Dio è dalla loro parte e non devono perdere mai la speranza. Guai invece a quelli del villaggio se si chiudono nelle loro mura: guai agli Scribi e ai Farisei di oggi.

Gesù ha sancito una volta per sempre il crollo della struttura portante del villaggio arroccato nelle sue mura e agghindato con i suoi templi moderni, evanescenti e vuoti: “Non rimarrà pietra su pietra” se non diventa un villaggio globale, solidale e aperto, per tutti, in nome della nostra comune umanità. Chiediamo al Signore l’umiltà e il coraggio di allargare l’accampamento, aprire il fortino e abbassare le mura di cinta, altrimenti noi e prima ancora i nostri figli verremo travolti e soffocati dalle nostre stesse fortezze inespugnabili.


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Exemplary servants of the gospel

Pope Francis pilgrim on the road of Father Mazzolari e Father Milani

In Bozzolo, Pope Francis was welcomed by the Bishop of Cremona, Monsignor Antonio Napolioni, who immediately announced that the process to beatify Don Primo Mazzolari will start on 18th September next.  The Pope then went to the Parish of Saint Peter’s to pray on the tomb of Don Primo Mazzolari where he made a truly memorable address speaking, among other things, of the  “magisterium of the parish priests”.

In Barbiana he was welcomed by Cardinal Giuseppe Betori, Archbishop of Florence and where he also wished to pray at the tomb of Don Lorenzo Milani on the fiftieth anniversary of his death.  In church he met the Prior of Barbiana’s students and then gave a commemorative address in the forecourt of Don Lorenzo’s vicarage which will be very difficult to forget. His educative passion represented faithfulness to the Gospel and to all those who were entrusted to his care, said the Pope.  He then added: “today, the Bishop of Rome recognizes in that life an exemplary way of serving the Gospel, the poor and the Church; take Don Lorenzo’s torch and carry it onwards”.

Don Primo Mazzolari and Don Lorenzo Milani, are ” two priests who offer us a message which we truly need today”, said Pope Francis last Sunday during the Angelus prayer.

Recently, from many places in and outside the Church there have been various analyses and comments on this pilgrimage of the Pope.  Some have spoken of “rehabilitation”, others of “homage” for two priests who were always in the front line of their ministry.  Whatever the right interpretation, it is a good thing to leave room for the facts.  Pope Francis knelt before two great protagonists of the Church and Italian society in the twentieth century, recognizing in them a Church which placed itself at the service of the poor and announced the Mercy of Christ for everyone.  

This act of kneeling is of strong symbolic importance.  As we all know very well, Don Mazzolari and Don Milani were not short of “enemies”, as today there is no shortage of these for Pope Francis. They are enemies of  various origin, especially ecclesial ones and among these there are those who, at the first breath of wind, change flags, ready to change again whenever necessary. It’s like listening once more to the story of St. Paul when he recounts his experience of: “perils among false brethren”    ( 2Cor 11,26).  Opposition to the Church of the Poor and the Last is very active on the web and in some traditionalist blogs.  They accuse the Pope today, as they accused Don Primo and Don Lorenzo yesterday, of having thrown the Church into doctrinal, moral and pastoral confusion. Curiously, these blogs speak to each other, quote each other almost as if they were young Fathers of the Church. In reality, it is these defenders of an old church,  a church that no longer exists, who are in confusion today, who have been an elitist community for much too long, without any  sensitivity and  ignoring different voices, ignoring the poor. During the papacies of John Paul II and Benedict XVI, some lay and clerical pseudo Catholics reduced a part of the Church to a cavern of thieves  behind the backs of the two Popes, carrying on their business intrigues with the powerful people of the times, betraying the Gospel for a few pence; scheming with both the gay and financial lobbies, contracting out all evangelization work to the ecclesial movements, humiliating the parishes and the people of God; pseudo Catholics who defend principles by which they do not live and judge the dramas of people to whom they don’t listen, with whom they share nothing.

It is of paramount importance that we return immediately to the Church of Mazzolari, Milani and Pope Francis who divulge the Gospel with the Spirit of the Council, to attract not to proselytize.

It is with the strength of the prayer of Jesus and the Church as a whole that Pope Francis is undertaking his pastoral mission to bear witness to his brothers in the faith. He started off, as we all know, from the “outskirts”, from the island of Lampedusa, indicating to the world the centrality of both physical and existentialist outskirts.

Today, in Bozzolo and Barbiana, Pape Francis affirmed that the eye of the needle through which we need pass in order to speak to God is the outcast.   Every day, the cries of the outcast strike us, louder and louder,  “overturning” our Church pews, calling our attention back to essential things.

The Pope reminds us that the “Good News” of Jesus is not a new philosophy but the answer to the desire of all men throughout the ages: to be loved and free from slavery.

Whoever cures the wounds of the world, defends his people, teaches true freedom, excludes no-one a priori, is in the very heart of God.

Pope Francis, who came from the “end of the world”, today turned his face towards the entire world and the entire Catholic Church by indicating these two priests as models of the Gospel.

The Gospel reminds us that the Good Shepherd knows his sheep. Pope Francis has made the “ odour of the sheep” the perfume of all missionary works. And it is the odour of the sheep, says Pope Francis, which can reawaken the Church, people’s suffering and solitude, their desire for life and redemption, the frontier on which to build the field hospital which is the Church.

Let us thank the Lord for the gift of Don Primo and Don Lorenzo and let us ask the Spirit to give us the strength to carry on teaching the Gospel with their courage and coherence.  Let us also ask the same Spirit go give us the humility to ask for forgiveness, as baptized persons, as lay persons, as priests and as the Italian Church, from these two great witnesses of Christ.

From today onwards, after this pilgrimage made by Pope Francis, unless the Italian Church, and indeed the entire Catholic Church, follows in the footsteps of Don Mazzolari and Don Milani, it will be a Church that disobeys the Spirit and Peter.