ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Stefano primo martire, i Santi Innocenti, i martiri di ogni tempo; una storia che porta molto frutto

Un buon terzo del libro degli Atti degli apostoli ci racconta le vicende della Chiesa di Gerusalemme: una comunità unita, che condivide i beni materiali e la vita spirituale, sotto la guida degli apostoli. Poi arriva il martirio di Stefano e la prima grande persecuzione; e questa bella unità incomincia a disgregarsi. È certamente un trauma, ma anche l’inizio di una fase nuova, di apertura al mondo, come narrano gli Atti al capitolo 11,19-26.

Dopo il martirio di Stefano, Filippo va in Samaria, Saulo sulla via per Damasco riceve il mandato dal Signore, Pietro va  tra Lidda, Giaffa e Cesarea.

Ad un certo punto alcuni arrivano ad Antiochia. All’epoca si trovava in Siria, oggi nel sud della Turchia; era una città molto grande, un incrocio importante nelle rotte commerciali e politiche dell’epoca. Qualcuno di coloro che erano stati scacciati da Gerusalemme al tempo della persecuzione decide di annunciare anche lì il Vangelo;

Cosa accade ad Antiochia? mentre alcuni continuano a rivolgersi solo agli ebrei, altri prendono la decisione di annunciare la Parola anche ai greci, cioè ai pagani. È una scelta importante, che apre gli orizzonti della missione; eppure non è stata presa dalla Chiesa ufficiale che stava a Gerusalemme, ma da un gruppo di persone di cui non conosciamo neppure il nome! Non in contrasto né in polemica con la Chiesa madre di Gerusalemme; semplicemente in modo indipendente.

All’origine della comunità di Antiochia, che diventerà il punto di partenza di tutti i viaggi missionari di Paolo, non c’è uno dei grandi nomi della Chiesa nascente. Del resto, non è forse stato così anche per Roma? Quando Pietro e Paolo vi si recano, ci sono già non poche comunità cristiane, fondate non sappiamo da chi. “La nascita della Chiesa  di Antiochia, la prima comunità cristiana “mista”, composta cioè di ebrei convertiti e di pagani,  non è stata programmata e non va attribuita a protagonisti ufficiali”; non si tratta però di un’iniziativa estemporanea, campata per aria; “la mano del Signore era con loro”: non c’era l’ufficialità da parte di Gerusalemme, ma c’era la presenza del Signore.

La Chiesa madre di Gerusalemme sente parlare dell’accaduto e manda Barnaba ad Antiochia  a vedere cosa succede:

Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta al Signore (At 11,22-24).

Qui dobbiamo fermarci e imparare. Anzi, contemplare lo stile pastorale di Barnaba. È l’esempio più bello di missionario, di pastore, di guida, di educatore, di maestro. Viene infatti mandato ad una Chiesa che è nata da sé, come abbiamo visto; e per prima cosa non dice: fermi tutti, che sono arrivato io! Ora vi insegno come si fa ad annunciare il Vangelo!

No, Barnaba non è questo tipo di persona. Barnaba non cambia nulla di quello che trova, anzi esorta a perseverare. Perché? “Quando giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò ed esortava tutti a restare fedeli al Signore”. Barnaba arriva in questa comunità diciamo sui generis e per prima cosa riconosce che la grazia di Dio è già all’opera; “la mano del Signore era con loro”, e Barnaba lo nota! Egli vede il bene che c’è già e ne è felice.

Com’è bello incontrare qualcuno che riesce a riconoscere e  a gioire per il bene degli altri e soprattutto riconosce che la Grazia è già all’opera! A volte c’è uno di stile di annuncio cristiano insopportabile, dall’alto in basso che pensa di portare lo Spirito che invece sempre ci precede; il nostro compito non è quello di portare lo Spirito ma di aiutare a riconoscerne la presenza.

Ma il racconto degli Atti non si ferma qui; non si accontenta di dirci come Barnaba si comporta; ci spiega anche perché ha reagito così, giunto ad Antiochia. Dice, traducendo alla lettera: “perché era un uomo buono e pieno di Spirito Santo e di fede”. È capace di valorizzare gli altri perché è un uomo buono (non lo fa per opportunismo e neppure per finta); ed è buono perché pieno di Spirito Santo e di fede.

Lo dirà  anche Paolo, nella lettera ai Galati: se uno è veramente pieno dello Spirito di Cristo, porta frutti di “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”; (Gal 5,22).

Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: lo trovò e lo condusse ad Antiochia. Rimasero insieme un anno intero in quella Chiesa e istruirono molta gente. Ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani (At 11,25-26).

v.26b. Mentre tra di loro si chiamano fratelli, credenti , discepoli (ben 29 volte), santi, santificati  salvati (2,47) e “quelli che sono della via”; dagli altri (pagani) vengono denominati «cristiani».

 Ciò significa che: 

a) il titolo Cristo era ormai praticamente diventato un nome proprio;

b) il legame dei cristiani con Gesù appariva, persino ai pagani, indispensabile; uno era cristiano  perché era di Cristo possiamo dire. Questa identificazione purtroppo è una cosa non affatto scontata.

come nasce allora una comunità cristiana? tre sono i fattori determinanti : l’azione di Dio, la collaborazione di una comunità cristiana già costituita e la libera accoglienza delle persone.

Ci sentiamo Chiesa, cristiani in questo modo? Per Grazia o forse per ricompensa di qualche merito ?

dono da accogliere o diritto da far valere?

frutto del seno del Padre o prodotto delle nostre alchimie pastorali?

Vocazione, chiamata che ci responsabilizza  o privilegio che ci contrappone agli altri?

Considerando poi le cose da parte di chi lo trasmette, emergono alcuni fatti che danno da pensare.

Il soffrire per la fede anziché spegnere le energie, rinvigorisce il dono del Signore

Il dovere di annunciare Gesù non richiede alcun mandato ufficiale esplicito: è insito nel fatto stesso di trovarmi, per la fede e il battesimo, discepolo di Gesù (i primi evangelizzatori di Antiochia sono semplici battezzati: v. 20).

Tutti, anche i cosiddetti lontani, sono per definizione destinatari dell’annuncio cristiano (v. 20) e dunque a tutti bisogna rivolgersi.

Evangelizzare è dire Gesù (v. 20).

È la fraternità che attrae, contagia alla fede, non l’organizzazione.

E’ la capacità di incoraggiare il bene come fa Barnaba, più che il controllo, che ottiene i risultati (v. 24).

Saper coinvolgere le persone giuste al posto e al momento giusto e lavorare insieme sono spesso, di fatto, la strada dello Spirito.


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Gesù Cristo si è fatto povero per voi

Riflessioni sul messaggio di Papa Francesco sulla Giornata Mondiale dei Poveri.

Oggi  nella 33.ma Domenica del Tempo ordinario  celebriamo in  tutta la Chiesa Cattolica insieme agli uomini di buona volontà la sesta Giornata Mondiale dei Poveri, che Papa Francesco ha voluto istituire  e che aveva già annunciato al termine del Giubileo della Misericordia. Come segno di condivisone, il Papa anche in questo anno ha invitato  a pranzo numerosi poveri nell’Aula Paolo VI, l’aula delle udienze che porta il nome del grande pontefice della Populorum Progressio, dopo aver celebrato la Messa in San Pietro. Ieri sono state celebrate numerose Veglie di preghiera in particolare in memoria di San Lorenzo, martire romano che ha riconosciuto i poveri, come vero tesoro nella chiesa.

“Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste” (Messaggio per la I giornata mondiale dei poveri al n 6).

“Non amiamo a parole, ma con i fatti” era  il titolo del primo messaggio di Papa Francesco per questa giornata. Il Papa parlò dei “mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte della schiavitù, dall’esilio e della miseria, dalla migrazione forzata” ( n 5).

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Quest’anno nella sesta edizione di questa giornata il titolo è:”Gesù Cristo si è fatto povero per voi” (cfr 2 Cor 8,9).

Così scrive il papa:” La povertà che uccide è la miseria, figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita. È la miseria che, mentre costringe nella condizione di indigenza estrema, intacca anche la dimensione spirituale, che, anche se spesso è trascurata, non per questo non esiste o non conta. Quando l’unica legge diventa il calcolo del guadagno a fine giornata, allora non si hanno più freni ad adottare la logica dello sfruttamento delle persone: gli altri sono solo dei mezzi. Non esistono più giusto salario, giusto orario lavorativo, e si creano nuove forme di schiavitù, subite da persone che non hanno alternativa e devono accettare questa velenosa ingiustizia pur di racimolare il minimo per il sostentamento.”(n 8)

Non sorprende la scarsa attenzione data, anche in alcuni settori  della Chiesa, alla proclamazione di questa giornata mondiale. Non sorprende ma amareggia, e tutti siamo chiamati a reagire con forza alla indifferenza verso i poveri.

Chi ha molti denari e molte sicurezze rischia di vivere come gli «spensierati di Sion» di cui parla il profeta Amos, e si costruisce un mondo tutto suo, e anche se alla sua porta ci sono migliaia di Lazzari nemmeno se ne accorge. L’ epulone dei nostri anni a volte se ne accorge e allora fa qualche elemosina per i poveri, dona qualche vestito vecchio che non mette più, pur di non avere il disturbo dei Lazzari alla sua porta.

In tutte la Chiesa cattolica si legge spesso la parabola del Ricco Epulone ma domani Lazzaro starà come oggi. Niente cambia. Purtroppo il messaggio di Gesù è stato spesso imprigionato nel sistema e lo abbiamo un po’ reso innocuo; non incide più nella nostra vita reale. Questo è l’abisso di cui parla  il Vangelo. Inoltre tutti vediamo che l’abisso tra i Lazzari e gli epuloni si è allargato e si sta allargando a dismisura.

Noi epuloni abbiamo da secoli deciso che non si può consentire la promiscuità tra chi è dentro e chi è fuori. Lazzaro deve stare fuori dal sistema, dalle nostre città, la Bibbia direbbe dall’accampamento. Lazzaro poi non solo è escluso ma deve essere anche convinto che sia normale così, che sia giusto. L’esclusione lo tocca dentro, nella coscienza.

La nostra società però dice di ispirarsi ai grandi principi del Cristianesimo, dell’ Illuminismo, della democrazia e allora prova ( fa finta?) ad inserire dentro di se Lazzaro l’escluso, ma non ci riesce, perché dovrebbe contestare se stessa nei propri principi costitutivi. Gli immigrati sono i Lazzari del ventunesimo secolo e noi sappiamo solo allargare il fossato.

I cristiani e tutta l’umanità, non si dimentichino che Dio sta dalla parte dei Lazzari, anzi Dio in questo mondo è Lazzaro. Gesù è andato fra gli immondi per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare le nostre città, il nostro sistema, e scoprire che il vero Lazzaro, il vero immondo è proprio il sistema. Questa è la rivoluzione cristiana. Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli esclusi perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi, perché sappiano che la dignità e’ un loro diritto inalienabile. Il sistema poi ha provato ad addomesticare Gesù “promuovendolo” a tutore dell’ordine ma Lui si è divincolato, andando contro ad un sistema che esclude, ribellandosi al potere politico/religioso e a quello economico. Per questo è stato crocifisso come un Lazzaro qualunque: “Come un delinquente voi lo avete appeso ad un legno” dice Pietro, nel primo discorso dopo la Pentecoste. Le Beatitudini ci dicono che i Lazzari hanno già vinto in Cristo la loro battaglia di dignità. Ora ci stanno venendo incontro, e sono milioni. Non ci vogliono distruggere, ma dirci la Parola della salvezza che è stata loro affidata. Beati i Poveri perché vostro è il Regno di Dio dirà Gesù. Vostro è il segreto della vita.

Le ricchezze non sono un fine, ma uno strumento nelle mani degli uomini; spesso sono diventate uno strumento iniquo perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e assoggettare interi popoli al controllo di alcune elite. Siamo arrivati nella storia perfino allo sterminio programmato e calcolato dei poveri, come ricorda ancora il profeta Amos. Grazie a Dio il progresso culturale dei popoli sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile. Gesù invita i suoi discepoli ad essere “scaltri” nell’uso delle ricchezze. Chiede ad ognuno di noi un diverso rapporto con le ricchezze sia sul piano individuale che in quello comunitario. Proprio per questo non può più bastare il gesto privato della elemosina; bisogna agire perché la ricchezza possa diventare uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli; questa è la concretezza del vangelo, che per sua natura è un fatto sociale. La storia ci insegna che non pochi si sono allontanati dalla Chiesa e dalla fede, perché hanno ricevuto una cattiva testimonianza nell’uso del denaro e delle ricchezze. Assistiamo poi in questi anni come cristiani e cittadini del mondo a due fatti molto importanti. Papa Francesco sta testimoniando la possibilità concreta di una Chiesa povera per i poveri, ed è uno straordinario dono del Signore, un esempio che ci stimola a sempre nuova conversione. Inoltre al contempo assistiamo al fatto che molti poveri, si stanno -potremmo dire così- riprendendo il vangelo, spesso a loro nascosto, dietro parole di circostanza e umilianti elemosina. I poveri oggi sono coscienti che il vangelo è prima di tutto per loro, e non sono più disposti ad aspettare per i loro diritti e la loro dignità. Rileggiamo e meditiamo attentamente a questo proposito le parole profetiche di don Primo Mazzolari, prete povero tra i poveri al quale papa Francesco renderà onore, pregando sulla sua tomba fra pochi giorni:” io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare; i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure c’è chi tiene la statistica dei poveri, e ne ha paura; paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.” Sta già avvenendo.


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La bellezza che vive nel mondo più forte della morte

Riflessione nella Festa di Tutti i Santi e nella Commemorazione dei defunti 

Contempliamo in questi giorni  il mistero dei Santi , la cui umanità, come per tutti noi  è abitata da una luce profonda, da un mistero più grande di noi  e che al termine della loro vita terrena sono entrati nella Gloria del Padre.

Nella vita cristiana che è un cammino di santità tutto può essere Gloria; in una esistenza vissuta per gli altri, lì c’é la gloria di Dio. In  una persona che con fatica vive i suoi giorni sempre guardando all’orizzonte dell’eternità, lì c’è la Gloria di Dio. In chi è misericordioso e perdona, c’è la Gloria di Dio.

La festa di tutti i santi. Origini e significato | San Francesco - Rivista  della Basilica di San Francesco di Assisi

“E’ bello”, dirà  Pietro a Gesù quando per un istante svelerà il compimento della Gloria, il nostro destino di santità. E’ bello, aveva detto Dio mentre la donna e l’uomo uscivano dalle sue mani plasmati di fango e di Spirito Santo. C’è una bellezza che ti appartiene quando sei all’inizio, e sei un bambino innocente e c’è una bellezza più sporca ma più vera quando sei adulto, e malgrado tutto quanto la vita ti abbia fatto fare non è riuscita a cancellare quella bellezza primitiva che ti appartiene in quanto Adamo di Dio. Per questo possiamo andare nel mondo senza paura e liberi da ogni condizionamento.

Noi crediamo che quel Dio che ha creato l’universo, che ha dato la bellezza ai fiori, che ha dato le stelle al cielo, e il cielo alle stelle, e che ha dato la vita anche a noi, questa vita già la custodisce per sempre con sé. Dice la Liturgia: “ai tuoi fedeli Signore la vita non è tolta ma trasformata”. Gesù Cristo è colui nel quale si è compiuto il mistero del morire e del vivere. La resurrezione è la Buona Notizia di Gesù Cristo.

Però questa Buona Notizia dobbiamo viverla e saperla gustare ogni giorno, come il pane quotidiano, perché Gesù ha fatto così e questo ci ha raccomandato. Quando Lui dava la vista ai ciechi era già resurrezione, quando dava il pane agli affamati era già resurrezione. Quando di fronte a Pilato diceva: “Tu non hai nessun potere se non ti fosse dato dall’alto” spezzava le catene dell’impero romano e di ogni impero, ed era già resurrezione. Gesù prima ancora di vivere in se stesso il dono della vita da parte del Padre, ha liberato da tante morti quotidiane.

Noi cristiani dobbiamo ringraziare la filosofia che riflette sul mistero della vita e la scienza che tenta di rendere il vivere e il morire più dignitosi, ma non possiamo rassegnarci ad accettare nessun sepolcro.

Noi crediamo che la morte non sia un evento naturale, ma l’evento di una natura corrotta dal mistero del male e del peccato; noi crediamo che la gioia, la felicità, la vita sono un evento naturale. Noi siamo fatti per la vita, questa è la nostra natura. Gesù Cristo “vero uomo” significa non soltanto il grande dono della Incarnazione nella notte di Natale, ma vuole dire anche “uomo vero”, l’uomo come Dio lo aveva pensato e creato, cioè immortale.

Nel mistero della nostra Redenzione abbiamo il Sangue e le lacrime: il Sangue del Figlio, le lacrime della Madre. Pensate, che cosa straordinaria, un luogo, il Calvario ai piedi della Croce, dove il Sangue e le lacrime si incontrano.

Gesù, sulla strada di Naim, si è fermato davanti alla bara del figlio unico, per le lacrime di quella povera madre. Il pianto di Marta e di Maria lo commuovono al pianto prima ancora che al miracolo. Ogni volta che una mamma piange, dove qualcuno piange per amore, lì ci sono il sangue e le lacrime di Gesù e di Maria.

Il Risorto non si è fermato al pianto ma ci invita ad andare oltre: “Donna perché piangi, chi cerchi?” (Gv 20,15 ) Ognuno di noi deve recuperare la fede che è in quel “chi cerchi?” tante volte espresso nella Scrittura. Non dobbiamo mai smettere di cercare; cercare insieme e non tra i morti ma tra i viventi come ci insegna il Risorto.

Gesù Cristo è venuto per ridarci la vita per sempre, nell’attesa di poterLo un giorno incontrare: “Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10 )


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Una antica storia di amicizia tra Cina e Italia

Abbiamo partecipato pochi giorni fa sabato 22 Ottobre ad una serata per ricordare i 52 anni delle relazioni tra Italia e Cina; a questa lunga storia di amicizia hanno contribuito anche tanti cattolici italiani tra i quali spiccano per importanza Matteo Ricci e il Beato Padre Gabriele Allegra che si sono distinti non solo come annunciatori del vangelo ma al contempo come tessitori di relazioni autentiche e durature che ancora oggi portano molto frutto. Di seguito il nostro intervento

Buonasera, è con grande gioia e un sentimento di gratitudine per questo invito che rivolgo un breve indirizzo di saluto e una semplice condivisione con tutti Voi, Fratelli e Sorelle cinesi e Amiche e Amici della Cina!

Come molti di Voi sanno, la storia dei rapporti tra Italia e Cina è antica e ricca di scambi prima di tutto culturali e spirituali, oltre che economici e commerciali. Come sacerdote che ha da tempo a cuore la Cina, mi fa molto piacere che nella tessitura e nel consolidamento di questi rapporti tante figure di religiosi e missionari cattolici italiani abbiano avuto un ruolo di primo piano, riconosciuto e apprezzato ancora oggi anche dal Popolo Cinese.

Una pietra miliare del rapporto di amicizia tra noi e la Cina – non perché l’unica, ma perché tra le più conosciute anche tra i non specialisti e sinologi – è stata certamente la figura del gesuita Matteo Ricci. Giunto in Cina nel 1583 con il confratello Michele Ruggeri, fonda la prima stazione missionaria nel Paese e nel 1601 ottiene il permesso dall’Imperatore di fermarsi a Pechino.

Passando attraverso una conoscenza approfondita della lingua e della cultura cinese, Matteo Ricci  è stato – potremmo dire – innanzitutto un grande amico del Popolo cinese, prima ancora che annunciatore del Vangelo. Ne volle capire il pensiero e la spiritualità e abbracciare usi e tradizioni antichissimi, nella speranza di “entrare” meglio, vivere meglio in mezzo a questo Popolo, forse nella speranza anche di essere così più benevolmente accolto e compreso. Approfondendo sempre di più la conoscenza della cultura cinese, contribuì a uno scambio di conoscenze sul piano scientifico, culturale, filosofico e religioso con la Cina del tempo. Un atteggiamento di grande rispetto, apertura, dialogo e amore verso la Cultura cinese. Da questa profonda amicizia, Matteo Ricci ha desiderato donare al Popolo cinese quello che di più caro un cristiano può avere: Gesù Cristo, Salvatore del Mondo.

Così scriveva San Giovanni Paolo II, di cui proprio oggi ricorre la festa liturgica (citazione): “Vero umanista, dotato di cultura filosofica, teologica ed artistica e, al tempo stesso, provvisto di un notevole corredo di cognizioni matematiche, astronomiche, geografiche e di applicazioni tecniche tra le più avanzate dell’epoca, padre Ricci riuscì ad acquisire, con un impegno tenace, umile e rispettoso, la cultura classica cinese in un modo così vasto e profondo da fare di lui un vero “ponte” tra le due civiltà, europea e cinese. Frutti importanti in questa opera di mediazione culturale restano: i numerosi scritti in lingua cinese, portati a termine con l’aiuto intelligente e indispensabile dei suoi discepoli (soprattutto di Xu Guangqi e di Li Zhizao); il contributo di lui (e quello dei suoi collaboratori cinesi) all’introduzione e alla modernizzazione della scienza e della tecnica in Cina; le opere e le lettere scritte in lingua italiana sui vari aspetti della cultura cinese.”(fine citazione, dal DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO DI STUDI NEL IV CENTENARIO DELL’ARRIVO DI MATTEO RICCI 25 ottobre 1982)

Papa Francesco vuole bene alla Cina; così scrive nel Messaggio ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale, nel 2018 :” ho sempre guardato alla Cina come a una terra ricca di grandi opportunità e al Popolo cinese come artefice e custode di un inestimabile patrimonio di cultura e di saggezza, che si è raffinato resistendo alle avversità e integrando le diversità, e che, non a caso, fin dai tempi antichi è entrato in contatto con il messaggio cristiano. […].  È anche mia convinzione che l’incontro possa essere autentico e fecondo solo se avviene attraverso la pratica del dialogo, che significa conoscersi, rispettarsi e “camminare insieme” per costruire un futuro comune di più alta armonia”.

Come non ricordare a questo proposito  la figura, appena citata, di Xu Guangqi, figura di funzionario, educatore, agronomo, tanto caro a Matteo Ricci? Una storia di una bella amicizia tra oriente ed occidente. Significativo che Ricci e Xu non trascorsero molti anni insieme, solo tre anni circa. Mi ricorda il tempo trascorso da Gesù con i Suoi Discepoli – più o meno equivalente – ma che ha cambiato il corso della storia, la vita di tanti uomini e donne, del passato e del presente. Perché, quando i rapporti si fondano su valori profondi e universali, il tempo quasi non ha importanza. Quello che conta, che fa veramente la differenza, sono le radici, gli obiettivi e le prospettive su cui la relazione si fonda.

In questa storia basata sull’amicizia, mi piace anche ricordare la figura di rilievo di un altro religioso italiano, il Beato Gabriele Maria Allegra, frate francescano originario della Sicilia. Nato nel 1907, fu inviato missionario in Cina, dove arrivò nel 1931. Per più di 30 anni si dedicò anima e corpo alla traduzione completa della Bibbia in lingua cinese dai testi originali (ebraico e greco), che a quel tempo la Chiesa Cattolica in Cina ancora non possedeva. Con questo suo sacrificio di una vita voleva infatti “dare Cristo alla Cina e la Cina a Cristo”. Intuendo l’importanza del contributo cinese in questo arduo ma straordinario compito, fondò lo Studium Biblicum Franciscanum. Attraverso di esso, con l’aiuto di un gruppo di frati cinesi, completò la traduzione della Bibbia, che fu pubblicata nel 1968 ed è tutt’oggi la più usata e apprezzata tra i cattolici cinesi. E’ stato beatificato nel 2012 da Papa Benedetto XVI ed è per me fonte di quotidiana consolazione custodire nella mia parrocchia qui a Roma, dedicata a Santa Maria ai Monti, vicinissima alla Rettoria cinese di Via Panisperna, le Reliquie del Beato, sempre esposte alla venerazione dei Fedeli.

Proprio usando la traduzione del Beato Allegra, ho avuto la gioia di sostenere insieme all’Associazione Piccola Famiglia di Rimini, un piccolo progetto di distribuzione gratuita in Italia, per la Comunità Cinese, di 10.000 copie della prima versione cinese-italiano del Nuovo Testamento e dei Salmi, che siete benvenuti a ritirare nella mia parrocchia qualora desideriate riceverla. Mi fa anche piacere ricordare che nell’Ottobre 2018, in occasione del 50mo anniversario della pubblicazione della Bibbia del Beato Allegra, la Chiesa Cinese ha svolto a Pechino un Forum ecclesiale che ha visto la partecipazione di vescovi, sacerdoti, religiose e laici, che hanno condiviso esperienze e studi sulla traduzione, l’educazione, la spiritualità, l’evangelizzazione e la pastorale biblica. Solo qualche settimana prima, due dei vescovi che vi hanno preso parte – Mons. Giovanni Battista Yang Xiaoting, vescovo di Yan’An (Shaanxi) e Mons. Giuseppe Guo Jincai, vescovo di Chengde (Hebei) – avevano concelebrato la Messa domenicale nella mia parrocchia essendo venuti a Roma per partecipare al Sinodo sui Giovani indetto da Papa Francesco. Un’immensa gioia per la nostra comunità averli in mezzo a noi e bello per me concludere ripetendo qui, a Voi, Le parole dell’Omelia di Mons Yang, che vanno ben al di là dell’amicizia profonda che ci unisce: “Siamo una famiglia”.

Grazie.

Monsignor Francesco Pesce


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Eucarestia Pane per la Salvezza di tutti

E’ iniziato ieri 22 settembre, a Matera il XXVII Congresso Eucaristico Nazionale che si concluderà domenica 25 con la visita di Papa Francesco. Nella “Città dei Sassi” si ritroveranno circa 800 delegati arrivati da 166 diocesi italiane per vivere insieme con circa ottanta Vescovi, quattro giorni di preghiera, riflessione e confronto sulla centralità dell’Eucaristia nella vita del cristiano e della comunità. Il tema di questo anno è: “Torniamo al gusto del pane. Per una Chiesa eucaristica e sinodale”.

L’omelia del cardinale Zuppi ha fatto riferimento alla follia della guerra che stiamo vivendo, ricordando che il Pane Cristo Signore ci aiuta a trasformare le armi in falci. La Chiesa e il mondo hanno bisogno di questo Pane.

Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga

Il più antico testo sull’Eucaristia – la Lettera ai Corinzi (53/57) – ci parla del fatto che essa è in connessione con la morte di Gesù. Il Signore è morto, consegnandosi, lasciandosi prendere dai nemici, non chiedendo nessuna difesa agli amici. Celebrare l’eucaristia vuole insegnarci come vivere. Si vive consegnandosi, senza difendersi, come ha fatto Gesù, come hanno fatto gli apostoli. Una Chiesa che pensa a difendersi, non è più chiesa.

Vivere consegnandosi, è il Vangelo, è il percorso da compiere per avere la vita eterna. Noi infatti celebriamo l’Eucaristia “finché egli venga”, aspettando che Lui ritorni, credendo che la morte non lo ha sconfitto, perché chi vive consegnandosi per amore, ha una vita più forte della morte.

L’Eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’Eucarestia ad una devozione privata, intimistica, come se tutto potesse risolversi nel rapporto esclusivo tra me e il Signore, chiusi agli altri e alla storia

A questo proposito ci sono due pericoli sempre attuali.

Nel libro del Deuteronomio vediamo il pericolo della nostalgia di altri tempi: il popolo dalla dura cervice resiste allo Spirito. Ancora oggi alcuni come quel popolo, rimpiangono tempi di tranquillità, tempi della chiesa trionfante, quando le chiese erano piene e le liturgie fastose, gli ostensori così imponenti da “soffocare” la fragilità dell’Ostia Sacra; tempi che erano però, di ingiustizia, di potere, di denaro, di clericalismo, dove Cristo non c’era.

Il pericolo dello spiritualismo «E il pane che io darò è la mia carne». La vita di Dio non è al di fuori della realtà umana. Non ci può essere dono dello Spirito dove non ci sia anche il dono della carne.

 Gesù, dice precisamente, nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni: “Chi mastica la mia carne”. Il verbo masticare in greco è molto forte e significa “triturare, spezzettare”. Il Vangelo non è un ideale, ma la concretezza del pane e della carne.

Anche il Vangelo di Luca nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci ci offre una indicazione molto importante

 Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

Non c’è nessuno che, venuto al banchetto del Messia, sia costretto a tornarsene a digiuno. Anzi, ci sono dei pani che sono riservati a chi è rimasto fuori dalla mensa. Pensiamo, e preghiamo, per tutti i cristiani che vivono in situazione di persecuzione, e non possono celebrare l’eucaristia; preghiamo per chi non può accostarsi ai sacramenti e attende la misericordia del Signore e della Chiesa, non la durezza della legge; preghiamo per le chiese in terra di missione, dove il sacerdote arriva una volta al mese; preghiamo per tutti quelli che non hanno mai incontrato chi il Signore, e anche per coloro che si sono allontanati  per colpa nostra e delle nostre contraddizioni. Preghiamo perché al tavolo a cui Gesù si è voluto sedere, ci sia veramente un posto per tutti, e nessuno venga escluso, nessuno manchi; forse allora quello sarà il giorno in cui Lui ritornerà.


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Da soli si va più veloce, ma insieme si arriva più lontano

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 31 marzo 2021. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della Domenica di Pasqua

Don Francesco Pesce

La pietra era stata tolta dal sepolcro racconta il vangelo. Questa pietra è composta da tutte le pietre che i lapidatori di ogni tempo hanno scagliato con estrema precisione; poi è fatta anche di milioni di pietre scartate, da noi costruttori di grattacieli e di cimiteri. Ci sono anche le pietre che abbiamo lasciato cadere dalle nostre mani più per convenienza che per scelta. Cristo incomincia a morire molto presto.

La Pietra scartata dai costruttori è la stessa che oggi viene rotolata via. Il Padre non è intervenuto tutte le volte che l’hanno calpestata; non ha risposto nemmeno al grido sulla croce. Non era possibile, non era necessario; Cristo e tanti poveri cristi con Lui non sarebbero stati veri uomini. Adesso, nella Sua ora, il Padre ribalta la pietra perché: «È Lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita» (Prefazio di Pasqua i ).

Anche la corsa dei testimoni di quella mattina è stata un segno della Grazia. Non sapevano, non capivano ma lo desideravano più di ogni altra cosa; la fede è desiderio del frutto più proibito di tutti, la gratuità del dono della vita. Proibito dai nostri regolamenti che vorrebbero perfino che la risurrezione fosse qualcosa da meritare. Proibito dagli uomini non veri, che nascondono la morte, il dolore dietro le mura degli ospedali e le grate delle carceri, e ti dicono con superbia quando parli di risurrezione: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17, 32); la cultura che si pone al di sopra e non a servizio del vangelo, della vita, pensa di sapere tutto e invece non sa neanche gioire. La pietra ribaltata, fa crollare le mura, le grate, e chiude anche tutti i libri. A Pasqua solo si contempla e si ama. Da quel giorno poi siamo chiamati a stare tutti insieme alla Sua presenza, senza pietre tra le mani, senza giudizi sulla bocca; senza bastone ne bisaccia, l’evangelista Luca dice addirittura senza pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno. Così semplicemente con la fede, volendosi un po’ più bene, un grande popolo in cammino.

Racconta il vangelo che: «Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti». Mentre camminiamo nell’Attesa di poterlo vedere penso che dobbiamo fare come l’apostolo Filippo che desidera favorire l’incontro con il Risorto: «Capisci quello che stai leggendo» (At 8, 30) dirà al funzionario di Candace. Facilitare l’incontro con il Signore è già missione; essere ognuno di noi una presenza discreta che vuole tendere una mano, e aiutare il cammino, suscitando un dialogo. Proprio come Filippo che: «Prendendo la Parola annunciò a lui Gesù». Che sintesi efficace.

La Buona Notizia da annunciare, e che l’uomo del nostro tempo desidera anche senza averne piena coscienza, nel deserto di tanti giorni, è Gesù, non occorre aggiungere altro. Ecco allora il nostro compito; far vedere, dire, testimoniare come Gesù ha cambiato la nostra vita, come in concreto ha agito in me, e ha ribaltato anche la mia pietra. Nessuno abbia paura di non essere degno di annunciare o di ricevere, questa Buona Notizia di Gesù; e quando il Signore pare non rispondere, lo Spirito susciterà anche per noi incontri sorprendenti, perché è la Parola stessa che corre insieme a Pietro, Giovanni, e i testimoni di ogni tempo.

Perché da soli si va più veloce, ma insieme si arriva più lontano. Anche se è ancora buio.


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Un annuncio sempre nuovo e sorprendente

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 19 gennaio 2021. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. 

Il Vangelo della III domenica del tempo ordinario

Don Francesco Pesce

Gesù, inizia la sua missione con l’annuncio del Regno: «Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1, 15).

È conclusa la missione di Giovanni Battista, cioè il tempo dell’attesa e della preparazione ed è stato portato a compimento con Gesù Cristo. Ora è il tempo di “convertitevi” alla Buona Notizia. L’unica, perenne, buona notizia è quella dell’Amore.

Ecco, perché, il primo annuncio è sempre nuovo e sorprendete; ogni istante della nostra vita è davvero il momento favorevole per convertirsi all’amore. Andare verso l’altro, uscire da sé stessi, uscire dal proprio egoismo per farsi dono, e dedicare la propria vita, agli altri.

Ognuno di noi può essere buona notizia, può essere vangelo per qualcun altro. Il Vangelo non è una notizia che si trasmette attraverso le parole, ma è una notizia buona che passa attraverso l’uomo, attraverso le relazioni quotidiane. Ringraziamo il Signore per tutte le persone che sono state per noi buona notizia, testimoni di vangelo, preziosi compagni di strada per un tratto di cammino. Ognuno custodisce nel cuore, nomi e volti di questi inviati del Signore.

Nel Vangelo di Marco, subito dopo l’invito alla conversione, Gesù passa lungo il mare di Galilea e vede dei pescatori, Simone e Andrea e poi altri due, Giacomo e Giovanni.

Mi ha sempre colpito che i primi chiamati sono coppie di fratelli; il Signore cerca e chiama, dove le relazioni umane sono vere e vitali. Gesù non cerca leader solitari, oppure persone che vivono rapporti di convenienza, meschini gregari che si attaccano al carro vincente in quel momento, pronti a saltare su un altro carro appena cambia il vento.

Si avvicina e dice loro una sola parola: «Seguitemi» (Mc 1, 16-20). Questo ci aiuta a riflettere sulla nostra vocazione. Facciamoci una domanda sempre importante. La nostra scelta di fede è una cosa che abbiamo fatto da soli, di nostra iniziativa o è la risposta a una chiamata?

Il vangelo ci aiuta a capire circa l’origine della nostra fede. Quando c’è una chiamata, ci deve essere sempre un distacco da qualche cosa. Nel caso di Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, Gesù li chiamò e loro lasciarono le reti, la barca, persino il padre, lasciarono i garzoni e lo seguirono. Anche noi dobbiamo sapere che cosa abbiamo lasciato nel momento in cui siamo diventati credenti, cosa è cambiato nella nostra vita; abitudini, relazioni, idee, progetti, perché se non abbiamo lasciato nulla, se non viviamo nessun cambiamento dalla condizione di prima, allora la nostra vocazione sarebbe ambigua. Un certo distacco da ciò che si lascia ci aiuta a gustare meglio il dono che si è ricevuto. A noi spetta di mettersi dietro di Lui, senza sapere in un certo senso dove andare; solo Lui lo sa, perché è Lui che ci ha chiamati. Camminiamo come i discepoli verso la Pasqua, verso Gerusalemme, la città che uccide i profeti, pronti cioè a pagare un prezzo personale senza facili illusioni. Collaboriamo per essere costruttori di pace e fraternità sulla pietra angolare Gesù Cristo. Facciamo del crocifisso il fondamento della nostra vita, non un distintivo da mettersi sul petto e neanche un aggressivo strumento da scagliare contro il mondo che avrebbe smarrito Dio, perché invece il regno di Dio è in mezzo a noi.