ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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La nostra vigna senza più mura

La nostra vigna, la nostra Europa, il nostro mondo, sono davvero come quella descritta da Isaia: ormai i muri di cinta non ci sono più, ormai siamo provvidenzialmente assediati dai poveri, da quelli che sono esclusi.

Ci sono allora quelli che guardano con contentezza a questi popoli che sono arrivati, a questa nuova possibilità di fraternità.

Altri vivono in un una paura indotta, un sospetto non certamente cristiano, e vorrebbero restaurare un passato che non c’è più; e ben passato sia. Alcuni tentativi di recuperare una situazione di occidente padrone, o anche di una civiltà cristiana, sono patetici, antievangelici e nascondono solo maldestre manovre di mantenimento di poteri e privilegi.

Siamo comunque in una situazione sociale, politica e anche religiosa divisa, lacerata; è un bene che sia così. In questo modo noi cristiani siamo costretti a fare delle scelte precise; nel mondo ma non del mondo ricorda il vangelo; potremmo dire in termini moderni, nel sistema ma non del sistema; i cristiani hanno l’obbligo di schierarsi dalla parte degli esclusi, delle pietre scartate come Gesù, costi quel che costi.

Nel vangelo di questa domenica, Gesù si rivolge ancora «ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» (Mt 21,33), cioè a tutti quelli che avrebbero dovuto custodire la vigna. Al contrario, approfittando del loro incarico, hanno tramato soltanto per i loro interessi.

Quale raccolto si attendeva il Signore? Isaia: Aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non più grida di oppressi, non più sangue! Il frutto che Dio attende è una storia che non generi più oppressi, sangue e ingiustizia, fughe disperate e naufragi.

L’autorità è davvero preziosa quando si prefigge di prendersi cura. A volte purtroppo si vedono vignaioli, autorità, poco autorevoli, che si occupano dei propri interessi personali o di famiglia, o di partito o di gruppo di appartenenza, pieni di vanità e di potere; molti mercenari siedono in alto; sono pastori come ricorda il profeta Geremia: che pascolano se stessi e rovinano il popolo di Dio

 

«Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio»”. Ci penso spesso a questo versetto; sta già avvenendo. Non solo il regno di Dio ci viene “tolto”, ma “«Sarà dato a un popolo»”. Sta già accadendo. Sta accadendo a livello di popoli e di nazioni; deve accadere anche a livello delle singole autorità.

Questa sostituzione di popoli e di autorità va intesa prima di tutto come un appello del padrone della vigna, alla conversione; il Signore ci chiama, non solo a mai trasformare la nostra autorità in potere, non solo a produrre vino buono per tutti e non solo per alcuni, ma in modo particolare e urgente ci chiama a riconoscere i segni dei tempi, la presenza del Suo Spirito in mezzo a noi.

Il Signore ha mandato i suoi servi, che sono i profeti, ai contadini, che sono le autorità religiose di ogni tempo. Molti profeti sono stati rifiutati e anche uccisi; molti profeti sono stati messi ai margini e ripudiati; tutto questo si può riassumere nelle difficoltà che ancora oggi il Concilio Vaticano II produce in tanti cosiddetti conservatori, che vogliono conservare solo la loro ideologia e i loro privilegi.

Chi possiede nella Chiesa autorità, deve vigilare perché è molto semplice ridursi a uomini e donne di potere. «Udite queste parabola i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro» (Mt 21,45). La Parola di Dio meditata e pregata ogni giorno, l’Eucarestia celebrata, ci aiutino a servire la Chiesa e il mondo e non a servirsene.

 

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Saint Francis is sustaining us in the great adventure of the Spirit that is our life of faith

He bore witness that the Word of God is a Word of Love that God announces to all of us, to the world, to history and, like a light breeze, caresses our life, so often wrought with difficulties these days.He bore witness that the Word of God is an effective Word that fulfils its mission.

He bore witness that the Word of God carries within it the struggle of all flesh and our entire journey towards the fullness of God.

He bore witness here in Rome that a Church in prayer with, and for Peter is a Church marching towards the Risen Christ.

He bore witness, as a Prophet, to the suffering of being misunderstood and also derided by the prophets of doom.

He bore witness to the Joy of Christmas.

He bore witness that the Holy Communion is not a rite but a way of life, of eternal life.

His witnessing has continued throughout the centuries, starting with the lepers he met on his way, right up to the lepers of our time.

Our society aspires to the great principles of equality and fraternity so dear to the Enlightenment as well as to Christian principles but finds itself in the impossible position of squaring the circle. Our society fools itself that it wants to include the outcasts, (the immigrants, illegal immigrants, those of no fixed abode, prison inmates) within itself, in its towns, but without success. Why doesn’t it succeed?

It doesn’t succeed because our society would have to challenge itself, in its constituent principles and it doesn’t have the courage to do so. In fact we should say we don’t have the courage to do so.

Saint Francis had the courage to challenge himself, society and the Church of his times; and another Francis, another society and another Church began.

Today we find ourselves in times of great disquiet, anxiety. There are various kinds of anxiety. There are, unfortunately, unhealthy, evil, violent, racist, egoistic and bourgeois anxieties.

Instead, healthy anxiety stems from the desire to open wide the boundaries of our cities, so there is space also for those who have been outcast and this stems from the need to update the standards of our society, so that violence does not grow within us; this is already happening.

This healthy, moral, legal, political and religious disquiet is the last shred of our dignity.

Saint Francis also bore witness to the dignity of man, of all men.

Saint Francis bears witness to us that Jesus went among the lepers of all times, to teach them to stop saying they were unclean, to look at our cities and discover they are very often unclean. This is the Christian revolution, the reversal. If we pray with the Beatitudes we can see that our cities have indeed become unclean.

We ask Saint Francis to intercede so no one of us transforms Jesus into an accommodating prophet, one adapted to the standards our society.

We ask him to intercede with the Lord to broaden our horizons, our spaces, our hearts to welcome the needy of all times and always.


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San Francesco una testimonianza che continua a rinnovare il mondo

San Francesco ci sorregge in quella grande avventura dello Spirito che è la nostra vita di fede.Ha testimoniato   che la Parola di Dio è una Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita, spesso così difficile in tante giornate. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera umanita’in cammino verso la pienezza, di Dio. Ha testimoniato qui a Roma che una Chiesa in preghiera con Pietro e per Pietro è una Chiesa in cammino verso il Risorto. Ha testimoniato come Profeta, la sofferenza della incomprensione e anche della derisione dei profeti di sventura. Ha testimoniato la gioia del Natale. Ha testimoniato che l’eucarestia non è un rito ma uno stile di vita, di vita eterna.

La sua testimonianza continua   lungo i secoli, cominciando dai lebbrosi che incontrava fino ai lebbrosi dei nostri giorni. La nostra società vuole ispirarsi ai grandi principi dell’uguaglianza e della fraternità, cari all’illuminismo, e ai principi cristiani, ma si trova a compiere una impossibile quadratura del cerchio. Fa finta di voler inserire in sé, dentro le proprie città, l’escluso, (l’immigrato, il clandestino, il senza fissa dimora, il carcerato) ma non ci riesce; perché non ci riesce?Non ci riesce perché dovrebbe contestare se stessa, nei propri principi costitutivi, e non ne ha il coraggio, anzi meglio non ne abbiamo il coraggio.

San Francesco ha avuto il coraggio di contestare se stesso, la società e la Chiesa del suo tempo; ed è cominciato un altro Francesco, un’altra società, un’altra Chiesa. Oggi siamo in tempi di grande inquietudine. Ci sono vari tipi di inquietudini. Ci sono purtroppo inquietudini non sane, cattive, violente, razziste, egoiste, borghesi.

La sana inquietudine invece nasce dal desiderio di allargare i confini delle nostre città, perché ci sia posto anche per quelli che sono esclusi e nasce dalla necessità di aggiornare le regole della nostra società, perché la violenza non nasca da dentro di noi; già sta succedendo. Questa sana inquietudine, morale, giuridica, politica, religiosa, è l’ultimo lembo della nostra dignità.

San Francesco è anche un testimone della dignità dell’uomo, di ogni uomo.

San Francesco ci testimonia che Gesù è andato fra i lebbrosi di ogni tempo, per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare le nostre città e scoprire che sono loro molto spesso immonde. Questa è la rivoluzione cristiana, il capovolgimento. Se preghiamo con le beatitudini vediamo che sono fatte di immondi. Chiediamo a San Francesco di intercedere affinchè nessuno di noi trasformi Gesù in un profeta accomodante a misura delle nostre società. Chiediamogli di intercedere presso il Signore per allargare i nostri confini, i nostri spazi, i nostri cuori, per accogliere i piccoli di ogni tempo.


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The caress that changed history

The absurd choice of proclaiming Saint John XXIII as the Patron Saint of the Italian Army

The choice of naming Saint John XXIII as Patron Saint of the Italian Army leaves us more than a little perplexed. Even today if we go into Italian homes – and not only Italian ones – just inside the entrance we find a somewhat faded photograph of Pope John, with his serene and assuring face. In the collective conscience, Pope John is associated with his goodness, with his historic encyclical on peace, which bore not only his name but was a banner, Pacem in Terris; he is associated with his visits to the Regina Coeli prison in Rome as well as the Bambino Gesù Hospital. His is a daily holiness that penetrates all homes. The whole world still remembers his caress to be given to children in that unforgettable speech at the opening ceremony of the Second Vatican Council. What should we say today when we get home: “ give your children a helmet and a rifle “?

This choice, made some time ago, at least since 1966, although formally motivated, has a musty, old Curia flavour. It seems out of place, stretching a point, the flick of a tail of past history, a choice against conciliation. The People of God doesn’t appear to need a patron saint of the army but urgently needs men of peace.
Roncalli ,Patriarch of Venice, wrote to his successor, Montini: “the Pope desires the presence of this priest in Rome; to grant this request is a grave sacrifice for Venice, but I grant it because it is ‘necessary to look far and wide’ in the Church”. There is no question at all that throughout his life, Pope John XXIII contributed to bringing the Church out of the shallows of time and enabling it to sail to the ends of the earth, starting it off on that great adventure of the Spirit that was the Council. In contrast, the choice of making him the Patron Saint of the Italian Army appears to be inappropriate and short-sighted.
Pope John XXIII witnessed that the Word of God does not make war but is a Word of love that God announced to us, to the world, to history and that caress was like a gentle breeze on our life. . He witnessed that the Word of God is an effective Word that performs what it was sent to do. He witnessed that the Word of God bears within it the lament of all flesh and all humankind on the road towards the fullness of God. .
The posthumous involvement of Mons Loris Capovilla , the Pope’s personal secretary also appears to be in bad taste. If it hadn’t been him that evening when the Council opened, to convince the Pope, with his intelligence and bonhomie, to appear at the window once again after a long and tiring day, children, sick people, old people and men of peace all over the world would today be lacking that caress. The caress that changed History.
Many authoritative voices have been raised against the title of Patron Saint of the Italian Army for John XXIII. The Bishop of Pescara- Penne Valentinetti “it is disrespectful to name him as Patron Saint of the Armed Forces ”. “Pope John XXIII is in all hearts as the Good Pope, the Peace Pope, not the Pope of armies” declared Mons. Giovanni Ricchiuti, Bishop of Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti and President of Pax Christi Italia. «I don’t want to go into the matter because unfortunately I was only informed about it this morning» declared the Chairman of the Italian Episcopal Conference, Cardinal Gualtiero Bassetti .


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Great care for the family 

In  a “Motu Proprio” issued on 8th September and published yesterday, Pope Francis re-founded the Institute for Marriage and Family set up by Saint John Paul II.

The title of this pontifical document is “Summa Familiae Curaˮ (Great Care for the Family) and right at the start recalls the steps taken by the Church after the Bishops’ Synod in 1980 and the Exhortation Familiaris Consortio (On the Christian Family in the Modern World) promulgated in 1981, which gave a more definite form to the Pontifical Institute at the Lateran University.

Today, after two Synods on the family in 2014 and 2015 and after the publication of the Exhortation Amoris laetitia (The Joy of Love), the Church has reached, says Pope Francis «a renewed awareness of the Gospel of the family and the new pastoral challenges to which the Christian Community is called to respond».

On reading the Pope’s document, the great importance of this text and the centrality of the pastoral perspective do not escape us. The Pope talks of an indispensable requirement in his reflections on the family, saying that: “also at the level of academic formation the pastoral perspective and attention to the wounds of humanity must never be lacking”. We do:« well to focus on the concrete reality of the family», given the «anthropological-cultural changes that today influence all aspects of life and require a diversified and analytical approach» and «do not permit us to limit ourselves to pastoral and missionary practice that reflects forms and models of the past ».

A new way of looking at the reality of the family; looking with the eyes of the Spirit, looking with the eyes of the Church as a mother and not just a teacher.

The academic work of the Pontifical Institute, too, is broadening its horizons” both in relation to the new dimensions of the pastoral task and ecclesial mission and with reference to the developments in human sciences and anthropological culture in such a fundamental field for the culture of life».

No-one can question the beauty of the family as announced by the Church. This “Christian” family has contributed much to the good of society and the history of humanity. Now we are seeing that the institutions are creaking, that what once were our certainties and our ties are wavering, and these same sentiments are seeking new forms of expression. Where and how does the Christian family fit in to all this transformation? The foundations of the Christian family are not written on the stone tables of the law, but as Jesus said, the law of the Spirit is written on the “tables of our hearts”. For this reason, above all today, with the strength of the Spirit the Christian family can be an efficient witness to the beauty, the nobleness and profundity of its vocation. With all this in mind, let us now ask ourselves a question: Christian family, what can you tell us about yourself? Allow us to see the beauty and originality of your calling, let us feel the presence of the Lord in your midst. This is almost a silent appeal that the world is making to the Church. The problem is that often it is the Christian families who have lost the “taste of the salt”, they are no longer the “yeast” in the flour of history, no longer the light which illuminates the path. The birth rate in our Western World, the cradle of Christianity, is close to zero and this must make us all think deeply.

Pope Francis is once again is widening our outlook and reforming, rather re-founding an institute which, for a long time, was entrenched in principles often far from reality and refused any change. The Theological Institute will have: «the power to confer iure proprio on its students the following academic degrees: the Doctorate in Matrimonial and Family Sciences, the Master’s Degree in Matrimonial and Family Sciences and the Diploma in Marriage and Family Sciences».

 


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Una carezza che ha cambiato la storia

L’assurda scelta di proclamare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano

La scelta di proclamare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano, lascia quantomeno perplessi. Ancora oggi entrando nelle case degli italiani e non solo, si trova alla parete dell’ingresso la fotografia un po’ sbiadita di papa Giovanni, con il suo volto sereno e benedicente. Nella coscienza collettiva papa Giovanni è associato alla sua bontà, alla storica enciclica sulla pace, che della pace portava non solo il nome ma il vessillo, Pacem in Terris; è associato alle sue visite al carcere romano di Regina Coeli e all’ospedale Bambino Gesù. La Sua è una santità quotidiana, che è entrata in tutte le case. Il mondo intero ancora ricorda la Sua carezza da portare ai bambini in quel indimenticabile discorso all’apertura del Concilio vaticano II. Cosa dovremo dire oggi: “ tornando a casa, date un elmetto e un fucile ai vostri bambini “?

Questa scelta che si è formata da lontano, almeno dal 1996, seppur formalmente motivata, ha il sapore di una manovra di vecchia curia, appare una forzatura, un colpo di coda di una storia passata, una scelta anti conciliare. Il popolo di Dio non pare sentire la necessità di un patrono dell’esercito ma ha urgente bisogno di uomini e di donne di pace.

Scriveva Roncalli Patriarca di Venezia al sostituto Montini: “il papa desidera a Roma il tal sacerdote; concederlo è un grave sacrificio per Venezia, ma io cedo, perché nella Chiesa “bisogna vedere largo e lontano”. Non c’è dubbio alcuno che in tutta la sua vita Papa Giovanni XXIII  ha contribuito a portare la Chiesa fuori dalle secche della storia, per farla navigare fino ai confini della terra, avviandola in quella grande avventura dello Spirito che è stato il Concilio. La scelta di farlo patrono dell’esercito italiano sembra al contrario piccola e miope.

Papa Giovanni XXIII ha testimoniato, che la Parola di Dio non fa la guerra, ma  è una  Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera umanità in cammino verso la pienezza, di Dio.

Anche il coinvolgimento postumo di Mons Loris Capovilla storico segretario del pontefice appare sgradevole. Se non fosse stato lui, quella sera quando si aprì il concilio, a convincere con la sua intelligenza e bonomia, il papa – dopo un lunga e faticosa giornata – ad affacciarsi ancora una volta alla finestra, i bambini, i malati, gli anziani, gli uomini di pace del mondo intero oggi mancherebbero di una carezza. Una carezza  che ha cambiato la storia.

Numerose e autorevoli si sono alzate voci contrarie al titolo di patrono dell’esercito italiano per Giovanni XXIII. Il vescovo di Pescare- Penne Valentinetti “irrispettoso coinvolgerlo come patrono delle Forze Armate”.“Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il Papa Buono, il papa della pace, e non degli eserciti” dichiara mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi Italia. «È una questione su cui non voglio entrare perché purtroppo ne sono stato informato questa mattina». Così si è espresso il  presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti .


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Famiglia che cosa dici di te stessa?

Papa Francesco con il  Motu Proprio dell’ 8 settembre 2017 pubblicato ieri, ristruttura  l’istituto di studi sul matrimonio e la famiglia creato  da san Giovanni Paolo II.

“Summa familiae curaˮ è il titolo del documento pontificio e subito all’inizio si ricordano i passi compiuti dalla chiesa dopo il Sinodo dei vescovi del 1980 e l’esortazione Familiaris consortio del 1981, che aveva dato una forma più definita al Pontificio Istituto  presso l’Università del Laterano.

Oggi, dopo i due Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015, e dopo la pubblicazione dell’esortazione Amoris laetitia, la Chiesa è arrivata, dice Papa Francesco «a una rinnovata consapevolezza del vangelo della famiglia e delle nuove sfide pastorali a cui la comunità cristiana è chiamata a rispondere». 

Ad una prima lettura del documento del Papa, non sfuggono la grande importanza di questo testo e la centralità della prospettiva pastorale. Il Papa parla di una esigenza imprescindibile nella riflessione circa la famiglia, dicendo che: “anche a livello di formazione accademica non vengano mai meno la prospettiva pastorale e l’attenzione alle ferite dell’umanità”. E’:« sano prestare attenzione alla realtà concreta» della famiglia, dato il «cambiamento antropologico-culturale, che influenza oggi tutti gli aspetti della vita e richiede un approccio analitico e diversificato» e «non ci consente di limitarci a pratiche della pastorale e della missione che riflettono forme e modelli del passato».

Uno sguardo nuovo sulla realtà della famiglia; uno sguardo con gli occhi dello Spirito, uno sguardo di una Chiesa madre e non solo maestra.

Anche l’orizzonte del lavoro accademico del Pontifico istituto si ampia:”sia in ordine alle nuove dimensioni del compito pastorale e della missione ecclesiale, sia in riferimento agli sviluppi delle scienze umane e della cultura antropologica in un campo così fondamentale per la cultura della vita».

Nessuno può mettere in dubbio la bellezza della famiglia così come l’annuncia la Chiesa. Questa famiglia “cristiana” ha contribuito non poco al bene della società e a alla storia dell’umanità. Ora vediamo che le istituzioni scricchiolano, che ciò che prima erano le nostre sicurezze e i nostri legami vacillano, e gli stessi sentimenti cercano nuove forme di espressione. In tutta questa trasformazione, dove e come si colloca la famiglia cristiana? I fondamenti della famiglia cristiana non sono scritti nelle tavole di pietra della legge, ma come ha detto Gesù la legge dello spirito è scritta nelle “tavole dei nostri cuori”. Per questo, soprattutto oggi, con la forza dello Spirito la famiglia cristiana può essere un efficace testimone della bellezza, dell’altezza e della profondità della sua vocazione. Con queste premesse, poniamoci una domanda: famiglia cristiana, che cosa dici di te stessa? Facci vedere tu la bellezza e l’originalità della tua chiamata, facci gustare la presenza del Signore in mezzo te. Questo è quasi un appello silenzioso che il mondo fa alla Chiesa. Il problema è che spesso anche le famiglie cristiane hanno perso il “sapore del sale”, non sono più “lievito” nella farina della storia, non sono più luce che illumina il cammino. Il tasso di natalità che si avvicina allo zero nel nostro Occidente, culla della Cristianità, deve far riflettere tutti.

Papa Francesco ancora una volta allarga lo sguardo, riforma, anzi rifonda un istituto da troppo tempo arroccato sui principii, rigido ad ogni cambiamento, spesso lontano dalla realtà.

L’Istituto Teologico avrà: «la facoltà di conferire iure proprio ai suoi studenti i seguenti gradi accademici: il Dottorato in Scienze su Matrimonio e Famiglia; la Licenza in Scienze su Matrimonio e Famiglia; il Diploma in Scienze su Matrimonio e Famiglia».