ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Conto alla rovescia per la Resurrezione: Giovedì e Venerdi Santo

Monica Romano

Ogni anno aspetto sempre con ansia l’arrivo della Settimana Santa e in particolare del Triduo pasquale. Sono tre giorni intensi, dove riviviamo il cuore della nostra fede con grande intensità e profondità. Anche se c’e’ sempre molto lavoro da fare in parrocchia per organizzare tutto, sono giorni in cui riesco comunque a “fermarmi” e meditare con maggiore silenzio interiore e spirito di ricerca e contrizione i misteri della fede, in particolare il mistero della Croce, della riconciliazione e della Resurrezione di Cristo.

Come negli anni passati, il Signore ci ha fatto la grazia come comunità di vivere bene questi giorni. Don Francesco, parroco di Santa Maria ai Monti a Roma, i sacerdoti che lo aiutano, il coro, i giovani, le suore,  i catechisti, i chierichetti, le famiglie, i bambini – insomma tutti stanno facendo la loro parte affinché tutti celebriamo con intensità la memoria di questi ultimi giorni di Gesù. 

Come da tradizione in parrocchia, domenica abbiamo iniziato la Messa delle Palme dalla piazzetta, arrivando in processione un chiesa. C’era tanta gente, compresi i bambini, che sono stati bravi a cantare perfino qualche canto con il coro essendo seduti vicino a noi perché a causa di alcuni lavori una parte della chiesa non era agibile. 







Martedì e mercoledì le suore e don Francesco si sono attivati per prendere i fiori per l’Altare della Reposizione. Ieri, Giovedì Santo, un gruppetto piccolo ma attivo di noi giovani – Jiana, Rui ed io – ha sistemato i fiori, tutti rigorosamente bianchi con qualche piccola eccezione in rosa. Ci abbiamo messo tanto amore, cura e anche fantasia per valorizzare al meglio quello che avevamo, e con stratagemmi molto molto creativi. Tanti parrocchiani poi con grande generosità e puntualità hanno portato piante fiorite, rivestite in verde e bianco, secondo le indicazioni di don Francesco. Ci ha poi raggiunto l’altra Monica e di nuovo insieme – di fronte a una tazza di tè (purtroppo non cinese però!) – abbiamo preparato le letture e i canti per animare la meditazione fino alla mezzanotte all’Altare della Reposizione, subito dopo la Messa in Coena Domini. Dopo Monica “2”, e’ arrivato anche un altro dei giovani (o “giovani-adulti”, come sarebbe più preciso definire alcuni di noi!) per fare una prova finale dei canti da accompagnare con la chitarra durante la meditazione. Intanto, le signore del coro e Susanna la nostra organista – sempre (o quasi sempre!) puntualissime – si scaldavano la voce e “ripassavano” qualche canto in prepRazione della Messa di prossimo inizio alle 19:30.









Come sempre, la Messa è stata un momento molto bello, ricordando l’immenso dono di Gesù del Suo Corpo per nutrirci spiritualmente e darci un Cibo per la vita eterna e anche l’istituzione del sacerdozio. Non solo quello ministeriale – come notava don Francesco nell’omelia  – ma anche quello che accomuna tutti i battezzati. Secondo le indicazioni recenti di Papa Francesco, da quest’anno il Rito della Lavanda dei piedi e’ stato fatto non più soltanto a 12 uomini in ricordo dei 12 Apostoli, ma a un gruppo di persone, in rappresentanza di un po di tutti. Tra loro i nostri cari Gigi e Isa – Gigi e’ il ben noto Luigi Accattoli, veterano vaticanista del Corriere, ora in pensione, ma sempre prolifico e richiestissimo  scrittore di cose di Chiesa e di papi!


Alla fine della bella Messa ha avuto inizio il momento di silenzio all’Altare della Reposizione. Dopo aver spogliato l’Altare centrale secondo le indicazioni liturgiche e sistemAto le ultime cose sull’Altare della Reposizione grazie all’aiuto di Jiana, Rui e l’immancabile “tuttologa” Pina, intorno alle 21:30 abbiamo iniziato l’adorazione “animata” all’Altare della Reposizione. Monica, Vladimiro e io  intonavamo dei brevi canti – soprattutto di Taize’ – accompagnati dalla chitarra di Vladimiro. Abbiamo anche fatto qualche lettura (San Giovanni Crisostomo, San Colombano, San Giovanni Paolo II, il Beato Paolo VI, là Lumen Gentium) insieme a Rui, e altri giovani e parrocchiani che sono arrivati man mano – Laura, Marili, e Paola del Coro – mentre don Francesco si è reso disponibile per tutto il tempo per le confessioni. Lo abbiamo anche immortalato in una foto adempiere a questo sacro dovere sacerdotale. Ci sono mancati alcuni del gruppo giovani che non potevano essere con noi – Pietro, impegnato nella pastorale in un’altra diocesi, e Rob, anche lui in un’altra parrocchia. Ma sappiamo di essere stati vicini spiritualmente e di aver pregato reciprocamente. Siamo “riusciti” a chiudere la chiesa dopo la mezzanotte e mezza. Ancora tanti, anche giovani, entravano e tanti chiedevano di confessarsi.









Intanto, mia madre e mia zia, come da “tradizione di famiglia”, hanno fatto un pellegrinaggio per alcune chiese antiche di Roma, rimaste aperte fino alla mezzanotte per permettere appunto l’adorazione del Santissimo Sacramento all’Altare della Reposizione. Hanno fatto delle foto, che postiamo per mostrare come è bella e forte questa tradizione, a Roma e nella Chiesa, per enfatizzare la centralità che il Dono eucaristico ha nella vita dei fedeli. La mamma aveva anche preparato qualcosa di caldo e leggero per don Francesco, immaginando che dopo questa lunga maratona e al freddo della chiesa gli avrebbe fatto bene. L’abbiamo condivisa insieme a don Francesco, prima di terminare questa lunga ma bella giornata.








Oggi pomeriggio, Venerdì Santo, e’ giornata di grande silenzio. Gesù muore sulla Croce per noi, vittima dell’ingiustizia e dell’indifferenza del mondo, ma trasformando la sofferenza in un atto d’amore, luminoso, come rifletteva il grande Cardinale Martini in alcune sue meditazioni che abbiamo letto alle 15 durante la Via Crucis in parrocchia. Anche oggi pomeriggio c’era abbastanza gente, anche anziani, nonostante sia evidente che tanti sono partiti e che “del Venerdì Santo non importa tanto a nessuno oggi” – come mi faceva notare don Francesco. 




Tra un’ora sarò di nuovo in parrocchia, per la Liturgia della Croce alle 19:30. Dopo, come ormai avviane dal 2003, di corsa alla Via Crucis al Colosseo presieduta da Papa Francesco. Ringraziamo il Signore di farci vivere così, semplicemente ma con devozione, questi giorni. Per il dono della Sua vita e del Suo Corpo, restando in attesa della Resurrezione. 


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Ci accontentiamo di poco sperando nella Provvidenza: da una parrocchia del Benin

Con gioia pubblichiamo un post di don Igor Kassah, sacerdote del Benin che ha studiato a Roma presso la Pontificia Università Urbaniana e ha svolto servizio pastorale nella nostra parrocchia Santa Maria ai Monti, con grande dedizione e disponibilità. Un nostro carissimo amico che ricordiamo spesso con grande affetto e nostalgia e per il cui ministero preghiamo sempre. Qui pubblichiamo un suo primo e speriamo non ultimo blog post, corredato con foto. Una bella testimonianza dalla Chiesa del Benin.



Don Igor Kassah

Vorrei condividere con voi sul blog un evento bello che abbiamo vissuto pochi giorni fa. Ho celebrato il rito dell’entrata al catecumenato per 60 ragazzi e adulti che hanno cominciato il cammino cristiano all’inizio dell’anno pastorale. 

In questa nuova parrocchia di San Martino nella diocesi di Natitingou al nord della Repubblica del Benin ho 164 catecumeni  (dal primo anno al quarto anno di cresima.) Abbiamo una communità dinamica e giovane. Come amministratore della parrocchia,  lavoro con una decina di catechisti. La parrocchia ha solo un anno. Per ora abbiamo solo una chiesetta che contiene quasi 200 fedeli e la domenica disponiamo altre sedie fuori. Non abbiamo altre strutture per le riunioni, le prove di canto per diversi cori  (due cori in lingua francese, uno per i bambini, poi un altro per giovani. Ben 5 cori in diversi dialetti!). Ogni domenica anima la liturgia un coro diverso. Per ora ci accontentiamo del poco che il Signore ci ha regalato sperando che la Provvidenza ci venga presto in aiuto. Grazie di pregare per questo.





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La Chiesa di Roma vista dalla Chiesa in Cina: porte aperte in parrocchia!

Monica Romano

Sono venuti dalla Cina continentale per trascorrere alcune settimane in vari Paesi d’Europa e d’Italia un gruppo di carissimi amici sacerdoti impegnati nelle attività di carità e comunicazione della Chiesa cinese. Con un progetto alto e ambizioso – fondare una comunità religiosa – e venendo “da noi” per capire “come funziona”, per avere dei “modelli” e adattarli alle loro necessità e carismi e al contesto cinese. Per questo ci hanno chiesto di aiutarli a organizzare delle visite a diversi ordini religiosi e attività caritative. Non poteva naturalmente mancare la nostra parrocchia, Santa Maria ai Monti, con tutte le sue variegate attività e la rete di lavoro in raccordo con i diversi ordini religiosi sparsi sul territorio. Abbiamo potuto percepire quanto sono stati felici e arricchiti da tali visite, dal conoscere la dimensione contemplativa e meditativa della vita religiosa e parrocchiale e agli aspetti più pratici della pastorale e della carità. Sono da qualche giorno tornati in Cina continentale e già ci hanno scritto per ringraziarci ancora e inviarci un articolo pubblicato sul loro giornale cattolico Xinde 信德 o Faith nel quale riportano le tante cose che il parroco – don Francesco Pesce – ha raccontato loro circa la sua esperienza di vita, sacerdotale e parrocchiale. 



Don Francesco e’ nato nel quartiere di Prati e ed è entrato in seminario a 27 anni – spiega subito l’articolo, intitolato più o meno “don Francesco, un prete che apre le porte della chiesa”. Descritto come un sacerdote “dal volto tenero di un bambino”, e’ stato ordinato sacerdote il 25 aprile 1999 a 33 anni. Dal 2010 e’ parroco di Santa Maria ai Monti – spiega ancora padre John Ren, autore del pezzo e uno dei sacerdoti in visita a Roma – e ci ha guidato con un’accoglienza calorosa ed entusiasta a fare una serie di visite per alcuni giorni nel suo territorio parrocchiale. 



La prima cosa che padre John racconta e’ l’organizzazione in parrocchia di una scuola di italiano per i migranti iniziata lo scorso settembre. Le lezioni si tengono dal lunedì al venerdì, per due ore al mattino, in una sala parrocchiale. Padre John nota che essendo la maggior parte di coloro che partecipano alle lezioni di fede musulmana, don Francesco li fa entrare da una porta che conduce direttamente alla sala delle lezioni e non richiede la necessità di passare dalla chiesa. Un giorno però il parroco si è dimenticato di aprirla rendendo necessario il passaggio dalla chiesa. Questo ha causato un sentimento di disagio tra alcuni migranti, che scusandosi hanno chiesto a don Francesco sempre l’apertura della porta secondaria. “Sono io che devo scusarmi” – così padre John riporta le parole di don Francesco ai migranti. Il sacerdote cinese racconta anche di aver potuto assistere un giorno a una lezione, accompagnato da don Francesco. Lo ha colpito un gesto di attenzione e premura del parroco.  “Dopo essere entrato, don Francesco si è reso conto che la stanza non era sufficientemente riscaldata” e  allora ha acceso una piccola stufa. Padre John e’ rimasto poi colpito che don Francesco, “per aiutare i migranti a risolvere i loro problemi di alloggio, ha perfino diviso il suo appartamento”.



L’articolo continua raccontando ancora diverse attività caritative portate avanti da don Francesco, incentrate sulla “cura sociale e il servizio ai poveri” – come è titolato un paragrafo dell’articolo. Tra queste il lavoro della onlus TherAsia, da noi fondata e ispirata a Santa Teresa di Gesù Bambino e alla beata Madre Teresa di Calcutta, al servizio dei poveri in Asia. E il più recente emporio, gestito con le suore di San Pietro Claver, che ogni sabato dalle 10 alle 12 distribuisce generi alimentari a più di 80 poveri (ora arrivati a 150 ndr). Anche se “possiamo fare di più” – dice senza imbarazzo e sorridendo don Francesco e riporta con enfasi padre John. 


Dopo aver brevemente descritto il territorio parrocchiale – “dove sono presenti otto ordini religiosi maschili e sette femminili”, impegnati nelle attività ordinarie come la celebrazione della Messa e varie opere di carità -, padre John descrive un’altra iniziativa di don Francesco che deve averlo colpito. Nel paragrafo dal titolo “il cuore di Dio e’ più grande del cuore dell’uomo”, padre John parla della concessione alla piccola comunità georgiana ortodossa di Roma dell’uso di una rettoria affiliata alla parrocchia per le loro attività liturgiche e pastorali, perché non avevano un luogo di culto. Poi ancora si sofferma sul servizio di don Francesco alle ACLI, spiegando ai lettori cinesi (che certo non le conoscono) che esse hanno tre scopi principali – su cui noi qui sorvoliamo, conoscendoli più o meno bene (si spera!).


“Tutti i giorni, la mattina alle 7:30, don Francesco apre la chiesa e la chiude più o meno alle 22”, perché “le porte della chiesa devono sempre essere aperte e accogliere la gente che vuole entrare” e “fermarsi a pregare”, specialmente i lavoratori (favorendo orari a loro adatti) e i turisti di passaggio. Padre John scandisce poi per i lettori i momenti principali della giornata di don Francesco: la mattina stare nell’ufficio per varie attività amministrative e il pomeriggio ricevere le persone; tenere vari gruppi come quelli per la preparazione al matrimonio, il catechismo, e la recita del rosario; le attività culturali e missionarie; l’oratorio (in realtà ci si riferisce precisamente al “calcetto per i bambini”); e varie attività nelle rettorie del territorio.



Dopo aver accennato alla straordinaria esperienza di don Francesco – la telefonata ricevuta inaspettatamente e con immensa gioia da Papa Francesco in risposta a una sua lettera – padre John fa un’ultima annotazione su don Francesco e la Cina. “Gli ho chiesto che suggerimenti avesse per i fratelli sacerdoti cinesi” e don Francesco mi ha risposto: “Prendersi cura il più possibile del popolo di Dio, condividere tutto con la gente; questi sono i fondamenti del Vangelo”.







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Non c’e’ festa se mancano figli e fratelli

Omelia della IV Domenica di Quaresima
Don Francesco Pesce
Dio dona la Sue benedizioni agli onesti e ai disonesti, fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Ha però una predilezione per la pecora smarrita, la pietra scartata, il figliol prodigo. Questo non dobbiamo mai dimenticarlo, come cristiani, che si rendono conto di necessitare sempre una nuova conversione, e come pastori del popolo di Dio.
Il Signore Gesù ci testimonia la paternità di Dio, Che ha mandato Suo Figlio per ricostruire un mondo secondo le misure dell’amore, dove anche la pecora smarrita, la pietra scartata, il figliol prodigo sono oggetto della cura, dell’attenzione e della misericordia del Padre. Un Padre Che desidera che tutti siano salvi – come rispondeva Papa Francesco a un bambino nel recente libro curato da Padre Spadaro SJ.
Il Vangelo di questa domenica di Quaresima ci rimanda al ben noto racconto del figliol prodigo. Convertirsi non significa diventare figli prodighi: significa superare come un’antitesi, tra i due figli, tra virtù e peccato, tra quelli di dentro e quelli di fuori, e superarla in una sintesi che è quella dell’amore, nella quale chi appartiene al mondo della virtù va al di là di se stesso, andando incontro allo smarrimento del figlio che ha lasciato il padre e sperperato i suoi beni. Ce lo spiega bene San Paolo nella Seconda Lettura: “Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione”. Dio ci ha perdonato riconciliandoci con Lui. Quindi Dio si aspetta e anche noi dovremmo aspettarci da noi stessi di perdonare gli altri. Addirittura S. Paolo parla di “ministero” che Dio ha affidato a ciascuno di noi.
Perché questa idea di conversione? Fondamentalmente per tre motivi. Il primo è che ognuno di noi appartiene contemporaneamente al mondo di tutti e due i figli del racconto evangelico. Nessuno può illudersi di abitare esclusivamente nella casa della virtù. Il secondo motivo risiede nel fatto di essere figli, che non deriva da nessun merito, ma e’ un dato di fatto e noi cristiani crediamo anche sia un dono gratuito di Dio. E siamo tutti figli, per il dono della Sua misericordia.
Il terzo motivo che ci deve spingere ad andare incontro al figliol prodigo, a chi ha sbagliato, è semplicemente perché Gesù ha fatto così. Non è l’obbedienza (soprattutto formale) a Dio (scambiato spesso per un padrone) che fa’ il cristiano, ma la somiglianza a Gesù, Che il Padre misericordioso ha mandato per salvarci; non sono i comandamenti lo specifico cristiano, ma le beatitudini.
Impariamo a capire e accogliere colui che è smarrito. E ricerchiamo con coraggio nelle nostre “virtù” anche il loro carattere spesso farisaico e settario, per entrare dentro un’altra misura della fraternità umana, basata sulla riconciliazione, come San Paolo, grande peccatore poi diventato l’apostolo delle genti, ci incoraggia a fare.
Non basta andare a mangiare con i peccatori e poi ritornare a casa nostra; non basta fare del Vangelo la norma di uno strano galateo di comportamento: questa è ipocrisia. Occorre eliminare ogni ostacolo sulla via della riconciliazione e fare della casa del Padre veramente la casa di tutti, dove nessuno sia scartato.
Il figlio prodigo si deve convertire alla virtù, il figlio maggiore alla misericordia.Il Padre aspetta ognuno di noi nel cammino mai concluso di questa doppia conversione. In cielo e in terra non si può far festa se manca anche uno solo dei nostri figli e fratelli.

 


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Perdono, fiducia in Dio e gioia – prima di tutto

Monica Romano


Meditazioni, riflessioni e condivisioni di un indimenticabile ritiro quaresimale 

Domenica scorsa II di Quaresima ci siamo incontrati per la prima volta come gruppo di “giovani-adulti” per provare a fare un cammino insieme, iniziando da una giornata di ritiro in preparazione della Pasqua. Subito dopo i vari arrivi in differita di ciascuno e un necessario caffè per iniziare con uno spirito ben sveglio la mattinata, ci siamo incamminati verso la splendida Chiesa di San Sebastiano al Palatino – a noi gentilmente riservata insieme alla grande sala interna e al giardino paradisiaco dove abbiamo trascorso la mattina sotto un sole meraviglioso. Guidati da don Francesco, parroco di Santa Maria ai Monti, eravamo Jiana, Laura, Monica, don Pietro, Rob, Rui e io (ben due Monica!). Dopo la recita delle Lodi, siamo stati guidati alla riflessione personale e alla condivisione di gruppo dalle meditazioni di don Francesco.

 

La meditazione della mattina era sul brano evangelico del Figliol Prodigo. Quella pomeridiana una riflessione sull’essenza e le sfide di una spiritualità cristiana. Riporto qui alcune riflessioni della meditazione mattutina sul Vangelo. Tra i tanti e profondi spunti di riflessione, don Francesco ci faceva notare che il figlio che ha sbagliato e torna su suoi passi viene prima di tutto perdonato, ben prima che il padre abbia modo di ascoltare le sue motivazioni, giustificazioni, spiegazioni…Tra l’altro, le motivazioni del ritorno sono molto concrete (il giovane aveva sperperato le ricchezze anticipategli dal padre e stava morendo di fame e di stenti), quindi non delle motivazioni diciamo così “spirituali” sembrano essere alla base della sua “conversione”. Tuttavia, noi cristiani dobbiamo anche  imparare a considerare le motivazioni di chi parte, di chi se ne va. Spesso una nostra cattiva testimonianza e’ alla base dell’allontanamento di qualcuno dalla Chiesa. La misericordia, che Papa Francesco ha messo al centro della sua vita di pastore (ricordiamo il suo motto episcopale: miserando atque eligendo) e poi anche di papa, e’ accoglienza reale, e’ un atto concreto, e’ restituire dignità piena. La veste e l’anello rappresentano bene la concretezza del perdono del padre. La parabola ci mostra anche come spesso vediamo con sospetto la felicità, la gioia, la festa, e invece notiamo la malizia di certi comportamenti anche laddove non ve ne e’ evidenza e ci soffermiamo più sul male che contagia piuttosto che sul bene che si propaga. Ciò equivale a snaturare il Cristianesimo, che è in primo luogo il “lieto annuncio”. Don Francesco ci ha invitati a interrogarci sulla nostra vita, su chi siamo o siamo stati: il padre, il fratello maggiore o il fratello minore…Molto probabilmente un po’ tutti e tre, in momenti o in circostanze diverse della vita.

 

Alla profonda meditazione di don Francesco, che a me e’ parso abbia aperto il cuore un po’ a tutti, e’ seguita una pausa di riflessione personale e poi la condivisione. Don Pietro notava come spesso abbiamo una pretesa nei confronti di Dio, di fare e decidere ciò che vogliamo noi. Spesso inoltre pensiamo di non essere degni, pensiamo ancora “da schiavi” e non da figli, come il Vangelo ci dice di essere. Il figlio maggiore ne è l’esempio, non si rende conto di essere in primo luogo figlio, perciò amato dal padre.. Laura si e ci domandava se veramente sappiamo cosa sia la misericordia. A volte non lo sappiamo perché non ne abbiamo potuto fare esperienza piena, in famiglia, nella vita… Tutti e due i fratelli per vie diverse non sanno amare, come anche noi, perché nella vita, nella famiglia non sempre l’amore ci viene trasmesso. Incontrando il Signore possiamo incontrare l’amore, di chi ci ama senza calcolo, dando la vita per noi. Ma anche questo è  difficile da capire, accettare, vivere. Il figlio maggiore pensa che la strada dell’obbedienza formale renda più “giusti” i suoi desideri, le sue aspettative. Il Signore sa che abbiamo bisogno di imparare ad amarLo. Sa anche che abbiamo necessità materiali, dei sogni e desideri profondi, perché li ha messi Lui stesso nel cuore dell’uomo. Tuttavia, i tempi e i modi del Signore non sono i nostri. Spesso ci sembra che la via del deserto, della schiavitu’ sia finalmente finita, invece ci ritroviamo a starci ancora dentro, di nuovo, dopo aver pensato che fossimo arrivati al traguardo. Forse non era ancora il momento, forse non avevamo capito niente o forse  cercavamo qualcosa di sbagliato, come il figliol prodigo. Come scriveva suor Faustina nel suo diario, Dio le dice: “Il mio amore non delude nessuno“. Dobbiamo cercare di fidarci di Dio, Che ha a che fare con la nostra continua incredulità, Che non ci destina a un perenne deserto, alla mortificazione, ma a un cammino, anche con i nostri desideri. Non dobbiamo nasconderci dietro un’idea un po’ ipocrita di obbedienza, ma dobbiamo aprire il nostro cuore a Dio e confidare in Lui.

 

Rui ci fa notare come il figlio minore abbia avuto il coraggio di dire “ho sbagliato” . Anche San Pietro ha tradito eppure il Signore gli ha affidato la Chiesa. Dobbiamo affidarci al Signore, Che si manifesta anche in piccoli gesti che possono cambiarci la vita. Rui ci confida di essersi spesso domandato, da cristiano: Perché la sofferenza? Qualcuno di molto importante nella sua vita e nel suo percorso di conversione gli ha fatto notare che neanche la via del Signore Gesù e’ tutta dritta. Monica ha sottolineato come sia difficile spesso realizzare, vivere la compassione, la misericordia. E come cristiani abbiamo molta responsabilità nel dare una cattiva testimonianza. Io riflettevo però che la misericordia, l’amore, il bene, hanno il potere di  contagiare e su questo dobbiamo lavorare. E’ facile e a tutti e’ venuta la tentazione di dire “e’ bello per noi stare qui; facciamo qui tre tende”, cioè fuggire, isolarsi dal mondo. Ma non è questo che un cristiano deve fare. Un cristiano deve stare in prima linea, nel mucchio. Certo è molto più difficile. Poi notavo come è vero quello che diceva don Francesco: il figlio arriva e il padre lo ha già perdonato, prima di tutto. Però è anche vero che il figlio riconosce di aver peccato, come diceva Rui. Quindi nessun peccatore e’ senza speranza. E soprattutto, prendiamoci la nostra parte di “responsabilità” – la cattiva testimonianza che può aver indotto qualcuno ad allontanarsi, come diceva Monica. Cercando di esercitare la misericordia come il Vangelo e Papa Francesco ci insegnano: non una forma di “buonismo”, ma “forti” della testimonianza che diamo e con “autorevolezza”. Rispondevo poi alla “provocazione” di don Francesco sulla felicità. I santi sono felici. Non ci sono santi che non lo siano, questo è una evidenza che dovrebbe farci riflettere. La Chiesa – cioe’ i preti, i religiosi – spesso hanno contribuito a costruire questa idea di un Cristianesimo “triste”, un po’ grigio, severo, intransigente, forse anche perché hanno per molto tempo relegato i laici ai margini. La fede invece è festa perché è qualcosa che non può non condividersi. In paradiso non saremmo felici se andassimo da soli. E il figlio maggiore non aveva capito che stare con il padre – cioè stare con Dio – e’ sempre, tutti i giorni, tutti i momenti, una festa.

 

Sono uscita da questo ritiro felice, rinfrancata da giorni faticosi e spesso difficili, e arricchita dalla profondità di pensiero e dalla testimonianza di vita e di fede dei miei cari amici che ho desiderato avere tutti insieme in questa giornata. Sono stata contenta di vedere che tutti erano  a loro volta felici e pur non conoscendosi in molti casi, sono riusciti subito a trovarsi in sintonia. Mi ha colpito ancora una volta che semplicemente, Vangelo alla mano e volontà di mettersi in ascolto di Dio e degli altri, abbiamo non solo condiviso dei “pensieri stupendi” e quella speranza (o quell’amore) che non delude, ma siamo riusciti a “fare festa”. Ci vuole veramente davvero poco, anche se poi è anche tanto, per essere felici.

 

 

 

 


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Il male: peccato, castigo o necessità di conversione?

Omelia della III Domenica di Quaresima
Don Francesco Pesce 
 
Due fatti di cronaca molto conosciuti (una rivolta di zeloti e la caduta di una torre, il cui basamento è visibile ancora oggi, in un quartiere di Gerusalemme chiamato Siloe) servono a Gesù per scardinare definitivamente  il nesso causale che ancora si credeva esistente tra il castigo di Dio  e  i peccati degli uomini.
Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico”.
 
Gesù nega decisamente ogni rapporto  tra i peccati, le disgrazie e i castighi di Dio. Tuttavia, con la stessa decisione afferma: “Ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.” Il Signore ci chiama a conversione, cioe’ a cambiare strada, rotta, a riorientare la nostra vita, piuttosto che ad avventurarci in superstizioni e millenarismi inutili e dannosi. Di nuovo vi incoraggio, in particolare in questo tempo di Quaresima, tempo favorevole: “Lasciatevi riconciliare con Dio!”. 
 
Come il Signore ha detto chiaramente, il male non viene dall’esterno, viene da dentro di noi. Questo vuol dire che il peccato si compie nel nostro cuore e noi siamo più o meno responsabili di esso (a seconda delle circostanze, della consapevolezza del nostro agire, ecc.) ed è spesso la causa o una delle cause della nostra e altrui infelicita’, del male che ci colpisce in prima persona o colpisce gli altri. Ecco cosa voleva dire il Signore, quando ci ammonisce a convertirci. Ci sta dicendo che se sono egoista, individualista o peggio ancora “corrotto” – come denuncia spesso Papa Francesco – mi faccio del male ma faccio del male anche agli altri. A chi mi sta vicino, alla società, al mondo….
 
Ci vuole – potremmo dire – una vera e urgente conversione personale e sociale, una riorganizzazione della vita comune, poiché si produce da una parte generando enormi ricchezze per pochi, e dall’altra terribili povertà per molti. Sono urgenti una conversione verso il bene di tutti, senza esclusione di nessuno, e un rapporto nuovo con il denaro e la natura. Dobbiamo in definitiva rispondere alla nostra originaria vocazione di uomini che vivono in armonia tra di loro con il creato e con Dio.
Il Dio di Abramo, di Mosè, rivelato in pienezza in Gesù Cristo, ha avuto pietà degli oppressi, ha ascoltato il grido dei poveri  e come ci ricorda la Prima Lettura di oggi, ha mandato  Mosè a liberare il suo popolo. La conversione è anche farsi alleati degli oppressi e contribuire alla loro liberazione. Non c’è pace senza giustizia. Non è uno slogan, ma uno dei fondamenti del Vangelo e un pilastro della Dottrina Sociale della Chiesa.
Come dicono esperti in vari settori al livello internazionale e come vediamo nella nostra esperienza pastorale, di educatori, di genitori, di tanti che cercano di dare una testimonianza cristiana nella società, siamo ormai a un punto senza ritorno. Siamo un po’ come l’albero di fichi ricordato dal Vangelo, alla cui base il padrone ha già posto l’ascia e  che deve essere tagliato. Per la misericordia di Dio però ci è concesso un tempo supplementare, affinché ciascuno di noi abbia la chance di un sussulto di dignità e contribuire a far ripartire una nuova umanità. “Padrone lascialo ancora questo anno finchè gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime.Vedremo se porterà frutto per l’avvenire, se no lo taglierai!”
Ricordiamo Giovanni Battista che  aveva detto: “Ogni albero che non porta buon frutto sarà tagliato e buttato nel fuoco”.  Gesù invece davanti a noi, al nostro peccato, al nostro egoismo, davanti alla natura violentata dall’uomo, offre ancora nuovo tempo per portare  frutto e ci aiuta come un umile contadino, curvandosi verso ognuno di noi.


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Sull’amicizia tra un sacerdote e una donna

Una bella amicizia durata oltre trent’ anni, di Papa Wojtyla con una donna – Anna Teresa Tymieniecka, filosofa americana di origini polacche – ci può aiutare a riflettere proprio sul valore dell’amicizia tra un prete e una donna. Wojtyla, come sappiamo, ebbe anche un’intensa amicizia con un’altra donna,  la psichiatra polacca Wanda Poltawska, sin dalla giovinezza, amicizia durata cinquant’anni.
Nella Bibbia e’ noto che ci si riferisca all’amore con il termine agape, che implica il dono gratuito di se stessi. Tuttavia l’amore cristiano include anche l’amicizia (philia) e la passione (eros), comprendendo quindi in se’ una vasta gamma di “accezioni”, quasi a indicare la completezza, forse anche la complessità, dell’agape e tutto il mistero del Dio amore. L’amicizia quindi e’ una forma di condivisione molto intima e molto profonda e non vi sono distinzioni tra i “generi” su come vivere una relazione d’amicizia. 
Nella Bibbia poi si parla molto dell’amicizia e sono anche numerosissimi i racconti di amicizia. Ammonisce per esempio il Libro del Siracide: “Il parlare dolce moltiplica gli amici e la lingua affabile trova accoglienza. Prima di farti un amico, mettilo alla prova, non confidarti subito con lui. L’amico fedele è solido rifugio, chi lo trova, trova un tesoro. C’è chi è amico quando gli è comodo, ma non resiste nel giorno della tua sventura. C’è anche l’amico che si cambia in nemico e scoprirà a tuo disonore i vostri litigi. C’è l’amico compagno a tavola, ma non resiste nel giorno della tua sventura. Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è peso per il suo valore” (Sir 6,5-15). È ancora: “Anche se hai usato la spada contro un amico, non disperare: potete tornare ancora amici. Se hai criticato un amico a tu per tu, non temere perché potete riconciliarvi; invece se l’hai insultato con arroganza, se hai tradito le sue confidenze o l’hai attaccato a tradimento, qualsiasi amico se ne andrà” (Sir. 22,21-22). Tra le più belle storie bibliche di amicizia vi è quella tra Rut e Noemi. Dice la protagonista del Libro biblico dalla quale prende il nome all’amica: “Perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te” (Rt 1,16-18).  Si può addirittura essere amici di Dio, come ci ricorda l’apostolo Giacomo a proposito di Abramo: “Si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio”(Gc 2,23). Gesù stesso proclamerà l’amicizia di Dio con l’uomo: “Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, ma vi ho chiamati amici”. (Gv15,14-15)
Non esiste nessun ostacolo o tantomeno proibizione a una amicizia tra un sacerdote e una donna. Come abbiamo visto, la Bibbia ha un concetto molto alto dell’amicizia e ne esalta il valore. Gesu’ poi aveva molte amiche. Spesso barriere all’amicizia tra un sacerdote e una donna possono essere di natura sociale, esterna, non “vocazionale”. Il sacerdote ha fatto dono dell’espressione del suo eros (non del suo eros in se’ ma del suo esercizio nel matrimonio) per potersi donare a tutti, mentre la donna amica esprime la sua vocazione a seconda del suo stato di vita nella famiglia, nella società, nella scelta religiosa. Vi è spazio in entrambi i casi per una relazione di amicizia, quindi.

Una parte dell’istituzione Chiesa e’ storicamente “misogina” ed è quella che non vede di buon occhio (oltre a non saper vivere e riconoscere come preziosa) l’amicizia con una donna. Notava anche Papa Francesco recentemente: “Poi, io dirò che un uomo che non sa avere un buon rapporto di amicizia con una donna – non parlo dei misogini: questi sono malati – è un uomo a cui manca qualcosa” (sul volo di ritorno verso Roma dal Messico).  Si tratta spesso di figure sacerdotali che vivono al loro interno una affettività non equilibrata e non di rado repressa, spesso estrinsecata da un rapporto ambiguo con il denaro e il potere, nascosta dietro il tradizionalismo e l’ossessione per la “liturgia” stravolta in spettacolo e puro formalismo. Vi sono poi problematiche collegate alla cosiddetta lobby gay dei sacerdoti, che all’interno di una certa parte della Chiesa ha vissuto per anni in maniera corrotta e mondana, contribuendo a una sorta di “emarginazione” se non anche di “demonizzazione” della donna nella Chiesa. Vi sono poi alcuni preti che sono gelosi dell’amicizia tra un sacerdote e una donna. In quanto più rara, tale amicizia si estrinseca spesso in un legame molto speciale e molto forte. Pensiamo agli esempi di grandi santi, come Chiara e Francesco. Proprio perché così speciali, certe amicizie suscitano gelosie e invidie tra i preti, soprattutto tra quelli che mai saranno capaci di relazionarsi con una donna, a causa di una vita spesa sin dall’adolescenza solo in mezzo ai maschi, barriere psicologiche, atteggiamenti difensivi, ecc. Alcune di queste figure di preti elencati fin qui sembrano ricordare il clero cui S.Antonio da Padova si riferiva nei suoi sermoni: “Prelati vestiti come femmine in cerca di marito”.

Vi sono poi residui (a dire il vero non tanto residui) di una mancata attuazione del Concilio circa il ruolo dei laici (quindi anche quello della donna) nella vita della Chiesa – soprattutto ai livelli istituzionali più alti – che portano ancora oggi alcuni fedeli e la gente in generale a guardare con sospetto e a volte anche malizia una relazione tra un sacerdote e una donna, secondo una logica di “divisione” dei sessi che vige ancora in certi ambienti ecclesiali. Il grande ruolo che le donne svolgono nella vita della Chiesa, tuttavia, nelle parrocchie, nelle istituzioni educative e di carità, a vari livelli le porta ormai da tempo a lavorare fianco a fianco ai sacerdoti e ai religiosi, instaurando proficui rapporti di collaborazione e spesso anche di amicizia, contribuendo a sradicare certe visioni e certi atteggiamenti chiusi e sospettosi.
La sana amicizia tra un sacerdote e la donna ha sofferto e soffre ancora oggi di alcuni condizionamenti esterni, non nuovi  e non ancora totalmente superati. Ma gli esempi dei santi del passato, del Signore nei Vangeli, e oggi di San Giovanni Paolo II e tanti santi sacerdoti che lavorano con le donne nelle strutture ecclesiali e per il bene della società invitano i sacerdoti e forse dovrebbero incoraggiarli a ricercare una bella e sana amicizia con le donne – le prime testimoni della Resurrezione, le nostre madri, coloro che con la preghiera, l’insegnamento e la carità mandano avanti le famiglie e soprattutto quella grande Famiglia che e’ la Chiesa, in seno alle quali nascono la maggior parte delle vocazioni sacerdotali. 



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Pellegrino di giustizia e riconciliazione in Messico

Riflessione sul recente pellegrinaggio di Papa Francesco  

“Voglio dire una cosa, una cosa giusta, sul popolo messicano. E’ un popolo di una ricchezza, di una ricchezza tanto grande, è un popolo che sorprende… Ha una cultura, una cultura millenaria…Voi sapete che oggi, in Messico si parlano 65 lingue, contando gli indigeni? 65! E’ un popolo di una grande fede, anche ha sofferto persecuzioni religiose, ci sono martiri – adesso ne canonizzerò due o tre – E’ un popolo, non lo si può spiegare. E un popolo non lo si può spiegare semplicemente perché la parola “popolo” non è una categoria logica, è una categoria mistica.” (Papa Francesco, conversazione con i giornalisti sul volo di ritorno dal Pellegrinaggio in Messico).

La “categoria mistica” del popolo può spiegare bene il senso del pellegrinaggio di Papa Francesco in Messico. Il Pastore universale cammina con il suo popolo, lo difende, lo incoraggia, si mette alla sua teste e, quando occorre, sta nel mezzo per condividere fino in fondo le sue sofferenze. E’ la croce infatti l’altra categoria mistica attraverso la quale possiamo vedere più in profondità questi giorni così intensi. 

Quando riflettiamo sulla Croce, dobbiamo liberarci da un condizionamento spiritualistico che la colloca quasi fuori dal mondo, mentre essa e’ una forza di distruzione di tutto ciò che appartiene ai poteri di questo mondo. Gesù sulla Croce ha distrutto in sé l’inimicizia, ha distrutto gli steccati che separano gli uomini e ha distrutto ogni pretesa degli uomini di dominare gli altri uomini e le loro culture.

Papa Francesco pellegrino in Messico non annuncia solo  la giustizia ma, proprio come Gesu’, cerca di realizzare le condizioni per la giustizia, con una parola chiara e “distruttiva“. L’annuncio della giustizia non basta piu’; bisogna sostenere le  esperienze di abbattimento di tutti i muri, perche’ solo da lì si puo’ ricostruire. Chi innalza muri non è cristiano ha ancora affermato il Papa sul volo aereo.

Ecco allora Francesco in Chiapas, una  terra dove vivono dodici etnie e piu’ della meta’ della popolazione e’ cattolica. Una terra povera e spesso dimenticata, che non ha mai smesso di lottare per la giustizia e il riscatto sociale, con il sostegno in particolare di un suo grande pastore – il vescovo Samuel Ruíz García per piu’ di 40 anni  amatissima guida del suo popolo e anche grande punto di riferimento nella trattativa tra  il  sub-comandante Marcos, l’esercito zapatista e il Governo messicano. Il  Papa in ginocchio sulla sua tomba interpreta la richiesta di perdono della Chiesa e oltre la Chiesa per questo popolo troppo spesso dimenticato.

Poi Papa Francesco è arrivato  a Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti, di fronte alla città texana di ElPaso, tristemente famosa per il narcotraffico, lo  sfruttamento sessuale e il dramma dell’immigrazione dal Centroamerica.  Il Papa ha visitato anche il terribile carcere  di Cereso, e incontrato il mondo del lavoro per poi celebrare la Messa con i migranti proprio vicino al muro  della  frontiera. Demolire i  muri materiali e sociali per costruire ponti di un futuro diverso e piu’ umano per tutti e’ responsabilita’ e urgenza per tutti noi. Innalzare nuovi muri è una illusione della storia.


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Gesu’ e’ con noi nella tentazione e nella sopraffazione

Omelia della Prima Domenica di Quaresima

Don Francesco Pesce 

Un po’di cenere e un po’ d’acqua; come le nostre  nonne al fiume che lavavano i panni in questo modo. Cenere sulla testa il mercoledì che inaugura la Quaresima nel rito romano, e acqua sui piedi la sera del Giovedi’ Santo,quando il Signore si china sulla nostra fragilita’e la sostiene. 

La Quaresima e’ racchiusa in questi due gesti semplici e sapienti. Le maschere di carnevale sono tanto belle, ma vanno bene solo per un giorno; poi c’e’ la vita con la sua faccia dura e vera, il cammino di un percorso impegnativo che coinvolge ogni uomo e tutto l’uomo, proprio dalla testa  ai piedi.

Oggi Gesu’e’ spinto dallo Spirito nel deserto; anche noi in Quaresima entriamo nel deserto, come sperimenta tanta gente che svestite le maschere, sa molto bene che la festa e’ finita e bisogna lottare giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Gesu’ dicendo “non di solo pane vive l’uomo” non ci sta dicendo di rinunciare all’avere, ma ci indica una priorita’: fra l’essere e l’avere esiste naturalmente un rapporto necessario, ma il primato dell’essere sull’avere e’ fondamento della antropologia cristiana, e’semplicemente necessario per essere veramente felici

Condividiamo cio’ che siamo e abbiamo, e saremo felici veramente.

La seconda tentazione e’, direi, molto contemporanea: “Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio…

Il potere spesso agisce proprio in questo modo, e puo’ trasformarsi in un’azione demoniaca. Credere di avere nelle proprie mani il destino degli altri, di interi Paesi a volte; esercitare la propria autorita’ con arroganza, anche nella Chiesa, servendosi di essa e non servendo i fratelli – come ci ha ammonito recentemente Papa Francesco; ridurre gli altri, i tuoi dipendenti, i tuoi collaboratori, quasi come una cosa di cui si puo’ disporre a piacimento; io lo do a chi voglio il posto di lavoro, lo do a quelli della mia cerchia e che magari si comprano e si vendono a poco prezzo….
Come pero’ diceva Antoine de Saint-Exupéry, in ogni deserto c’è un pozzo, in ogni amarezza c’è il germoglio di una risurrezione inaspettata. La Buona Notizia di questa domenica e’ che Gesu’ e’ con noi nella tentazione e nella sopraffazione, non ci lascia soli, ma gia’ illumina i nostri momenti di buio, nell’attesa della luce piena di Pasqua.


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L’unità si fa camminando

Lo storico incontro e l’abbraccio tra Francesco e Kirill

Si sono incontrati in un aeroporto, luogo di arrivo e di partenza; la storia oggi e’ arrivata ad una vetta solo poco tempo fa insperata, e ora continua a viaggiare verso nuovi destini. Poco importa se tutto ancora non e’ chiaro, se bisogna ancora molto parlarsi; si sono incontrati e questo, dopo secoli di silenzi e incomprensioni, basta. Basta per chiudere per sempre una pagina sbagliata e spesso drammatica; basta per dire, alle religioni e al mondo, che e’ possibile ricominciare, si puo’ fare realmente una cosa nuova, che non parta piu’ da quello che hanno fatto prima a te, ma una cosa nuova, che solo lo Spirito sa fare. “Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada”(Is 43,19).

Si sono abbracciati e hanno parlato per due ore, con franchezza ha detto Francesco, con ampiezza di contenuti sottolinea Kirill. I volti sereni e sorridenti mostrano che il desiderio della riconciliazione e dell’unita’ e’ sincero e orientato verso “iniziative” concrete realizzabili insieme. L’incontro stesso e’ gia’ programma e una realizzazione insieme, una Speranza che gia’ non delude, un “gesto di carità” basato sulla comune fede in Cristo.

Alla fine del colloquio, Papa Francesco e il Patriarca Kirill hanno firmato una Dichiarazione congiunta, che e’ stata limata fino all’ultimo e questo ne sottolinea l’importanza. Dice il Papa durante il volo per Cuba con finale destinazione in Messico dopo la tappa per questo storico incontro: “Non è una dichiarazione politica, non è una dichiarazione sociologica, è una dichiarazione pastorale, incluso quando si parla del secolarismo e di cose chiare, della manipolazione biogenetica e di tutte queste cose. Ma è ‘pastorale’: di due vescovi che si sono incontrati con preoccupazione pastorale”. La scelta “pastorale” della dichiarazione fa intendere come questa sara’ la strada principale da percorrere nel cammino insieme. Nel testo si parla fra l’altro delle comuni radici; c’e’ un appello per chiedere “alla comunità internazionale di agire urgentemente per prevenire l’ulteriore espulsione dei cristiani dal Medio Oriente”; si constata che le società sono  secolarizzate e che la famiglia e’ in crisi. Estesa è particolarmente degna di rilievo la parte riguardante la crisi ucraina e il problema dei cosiddetti “Uniati”.

Indubbiamente questo incontro e’ stato  anche un ritorno alle origini. La Chiesa apostolica sapeva che lo Spirito che le era dato non le chiedeva di guardare indietro, ma di fare sempre cose nuove. Cosa dice  oggi a noi la Chiesa delle origini? Lo Spirito non è un testamento da eseguire, il Vangelo non è uno scritto da ricopiare. Oggi come allora la Chiesa della Pentecoste  ha  il coraggio di accogliere nel suo seno i non-circoncisi; la saggezza di scegliere i “sette” per rispondere ai primi bisogni “degli orfani e delle vedove” nell’esercizio della carità; osa mettere per iscritto la buona novella che circolava fino a quel momento solo oralmente. Nel corso dei secoli, la Chiesa ha saputo confrontarsi con il mondo e compiere scelte controcorrente, inaspettate, spesso non comprese immediatamente anche al suo interno, che spesso hanno anche causato divisioni. Ma il Signore ci rassicura che i frutti si riconoscono dall’albero, pertanto non dobbiamo avere paura di essere un segno di contraddizione. 

I cristiani di oggi come quelli di ieri sanno che lo Spirito li chiama verso cose nuove. La Chiesa non può essere un cantiere chiuso; se il  soffio dello Spirito è rinchiuso negli otri delle immutabili tradizioni, se si è solo  guardiani del passato, quale Pasqua possiamo festeggiare? Quale Pentecoste possiamo attendere? Dobbiamo arrivare ad  essere prima di ogni altra cosa degli uomini uniti nello stesso battesimo, fra gli altri uomini, come Gesù che fece la fila con tutti gli altri per farsi battezzare. Si mise in fila, non ebbe nemmeno il primo posto, fu ultimo fra gli uomini. E per questo Dio disse: “Ecco il mio Figlio prediletto”. Solo se saremo servitori gli uni degli altri  in mezzo al mondo, questa voce sarà anche per noi: “Ecco la mia chiesa  prediletta”.

Francesco Vescovo di Roma Papa della Chiesa Cattolica e Kirill Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, come si firmano nella Dichiarazione, non propongono  una Santa Alleanza, ma camminano insieme verso l’unita’, cosi’ come la vorra’ lo Spirito. L’unita’ si fa camminando, sottolinea il Papa.

Il Dio  di Gesu’ Cristo e’ il Dio dei cammini; percorriamo anche noi, ciascuno nella propria storia personale, il cammino ecumenico. Guardiamo oltre le difficolta’ e le incomprensioni. “Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (Eb12,1-2).