ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Lo scandalo della misericordia

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 10 dicembre  2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. 

Il Vangelo della III Domenica di Avvento

Don Francesco Pesce

La fede cresce anche attraverso il dubbio, se le nostre domande sono poste per crescere nella comprensione del Mistero e nella amicizia con Gesù.

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Alcune volte invece le nostre domande, sono tendenziose, insidiose, contengono già la risposta preconfezionata da noi; sono domande che vogliono vincere un nemico, e non cercano la comunione con l’altro.

Lo scandalo è ciò che ti fa indietreggiare o cadere, non solo riguardo la morale, ma anche perché rappresenta qualcosa che ostacola i nostri schemi, mette in questione le nostre abitudini. Gesù non aveva lo stile messianico che Giovanni si aspettava. Potremmo dire che l’Atteso non corrispondeva all’attesa del Battista. Nella prospettiva di Giovanni Battista il Messia atteso doveva essere intransigente: «Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» (Lc 3, 17). Gesù invece non giudicherà con il fuoco, ma con l’olio della misericordia. Colui che è definito da Gesù più che un profeta è dovuto, entrare, proprio nel momento più difficile della sua vita, dentro lo scandalo della misericordia. «Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo» (Mt 11, 6) dice Gesù ai discepoli di Giovanni, e a noi chiamati a scoprire il volto del Padre rivelato da Gesù.

La misericordia non è solamente un gesto che comunica amore, che trasferisce dall’alto in basso l’Amore di Dio, ma è molto di più. Misericordia è uno stare in comunione con la verità dell’altro; stare in comunione con la dignità dell’altro, figlio di Dio. La misericordia è scendere dai propri scranni, togliersi qualche mantello di troppo e lavarci i piedi gli uni con gli altri; è incontrare l’uomo, là dove vive soffre e ama, per annunciare la Buona Notizia; non è portare il regno di Dio, ma dire che il Regno di Dio è già in mezzo a voi, aiutando a scoprirlo con delicatezza rispetto e compassione. La misericordia rappresenta oggi per la Chiesa un appuntamento con la storia. Nei primi secoli abbiamo difeso la fede, dopo abbiamo portato il vangelo fino ai confini della terra; oggi forse il compito dei cristiani è dire al mondo moderno che certamente la storia è molte volte una povera storia, fatta di poveri uomini, un oceano infinito di sangue, ma rimane una storia della salvezza, dove il Padre non cessa di tendere la sua mano.

Gesù elogia Giovanni perché ha preparato la via alla venuta del Signore dando una testimonianza impressionante di libertà da ogni potere, con uno stile di vita che ci invita a gettare tanta zavorra che appesantisce il nostro cammino verso il Signore che viene.

Diceva don Primo Mazzolari: «La vita di ognuno è un’attesa. Il presente non basta a nessuno; in un primo momento pare che ci manchi qualcosa. Più tardi ci si accorge che ci manca Qualcuno.

E lo attendiamo».


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Non eroi ma testimoni

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’Osservatore Romano del 13 novembre 2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della XXXIII Domenica del Tempo ordinario

Don Francesco Pesce

Le nostre chiese e cattedrali sono un patrimonio dell’umanità; l’arte e la fede sono sempre state alleate e insieme contribuiscono non poco alla bellezza del mondo intero.

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Quando però all’aspetto formale non corrisponde una limpidezza interiore del popolo di Dio radunato, cioè delle pietre vive di cui è composta la Chiesa, allora tutto perde il suo valore, e diventa un vano esercizio di ipocrisia che separa, divide, distrugge, scandalizza.

“Mentre alcuni, parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi”. Siamo tutti chiamati ad una continua verifica della stabilità e della armonia del nostro tempio interiore. Gesù dirà con chiarezza che un tempio ridotto a casa di mercato o ad una spelonca di ladri, dove si umiliano e si sfruttano i poveri, deve essere distrutto: “Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”.

Questo Vangelo si legge nella la Terza Giornata Mondiale dei Poveri e nel Suo messaggio così scrive il Papa: “Si è giunti perfino a teorizzare e realizzare un’architettura ostile in modo da sbarazzarsi della loro presenza anche nelle strade, ultimi luoghi di accoglienza.” Una architettura sacra o profana, vuota di concretezza spirituale, morale e addirittura alcune volte pianificata contro i poveri, è destinata inesorabilmente a cadere perché il Signore: «non dimentica il grido dei poveri» (Sal 9,13). I sistemi di corruzione economica, politica, sociale, religiosa sono destinati a finire: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina”.

Nessuna paura, il male non è invincibile, anzi è già vinto in Cristo, e la Buona Notizia è che la storia cammina verso il compimento del bene. E’ una povera storia, fatta di poveri uomini, anche di tanto dolore e sangue, di ingiustizie e sopraffazioni, di guerre tra nemici e di tradimenti dei parenti e degli amici, ma è una storia nelle mani del Padre, assunta nel corpo del Figlio, guidata dallo Spirito.

I cristiani sono chiamati a perseverare nella serena fiducia che non è vero che tutto va verso la fine, ma anzi c’è sempre un nuovo inizio quotidiano, proprio come il pane che chiediamo al Padre.

La vita di fede è sempre qualcosa che nasce e rinasce, non certo qualcosa che muore. Per questo Dio va cercato, non nelle “belle pietre” che sono solo un mezzo, ma nelle persone, nelle vicende della vita, nei bambini che nascono e negli anziani che ci parlano dalla loro cattedra di sapienza e dalle loro cattedrali di una bellezza insuperabile. Chi guarda negli occhi un bambino, o il volto carico di vita di un anziano rimane stupefatto da tanta bellezza e non sa più neanche cosa è la paura.

Guardiamo il mondo con gli occhi dello Spirito e sapremo scorgere nella trama dei giorni, non solo dolore, ma anche amore, non solo la fine di qualche stagione ma l’inizio di qualche cosa di nuovo dove Cristo ci ha preceduto, che forse spesso non sappiamo bene identificare, ma non importa perché è già vangelo.

Ormai l’uomo è nel cuore stesso di Dio, non abita più soltanto il tempo e lo spazio, ma abita il mistero di Dio. Riscopriamo ogni giorno in Cristo le sorgenti della vita interiore coltivate da sempre nella Chiesa: luoghi e momenti di contemplazione; la lettura orante della Scrittura; la condivisione dei pastori, con il popolo di Dio, di una vita semplice e povera; l’attenzione e la vicinanza alle sofferenze del mondo; la gioia e la bellezza della fede trasmessaci dai nostri genitori. Non dobbiamo fare qualcosa, tante cose facciamo, troppe, per guadagnarci, il Regno, dobbiamo solo manifestare Qualcuno. Non servono eroi che combattono contro il mondo, ma testimoni del Risorto che il mondo lo amano.


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Spezzare un giogo

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’Osservatore Romano del 17 settembre 2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della XXV Domenica del tempo ordinario

Don Francesco Pesce

Non potete servire Dio e la ricchezza dice Gesù. Sembrerebbe invece che si possa fare piuttosto facilmente. Si serve Dio con una appartenenza formale, conveniente ed esibita, e si serve la ricchezza divenendone addirittura, schiavi.

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Gesù porta alla luce del sole, ciò che noi volentieri nascondiamo, il rapporto tra la vita cristiana e l’economia, un rapporto molto delicato, necessario, che se diventa un vincolo, un giogo, a poco a poco ci ruba l’anima, anestetizza la fede, e ci rende meno umani.

Quando San Francesco d’Assisi accettò il dono della sua vocazione, iniziò gettando i denari a terra davanti al padre. Un gesto straordinario, bellissimo, cristiano, che dovrebbe essere di tutti noi; egli spezzò un giogo, si liberò da una dipendenza, ricollocò il denaro al posto giusto, cioè nell’ordine dei mezzi.

Le ricchezze non sono un fine, ma uno strumento nelle mani degli uomini. Troppo spesso sono diventate uno strumento ingiusto perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e assoggettare interi popoli al controllo di alcune elite. Anche nella Chiesa la storia ci insegna che non pochi si sono allontanati dalla fede, perché hanno ricevuto una cattiva testimonianza nell’uso del denaro e delle ricchezze.

Gesù invita i suoi discepoli ad essere “scaltri” nell’uso delle ricchezze. Chiede ad ognuno di noi un diverso rapporto con le economie sia sul piano individuale che in quello comunitario. Il Vangelo, che per sua natura è anche una Buona Notizia sociale, ci ricorda che il corretto uso del denaro, della ricchezza, è quello di farne uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli. Grazie a Dio il progresso culturale delle scienze economiche, sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile.

Denaro sporco, potere, carriera, corruzione, lobbismo, clericalismo stanno dalla stessa parte e vanno in giro cercando chi divorare. Gesù ci dice che per vivere e annunciare il Vangelo, liberi da ogni integralismo e da ogni dipendenza economica, bisogna con Lui “mettersi in cammino verso Gerusalemme”.

Non è solo importante, ma è necessario che ciascuno di noi salga a Gerusalemme, che non è la citta della banche centrali, ma la città che uccide i profeti, accogliendo la drammatica e magnifica proposta di vita del Signore, pronti a pagare un prezzo molto alto, con la serenità che il Suo giogo è dolce e il Suo carico leggero . Solo il Dio di Gesù Cristo ci insegna ad amare senza confini, senza limiti, senza integralismi e sempre gratuitamente.


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Un Amore universale

Riflessioni sul Vangelo della Domenica XXII del Tempo Ordinario Anno C 

Don Francesco Pesce

Nei versetti precedenti Gesù aveva detto che gli invitati al banchetto sono i poveri e gli esclusi perché erano come Gesù. Ora dice ai discepoli di vedere bene se si trovano tra quelli.

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Poveri perché donano, mettono in comune quello che hanno.Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

Esclusi perché sono fuori da ogni potere, non hanno alcun potere, ma autorità.

Gesù dice una parola dura: “Chi non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Odiare qui vuol dire aprirsi ad un più vasto orizzonte, una più grande preoccupazione. Ogni amore deve essere inserito in un contesto più grande, l’amore per il mondo intero ed essere relativo a Lui.

Gesù invita a prendere la sua croce, che non significa accettare il dolore. Indica una scelta di vita.

Sappiamo cosa fu per Gesù la croce: passare in mezzo alla vita senza difese nè maschere, mettendosi contro ogni potere e contro l’opinione pubblica che diceva: “crucifige”.

La scelta della croce è una scelta di vita, è l’abbracciare un progetto più grande della mia famiglia, del mio gruppo, del mio partito, è un progetto universale il cui segno è l’amore per l’umanità, la liberazione dell’umanità da tutte le schiavitù. Serve dire come San Paolo a Filèmone circa lo schiavo: “Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore”.

Fare una scelta di vita anche verso il Creato nel mese dedicato proprio a questo. La Chiesa, la diocesi, le parrocchie, le varie realtà ecclesiali, le famiglie, ognuno di noi, possono essere un segno, la sentinella che dice che è possibile, anzi è nella nostra natura, immagine di Dio, avere questo sguardo universale, che è la riconciliazione, con il Creato intero, perché in Cristo la riconciliazione è già cominciata.

“Dio ha riconciliato a sè il mondo in Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor5,18-20).

A noi è stata affidata questa Parola. La fede non è difesa di nessuna struttura, non è alternativa storica ma animazione interna al cammino della storia della creazione dell’uomo, fino alla piena comunione con Dio che sarà tutto in tutti.

“Quando sono debole, è allora che sono forte”. Penso spesso anche a queste altre parole di San Paolo, contenute nella seconda Lettera ai Corinzi. Non dobbiamo aver paura della nostra debolezza e a volte anche impotenza, nell’affrontare il dramma ecologico che stiamo vivendo; non dobbiamo aver paura neanche del nostro peccato contro la Creazione, perché nel momento in cui facciamo esperienza di tutto questo, si manifesta la potenza di Dio, che non ci lascia soli, ma ci guida e ci sostiene. Per questo il Tempo del Creato è prima di tutto un tempo di preghiera per gustare sempre di nuovo che è Dio che opera meraviglie proprio attraverso la nostra debolezza.”

Le parole di San Paolo sono anche parole profetiche. Ascoltare il grido del Creato e, a nostra volta, gridare anche noi che non c’è più molto tempo per risollevare il Creato dal suo degrado ambientale, gridare per aprire al futuro. Gridare anche se sappiamo bene che le parole di speranza dei profeti “in casa” non si possono ascoltare. Il Tempo del Creato è anche il tempo dello “squilibrio” dove un amore responsabile ci riconcilia con chi è vittima dei nostri equilibri, e le vittime sono milioni.

Nel nostro pianeta una buona metà degli abitanti ci chiede conto del perché non sono nutriti abbastanza, perché sono ai limiti della sopravvivenza, perché l’acqua, l’aria, il mare sono devastati. Dobbiamo rispondere con i fatti e nella verità, ricorda la Scrittura. “Siamo le primizie delle sue creature” (Gc 1,18). Primizia non vuol dire che siamo i migliori, ma siamo, i frutti che nascono per primi e che anticipano il raccolto. A noi è dato il compito straordinario, bellissimo dell’anticipazione di ciò che il mondo dove essere.


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Un cenacolo dorato e sbarrato al dolore del mondo

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 18 giugno 2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Don Francesco Pesce

Gesù parlava alle folle del regno di Dio e guariva quanti avevano bisogno di cure.

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Questo è il nostro compito di battezzati; non c’è bisogno di aggiungere altro, anzi altro è spesso zavorra inutile e dannosa. Questo è anche il cenacolo quotidiano dove Gesù si fa presente. L’eucaristia è una maniera di vivere, non un rituale.

Dobbiamo tutti sempre stare molto attenti al rischio di ridurre l’eucaristia a una devozione privata, quasi intimistica, in un cenacolo chiuso, dorato, incensato e sbarrato al dolore del mondo.

Congedare la folla, magari con qualche buona scusa è uno scandalo intollerabile; il cristiano e in particolare il sacerdote, uomo della eucaristia, sta in mezzo alla folla in ogni situazione, nei villaggi, nelle campagne e anche nel deserto; non la lascia mai sola e sempre la nutre con la fede nel pane della vita. Anche noi come Gesù dobbiamo ogni giorno diventare pane e vino per quelli che incontriamo e dobbiamo farci mangiare senza opporre nessuna difesa, senza mettere nessuna barriera. La folla si deve nutrire di noi, del nostro tempo, dei nostri spazi, delle nostre cose, perché niente è nostro ma tutto ci è stato affidato per la salvezza del mondo. È vero che tante volte abbiamo solo pochi pani e pochi pesci, questo però non ci deve spaventare o diventare un ipocrita alibi; affidiamo al Signore la nostra pochezza e le nostre paure e il Signore ancora una volta compirà il miracolo del pane per tutti.

La presenza di Gesù eucaristia, è un oggi di amore; portiamo nel mondo questo pane che è quotidiano, cioè quella carità semplice, silenziosa, lontana dai riflettori che è il lievito più efficace di questo pane.

Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Vorrei pregare il Signore che mi aiuti ad avere sempre molta cura e dedizione per queste dodici ceste. Serviranno a quelli che oggi mancano. Sono coloro che sono perseguitati a causa proprio della fede in questo pane; coloro che erano con noi ma sono andati via scandalizzati dalla nostra testimonianza negativa; coloro che ancora non conoscono Gesù, e anche coloro ai quali abbiamo impedito di venire e a volte anche mandato via con durezza di cuore, perché abbiamo confuso la legge con il vangelo, e così il pane è diventato una pietra.

La Chiesa vive, celebra l’eucaristia nell’Attesa del Suo ritorno. Forse il Signore ritornerà quando non mancherà neanche uno attorno alla Sua mensa. Così prego, così spero, così amo.


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La verità è Dio Amore

Commento al Vangelo Gv 16,12-15 nella Solennità della Santissima Trinità

Don Francesco Pesce

La Solennità della Santissima Trinità ricorre ogni anno la domenica dopo Pentecoste e fu introdotta nella Liturgia nel 1334 da papa Giovanni XXII. Ci ricorda che Dio è Amore, un mistero di salvezza realizzato dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo.

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Nell’Angelus del 2009 Benedetto XVI descrisse in questo modo il mistero: “Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno.[…] La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati.”

Più che la comprensione del mistero trinitario, a noi spetta l’imitazione della vita di Gesù, la sua incapacità di vivere chiuso in sé stesso, la sua comunione con il Padre. A questo ci guida l’azione dello Spirito in noi.

“Lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”, ci ricorda il Vangelo di Giovanni (Gv 13,16)

La verità che ci salva è che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Dio ha amato, e continua ad amare; il tempo dell’Amore di Dio è un oggi perenne. La Verità è la Buona Notizia che dobbiamo sempre dirci gli uni, gli altri, specialmente nelle ore della tristezza e della sofferenza. Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama.

Noi non crediamo a quella falsa immagine di un Dio punitivo e cattivo che ci assedia pe regolare i conti con noi.

Non crediamo neanche ad un mondo malvagio che è contro Dio. Il mondo è il luogo per scoprire, con fatica certamente, ma con sempre nuove possibilità, Il Dio di Gesù Cristo rivelatore del Padre che dona il Suo Spirito a sostegno di ogni debolezza, verso la pienezza della verità.

Che cos’è la verità nel Vangelo di Giovanni? Il termine greco alētheia è simile al termine mystērion in Paolo. E’ l’essenza della nostra vita, là dove convivono amore e dolore, dove Dio e l’uomo si guardano faccia a faccia. La verità è una persona, Gesù Cristo. Fare la verità significa lasciarsi amare da Gesù che sta accanto a noi ogni giorno.

Camminiamo con fiducia nelle strade del mondo ascoltando con la forza dello Spirito la voce di Gesù che viene a rivelarci il vero nome di Dio, Padre nostro che sei nei cieli, e non padrone nostro che ti rende schiavo , o giudice nostro che sta nel confessionale che ti rende eterno imputato.


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Tutto si Compie nell’Amore

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 15 Maggio 2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo di domenica 19 maggio, V domenica di Pasqua

Don Francesco Pesce

Gesù inizia il suo discorso di addio che culminerà con il testamento spirituale (16,33) e la grande preghiera al Padre.

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All’inizio del capitolo Giovanni ci ricorda che Gesù: “Avendo amato i suoi, li amò fino alla fine” (GV 13,1). Un amore significato dal gesto rivoluzionario della lavanda dei piedi.

Tutto si compie, non perché Giuda tradisce, ma perché Gesù ama; non perché Pietro rinnega ma perché Gesù ama. La nostra vita si compie perché Gesù ci vuole bene.

La “novità” del comandamento è questo Amore che si lascia vincere, si lascia prendere, si lascia usare, e in questo modo illumina le tenebre di ogni notte e di ogni cuore.

Così anche si manifesta la Gloria di Dio. Essa non proviene dalla sofferenza in croce, ma dalla sofferenza per amore che dà valore alla croce.

Il Padre “lo glorificherà subito”. La Chiesa prega questo brano nel Tempo di Pasqua perché nel Vangelo di Giovanni la sofferenza per amore è già Gloria. Lo sappiano tutti quelli, che soffrono per amore; tutti coloro che schiacciati dalla vita, non smettono di amare; l’Amore non dipende dalle circostanze, ma dal nostro rapporto indissolubile con Dio che è Amore. La croce è un “luogo” di sofferenza per amore, dove Dio parla, si rivela e compie la storia della nostra salvezza.

Anche noi sull’esempio di Gesù, siamo chiamati per vocazione a percorrere la stessa strada, a vivere così la vita. E in questo modo : “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Lo saprà il mondo intero, che aspetta questo da noi; un mondo che in parte ha smarrito Dio, ma non è contro Dio, anzi lo cerca e ha diritto di aspettarsi da noi la testimonianza di Amore che ci ha trasmesso Gesù.

Lo saprà anche il Padre. Noi saremo riconosciuti da Lui, non se abbiamo vissuto una fede forte, dura, che non ha mai dubitato; non saremo riconosciuti neanche se avremo vissuto una Speranza incrollabile. Al contrario saremo riconosciuti nella fragilità di una fede che ha saputo amare anche nel dubbio; saremo riconosciuti nella disperazione di tanti giorni che non hanno mai smesso di lasciarsi amare.

Gesù Cristo ci ha rivelato un Padre misericordioso che ci vuole più felici che fedeli, deboli ma che amano con la fede che c’è uno Spirito che ci previene ci sostiene e ci guida verso la verità tutta intera. Gesù vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere come una colomba. Da questo cielo aperto per sempre, e non chiuso dentro nessuna legge o dottrina, noi attendiamo ancora una volta il dono dello Spirito che continua ad agire a volerci bene e parla in molte lingue e in molti modi. Chiediamo al Signore di saperlo ascoltare e alla Madonna di saperlo custodire. Nell’Attesa di poterlo incontrare.