ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Vite sotto il palcoscenico

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano dell’8 giugno 2021. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della XI Domenica del tempo ordinario (Marco 4, 26-34)

Don Francesco Pesce

Ogni volta che mi capita di vedere la campagna con i suoi contadini o il mare con i suoi pescatori, ma anche le fabbriche piene di operai, le metropolitane affollate, sento forte un nuovo slancio verso la vita. Guardo e basta. Alcune volte prego. Sperimento sentimenti ed emozioni in modo intenso e discreto. Assaporo con tenerezza la vita della gente comune, vite dietro le quinte, sotto il palcoscenico, senza nessuna vetrina. Sono vite affascinanti, faticose.

Hanno bisogno dell’albero del vangelo per ristorarsi alla sua ombra; hanno bisogno di una Chiesa che annuncia loro la Parola così come possono intendere, senza chiedere certificati di idoneità. Quando ci accorgiamo che come testimoni del regno non siamo accoglienti e non diamo ristoro, dobbiamo avere il coraggio di chiederci che cosa abbiamo seminato e che albero stiamo facendo crescere.

È dal seme della spiritualità e dell’interiorità che germogliano l’amore e la carità. Senza i piccoli semi della Parola di Dio, si fa fatica, non solo nel lavoro di ogni giorno, nel matrimonio e come genitori, ma anche nella vita consacrata. Si rischia di vivere una vocazione spesso senza più radici autentiche, più facilmente preda della ricerca del potere, dell’egoismo, della mondanità e del clericalismo, vivendo un laicato, oppure un celibato e un ministero sacerdotale non come dono della Grazia, ma come un vincolo senza felicità, senza amore e senza gioia.

Che il regno di Dio debba vivere in questo mondo, in prima linea, forte, potente, rilevante, ben inserito nei palazzi che contano, è una bestemmia di costantiniana memoria, una tentazione del demonio. Il Regno di Dio è invece un po’ di lievito, nella pasta, un piccolo seme, un solo bicchiere di acqua fresca dato a chi ha sete.

Non dobbiamo aver paura della nostra debolezza, e a volte anche impotenza, perché nel momento in cui facciamo esperienza di tutto questo, si manifesta la potenza di Dio che non ci lascia soli, e fa germogliare e crescere il seme.

Quando potremo gustare frutti maturi? La risposta più semplice e più vera è, ogni giorno. Ci vengono offerti in tanti modi diversi, dalle persone che incontriamo; per gustarli però bisogna fare un lavoro di rinuncia, eliminare tanti preconcetti, buttare via tanta zavorra, per restare quasi a mani vuote, cioè libere per accogliere il dono.

Gesù ce lo ha detto chiaramente: «Non portate borsa né sacca né sandali» (Lc 10, 4). Non lasciamoci mai condizionare dai mezzi che abbiamo in mano, non diventiamo gruppo di pressione, o gruppo di potere; andiamo prima di tutto con la forza della fede incontro al dolore di ogni uomo che attende una Parola di Speranza.

Certo non dobbiamo essere ingenui; siamo inviati come un agnello in mezzo ai lupi; è necessaria una profonda spiritualità per non essere sedotti dai lupi, che ti invitano nel loro regno, ti presentano ai loro amici, ti offrono i loro denari, ti espongono alle loro televisioni e così ti fanno prigioniero.

Ringraziamo il Signore per tutti gli annunciatori del Regno che nel corso della storia sono andati nel mondo, poveri, liberi da ogni condizionamento, pagando non poche volte un altissimo prezzo, ma già semi fecondi del vangelo.


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Settimana Laudato Si’ 2021

Dal 16 al 24 maggio, una settimana per imparare ad ascoltare il grido della Terra e dei poveri, per provare a risolvere la crisi ecologica, per agire verso un cambiamento attraverso l’azione e la fede.

 “Rinnovo il mio appello urgente a rispondere alla crisi ecologica, il grido della terra e il grido dei poveri non possono più aspettare. Prendiamoci cura del Creato, dono del nostro buon Dio creatore”.

E’ l’invito di Papa Francesco a celebrare insieme la Settimana Laudato Si’ per il suo sesto anniversario, che quest’anno rappresenta il coronamento dell’Anno dell’Anniversario Speciale Laudato Si’.

Il 16 maggio 2020, in occasione del quinto anniversario dell’Enciclica, Papa Francesco aveva promosso la Settimana Laudato Si’ e il successivo Anno dell’Anniversario Speciale Laudato Si’. L’edizione 2021 della Settimana celebrerà la chiusura dell’Anno mostrando quanto in questo tempo le cose siano cambiate, celebrando il grande progresso che l’intera Chiesa ha compiuto sulla via della conversione ecologica.

Durante la Settimana sarà presentato uno strumento nuovo, la “Piattaforma di Iniziative Laudato Si‘”,  che servirà a riunire i principali partner ecclesiali attraverso diverse azioni ed eventi e a diffondere ulteriormente il Vangelo della Creazione attraverso un mandato missionario.


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La strada principale

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 4 maggio 2021. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della VI Domenica di Pasqua

Don Francesco Pesce

Pregando sul vangelo di questa domenica, sono rimasto prigioniero di due parole, Gioia e Amore.

Le parole di Gesù sono di grande consolazione e tutti ne abbiamo bisogno: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Una gioia che non dipende dalle circostanze della vita, ma è profonda esperienza dello Spirito. Il dono di sentirsi amati.

Noi potremmo camminare dentro la Parola di Dio e i secoli del cristianesimo attraverso la strada della gioia. È la strada principale.

Lo disse Gesù leggendo la storia: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò» (Gv 8, 56).

«Possa tu avere molta gioia!» (Tb 5, 11). Come sarebbero più belle le nostre chiese e le nostre case, se ci ripetessimo più spesso queste parole che l’angelo rivolse a Tobia all’inizio della nuova vita del figlio.

Gesù parla spesso della gioia e anche prega per i suoi discepoli: «Perché abbiano in sé stessi la pienezza della mia gioia» (Gv 17, 13). Li rasserena come fa la mamma con il suo bambino perché la loro tristezza si cambierà in gioia quando lo vedranno risuscitato.

Sì è la strada della gioia, quella più vera, quella della Chiesa, quella del vangelo, di milioni di pellegrini lungo i secoli.

Pensiamo alla gioia dell’Attesa, così importante in questi tempi di pandemia: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce […]. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (Is 9, 1-6).

E poi ecco la gioia di Natale, annunziata dall’angelo, sperimentata dai pastori e dai magi, vissuta dal vecchio Simeone e dalla profetessa Anna. E poi finalmente la pienezza della gioia a Pasqua. Maria Maddalena, gli apostoli, i discepoli di Emmaus: «Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli» (Mt 28, 8): «I discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20, 20).

Nella notte di Pasqua la Chiesa vive la gioia del suo Signore con il canto dell’Exultet, dove cielo e terra esultano insieme.

Nell’oggi perenne della Chiesa viviamo in noi una perenne Pentecoste, la gioia dello Spirito Santo che ci guida e ci sostiene.

La vita anche se sempre non è facile, sempre può essere felice perché sotto la tristezza di tanti nostri giorni, nascosto in qualche angolo dentro di noi, c’è un tesoro prezioso che dobbiamo cercare con la lampada dello Spirito, l’Amore del Padre. Nessun dolore, nessuna difficoltà, nessun male della vita sarà mai più forte dell’amore del Padre. Un Padre misericordioso che ci vuole più felici che fedeli, suoi amici e non servi.

Noi dobbiamo osservare il comandamento dell’Amore, altrimenti la nostra osservanza potrebbe essere per paura, per far carriera, per calcolo, o anche per sensi di colpa.

Lasciarsi amare da Lui è il primo passo nel cammino della vita. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 12).

Questa Parola è la semplicità è la mitezza, è il cuore della “rivoluzione” cristiana. Ribalta tutti i tavoli, manda per aria i progetti di ogni potere che si illude di avere in mano il mondo. Dobbiamo però essere umili e vigilanti perché la “mondanità” che è il contrario dell’Amore si oppone al vangelo, e lo contrasta fin dentro la Chiesa nel cuore di ciascuno di noi. In un attimo si passa da amare secondo la misura del cuore di Dio, ad amare se stessi e quello che più conviene. Chiediamo al Signore e al Suo Spirito, di essere persone che vogliono bene, così semplicemente senza condizioni e tornaconti, per aiutarci gli uni gli altri a camminare verso la visione del volto del Padre che Gesù ci ha rivelato.


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Da soli si va più veloce, ma insieme si arriva più lontano

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 31 marzo 2021. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della Domenica di Pasqua

Don Francesco Pesce

La pietra era stata tolta dal sepolcro racconta il vangelo. Questa pietra è composta da tutte le pietre che i lapidatori di ogni tempo hanno scagliato con estrema precisione; poi è fatta anche di milioni di pietre scartate, da noi costruttori di grattacieli e di cimiteri. Ci sono anche le pietre che abbiamo lasciato cadere dalle nostre mani più per convenienza che per scelta. Cristo incomincia a morire molto presto.

La Pietra scartata dai costruttori è la stessa che oggi viene rotolata via. Il Padre non è intervenuto tutte le volte che l’hanno calpestata; non ha risposto nemmeno al grido sulla croce. Non era possibile, non era necessario; Cristo e tanti poveri cristi con Lui non sarebbero stati veri uomini. Adesso, nella Sua ora, il Padre ribalta la pietra perché: «È Lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita» (Prefazio di Pasqua i ).

Anche la corsa dei testimoni di quella mattina è stata un segno della Grazia. Non sapevano, non capivano ma lo desideravano più di ogni altra cosa; la fede è desiderio del frutto più proibito di tutti, la gratuità del dono della vita. Proibito dai nostri regolamenti che vorrebbero perfino che la risurrezione fosse qualcosa da meritare. Proibito dagli uomini non veri, che nascondono la morte, il dolore dietro le mura degli ospedali e le grate delle carceri, e ti dicono con superbia quando parli di risurrezione: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17, 32); la cultura che si pone al di sopra e non a servizio del vangelo, della vita, pensa di sapere tutto e invece non sa neanche gioire. La pietra ribaltata, fa crollare le mura, le grate, e chiude anche tutti i libri. A Pasqua solo si contempla e si ama. Da quel giorno poi siamo chiamati a stare tutti insieme alla Sua presenza, senza pietre tra le mani, senza giudizi sulla bocca; senza bastone ne bisaccia, l’evangelista Luca dice addirittura senza pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno. Così semplicemente con la fede, volendosi un po’ più bene, un grande popolo in cammino.

Racconta il vangelo che: «Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti». Mentre camminiamo nell’Attesa di poterlo vedere penso che dobbiamo fare come l’apostolo Filippo che desidera favorire l’incontro con il Risorto: «Capisci quello che stai leggendo» (At 8, 30) dirà al funzionario di Candace. Facilitare l’incontro con il Signore è già missione; essere ognuno di noi una presenza discreta che vuole tendere una mano, e aiutare il cammino, suscitando un dialogo. Proprio come Filippo che: «Prendendo la Parola annunciò a lui Gesù». Che sintesi efficace.

La Buona Notizia da annunciare, e che l’uomo del nostro tempo desidera anche senza averne piena coscienza, nel deserto di tanti giorni, è Gesù, non occorre aggiungere altro. Ecco allora il nostro compito; far vedere, dire, testimoniare come Gesù ha cambiato la nostra vita, come in concreto ha agito in me, e ha ribaltato anche la mia pietra. Nessuno abbia paura di non essere degno di annunciare o di ricevere, questa Buona Notizia di Gesù; e quando il Signore pare non rispondere, lo Spirito susciterà anche per noi incontri sorprendenti, perché è la Parola stessa che corre insieme a Pietro, Giovanni, e i testimoni di ogni tempo.

Perché da soli si va più veloce, ma insieme si arriva più lontano. Anche se è ancora buio.


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Papa Francesco in Iraq

E’ iniziato il 33.mo Viaggio Apostolico di Papa Francesco che è arrivato nel pomeriggio in Iraq per una visita, la prima nella culla della civiltà tra i fiumi Tigri ed Eufrate, che si concluderà lunedì 8 marzo.

Photo credit: http://www.vatican.va

Una visita che ha un significato particolare e importante in una terra afflitta da tensioni etniche, religiose, dal lancio di missili, dallo spettro dell’Isis, oltre che dalla pandemia ancora in corso. Ma il Pontefice, nonostante tutto, ha deciso di far sentire la propria voce in un videomessaggio al popolo iracheno, che ha diffuso alla vigilia della Sua partenza, dove invita i cristiani, ma anche tutti i “fratelli e sorelle di ogni tradizione religiosa”, a “rafforzare la fraternità, per edificare insieme un futuro di pace”.

Sarà dunque una visita interconfessionale: il Papa incontrerà sciiti, sunniti, la comunità musulmana e la minoranza cristiana che tanto teme il risentimento dell’Isis.

Sigillo ufficiale della visita di Papa Francesco in Iraq, una palma, le bandiere dell’Iraq e del Vaticano sormontate da una colomba e sullo sfondo il Tigri e l’Eufrate. E una scritta in arabo “Siete tutti fratelli” a incorniciare l’immagine.

La tre giorni del Viaggio Apostolico è iniziato oggi, 5 marzo, con il benvenuto a Bagdad, da parte del Primo Ministro, a cui è seguita una visita con il Presidente. Sempre nella capitale, Francesco ha incontrato gli esponenti della comunità siro-cattolica nella Cattedrale di “Nostra Signora della Salvezza” a Baghdad, che fu teatro, nel 2012, di un attentato che provocò 48 vittime.

Secondo il programma ufficiale, sabato il Pontefice visiterà Najaf a sud della capitale, importante meta di pellegrinaggi e incontrerà il Grande Ayatollah Sayyd Ali Al- Husaymi Al -Sistani, la maggiore guida spirituale della comunità sciita in Iraq, per poi recarsi a Nassiriya, sulle rive dell’Eufrate per un incontro interreligioso presso la piana di Ur, patria di Abramo.

Abramo, figura venerata da cristiani, ebrei e mussulmani, diventa così il simbolo di questo viaggio, nel segno del dialogo tra le diverse confessioni.

La prima Messa del Papa in Iraq si terrà sabato sera nella Cattedrale Caldea di “San Giuseppe” a Baghdad, una delle 11 Cattedrali presenti nel Paese e uno dei centri della comunità cattolico- caldea, principale gruppo cristiano del Paese.

Domenica Francesco incontrerà le autorità religiose civili del Kurdistan iracheno a Erbil, città recentemente colpita da un attacco missilistico. Da lì il trasferimento a Mosul, vecchia roccaforte dello Stato islamico, dove si terrà una preghiera per le vittime della guerra.

Poi Qaraqosh, nella piana di Ninive, occupata dallo Stato islamico fino al 2016, dove terrà un discorso alla comunità locale nella Chiesa dell’Immacolata Concezione. Celebrazione conclusiva il pomeriggio, nello Stadio “Franso Hariri” di Erbil.

Data la situazione di emergenza sanitaria, non ci sarà folla ad attendere il Pontefice, che invita però tutti a riscoprirsi fratelli, per promuovere la giustizia e la pace, garantendo diritti umani e libertà religiosa.


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C’è tanta luce nel dolore

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 24 febbraio 2021. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della II domenica di Quaresima

Don Francesco Pesce

È bello dice Pietro; restiamo qui! Se ci fermiamo sul monte allora la fede diventa un riparo, un comodo spazio, un rifugio separato dalla realtà dove spesso c’è chi sperimenta tanto buio.

Noi non dobbiamo fare nessuna capanna sul monte, perché poi ci mettiamo subito le mura, le torri, i soldati di guardia; e poi mettiamo una porta blindata e facciamo entrare solo chi vogliamo noi, chi può esserci utile; e intanto giù a valle, sotto le nostre mura c’è chi muore di fame, di solitudine e di guerra.

Noi dobbiamo scorgere la luce nelle tenebre dei Getsemani di ogni tempo quando anche noi come i tre apostoli, non siamo in grado di vegliare con Gesù e con tanti poveri Cristi che soffrono e pregano. Perché non facciamo le capanne nei tanti orti degli ulivi della storia? Che Dio ci perdoni! Lui ci ha già perdonato perché conosce la nostra fragilità, le nostre paure, non le giudica ma le accompagna e le prende su di sé.

Gesù non vuole la luce abbagliante, la Chiesa trionfante, il vescovo o il prete sempre in prima fila all’ennesima presentazione di qualche libro. Lui preferisce portare luce nel mistero del dolore, nel buio della solitudine, perché Gesù ha sofferto, è rimasto solo. Io sono contento quando la Chiesa non è in prima fila, ma soffre o rimane sola, perché in questo modo partecipa fino in fondo al mistero dell’amore sofferto e offerto. Mentre scrivo queste righe ripenso alla grande fortuna, che è dono di Dio, che abbiamo noi parroci, di andare a trovare i malati, le persone sole, di entrare nelle case del dolore; quanta luce! Quanta luce! Veramente tante trasfigurazioni ho potuto vedere.

Noi non dobbiamo scalare nessuna montagna, non dobbiamo raggiungere nessun traguardo, perché tutto è Grazia. Bisogna invece discendere fino all’ultimo dolore, fino agli inferi, nel buio del dolore del mondo intero. Poi come Tommaso siamo chiamati, perché è una vocazione, a toccare le piaghe del dolore, a farle nostre, per scoprire che il Signore le ha redente, salvate, ha deciso di abitare, di fare la Sua capanna proprio lì.

Solo nel silenzio del buio, quando le nuvole della vita oscurano le chiassose e false luci artificiali che ci hanno illuso, noi possiamo ascoltare la voce del Padre che non ha mai smesso di parlare. Ascoltate Lui perché io gli voglio bene dice il Padre; ascoltate Gesù perché anche Lui mi vuole bene; ascoltiamo Lui perché il Dio Uno che è Amore, per natura Sua non può stare da solo ma si comunica nel mistero della trinità.

Cosa dice Gesù? Parla di risorgere dai morti. Non capirono; non capiamo. Non importa se non capiamo. Nessuno abbia paura di non capire.

La risurrezione di Gesù non ha nessun maestro o padrone ma solo testimoni.

La risurrezione di Gesù non è una notizia da conoscere, ma un dono da accogliere, per vivere già oggi da risorti, per vedere la luce nel buio, per rinascere in ogni giorno che muore. Nell’Attesa di poterLo incontrare.


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Papa Francesco sulla violenza sulle donne: “Non possiamo guardare dall’altra parte”

Preghiamo per le donne vittime di violenza, perché vengano protette dalla società e perché le loro sofferenze siano prese in considerazione e ascoltate da tutti”.

Photo credit: https://thepopevideo.org/?lang=it

E’ questa l’intenzione di preghiera del mese di Febbraio che Papa Francesco affida a tutta la Chiesa cattolica attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa. Il Video del Papa del mese lancia un forte messaggio contro i tanti tipi di violenza nei confronti delle donne: “Una vigliaccheria, un degrado per tutta l’umanità”. Papa Francesco chiede che le vittime vengano protette dalla società e che la loro sofferenza venga ascoltata.

Oggi le donne di tutto il mondo sono vittime di molteplici forme di violenza: violenza fisica, sessuale, psicologica e verbale. Ogni giorno nel mondo vengono uccise 137 donne da un membro della propria famiglia. Più della metà muore per mano di parenti o del partner. Nel 2020, 243 milioni di donne e ragazze hanno subito abusi da parte di un partner. In tutto il mondo, il 35% delle donne ha subito violenze fisiche o sessuali. Le donne adulte rappresentano quasi la metà delle vittime di tratta di esseri umani nel mondo. Nell’Unione Europea, 1 donna su 10 riferisce di aver subito il cyberbullismo dall’età di 15 anni. Le donne vittime di violenza hanno maggiori probabilità di avere problemi di salute: traumi, disturbi d’ansia o depressione, infezioni sessualmente trasmissibili come l’HIV.

La violenza contro le donne è un grido in tutte le sue forme e Papa Francesco lo ha ribadito più volte invitandoci a riflettere: “Se vogliamo un mondo migliore, che sia casa di pace e non cortile di guerra, dobbiamo tutti fare molto di più per la dignità di ogni donna”.

Fonti principali: Rete Mondiale di Preghiera del Papa. ONU DONNE: Fatti e cifre: eliminare la violenza contro le donne (Novembre 2020). Organizzazione Panamericana della Sanità/Organizzazione Mondiale della Sanità Honduras (gennaio 2020). Omelia di Papa Francesco nella LII Giornata Mondiale della Pace (gennaio 2020). Pelletier, Anne-Marie: L’Eglise des femmes avec des homes (2019)


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Un annuncio sempre nuovo e sorprendente

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 19 gennaio 2021. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. 

Il Vangelo della III domenica del tempo ordinario

Don Francesco Pesce

Gesù, inizia la sua missione con l’annuncio del Regno: «Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1, 15).

È conclusa la missione di Giovanni Battista, cioè il tempo dell’attesa e della preparazione ed è stato portato a compimento con Gesù Cristo. Ora è il tempo di “convertitevi” alla Buona Notizia. L’unica, perenne, buona notizia è quella dell’Amore.

Ecco, perché, il primo annuncio è sempre nuovo e sorprendete; ogni istante della nostra vita è davvero il momento favorevole per convertirsi all’amore. Andare verso l’altro, uscire da sé stessi, uscire dal proprio egoismo per farsi dono, e dedicare la propria vita, agli altri.

Ognuno di noi può essere buona notizia, può essere vangelo per qualcun altro. Il Vangelo non è una notizia che si trasmette attraverso le parole, ma è una notizia buona che passa attraverso l’uomo, attraverso le relazioni quotidiane. Ringraziamo il Signore per tutte le persone che sono state per noi buona notizia, testimoni di vangelo, preziosi compagni di strada per un tratto di cammino. Ognuno custodisce nel cuore, nomi e volti di questi inviati del Signore.

Nel Vangelo di Marco, subito dopo l’invito alla conversione, Gesù passa lungo il mare di Galilea e vede dei pescatori, Simone e Andrea e poi altri due, Giacomo e Giovanni.

Mi ha sempre colpito che i primi chiamati sono coppie di fratelli; il Signore cerca e chiama, dove le relazioni umane sono vere e vitali. Gesù non cerca leader solitari, oppure persone che vivono rapporti di convenienza, meschini gregari che si attaccano al carro vincente in quel momento, pronti a saltare su un altro carro appena cambia il vento.

Si avvicina e dice loro una sola parola: «Seguitemi» (Mc 1, 16-20). Questo ci aiuta a riflettere sulla nostra vocazione. Facciamoci una domanda sempre importante. La nostra scelta di fede è una cosa che abbiamo fatto da soli, di nostra iniziativa o è la risposta a una chiamata?

Il vangelo ci aiuta a capire circa l’origine della nostra fede. Quando c’è una chiamata, ci deve essere sempre un distacco da qualche cosa. Nel caso di Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, Gesù li chiamò e loro lasciarono le reti, la barca, persino il padre, lasciarono i garzoni e lo seguirono. Anche noi dobbiamo sapere che cosa abbiamo lasciato nel momento in cui siamo diventati credenti, cosa è cambiato nella nostra vita; abitudini, relazioni, idee, progetti, perché se non abbiamo lasciato nulla, se non viviamo nessun cambiamento dalla condizione di prima, allora la nostra vocazione sarebbe ambigua. Un certo distacco da ciò che si lascia ci aiuta a gustare meglio il dono che si è ricevuto. A noi spetta di mettersi dietro di Lui, senza sapere in un certo senso dove andare; solo Lui lo sa, perché è Lui che ci ha chiamati. Camminiamo come i discepoli verso la Pasqua, verso Gerusalemme, la città che uccide i profeti, pronti cioè a pagare un prezzo personale senza facili illusioni. Collaboriamo per essere costruttori di pace e fraternità sulla pietra angolare Gesù Cristo. Facciamo del crocifisso il fondamento della nostra vita, non un distintivo da mettersi sul petto e neanche un aggressivo strumento da scagliare contro il mondo che avrebbe smarrito Dio, perché invece il regno di Dio è in mezzo a noi.


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Il contrario della paura non è il coraggio ma l’amore

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 10 novembre 2020. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. 

Il Vangelo della XXXIII domenica del tempo ordinario

Don Francesco Pesce

“Ho avuto paura” dice colui che aveva ricevuto un solo talento. Una paura che ci portiamo addosso tutti; è quella di Adamo dopo il peccato. Tante volte anche noi ci vergogniamo della nostra debolezza e ci nascondiamo a Dio, agli altri e perfino a noi stessi.

Ho avuto paura” dice chi nasconde sè stesso nella buca, cioè nel sotterfugio, nella diffidenza, nel si è sempre fatto così, nell’accidia, nella conservazione piuttosto che nella condivisione, spesso nella menzogna. Che bello invece ascoltare Giovanni nella sua prima lettera: “Nell’amore non c’è timore. Chi teme non è perfetto nell’amore”. In fondo il contrario della paura non è il coraggio, ma proprio l’amore.

Quando il nostro padrone, le nostre certezze, la nostra figura paterna si assenta, fa un viaggio,  possiamo utilizzare ciò che abbiamo ricevuto, per fiorire, per schiudere il nostro vero essere. E’ la scelta dell’amore, della gratitudine, della gioia che ci porta a rischiare, a investire noi stessi e le nostre capacità. Non è il padrone che toglie, siamo noi che sotterriamo la nostra vera essenza. Siamo noi che ci gettiamo nelle tenebre, non è mai Dio che ci getta via. E’ che quando c’è silenzio, quando il padrone parte, anziché ascoltare, scappiamo dalle nostre paure. Se ci fermassimo e le attraversassimo, scopriremmo che non sono nulla, sono solo tenebre, basta accendere una candela o guardare una stella nella notte per vedere la luce dello Spirito.

La paura fra le altre cose è un freno per ogni azione pastorale; è molto facile rinchiudersi nella sagrestia, nel proprio gruppo, e stando asserragliati dentro come in un fortino, giudichiamo il mondo senza conoscerlo, a volte anche con disprezzo, dimenticando che annunciare il vangelo significa anche saper scorgere i segni dei tempi.

Gesù non si fa bloccare dalla paura ma si confronta e offre a noi un grande insegnamento; la volontà di Dio non si misura, non si comprende in base ad una strategia, e neanche mettendo al primo posto una presunta fedeltà che non sa rischiare il nuovo; la volontà di Dio si manifesta come puro dono di Grazia. A volte ci ammaliamo, di presunzione, di lievito dei farisei, pensiamo di avere noi le soluzioni migliori, viviamo un cristianesimo derivante dalla Legge e così quasi senza che ce ne accorgiamo organizziamo perfino le cose di Dio secondo i nostri schemi, dentro i nostri recinti che diventano una buca dove cadiamo dentro. Gesù testimonia un’altra salvezza che Lui è venuto a donare.

L’uomo di fede non ingabbia la propria vita in uno schema, non organizza le cose secondo il proprio codice, ma si lascia guidare da Gesù, e mette sè stesso a servizio della Chiesa e del mondo, rifuggendo ogni egoismo personale, curando invece gli interessi del Padre. Chiediamo allo Spirito che ci insegni ogni giorno le cose del Padre, per essere non solo collaboratori ma anche e soprattutto destinatari della gioia del Signore.

Perché la gioia è una vocazione, una chiamata; una dimensione spirituale, biblica e anche sociale dalla quale non si può prescindere. La gioia è la realtà del credente, del puro di cuore, dei bambini.

Se accettiamo questa chiamata, nessun ostacolo, nessuna difficoltà, nessun dolore, ci potrà mai impedire di prendere parte alla gioia del Signore, che ci ha amati per primo e per sempre.


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Senza difese né maschere

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 23 giugno 2020. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. 

Il Vangelo della XIII Domenica del Tempo ordinario

Don Francesco Pesce

“Non è degno di me!” È una parola grave ma è una parola vera. I nostri affetti più intimi e importanti se non si aprono ad una grande universalità, fino al mondo intero, se non sono vissuti in Dio, si sclerotizzano, perdono fecondità, e addirittura la casa può trasformarsi in una prigione.

ImgOmeliaOssGiugno2020

Anche per questo Gesù invita a prendere la sua croce, che non significa amare il dolore, ma fare una scelta per una vita più grande. Vivere i nostri giorni senza difese né maschere, con i nostri amori e i nostri dolori, tutto condividendo, nella coscienza che nessuno è degno, ma tutti siamo stati resi degni dalla croce di Cristo. Aprire la nostra famiglia, la nostra casa, i nostri confini, la nostra Chiesa ad una fraternità universale per la quale Gesù ha donato la vita. Come possiamo realizzare questa fraternità?

C’è una luce al numero 19 della Enciclica Laudato si’, dove il Papa ci invita a compiere un passo che io definirei decisivo, necessario, per comprendere veramente la realtà. Quale è questo passo?: «L’obiettivo è […] di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo».

Prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale è una espressione commovente e straordinaria; è una vocazione, la nostra; è servire l’uomo concretamente, è costruire la fraternità entrandovi dentro, è per noi cristiani partecipare al Mistero Pasquale.

In questo orizzonte non è bene fare una distinzione netta tra colui che accoglie e chi è accolto. Ogni persona che incontriamo può essere una opportunità di un dono reciproco, per accogliere Gesù e in Lui, il Padre stesso.

Ogni incontro, ogni persona, porta con sé un dono particolare: accogliere, riconoscere, dare spazio al profeta come profeta e al giusto come giusto, significa non soltanto crescere nel nostro cammino di vita, mettendosi alla loro scuola, ma partecipare agli stessi doni. La ricompensa del profeta o quella del giusto è far parte dello stesso dono, vorrei dire gustare l’abbondanza dei doni di Dio nelle relazioni tra di noi e con tutta la Creazione.

Con stupore vediamo nel Vangelo anche quelli che sembrano non avere nessun dono da scambiare: sono i “piccoli”, cioè i bambini, i poveri, gli ultimi, le persone che potrebbero darci solo il loro dolore e la loro miseria, uomini e donne che secondo la “legge” non hanno né diritti né dignità. Sappiamo che il Vangelo è pieno di questi piccoli. Oggi dobbiamo aprire gli occhi per tornare a vedere che questi piccoli sono in mezzo a noi, bussano agli avanzi dei nostri festini, e sono uno straordinario dono del Signore. Penso in particolare al fenomeno migratorio che non è affatto un esodo biblico; è invece una epifania, una manifestazione del Signore che ci sta parlando attraverso questi piccoli. Per ascoltarlo serve soltanto un bicchiere di acqua fresca.