ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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In croce per amore, poi verrà la luce

Riflessioni sul Vangelo della Domenica delle Palme e della Passione di Gesù  Anno C (Lc 22,14-23,56)

Don Francesco Pesce

Ogni qualvolta si segue lo sviluppo della narrazione evangelica, quest’anno nella versione di Luca, si rimane colpiti dalla solitudine assoluta in cui entra Gesù, il cui crimine unico era di aver fatto dell’amore il senso della sua vita.

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Così fu, così è e così sarà. È certo che chiunque fa dell’amore il senso della vita morirà crocifisso. Chiunque ama il prossimo, se davvero ama non potrà che soffrire nella solitudine. Questo è il dramma, il mistero della storia.

Gesù fu perseguitato dal potere politico e religioso, ugualmente preoccupati di un uomo del genere, che aveva chiamato beati i poveri, i perseguitati, i pacifici. Ma Lui è stato abbandonato anche da quelli che volevano cambiare l’ordine politico. I due ladroni rappresentano la grande schiera di coloro che volevano, con le armi, col terrorismo, cambiare l’ordine esistente, il mondo dominato dall’invasore romano, volevano ridare libertà al popolo con la violenza. Egli si trovò lontano da loro. Fu abbandonato anche dagli amici, da coloro che avevano accettato la sua parola. Non solo da Giuda, ma anche da Pietro che disse: “Non lo conosco quest’uomo!”.

Nella passione c’è una specie di progressione, un crescendo, fino a che nella croce si ha l’ultima solitudine: “Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Anche il Padre sembra che lo abbandoni.

Questa è l’esperienza di Gesù di Nazareth: la totale solitudine dovuta al suo totale amore. Ognuno di noi ha la sua solitudine, accostiamoci in questa Settimana Santa a questo mistero di solitudine. Poi verrà la luce.

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La misericordia solleva ogni miseria

Riflessioni sul Vangelo della V Domenica di Quaresima Anno C

Don Francesco Pesce

Nella V Domenica di Quaresima, la Liturgia propone il ben noto Vangelo dell’adultera riportato da Luca.

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Il Signore con  queste parole passate alla storia del linguaggio comune – “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di Lei” – ci invita con forza  a lasciar cadere le pietre della nostra presunzione e arroganza. Ci invita a ripudiare per sempre un dio cattivo che vuole spietatamente regolare i conti con il peccatore e non con il peccato. Ci invita a guardare alla uguale dignità di ogni essere umano, da qualunque parte provenga, in qualunque condizione sia, in qualunque stato di vita, anche se “macchiato” dal peccato.

Questo è  il Vangelo dove appare la frase “misericordes sicut Pater” – siate misericordiosi come il Padre – che il Papa ha scelto nel 2013 come motto dell’anno giubilare  e che noi abbiamo fatto nostra al lancio di questo blog.

I farisei e scribi di ogni tempo nel delirio del proprio potere e nella cecità del loro proprio peccato, vorrebbero anche Dio dalla loro parte. Un dio che invece di cancellare, redimere il peccato, punisce inesorabilmente il peccatore. Un dio che chiude gli occhi di fronte all’ipocrisia dei lapidatori o che peggio viene tirato in ballo per legittimare l’atto di violenza contro la donna inerme, cui non è stata data neanche la possibilità di difendersi, di essere ascoltata.

Gesù invece smaschera la loro ipocrisia. Uno dopo l’altro, partendo dagli anziani, se ne vanno inchiodati dalla Parola di Gesù, che con la sua misericordia solleva ogni miseria. “Neanche io ti condanno, va’ e d’ora in poi non  peccare più”. Il Signore invita ognuno di noi a uscire da un passato che ci schiaccia e ci imprigiona. Ci invita a superare i sensi di colpa per proiettarci con slancio verso un futuro che è tutto nelle mani del Padre buono, che vuole che nessuno di noi vada perduto.

Questa donna del Vangelo senza nome buttata per terra, molto probabilmente terrorizzata e piena di vergogna, è anche segno eloquente delle tante donne violentate dalla prepotenza degli uomini, scribi e farisei di ogni tempo, che le sfruttano, le usano e poi le gettano via, calpestate nella loro dignità, integrità e libertà. Gli uomini dovrebbero per primi fare mea culpa e sentire forte il grido di dolore e di desiderio di riscatto delle tante donne maltrattate e violentate, spesso bambine o giovani ragazze. Anche la Chiesa dovrebbe denunciare di più questo crimine orrendo, della violenza contro la donna.

La legge prevedeva che entrambi gli adulteri fossero puniti. Invece conducono solo la donna per condannarla. L’oppressione della donna inizia da molto lontano e ancora oggi è perpetrata nel mondo. In realtà la donna è solo un pretesto per mettere in trappola Gesù e accusarlo di tradire la legge.

Sul significato del gesto di Gesù di “scrivere col dito per terra” vi sono state moltissime interpretazioni. Secondo San Girolamo, Gesù scriveva i peccati degli accusatori della donna. E’ significativo che il riferimento al “dito” che scrive, rimandi al brano della Bibbia in cui Mose’ scrive le Tavole dalla Legge, le “Dieci Parole”, appunto col dito di Dio. Mose’ spacca le pietre su cui la Legge era stata scritta quando scende dal monte e scopre che il popolo ha tradito Dio e si e’ fatto un vitello d’oro. Ma Dio riscrive la Legge su nuove tavole.

Questo significa che il Signore non lascia che ci perdiamo nel nostro peccato, ci da’ ancora una possibilità dopo che abbiamo infranto i Suoi insegnamenti, crea in noi un cuore di carne e non più un cuore di pietra, con il dono dello Spirito  affinché osserviamo i Suoi comandamenti.

Il solo che era senza peccato – Gesù – e che eventualmente era nella posizione di giudicare la donna, è anche l’unico che non la condanna. Noi spesso vorremmo un mondo diviso tra buoni da una parte e cattivi dall’altra. Invece Gesù qui ci vuole dire che nessuno è senza peccato.

Ci si aspettava che Gesù almeno rimproverasse la donna, invece la lascia andare – da qui l’imbarazzo della Chiesa primitiva nei confronti di questo racconto evangelico. Al contrario le restituisce dignità, la considera nuovamente per quella che è – persona – e non la identifica più col suo peccato. La chiama “donna”, usando la stessa espressione usata per la Madre e per la Maddalena, quindi con grande senso di rispetto.

Anche noi cristiani abbiamo innestato un meccanismo perverso di “delitto e castigo”. Gesù qui rovescia la prospettiva e contraddice questa logica, perché Dio non solo perdona, ma cancella e dimentica i peccati. Noi umanamente possiamo perdonare il male ricevuto, ma non lo dimentichiamo – una prerogativa che rimane di Dio. Il perdono di Dio precede il nostro pentimento, è misericordia. Non c’è conflitto, contraddizione come spesso si pensa tra giustizia e misericordia. Se non capiamo e viviamo la misericordia, possiamo anche essere “religiosi”, ma non siamo “cristiani”.


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Misericordiosi come il Padre

Riflessioni sul Vangelo della IV Domenica di Quaresima Anno C

Don Francesco Pesce

Il Vangelo di questa Domenica, raccontando la Parabola del Padre misericordioso, ci chiama a superare le facili contrapposizioni tra giusti e ingiusti, peccato e virtù.

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Anche il figlio maggiore onesto, che rimane in casa è un peccatore. Cosa ha fatto? Niente! Non ha capito l’amore. Non ha capito l’amore e con il suo occhio guardava tutto e tutti con sospetto. Ricordiamo bene quando gli scribi e i farisei mormoravano contro Gesù perché “guardavano” che mangiava con i peccatori. La prima violenza è proprio quella dell’occhio: dobbiamo sempre tutti imparare ogni giorno a guardare il mondo con gli occhi misericordiosi del Padre. Un padre che sa solo correre incontro e abbracciare. E’ un’immagine bellissima di un Dio che ci cerca continuamente e non trova pace fino a quando non ci ha ritrovati. Dio non guarda i nostri meriti o le nostre colpe, ma prima di tutto i nostri bisogni.

Che devo fare io? Oggi come posso mettermi a servizio dell’uomo, di ogni uomo? Come mettere in gioco il talento delle mie competenze, della mia storia, della mia fede? Bisogna andare incontro agli altri non con le tavole della legge in mano, sia essa civile che religiosa, ma con gesti di umanità pura, con una carità non finta, non diplomatica, non dettata dalla convenienza del momento o dalla appartenenza al proprio gruppo che prevede anche piccoli momenti di carità, ma poi fa i suoi affari.

Con qualsiasi segno politico, sociale o religioso, chi si abbassa verso l’uomo ferito, verso il diverso da lui, per soccorrerlo, questo uomo che si curva è già un buon samaritano, è un buon cittadino è un buon credente. E’ già un modello di civiltà. E’ già nel cuore stesso di Dio.


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Riconciliarsi anche con la provvisorietà del tempo

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 20 marzo 2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. 

Il Vangelo di domenica 24 marzo, III di Quaresima

Don Francesco Pesce

Due episodi di cronaca molto conosciuti al tempo (una rivolta di zeloti sedata nel sangue e la caduta improvvisa di una torre, la cui base è visibile ancora oggi, in un quartiere di Gerusalemme chiamato Siloe) vengono utilizzati da Gesù per smentire il nesso di causa ed effetto che si riteneva esistere tra il peccato degli uomini e il castigo di Dio.

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Il Dio di Gesù Cristo non minaccia e non punisce, ma invita a conversione. Conversione ha tanti significati e forse oggi assume l’urgenza della riconciliazione. Lo ascolto molto spesso nel confessionale; convertirsi vuole dire anche riconciliarsi con la propria storia, e poi con il proprio presente, per poter scorgere i segni dei tempi, e sperimentare la misericordia del Padre. Dobbiamo riconciliarci anche con la provvisorietà del tempo. La morte è il segno più chiaro della fragilità della nostra vita, davanti alla quale curviamo il capo ed eleviamo lo Spirito. Riconciliarsi anche con la morte significa vivere una vita che punta all’essenziale, vivere il Kairos, restare vigilanti, nell’attesa delle sorprese del Suo Amore, nell’attesa del Signore che viene.

La parabola del fico che non produceva frutti a conclusione del Vangelo di questa domenica vuole proprio significare questa dimensione dell’attesa. Gesù viene per trovare i frutti di giustizia come narra tutta la profezia biblica e, non trovandoli, dà ancora a noi la possibilità di continuare il cammino nel deserto, la strada di Osea, per incontrare il Dio dell’amore (Os 2).

Mentre Giovanni Battista aveva detto: «Ogni albero che non porta buon frutto sarà tagliato e buttato nel fuoco» (Matteo 7, 19), Dio si “converte” ascoltando la struggente preghiera del vignaiolo: «Padrone lascialo ancora questo anno finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutto per l’avvenire, se no lo taglierai!» (Luca 13, 8-9). Questa supplica ci rimanda al racconto biblico in cui Dio si lascia convincere dalla richiesta di Abramo per la salvezza delle città peccatrici di Sòdoma e Gomorra (Genesi 18, 17-33). Come cristiani, questa dovrebbe essere la nostra disposizione del cuore.

Gesù, davanti al nostro peccato dona ancora nuovo tempo per portare frutto, curvandosi verso di noi fino alle radici dell’albero, fino ai nostri piedi nel giorno santo in cui istituì l’Eucarestia, che è già l’Eterno nel tempo.

Il Dio rivelato da Gesù Cristo non ha e non avrà mai un’ascia in mano. Questa è nelle nostre mani che possono chiudersi e rifiutare la Grazia. Le mani del Signore sono inchiodate ad una croce, dove il peccato e la morte sono stati sconfitti da un Amore più grande.

«E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno» (Giovanni 6, 39).


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Sguardi e parole

Riflessioni sul Vangelo della VIII Domenica del Tempo ordinario Anno C (Sir 27,5-8  Sal 91 1Cor 15,54-58   Lc 6,39-45)

don Francesco Pesce

 “Gli occhi di tutti erano fissi su di Lui!”. Così l’evangelista Luca descrive nel Vangelo ciò che accadeva dopo che Gesù ritornato a Nazareth, aveva appena proclamata la Parola del rotolo di Isaia.

Sappiamo dai Vangeli che Gesù tante volte desidera vedere chi incontra nel suo cammino; Zaccheo, la donna adultera, Lazzaro tanti altri. Così anche le persone desiderano vedere Gesù. La vita cristiana in fondo è il risultato di questi sguardi. Dio e l’uomo si cercano.

Non è vita cristiana, guardarsi addosso; non è vita cristiana guardare prima di tutto i propri peccati e neanche guardare i peccati degli altri; non è vita cristiana guardare solo le norme e i regolamenti.

Il Vangelo ci chiama a superare le facili contrapposizioni tra giusti e ingiusti, peccato e virtù. Anche il figlio maggiore della parabola del Padre misericordioso ad esempio è un peccatore. Cosa ha fatto? Niente! Non ha capito l’amore. Non ha capito l’amore e con il suo occhio guardava tutto e tutti con sospetto; ricordiamo anche quando gli scribi e i farisei mormoravano contro Gesù perché “guardavano” che mangiava con i peccatori. La prima violenza è proprio quella dell’occhio; dobbiamo sempre tutti imparare ogni giorno a guardare il mondo con gli occhi misericordiosi del Padre. Fin dall’inizio della Creatore Dio vide che l’uomo era cosa molto buona!

Dio non guarda i nostri meriti o le nostre colpe, ma prima di tutto i nostri bisogni. Tutti noi dobbiamo sempre recuperare uno sguardo positivo su noi stessi e sugli altri, per crescere nella nostra immagine e somiglianza con Dio. Sotto la polvere di tanti nostri giorni, nascosto in qualche angolo dentro di noi, c’è un tesoro prezioso che dobbiamo cercare con la lampada dello Spirito.

Oltre gli sguardi ci servono anche le parole del cuore riempito di Spirito

Non la bellezza delle nostre parole, o della nostra immagine, non la rilevanza delle nostre strutture, ma la bontà del nostro cuore migliora noi stessi e gli altri. “L’uomo buono – abbiamo ascoltato – trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore, l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6,45). il criterio per verificare la nostra adesione al vangelo, non è la dottrina, l’osservanza della legge, ma il frutto che si produce. Nel giudizio finale descritto nel vangelo di Matteo al capitolo 25, dove Dio rivelerà il Mistero della vita, ci verrà chiesto di questi frutti, che tanti oggi con gli occhi fissi su di noi, e le mani protese attendono per saziare la loro fame di pane e dignità.

Siamo chiamati come cristiani a vedere le profondità dei cuori, specialmente quelli feriti dalla vita. Tertulliano testimonia che i primi cristiani prendevano il vangelo così sul serio che i pagani esclamavano, ammirati: “Guardate come si amano!” (Apolog. 39)

Siamo chiamati come cristiani a pronunciare non parole che vincono, ma parole che salvano. Solo queste ultime producono molto frutto.

 


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Solo l’uomo delle Beatitudini può costruire la pace

Riflessioni sul Vangelo della VII Domenica del Tempo ordinario Anno C (1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23   Sal 102 1Cor 15,45-49   Lc 6,27-38)

don Francesco Pesce

Spesso il nostro sistema per stare in piedi deve identificare il nemico, lo deve quasi produrre. Questo è vero anche nell’ educazione dei bambini. Ricordiamo quando i nostri nonni usavano il termine “austriaco” in modo dispregiativo: se non ti comporti bene chiamo gli austriaci, si diceva. Poi abbiamo chiamato in senso dispregiativo gli uomini di colore, i comunisti, oggi forse i musulmani.

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Un primo insegnamento del Vangelo è quello dell’idea del nemico: non ci sono nemici, ci sono uomini. Ci ricorda Paolo nella seconda lettura, c’è l’uomo della terra, fragile, fallibile, ma è l’uomo in cui abita lo Spirito. Anche la Chiesa ci hanno alcune volte malamente insegnato ha dei nemici e quindi occorre difenderla: dal relativismo, dal soggettivismo, dal laicismo e così via, Gesù però non si è mai difeso; e allo stesso modo Pietro e Paolo non si sono mai difesi. C’è tutta una storia di nemici che abbiamo combattuto mentre il male era interno a noi: il potere, il denaro, la paura di perdere posizione dominante.

Per questo quando Gesù dice “Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra tu porgigli anche l’altra”, ci dice di andare oltre il nemico. Nel Vangelo di Giovanni anche Gesù prende uno schiaffo, ma lo rende inefficace: “Se ho sbagliato mostrami dove ho sbagliato, se non ho sbagliato perché questa violenza?”

Gesù invita a non opporre alla violenza, altra violenza, altrimenti questa cresce e poi diventa un crescendo interminabile. La logica del porgere l’altra guancia o di lasciarsi togliere il mantello o di lasciarsi trascinare in tribunale, significa riconoscere la violenza, dargli un nome e “combatterla” come fa il sole con le tenebre che a poco a poco sono vinte dalla espansione della luce.

Noi dobbiamo cominciare a vivere il cambiamento modificando gli spazi privati delle nostre responsabilità. Solo l’uomo delle Beatitudini può costruire la pace e può inserirsi naturalmente nei grandi processi di pace della storia. L’uomo del potere, del privilegio, della lobby, risulterà sempre un corpo estraneo alla pace e diventerà quasi senza rendersi conto, alleato della guerra.

Quando voglio dare dei nomi alla non violenza, dico giustizia, rispetto delle diversità, pace, bene comune. Dico le Beatitudini, parole che danno nomi molteplici a questa verità unica di cui Gesù è stato il primo testimone. Gesù è testimone di non violenza, questa non violenza dai tanti nomi, che sono le beatitudini.

Quando uno ha una autorità, una azienda, un posto di comando, oppure quando un paese possiede delle risorse, non bisogna difenderle con la spada. Gesù dice a Pilato: se il mio regno fosse come il tuo, i miei avrebbero combattuto. Combattere con la spada è uccidere, è la violenza che crea solo sconfitti e nessun vincitore. Infatti la nostra storia è un fiume di sangue versato in nome del principio che senza una spada un regno non si regge. Per questo siamo sempre in guerra. “Metti via la spada”, ha detto Gesù a Pietro, “altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più crudele, del meglio armato”.

La prima violenza è quella dell’occhio; si lavora per la pace e la si costruisce, imparando giorno dopo a giorno a guardare il mondo con gli occhi dello Spirito, sapendo scrutare i segni dei tempi. Il fatalismo, il giudizio di condanna senza appello, sono solo modi per nascondere il disimpegno, per ripararsi fuori dal mondo reale. Il Papa ci sfida invece a: “Costruire la società, la comunità, con lo stile degli operatori di pace”.

Lo vediamo bene anche oggi: le ripercussioni della guerra cadono soprattutto sui poveri. Vediamo però anche la forza del messaggio evangelico, non sconfitta dalla storia e sempre capace di riecheggiare potentemente: “Beati i poveri, beati i miti…”. I poveri si riappropriano della speranza, e allora la guerra rimane nuda e manifesta tutta la sua assurdità e inutilità. Noi siamo in questi tempi, tante guerre ma anche tante speranze non vinte e non annientate dai signori della guerra.

Preghiamo allora Gesù Cristo Re della Pace. Una regalità che con l’enorme sforzo di Papa Francesco si sta liberando da tutti i mantelli e le corone di costantiniana memoria, e in questo modo come seme fecondo costruisce un mondo non violento dove: “Non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri” (Madre Teresa di Calcutta, discorso alla consegna del premio Nobel per la Pace, 1979).


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Siamo fatti per essere beati

Riflessioni per la Domenica VI del Tempo ordinario anno C , Prima Lettura Ger 17,5-8, Salmo 1, Seconda Lettura  1 Cor 15,12.16-20,  Vangelo Lc 6, 17.20-26

don Francesco Pesce

Quando noi riflettiamo sulle Beatitudini, dobbiamo liberarci da una precomprensione che ne fa quasi un fatto irrealizzabile e credere  invece  come esse siano non solo possibili ma anche una chiara vocazione per ogni uomo. Noi siamo fatti per essere beati.

Gesù poi sulla Croce, ci ricorda San Paolo, ha distrutto in sé l’inimicizia, ha distrutto le barriere che separano gli uomini. Gesù non è solo un annunciatore di beatitudini, come ce ne sono stati molti nella storia; Lui ha realizzato in sé le condizioni vere per le beatitudini.

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Per questo l’annuncio del vangelo delle beatitudini non basta, bisogna distruggere a cominciare da noi stessi, le inimicizie, i muri, i pregiudizi, proprio come ha fatto Gesù. Dobbiamo distruggere anche un certo fondamentalismo biblico sempre in agguato.

Geremia nella Prima lettura di oggi così scrive: «maledetto l’uomo che confida nell’uomo». C’è tutta una educazione religiosa in cui più o meno siamo stati educati, che ha dato di questo versetto e di altre parti della Bibbia, una lettura sbagliata, che alimentava la sfiducia nell’uomo, nel mondo, nella storia. Anche nella famiglia c’era e c’è ancora questa pedagogia negativa: «non ti fidare di nessuno». L’essenza dell’educazione spesso è la paura, la diffidenza, il chiudersi in sè stessi.

Una diffidenza che si basava su una lettura teologia molto miope e clericale. Gli uomini non sono tutti peccatori? E l’uomo non è nel peccato originale? È nata così una certa visione pseudo cattolica che esprime diffidenza, paura e schiaccia quel tesoro straordinario che è la fiducia, la Speranza.

Il versetto della prima lettura di oggi invece dice un’altra cosa e per intero così si esprime: «maledetto l’uomo che confida nell’uomo che pone nella sua carne il suo sostegno». Oggi potremmo esprimerlo così: « non vi fidate degli uomini del potere, degli uomini che si credono Dio». Questo sì, che è tragicamente vero.

Anche Il salmo 1 che oggi ci propone la liturgia è molto chiaro a questo proposito.

Beato l’uomo che:

“non entra nel consiglio dei malvagi”; potremmo oggi dire, non entra in certi Consigli di Amministrazione pubblici, privati, anche ecclesiali a volte, dove la tangente, la massoneria, il clericalismo, sono moneta comune.

“non resta nella via dei peccatori”; ha il coraggio di cambiare strada e si dissocia pubblicamente da certi ambienti mafiosi, immorali, corrotti, invece che prendere sotto il tavolo le briciole del potere che i loro capi malavitosi, offrono loro come ai cani randagi; nel mondo ma non del mondo ci ricorda Gesù.

“non siede in compagnia degli arroganti”: si alza e se ne va dove l’arroganza dei ricchi e dei potenti vorrebbe comprarti anche l’anima.

Quando Gesù chiama «beati» i poveri non dice allora parole di consolazione ma vuole rivelare che chi è senza Potere ma ha Autorità morale sociale evangelica, possiede nelle sue mani quel tesoro unico che è la Speranza. Sono i poveri di Dio, gli uomini che non hanno altra ricchezza che l’Amore del Padre sopra di loro.

La vera Beatitudine infatti è questa: “Beato l’uomo che confida nel Signore”. Una Parola semplice, che nella sua semplicità getta una luce sulle nostre vite complicate e affannate.

Impariamo a guardare la nostra storia personale, il mondo, con gli occhi autorevoli della Speranza fondata in Cristo risorto, come dice Paolo nella seconda lettura, non con gli occhi del potere. Ritroviamo ogni giorno quella fiducia e quella serenità che il Signore donandoci il Suo Spirito ci ha promesso. Chiediamo al Signore nella preghiera di aiutarci a togliere di mezzo ogni potere che umilia l’uomo ed è ostacolo alla vita felice e alla vita eterna.