ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Fare la verità

Riflessione sulla Quarta domenica di Quaresima “laetare”

La 4a domenica di Quaresima Laetare, è una sosta nel lungo cammino verso la Pasqua, segnato dal digiuno di quaranta giorni. La Chiesa, in questa domenica faceva una pausa, interrompendo il digiuno per un giorno. La liturgia, ha un inizio gioioso fin dalla antifona di ingresso, tratta dal profeta Isaia: «Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa voi tutti che l’amate. Sfavillate con essa di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni». La gioia di essere ormai vicini alla Pasqua.

Nel 587 a. C. il re di Babilonia Nabucodònosor assedia e distrugge Gerusalemme, ne incendia il tempio e deporta in schiavitù la parte più utile della popolazione. In Palestina lascia solo i vecchi e le donne anziane a vivere di stenti e di miseria. La liturgia di oggi nella prima lettura riporta la conclusione del secondo libro delle Cronache, il cui autore anonimo medita su questa sciagura che nessun israelita avrebbe mai potuto immaginare. Il tempio di Dio saccheggiato. Come è potuto accadere?

La ragione della deportazione è – alla luce della fede – la superbia del popolo che disprezzava e dileggiava i profeti, quelli che ricordavano la verità di Dio. Non sono i templi che ci salveranno – i templi con tutto quello che significano di potere e privilegio, saranno distrutti – , è la verità dell’amore di Dio che ci precede, che ci salva.

La verità che ci salva è che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Questo versetto è il perno attorno al quale vive tutta la storia di Dio con l’uomo. Dio ha amato, un passato che però continua , dura sempre e fiorisce nell’oggi.  La Verità  è  la Buona Notizia da ripeterci ad ogni risveglio, ad ogni difficoltà, ad ogni sfiducia. Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama.

Nel Vangelo “amare” si traduce sempre con un altro verbo, molto concreto e non emozionale (quanto falso cristianesimo emozionale, presunte apparizioni, vuote ritualità…); questo verbo è “dare”. Dio altro non fa’ che “dare” eternamente Cristo, venuto dal Padre come intenzione di bene, per la nostra vita, e ci chiama a togliere quella falsa immagine di un Dio punitivo che ci fà paura e alla quale spesso ci hanno educati. L’amore non fa mai paura;

Nicodemo va da Gesù di notte. Gesù attraverso il buio della chiusura lo apre alla comprensione, alla luce del mondo che lo circonda. Ricordiamoci bene che il mondo non è cattivo o malvagio (come una falsa e ignorante spiritualità afferma), il mondo è solo un luogo dove la libertà gioca tutta la sua partita: con Dio, senza Dio, contro Dio, indifferente a Dio. Sono le nostre scelte che determinano il nostro esilio o la nostra liberazione. Il Dio di Gesù Cristo rivelatore del Padre è sempre accanto a noi, e ci lascia liberi di scegliere. Anche noi dobbiamo imparare da Dio a rispettare la libertà di ognuno. Ascoltare la Parola di Dio significa entrare in questa logica, cioè annunciare il vangelo, senza sopraffazione, con la certezza che anche quando noi ci allontaniamo da lui, lo ritroviamo sempre vicino a noi, perché Gesù non si è mai allontanato, nemmeno nel tempo dell’esilio. Nemmeno l’esilio del dolore, della non credenza, può strapparci dalle braccia della sua paternità che illumina ogni notte come per Nicodemo.

Bisogna notare il versetto 21 del vangelo di Giovanni al capitolo 3 che conclude i versetti riportati dalla liturgia; abbiamo una espressione forte: «chi opera la verità». Noi siamo abituati a cercare, a conoscere la verità, (la scienza, la filosofia), ma non siamo abituati a «farla». Ecco mentre la scienza e la filosofia legittimamente cercano la verità, la fede invece la fà, la compie. Che cosa è la verità in Gv? Il termine greco alētheia ha più o meno il significato del termine mystērion in San Paolo. Indica la profondità del nostro essere là dove si fa la sintesi tra amore e dolore, il punto d’incontro tra esperienza umana e presenza divina, tra la libertà e il dono. Per Giovanni come per Paolo la verità è una persona che ci viene incontro; fare la verità significa lasciarsi amare da Cristo che ti viene incontro e fare noi altrettanto con i fratelli che ci vengono incontro.

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Ecco perché in Gv la «Verità» è connessa al «giudizio» perché sceglierla significa prendere posizione pro o contro la persona di Gesù, venire alla luce, uscendo dalla superficialità che le tenebre nascondono. La verità è giudizio perché obbliga ad una scelta e impone una valutazione di ciò che siamo e facciamo. Il cristianesimo è un comportamento

Questa è la missione della Chiesa come «sacramento»: essa dovrebbe sempre svelare Cristo-Verità da incontrare, non come sistema di dottrine da conoscere perché c’è il rischio perenne di farne una ideologia, una filosofia morale. Svelare la Verità/Cristo significa aiutare gli uomini e le donne a scendere nel pozzo profondo della propria coscienza e restare lì ad ascoltare la voce di colui che viene a chiamarti per nome perché solo lui sa quello che c’è in ciascuno di noi (Gv 2,24)

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Una luce che trasfigura la vita

Riflessioni sulla II Domenica di Quaresima

La Prima Lettura della seconda Domenica di Quaresima tratta dal Libro della Genesi ci presenta Abramo, “messo alla prova” da Dio, chiamato a fidarsi unicamente della Parola di Dio. Anche noi come Abramo siamo chiamati ad uscire dalla nostra terra, e a fidarci nelle prove della vita. Siamo chiamati ad entrare nel dolore del mondo. Questo dolore del mondo è illuminato dalla luce di Gesù che oggi nel vangelo di Marco al capitolo 9 svela per un istante la Sua Gloria.

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Sull’esempio di Gesù, ogni cristiano è chiamato a condividere la fede in quel terra comune, tra tutte le latitudini, anche tra credenti e non credenti che è la sofferenza. Il «Gesù solo» della Trasfigurazione, terminata l’anticipazione della Pasqua, è solo un uomo tra gli uomini.  Ecco però che nel Gesù debole, tentato come noi in ogni cosa noi, abita la Gloria di Dio.  In Gesù solo e abbandonato da tutti, Dio rivela la Sua Gloria e dice agli uomini che la debolezza è la casa di Dio.

Gesù è entrato nella debolezza umana. Questa universalità della croce è molto importante, oggi lo sentiamo di più di una volta, perché le pareti di divisione stanno cadendo tutte inesorabilmente; non possiamo più vivere, non solo gli uni contro gli altri, ma neanche gli uni accanto  agli altri. Le divisioni appartengono non al Dio crocifisso, ma alla logica della nostra finitezza. Noi dobbiamo tendere verso una precisa unità, che è molto più grande della unità civile politica e anche religiosa. Gli uomini sono tutti amati.

Per questo con fiducia dobbiamo percorrere il nostro cammino quaresimale; le amarezze della vita non diminuiscono la fiducia nei nostri giorni, perché il Signore li illumina con la Sua Gloria e chiede a noi di saper sempre scorgere dentro di noi e fuori di noi la Sua presenza salvatrice.

“E’ bello”, dice Pietro a Gesù. Ripartire dalla bellezza; la vita se sempre non è facile, sempre può essere felice se la viviamo con Gesù, se sappiamo meglio comprendere con uno sguardo compassionevole, noi stessi e gli altri.

Le molte cose da fare, le preoccupazioni, i “rumori del mondo” spesso ci impediscono di ascoltare il sussurro di una brezza leggera attraverso il quale Dio si fa presente (1 Re 19,12).

Vivere una vita cristiana bella e consapevole richiede l’ascolto della voce di Dio dentro di noi e tra noi. Dio agisce nostra vita, si prende cura di noi. Nessuno è escluso, nessuno è abbandonato.


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Gesù passa oltre e se ne va

Non è sempre facile credere al Dio di Gesù Cristo. A volte è più facile credere a un dio che distribuisce miracoli, a un dio da meritare più che da accogliere.

Gesù ci invita invece ad allargare lo sguardo, ci invita a vedere meglio; ci parla di un Dio che cammina di terra in terra, che a Zarepta soccorre una vedova straniera, che in Siria guarisce  dei lebbrosi. Un Dio che cammina quotidianamente con noi, nell’ordinario e che non guarda prima di tutto i nostri meriti o le nostre appartenenze, ma ai nostri bisogni e ci ama per quello che siamo.

Credere in un dio che guarda prima di tutto i meriti o le appartenenze ha come conseguenza rappresentare una Chiesa che si difende, che esclude chi non ha meriti da vantare, o chi ne ha pochi; una Chiesa che diventa una elite, una struttura chiusa che non accoglie come non affascina se non pochi eletti. Una Chiesa che non incide nella realtà quotidiana, che passa solo per la tangenziale delle nostre vite, fermandosi all’occorrenza nei salotti televisivi e nelle lobby.

Credere invece al Dio di Gesù Cristo che guarda prima di tutto alle nostre debolezze e ai nostri bisogni si traduce nel costruire “una Chiesa in uscita”, dove i confini sono il mondo, dove i pastori hanno l’odore delle pecore non soltanto dell’incenso, e dove nessuno si sente escluso o abbandonato.

Attorno a Gesù ci sono sempre stati e ancora ci sono gruppi di fanatici, violenti e integralisti, che usano la religione e la Chiesa per i propri interessi. Lo sa bene e lo ha ricordato recentemente anche Papa Francesco – alcuni non servono la Chiesa ma si servono della Chiesa per i loro interessi.

La frase del Vangelo – «passando in mezzo a loro si mise in cammino» (Lc 4,30) – rappresenta uno straordinario monito per tutti noi e per tutta la Chiesa. Gesu’ passa oltre, se ne va. Se ne va, quando la fede si allea con il potere. Se ne va, quando il clericalismo prevarica sul popolo di Dio e sullo stesso Vangelo. Se ne va, quando il Vangelo è ridotto a legge morale e non ne è il fondamento, o quando si difendono principi astratti e privilegi molto concreti invece di comprendere e accompagnare situazioni ordinarie molto concrete.

Il Signore va verso e rimane dove la fede è semplice e sincera; dove la speranza non è retorica, ma attesa fiduciosa di una promessa che si compirà; e dove la carità ascolta il grido del povero e tende la mano ad ogni fratello, senza giudizio, condizioni o “preferenza di persone”.


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La festa era pronta ma gli invitati non nè erano degni

Riflessioni sul Vangelo della XXVII Domenica  Mt 22,1-14 (Forma breve Mt 22,1-10)

 In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

“Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.”

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.  Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Le tre parabole di queste ultime tre domeniche hanno sviluppato progressivamente il tema della denuncia contro le massime autorità religiose che si mostrano ostili al disegno di Dio.

Gli invitati non solo non sono venuti perché non avevano tempo per fare festa, troppo occupati a difendere i loro interessi, ma anche hanno ucciso tutti i sevi, cioè i profeti ‘La festa  era pronta, ma gli invitati non ne erano degni; ora andate ai crocicchi delle strade”. Il termine greco indica più precisamente il confine di un territorio, dove le strade romane terminavano e iniziavano le campagne con i loro sentieri.

Gesù vuole indicarci di andare verso le periferie, dove vivono gli esclusi, gli emarginati. La missione della Chiesa deve avere nelle periferie il suo centro:“’E tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’”, tutti, non c’è più un popolo eletto, ma c’è una chiamata universale.

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale”. Chi accoglie la chiamata, la deve poi vivere in un cambiamento concreto, a partire dalla eucarestia. L’eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’eucarestia ad una devozione privata, intimistica, in un rapporto esclusivo tra me e il Signore, dove  gli altri e il mondo non ci sono più. Il nostro battesimo è un battesimo che ci deve rendere appassionati , incapaci di stare in silenzio davanti alle ingiustizie. L’annuncio del vangelo è affidato  a chi ha questa passione, ed è un annuncio urgente, perché Gesù  ricorda la Scrittura verrà dopo la Giustizia e la Giustizia ancora non c’è.

Il vangelo nella sua potenza può vincere ogni resistenza: anche le nostre schiavitù pesano sulla nostra vocazione; ci impediscono di metterci in cammino verso un esperienza di liberazione, di passaggio a una vita nuova; forse accusiamo varie situazioni esterne, ce la prendiamo con qualche faraone di turno: la verità è invece nel riconoscere che dentro di noi c’è la schiavitù c’è l’ostinazione, c’è il rifiuto a vedere segni, i miracoli, il passaggio di Dio nella nostra vita. Allora possiamo ricevere tutti i sacramenti che vogliamo, possiamo credere di essere buoni e giusti perché non facciamo il male, ma siamo lontani dal vivere la gioia di questo passaggio di Dio dentro di noi.

Non abbiamo sempre compreso che le scelte fede, sono esperienze che vanno vissute, dentro la nostra esperienza umana, perché sono il segno, la manifestazione dell’agire di Dio in noi. Quando Dio è in noi, pur camminando tra le vicende non sempre facile di questo mondo, è certo che siamo aperti ad una esperienza nuova di libertà che dà una gioia nuova alla nostra vira.

 


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Contempliamo la croce

Sul Calvario davanti alla Croce non si parla, si contempla. Prendendo la nostra croce, contempliamo la Croce come l’unità di misura di tutti quelli che danno la vita per quelli che amano.

WTu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini (Mt 16,21-23) si sente dire Pietro. Come la stiamo pensando la nostra vita? La nostra famiglia, il nostro lavoro? Secondo il progetto di Dio o secondo il potere degli uomini?

Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato? griderà il crocifisso E’ necessario non lasciarlo solo. Occorre darlo a tutti gli uomini.

Gesù nella sua pienezza di Messia non era più un ebreo,   l’uomo.”Ecco l’uomo” .Il nome sulla croce è Uomo. Hanno certamente importanza le nostre distinzioni culturali, etniche, religiose  ma quando si soffre e  si muore non contano più. Questa uguaglianza nel negativo è importante, perché  Gesù  l’ha assunta su di sé  come un  appuntamento: «Quando sarò sollevato sulla croce attirerò tutti a me». Tutti.

Ecco perché, non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, come abbiamo spesso fatto, facendo a volte della casa del Signore un mercato e una spelonca di ladri: Non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, dobbiamo chiedere la difesa della dignità dell’uomo, di ogni uomo. Gesù è entrato nella debolezza umana. Questa universalità della croce è molto importante, oggi lo sentiamo di più di una volta, perché le pareti di divisione stanno cadendo tutte inesorabilmente; non possiamo più vivere, non solo gli uni contro gli altri, ma neanche gli uni accanto agli altri.

Le divisioni appartengono non al Dio crocifisso, ma alla logica della nostra finitezza.

Abbiamo alle spalle e purtroppo non solo alle spalle, una storia di guerre di religione, di scomuniche reciproche. I poveri, i crocifissi non le tollerano più.

Preghiamo il Figlio dell’uomo perché ci aiuti ad aprirci ad una solidarietà che arrivi fino al dolore fisico dell’uomo, di ogni uomo.

Avevano chiesto a Gesù all’inizio del vangelo di Giovanni, dove abitasse, e Lui decide di abitare nel nostro dolore. E li siamo veramente tutti fratelli.


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Eucarestia pane per tutti

imageOgni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga

Il più antico testo sull’Eucaristia – la Lettera ai Corinzi (53/57) – ci parla del fatto che essa è in connessione con la morte di Gesù. Il Signore è morto, consegnandosi, lasciandosi prendere dai nemici, non chiedendo nessuna difesa agli amici. Celebrare l’eucaristia vuole insegnarci come vivere. Si vive consegnandosi, senza difendersi, come ha fatto Gesù, come hanno fatto gli apostoli. Una Chiesa che pensa a difendersi, non è più chiesa.

Vivere consegnandosi, è il Vangelo, è il percorso da compiere per avere la vita eterna. Noi infatti celebriamo l’Eucaristia “finché egli venga”, aspettando che Lui ritorni, credendo che la morte non lo ha sconfitto, perché chi vive consegnandosi per amore, ha una vita più forte della morte.

L’Eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’Eucarestia ad una devozione privata, intimistica, come se tutto potesse risolversi nel rapporto esclusivo tra me e il Signore, chiusi agli altri e alla storia

A questo proposito ci sono due pericoli sempre attuali.

Nel libro del Deuteronomio vediamo il pericolo della nostalgia di altri tempi: il popolo dalla dura cervice resiste allo Spirito. Ancora oggi alcuni come quel popolo, rimpiangono tempi di tranquillità, tempi della chiesa trionfante, quando le chiese erano piene e le liturgie fastose, gli ostensori così imponenti da “soffocare” la fragilità dell’Ostia Sacra; tempi che erano però, di ingiustizia, di potere, di denaro, di clericalismo, dove Cristo non c’era.

Il pericolo dello spiritualismo «E il pane che io darò è la mia carne». La vita di Dio non è al di fuori della realtà umana. Non ci può essere dono dello Spirito dove non ci sia anche il dono della carne. Gesù, dice precisamente, nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni: “Chi mastica la mia carne”. Il verbo masticare in greco è molto forte e significa “triturare, spezzettare”. Il Vangelo non è un ideale, ma la concretezza del pane e della carne.

Anche il Vangelo di Luca nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci ci offre una indicazione molto importante

 Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

Non c’è nessuno che, venuto al banchetto del Messia, sia costretto a tornarsene a digiuno. Anzi, ci sono dei pani che sono riservati a chi è rimasto fuori dalla mensa. Pensiamo, e preghiamo, per tutti i cristiani che vivono in situazione di persecuzione, e non possono celebrare l’eucaristia; preghiamo per chi non può accostarsi ai sacramenti e attende la misericordia del Signore e della Chiesa, non la durezza della legge; preghiamo per le chiese in terra di missione, dove il sacerdote arriva una volta al mese; preghiamo per tutti quelli che non hanno mai incontrato chi il Signore, e anche per coloro che si sono allontanati  per colpa nostra e delle nostre contraddizioni. Preghiamo perché al tavolo a cui Gesù  si è voluto sedere, ci sia veramente un posto per tutti, e nessuno venga escluso, nessuno manchi; forse allora quello sarà il giorno in cui Lui ritornerà.

 


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La Trinita’ ci dice che la molteplicità appartiene a Dio

“Nella famiglia umana, radunata da Cristo, è restituita l’immagine e somiglianza della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore” (Papa Francesco, Amoris laetitia, 71).

Per parlare della Trinità non è bene avventurarsi in speculazioni teoriche, ma guardare alla concretezza dell’amore. L’amore che lega il Padre nella forza dello Spirito.

“Lo Spirito mi glorificherà: prenderà del mio e ve lo annuncerà” (Gv 16,14). La vita di Gesù, la Sua testimonianza che supera ogni confine e abbatte ogni barriera, sono per ognuno di noi l’esempio da imitare, il cammino da fare insieme. Gesù dona a noi, attraverso il Suo Spirito, tutto ciò che è Suo, e anche in questo darsi, in questa comunione con noi, manifesta la Sua Gloria, la Sua gioia.

“Tutto quello che il Padre possiede è mio”. La Gloria del Padre è quella del Figlio, ma per puro dono è e sarà anche la nostra gloria, se avremo risposto giorno dopo giorno alla nostra vocazione cristiana. Vivere relazioni di gratuita’, essere testimoni bellezza, fuggire non solo il male ma anche la tanto diffusa mediocrità, in una parola vivere le beatitudini evangeliche, tutto questo manifesta e ci rende partecipi della Gloria di Dio.

Il mistero della Trinità ci dice inoltre che la diversità, la molteplicità, appartengono originariamente a Dio e quindi noi dobbiamo guardare con rispetto e attenzione ad ogni diversità e molteplicità.

Il nostro annuncio del Vangelo, la nostra pastorale hanno bisogno per essere efficaci, di entrare, guidati dallo Spirito, nella vita delle persone, nei luoghi e nelle società dove palpita il cuore della modernità, con “immensa simpatia” come diceva Paolo VI. Il mondo a volte così diverso noi, cosi molteplice e complesso, ha però dentro di se i semi del Verbo, ed è già amato dal Signore.

Molte cose il Signore ha ancora da dirci come ci ricorda il Vangelo, ma già sappiamo che saranno parole di amore e riconciliazione. Nessun ostacolo, nessuna difficoltà, nessuna forza umana potranno impedirci, se noi lo desideriamo, di essere nella Gloria di Dio.