ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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La Chiesa in Cina prega per l’Italia colpita dal terremoto

Tanti messaggi di solidarietà ci sono arrivati in questi giorni da diversi cattolici che vivono nella Repubblica Popolare Cinese. Per avere informazioni più specifiche su come fosse la situazione, se vi fossero vittime, o semplicemente per esprimere una parola di vicinanza e assicurare la preghiera della Chiesa in Cina per l’Italia. “Non possiamo dimenticare quanto l’Italia e tanti Paesi in Europa hanno fatto per noi” – ci dice un sacerdote dal Nord della Cina. E nel sito di Xinde (“Faith”), organo di stampa cattolica con base a Shijiazhuang, capitale della provincia dell’Hebei, fondata da padre Giovanni Battista Zhang, appare stamattina ora italiana un articolo che informa sulla situazione del terremoto (http://www.chinacatholic.org/News/show/id/36608.html). Dice che anche Macerata, che ha dato in natali a Matteo Ricci, è tra le zone interessate dal sisma, e cita i comuni più colpiti di Ussita e Visso. Ma la cosa più significativa è l’invito ai cattolici cinesi a pregare per le popolazioni italiane colpite dal sisma. Già ad agosto dopo il terremoto ad Amatrice, i cattolici cinesi si erano dati da fare e avevano perfino raccolto fondi per l’Italia tramite Jinde Charities, ONG cattolica fondata sempre da padre Zhang, inviandoli tramite il Pontificio Consiglio Cor Unum, organo preposto alla carità del Papa (ora confluito nel nuovo dicastero dello Sviluppo Umano Integrale).

L’articolo poi si sofferma a ricordare la straordinaria figura di Padre Matteo Ricci, nato a Macerata nel 1552 ed “entrato nella Compagnia di Gesù il giorno dalla Festa dell’Assunzione di Maria nel 1571”. Nel 1583 arriva in Cina con il confratello Michele Ruggeri e a Zhaoqing fondano la prima stazione missionaria nel Paese. Dopo vari tentativi e peripezie, nel 1601 Ricci riesce finalmente ad ottenere il permesso dall’Imperatore e fermarsi a Pechino.

Continua l’articolo sottolineando che Matteo Ricci “è stato uno dei primi pionieri della missione cristiana in Cina”. Contribuì a portare nel Paese molte conoscenze anche di carattere scientifico. “Assunse un atteggiamento di apertura nei confronti della cultura e dei costumi tradizionali cinesi, permettendo ai convertiti cinesi di praticare il culto al Cielo (‘tian’), agli Antenati e a Confucio”. Indosso’ le vesti dei letterati cinesi e il suo “metodo missionario” è stato seguito anche successivamente dai gesuiti.

Citando un discorso tenuto da San Giovanni Paolo II ai partecipanti a un convegno in onore del celebre gesuita italiano (http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/2001/october/documents/hf_jp-ii_spe_20011024_matteo-ricci.html), l’articolo aggiunge che “Padre Matteo Ricci si fece talmente ‘cinese coi cinesi’ da diventare un vero sinologo, nel più profondo significato culturale e spirituale del termine, poiché nella sua persona seppe realizzare una straordinaria armonia interiore tra il sacerdote e lo studioso, tra il cattolico e l’orientalista, tra l’italiano e il cinese”.

Anche il Presidente cinese Xi Jinping ha parlato in alcune occasioni della storia di contatti tra Cina e Italia, come riporta Xinde: “Cina e Italia sono tradizionalmente legate da una lunga  amicizia. I nostri due Popoli sono fieri delle loro antiche civiltà, si apprezzano reciprocamente e hanno imparato l’uno dall’altro. Marco Polo e Matteo Ricci, nella storia degli scambi culturali tra oriente e occidente, hanno svolto un ruolo molto importante”. L’agenzia stampa cattolica continua riportando la “storia di Matteo Ricci e Hangzhou/Suzhou”, raccontata dal Presidente Xi durante il G20, che si è tenuto a inizio settembre nella città di Hangzhou, provincia del Zhejiang. “L’italiano Matteo Ricci e’ arrivato in Cina nel 1583. Nel 1599 raccontava: “in alto c’è  il paradiso, in basso ci sono Hangzhou e Suzhou”.

Dopo queste belle considerazioni sull’amicizia di popoli e civiltà e sul contributo che la Chiesa può dare per la comprensione reciproca e la pace, l’articolo invita nuovamente i fedeli a pregare per le vittime del terremoto, “perché nella preghiera possiamo stare più uniti”. Un grazie ancora e di cuore ai nostri amati fratelli cinesi, per la testimonianza luminosa della loro fede in Cristo!

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Crollano le case e le chiese ma l’Italia rimane in piedi

Don Francesco Pesce

Ancora crollano le case e le chiese; cadono anche i negozi e i luoghi di ritrovo della popolazione; grazie a Dio nessuna vittima.  Alle 7,40 ancora una scossa molto forte in Italia centrale. La città di  Norcia è la più colpita ; è crollata anche  l’antica  cattedrale di San Benedetto, come pure la chiesa di Santa Rita. Eppure in questo zone così provate dal 24 agosto fino ad oggi, in queste terre dove San Benedetto e Santa Rita hanno testimoniato il vangelo, si è visto oggi, pur nelle tenebre della paura, un grande segno di vita e di speranza.

Tutti scappavano dalle loro case e si sono ritrovati nella piazza del paese. Abbiamo visto monaci e suore che pregavano inginocchiati per terra; ragazzi e ragazze che pregavano anch’essi; anche chi non era credente era li, fratello e sorella in umanità per testimoniare il dolore di un intero paese, ma anche e soprattutto la solidarietà concreta, il desiderio di ricominciare tutti insieme.

Ho ringraziato il Signore per questa unità cristiana e laica che rappresentano la parte più bella del nostro paese. Chissà perché ,mi è venuta alla mente la bella Italia di Peppone e don Camillo; ho ricordato poi le tante splendide storie di un Italia familiare  e solidale, stretta in un unico abbraccio nella tragedia di ben due guerre mondiali o durante gli anni di piombo del terrorismo. Penso anche a questo nostro grande paese, che pur nelle sue difficoltà economiche ha da subito aperto le braccia e il cuore per accogliere i migranti e i richiedenti Asilo.

La cronaca di queste ore ci racconta di una Italia provata e addolorata. La storia ci racconta invece di un Italia a volte abbattuta ma mai sconfitta; un Italia con le sue piazze e le sue chiese, i suoi cittadini e i suoi preti, un Italia  dove si spera, si prega e soprattutto si ama.


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Una realtà fragile ma già eterna

Una riflessione spirituale dopo il tragico terremoto in Italia centrale

don Francesco Pesce

Un interminabile elenco di nomi. Il vescovo di Rieti ha iniziato la Messa funebre per le vittime del terremoto di Amatrice e di Accumoli, leggendo uno per uno i nomi dei caduti. Nomi, storie, volti, famiglie spezzate. Mi è venuta in mente la scena biblica in Galilea sul lago di Tiberiade descritta al capitolo 21 del Vangelo di Giovanni. In quel passo alla fine del racconto evangelico, dopo la crocifissione di Gesù’, nessuno parla e nessuno sa cosa fare o cosa dire. La situazione è pesante, Gesù era ormai morto e le speranze andavano esaurendosi. Pietro prende l’iniziativa per togliere se stesso e gli altri dall’imbarazzo e dice “io vado a pescare” (Gv 21,3) e così la vita di prima sembra ricominciare. “ma in quella notte non presero nulla” (Gv 21,3).

Quante notti nella Bibbia, nella vita, nei nostri giorni; quanta fragilità nelle nostre vite nelle nostre famiglie; è una fragilità naturale di una natura corrotta dal mistero del male e del peccato. Gesù ci chiede ancora di gettare la rete, di continuare a vivere e sperare. La rete della nostra vita è destinata a riempiersi, perché è gettata sulla Parola del Risorto, anche se gli apostoli non lo avevano riconosciuto, anche se a volte davanti alle tragedie, non ce la facciamo perché la vita non è un principio da difendere ma una grande avventura da svolgersi con l’aiuto della Grazia. Noi crediamo che arriva sempre un alba nuova dove si può gridare “è il Signore”(Gv21,7) – il grido di amore di Giovanni, o come nel Cantico dei Cantici “l’amato mio” (Ct2,8). Un grido di Pasqua, di amore che vince le tenebre della morte.

Mi ha colpito guardando alla televisione lo svolgimento dei funerali, che quasi tutti hanno fatto la Comunione, cosa non consueta ormai anche nelle grandi celebrazioni. C’era quasi un desiderio urgente e stringente di Pane del cielo, quello vero, quello di cui tutti abbiamo bisogno. “Signore, dacci sempre questo pane. Gesù rispose loro: Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete” (Gv6,34-35). Noi celebriamo infatti l’Eucaristia “nell’Attesa che  Egli venga”, perché   crediamo che un amore che muore, un amore che viene ucciso, ritrova il dono del Dio della vita.

Oggi abbiamo celebrato insieme a tutta l’Italia il corpo, anzi la carne. La parola carne, nella Bibbia,  indica  tutto ciò che è corruttibile, fragile, mortale. Tutta la fede cristiana è un  rapporto tra carnalità e spiritualità.  L’espressione “carne e sangue” è  un’espressione tipicamente ebraica per dire “fragile vita”. Nella “carne e sangue” Dio si fa debole, limitato e quindi accessibile perché assume la nostra  fragilità nella quale dona la Sua vita immortale. Oggi ad Amatrice e Accumoli ancora una volta abbiamo celebrato una realtà fragile, ma già eterna. Abbiamo celebrato  il “pane e il vino”, alimenti semplici della mensa dei poveri, segni della solenne  povertà degli uomini e di Dio. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” è ancora il grido che sale dai paesi devastati dal terremoto, da queste terre che hanno impresse le impronte di  San Francesco e san Benedetto. E’ un grido che già è stato ascoltato da Colui che con l’amore ha vinto la morte. “Dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano. Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato.”(Ez 37,9-10)