ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Un Amore universale

Riflessioni sul Vangelo della Domenica XXII del Tempo Ordinario Anno C 

Don Francesco Pesce

Nei versetti precedenti Gesù aveva detto che gli invitati al banchetto sono i poveri e gli esclusi perché erano come Gesù. Ora dice ai discepoli di vedere bene se si trovano tra quelli.

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Poveri perché donano, mettono in comune quello che hanno.Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”.

Esclusi perché sono fuori da ogni potere, non hanno alcun potere, ma autorità.

Gesù dice una parola dura: “Chi non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Odiare qui vuol dire aprirsi ad un più vasto orizzonte, una più grande preoccupazione. Ogni amore deve essere inserito in un contesto più grande, l’amore per il mondo intero ed essere relativo a Lui.

Gesù invita a prendere la sua croce, che non significa accettare il dolore. Indica una scelta di vita.

Sappiamo cosa fu per Gesù la croce: passare in mezzo alla vita senza difese nè maschere, mettendosi contro ogni potere e contro l’opinione pubblica che diceva: “crucifige”.

La scelta della croce è una scelta di vita, è l’abbracciare un progetto più grande della mia famiglia, del mio gruppo, del mio partito, è un progetto universale il cui segno è l’amore per l’umanità, la liberazione dell’umanità da tutte le schiavitù. Serve dire come San Paolo a Filèmone circa lo schiavo: “Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore”.

Fare una scelta di vita anche verso il Creato nel mese dedicato proprio a questo. La Chiesa, la diocesi, le parrocchie, le varie realtà ecclesiali, le famiglie, ognuno di noi, possono essere un segno, la sentinella che dice che è possibile, anzi è nella nostra natura, immagine di Dio, avere questo sguardo universale, che è la riconciliazione, con il Creato intero, perché in Cristo la riconciliazione è già cominciata.

“Dio ha riconciliato a sè il mondo in Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor5,18-20).

A noi è stata affidata questa Parola. La fede non è difesa di nessuna struttura, non è alternativa storica ma animazione interna al cammino della storia della creazione dell’uomo, fino alla piena comunione con Dio che sarà tutto in tutti.

“Quando sono debole, è allora che sono forte”. Penso spesso anche a queste altre parole di San Paolo, contenute nella seconda Lettera ai Corinzi. Non dobbiamo aver paura della nostra debolezza e a volte anche impotenza, nell’affrontare il dramma ecologico che stiamo vivendo; non dobbiamo aver paura neanche del nostro peccato contro la Creazione, perché nel momento in cui facciamo esperienza di tutto questo, si manifesta la potenza di Dio, che non ci lascia soli, ma ci guida e ci sostiene. Per questo il Tempo del Creato è prima di tutto un tempo di preghiera per gustare sempre di nuovo che è Dio che opera meraviglie proprio attraverso la nostra debolezza.”

Le parole di San Paolo sono anche parole profetiche. Ascoltare il grido del Creato e, a nostra volta, gridare anche noi che non c’è più molto tempo per risollevare il Creato dal suo degrado ambientale, gridare per aprire al futuro. Gridare anche se sappiamo bene che le parole di speranza dei profeti “in casa” non si possono ascoltare. Il Tempo del Creato è anche il tempo dello “squilibrio” dove un amore responsabile ci riconcilia con chi è vittima dei nostri equilibri, e le vittime sono milioni.

Nel nostro pianeta una buona metà degli abitanti ci chiede conto del perché non sono nutriti abbastanza, perché sono ai limiti della sopravvivenza, perché l’acqua, l’aria, il mare sono devastati. Dobbiamo rispondere con i fatti e nella verità, ricorda la Scrittura. “Siamo le primizie delle sue creature” (Gc 1,18). Primizia non vuol dire che siamo i migliori, ma siamo, i frutti che nascono per primi e che anticipano il raccolto. A noi è dato il compito straordinario, bellissimo dell’anticipazione di ciò che il mondo dove essere.

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Un cenacolo dorato e sbarrato al dolore del mondo

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 18 giugno 2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Don Francesco Pesce

Gesù parlava alle folle del regno di Dio e guariva quanti avevano bisogno di cure.

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Questo è il nostro compito di battezzati; non c’è bisogno di aggiungere altro, anzi altro è spesso zavorra inutile e dannosa. Questo è anche il cenacolo quotidiano dove Gesù si fa presente. L’eucaristia è una maniera di vivere, non un rituale.

Dobbiamo tutti sempre stare molto attenti al rischio di ridurre l’eucaristia a una devozione privata, quasi intimistica, in un cenacolo chiuso, dorato, incensato e sbarrato al dolore del mondo.

Congedare la folla, magari con qualche buona scusa è uno scandalo intollerabile; il cristiano e in particolare il sacerdote, uomo della eucaristia, sta in mezzo alla folla in ogni situazione, nei villaggi, nelle campagne e anche nel deserto; non la lascia mai sola e sempre la nutre con la fede nel pane della vita. Anche noi come Gesù dobbiamo ogni giorno diventare pane e vino per quelli che incontriamo e dobbiamo farci mangiare senza opporre nessuna difesa, senza mettere nessuna barriera. La folla si deve nutrire di noi, del nostro tempo, dei nostri spazi, delle nostre cose, perché niente è nostro ma tutto ci è stato affidato per la salvezza del mondo. È vero che tante volte abbiamo solo pochi pani e pochi pesci, questo però non ci deve spaventare o diventare un ipocrita alibi; affidiamo al Signore la nostra pochezza e le nostre paure e il Signore ancora una volta compirà il miracolo del pane per tutti.

La presenza di Gesù eucaristia, è un oggi di amore; portiamo nel mondo questo pane che è quotidiano, cioè quella carità semplice, silenziosa, lontana dai riflettori che è il lievito più efficace di questo pane.

Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Vorrei pregare il Signore che mi aiuti ad avere sempre molta cura e dedizione per queste dodici ceste. Serviranno a quelli che oggi mancano. Sono coloro che sono perseguitati a causa proprio della fede in questo pane; coloro che erano con noi ma sono andati via scandalizzati dalla nostra testimonianza negativa; coloro che ancora non conoscono Gesù, e anche coloro ai quali abbiamo impedito di venire e a volte anche mandato via con durezza di cuore, perché abbiamo confuso la legge con il vangelo, e così il pane è diventato una pietra.

La Chiesa vive, celebra l’eucaristia nell’Attesa del Suo ritorno. Forse il Signore ritornerà quando non mancherà neanche uno attorno alla Sua mensa. Così prego, così spero, così amo.


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La verità è Dio Amore

Commento al Vangelo Gv 16,12-15 nella Solennità della Santissima Trinità

Don Francesco Pesce

La Solennità della Santissima Trinità ricorre ogni anno la domenica dopo Pentecoste e fu introdotta nella Liturgia nel 1334 da papa Giovanni XXII. Ci ricorda che Dio è Amore, un mistero di salvezza realizzato dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo.

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Nell’Angelus del 2009 Benedetto XVI descrisse in questo modo il mistero: “Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno.[…] La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati.”

Più che la comprensione del mistero trinitario, a noi spetta l’imitazione della vita di Gesù, la sua incapacità di vivere chiuso in sé stesso, la sua comunione con il Padre. A questo ci guida l’azione dello Spirito in noi.

“Lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”, ci ricorda il Vangelo di Giovanni (Gv 13,16)

La verità che ci salva è che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Dio ha amato, e continua ad amare; il tempo dell’Amore di Dio è un oggi perenne. La Verità è la Buona Notizia che dobbiamo sempre dirci gli uni, gli altri, specialmente nelle ore della tristezza e della sofferenza. Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama.

Noi non crediamo a quella falsa immagine di un Dio punitivo e cattivo che ci assedia pe regolare i conti con noi.

Non crediamo neanche ad un mondo malvagio che è contro Dio. Il mondo è il luogo per scoprire, con fatica certamente, ma con sempre nuove possibilità, Il Dio di Gesù Cristo rivelatore del Padre che dona il Suo Spirito a sostegno di ogni debolezza, verso la pienezza della verità.

Che cos’è la verità nel Vangelo di Giovanni? Il termine greco alētheia è simile al termine mystērion in Paolo. E’ l’essenza della nostra vita, là dove convivono amore e dolore, dove Dio e l’uomo si guardano faccia a faccia. La verità è una persona, Gesù Cristo. Fare la verità significa lasciarsi amare da Gesù che sta accanto a noi ogni giorno.

Camminiamo con fiducia nelle strade del mondo ascoltando con la forza dello Spirito la voce di Gesù che viene a rivelarci il vero nome di Dio, Padre nostro che sei nei cieli, e non padrone nostro che ti rende schiavo , o giudice nostro che sta nel confessionale che ti rende eterno imputato.


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Tutto si Compie nell’Amore

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 15 Maggio 2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo di domenica 19 maggio, V domenica di Pasqua

Don Francesco Pesce

Gesù inizia il suo discorso di addio che culminerà con il testamento spirituale (16,33) e la grande preghiera al Padre.

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All’inizio del capitolo Giovanni ci ricorda che Gesù: “Avendo amato i suoi, li amò fino alla fine” (GV 13,1). Un amore significato dal gesto rivoluzionario della lavanda dei piedi.

Tutto si compie, non perché Giuda tradisce, ma perché Gesù ama; non perché Pietro rinnega ma perché Gesù ama. La nostra vita si compie perché Gesù ci vuole bene.

La “novità” del comandamento è questo Amore che si lascia vincere, si lascia prendere, si lascia usare, e in questo modo illumina le tenebre di ogni notte e di ogni cuore.

Così anche si manifesta la Gloria di Dio. Essa non proviene dalla sofferenza in croce, ma dalla sofferenza per amore che dà valore alla croce.

Il Padre “lo glorificherà subito”. La Chiesa prega questo brano nel Tempo di Pasqua perché nel Vangelo di Giovanni la sofferenza per amore è già Gloria. Lo sappiano tutti quelli, che soffrono per amore; tutti coloro che schiacciati dalla vita, non smettono di amare; l’Amore non dipende dalle circostanze, ma dal nostro rapporto indissolubile con Dio che è Amore. La croce è un “luogo” di sofferenza per amore, dove Dio parla, si rivela e compie la storia della nostra salvezza.

Anche noi sull’esempio di Gesù, siamo chiamati per vocazione a percorrere la stessa strada, a vivere così la vita. E in questo modo : “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Lo saprà il mondo intero, che aspetta questo da noi; un mondo che in parte ha smarrito Dio, ma non è contro Dio, anzi lo cerca e ha diritto di aspettarsi da noi la testimonianza di Amore che ci ha trasmesso Gesù.

Lo saprà anche il Padre. Noi saremo riconosciuti da Lui, non se abbiamo vissuto una fede forte, dura, che non ha mai dubitato; non saremo riconosciuti neanche se avremo vissuto una Speranza incrollabile. Al contrario saremo riconosciuti nella fragilità di una fede che ha saputo amare anche nel dubbio; saremo riconosciuti nella disperazione di tanti giorni che non hanno mai smesso di lasciarsi amare.

Gesù Cristo ci ha rivelato un Padre misericordioso che ci vuole più felici che fedeli, deboli ma che amano con la fede che c’è uno Spirito che ci previene ci sostiene e ci guida verso la verità tutta intera. Gesù vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere come una colomba. Da questo cielo aperto per sempre, e non chiuso dentro nessuna legge o dottrina, noi attendiamo ancora una volta il dono dello Spirito che continua ad agire a volerci bene e parla in molte lingue e in molti modi. Chiediamo al Signore di saperlo ascoltare e alla Madonna di saperlo custodire. Nell’Attesa di poterlo incontrare.


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Un Pastore povero, ricco di fede

Riflessioni sul Vangelo della IV Domenica di Pasqua Anno C

Don Francesco Pesce

Il Pastore, secondo la Bibbia, è un uomo dedito al suo gregge. Gli vuole bene, lo guida saggiamente e lo sa difendere.

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L’autorità è preziosa ed è, secondo l’esempio di Gesù, quando si prende cura.

A volte purtroppo si vedono autorità, poco autorevoli, che si occupano dei propri interessi personali o di famiglia, o di partito, o di gruppo di appartenenza, interessate solo al potere. Sono pastori, come ci ricorda Geremia, che pascolano sè stessi e rovinano il popolo di Dio.

Come un Pastore dovrebbe annunciare il Risorto, cosa dobbiamo dire, consapevoli della nostra debolezza? Gesù dice: “Non portate borsa né sacca né sandali” (Lc 10,4). Ecco in sintesi il metodo dell’evangelizzazione: non vi lasciate mai condizionare dai mezzi che avete in mano, non diventate gruppo di pressione, o gruppo di potere. Andate soltanto con la forza della fede incontro alla coscienza di ogni uomo che attende una Parola di Speranza.

Certamente il cristiano non è un ingenuo, e sa bene di essere inviato come un agnello in mezzo ai lupi; è necessario un profondo spirito di discernimento per non essere sedotti dai lupi, che ti invitano nei loro palazzi, ti presentano ai loro amici, ti offrono i loro denari, ti espongono alle loro televisioni e così ti catturano nella loro rete. Ringraziamo il Signore per tutti quei Pastori che nel corso della storia sono andati nel mondo, poveri, liberi da ogni condizionamento, annunciando solo Gesù. Chiediamo anche perdono per quelli che invece si sono lasciati sedurre dai lupi, e che hanno testimoniato solo se stessi, comodi nei loro privilegi e con le sacche piene di denari e di potere.

Gesù rilancia la differenza cristiana consegnata a noi discepoli: “Voi siete nel mondo, ma non del mondo”. Il suo regno è differente non perché riguardi l’aldilà, ma perché propone la trasformazione di questo mondo. I regni della terra, si combattono, si nutrono di violenza. Invece Gesù non ha mai assoldato mercenari, non ha mai arruolato eserciti, non è mai entrato nei palazzi dei potenti, se non quando lo hanno catturato.

“Metti via la spada” ha detto a Pietro, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più crudele, del meglio armato. Gesù dice: non passa di qui il mio regno. Si vive testimoniando le beatitudini e si muore, amando. E chi muore amando risorge per l’eternità.


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Eucarestia, unica sorgente di testimonianza e missione

Riflessioni sul Vangelo della III Domenica di Pasqua Anno C 

Don Francesco Pesce

Il discorso di Pietro è il Kerigma, cioè l’annuncio essenziale, il nucleo della fede: Gesù di Nazareth… Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni.

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Questo è il motivo e la forza del nostro essere chiesa. La Chiesa è testimone di un mistero che lo Spirito Santo continua ad illuminare.

Quando parliamo di fede troppo spesso alludiamo ad una certezza incrollabile. Le certezze incrollabili alimentano i fanatismi e sradicano le fede dalla sua condizione umana. La fede invece è una cosa umile, mite, che non alza il tono e che sempre deve essere sostenuta dallo Spirito.

Nella fede c’è poi la necessità di una sofferenza. “Cristo doveva soffrire”, come anche aveva detto lo sconosciuto Gesù ai due di Emmaus. C’è la necessita di soffrire e di combattere per la pace, la giustizia per la fraternità tra tutti i popoli, per essere testimoni credibili del risorto. C’è la necessità di soffrire le beatitudini per essere testimoni del risorto. C’è la necessita di ancorare la fede al dolore dell’uomo.

Dicevamo domenica scorsa che chi fonda la fede non sulla presenza del Risorto, ma sul suo ricordo è fuori strada. Oggi il vangelo ci dice di più. Ci dice che noi dobbiamo ogni giorno ricominciare da questo gettare la rete sulla Sua Parola, ognuno con i propri dubbi, i propri limiti, con una fragilità naturale di una natura corrotta dal mistero del peccato, prima ancora che dovuta ai condizionamenti esterni (relativismo, soggettivismo, ecc).

L’annuncio Pasquale è ancorato alla Eucarestia come racconta la Bibbia innumerevoli volte: eucarestia unica sorgente non solo della identità cristiana, ma della testimonianza e della missione.

Notate anche che il Primato dell’Amore conferito a Pietro avviene “quando ebbero mangiato”, dunque una conseguenza dell’Eucarestia che cosi’ diventa anche la sorgente del ministero di Pietro. Il Papa ha il mandato dal Risorto dell’amore senza confini fino al dono di sè nel servizio fino alla fine.

Pietro e gli apostoli furono frustati. Oggi il potere, anche quello religioso, non usa le fruste, ha mezzi più sofisticati e percuote anche il Papa attraverso quelli che non accettano di cambiare il loro stile di vita i loro privilegi e il loro lobbismo, fondamentalmente perché non sanno amare.

Appena ha spezzato il pane lo hanno riconosciuto. Il pane non è nostro, ma di Dio: la condivisione non è la divisione o la concessione di ciò che ci appartiene, bensì una partecipazione a un dono di Dio che è per tutti. In questo modo Gesù apre la mente alle Scritture. Le Scritture vanno lette con lo stesso Spirito con cui sono state scritte, cioè l’amore di Dio per l’uomo.


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Il Signore della vita abita la notte

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 17 aprile 2019. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. 

Il Vangelo di domenica 21 aprile, Pasqua

Don Francesco Pesce

E’ significativo che la nascita e la resurrezione di Gesù avvengano di notte. Mentre i pastori “vegliavano di notte” (Lc 2,8) il Verbo si fa carne, e “quando ancora era buio” (Gv20,1) la carne diviene eterna.

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In quel sabato di più di 2000 anni fa, quando era ancora buio, Maria corse da Simone e dall’altro discepolo, che Gesù amava. Correvano insieme anche Pietro e Giovanni.

Che cosa meravigliosa è la corsa dell’amore. La fede nel Risorto è proprio passare attraverso il buio degli ostacoli, delle difficoltà, del dolore, con amore, perché l’amore è più forte della morte. Nessuno abbia paura delle proprie notti, perché il Signore che ci ama illumina la notte: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (GV 1,4-5).

Cosa significa questo per noi cristiani? L’indicazione della Parola di Dio è chiara: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità“(1 Gv 3,18).

Il baricentro di una vita e di una comunità che abbia le misure del Risorto, non è dentro i propri confini, nella propria autosufficienza, ma fuori, dove c’è il buio della sofferenza, della solitudine, della morte. Noi crediamo che il Signore che ha creato l’universo, e ha dato a noi la vita, questa vita già la custodisce per sempre con sé. Dice la Liturgia: “Ai tuoi fedeli Signore la vita non è tolta ma trasformata”. La resurrezione è la Buona Notizia di Gesù Cristo. Ci ricorda San Paolo : “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede”(1 Cor 14).

Come Maria, come le donne e i discepoli che corrono al sepolcro, noi cristiani non possiamo rassegnarci ad accettare nessun sepolcro. Noi crediamo che la morte non è un evento naturale, ma l’evento di una natura corrotta dal mistero del male e del peccato. La vita, la gioia, la felicità, sono un evento naturale. Noi siamo fatti per la vita, e per averla “in abbondanza”, questa è la nostra natura.

Come San Paolo nell’Aeropago, anche noi oggi siamo chiamati ad annunciare e testimoniare nel mondo contemporaneo la Parola del Risorto. La dobbiamo proclamare senza gridare, senza alzare il tono, tantomeno con l’arroganza di chi si sente padrone della verità, perché la verità della resurrezione non ha padroni, ma solo testimoni.