ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Papa Francesco e la Cina

Theresa Xiao

Nell’Estremo Oriente e in varie parti del mondo, milioni di uomini e donne celebrano il capodanno lunare. A tutti auguro di sperimentare serenità e pace in seno alle loro famiglie”. Cosi’ Papa Francesco oggi all’Angelus, pochi giorni dopo la pubblicazione dell’’intervista ad Asia Times (http://bit.ly/1KTQ8No), tutta incentrata sulla Cina. Il Capodanno Lunare o la Festa di Primavera e’ una delle festività più importanti e popolari dell’Asia orientale e sud-orientale – preferiamo queste denominazioni dalla connotazione meno eurocentrica –, in primis in Cina. All’intervistatore – finalmente un sinologo che conosce bene la Cina antica e contemporanea -, con parole cariche di ammirazione Francesco parla del Regno di Mezzo come di un “grande Paese”, con una “grande cultura” e un’“inesauribile saggezza”, un popolo che ha “molto da offrire al mondo”.


Sulla scia dei suoi immediati predecessori, Papa Francesco mostra una grande attenzione verso la Cina. Ciò che lo contraddistingue innanzitutto da gli altri papi però – e che costituisce un “vantaggio comparato” su cui forse è possibile ritagliare un maggiore margine di azione nell’ormai lunga e spinosa questione cinese – e’ il fatto di essere gesuita e latino-americano. Certamente la Cina associa i gesuiti all’idea di dialogo, apertura, scienza, cultura – incarnati in maniera paradigmatica nel grande missionario Matteo Ricci, in cinese Li Madou 利玛窦. Il fatto poi di non provenire dall’Occidente delle potenze coloniali – che ancora oggi ricordano ai cinesi una pagina di storia molto triste, un’onta, una ferita aperta – fa probabilmente vedere Francesco rispetto agli altri papi in una maniera diversa. Potenze occidentali cui agli occhi dei cinesi i missionari stranieri si sono spesso associati. Contribuendo a dare l’idea, che spesso persiste ancora oggi, che il Cristianesimo non possa essere altro che una religione straniera, per di più dell’ “Occidente imperialista”. Era frequente in passato un detto: “Un cattolico in più, un cinese in meno”, a sottolineare la natura aliena, quasi un’ “incompatibilità” di fondo tra Cina e Cristianesimo nell’immaginario cinese.

Francesco poi ha intrapreso con prudenza ma a quanto sembra con determinazione un cammino di riconciliazione e dialogo con la Cina. Certo riprendendo gli importanti passi dei predecessori, soprattutto la Lettera ai cattolici cinesi (http://bit.ly/1Xcv63Iforse già pensata sotto il pontificato di Giovanni Paolo II e realizzata da Benedetto XVI. Ma facendo abbassare i toni e lasciando meno spazio a voci indubbiamente autorevoli, quanto monopolizzanti, che soprattutto negli ultimi anni hanno sempre e solo denunciato il volto oscuro della Cina. Certi toni, certe insistenze e certi modi di rappresentare la Cina da parte di alcuni che hanno rischiato quasi di apparire come “profeti di sventura” non sono in linea con la Chiesa di Francesco. La Chiesa del dialogo, del rispetto reciproco, della misericordia. La Chiesa dove si guarda e si lavora su “ciò che ci unisce piuttosto che su ciò che ci divide”.  La Chiesa conciliare, insomma, che nel XXI secolo non può continuare a “bypassare” la Cina – spesso etichettata con immagini che sembrano vecchie di 50-60 anni fa – e a relazionarsi con essa a suon di condanne e perfino di scomuniche – che tanto hanno umiliato e ferito i cattolici cinesi. La grande Cina dall’antichissima civiltà, la Cina di Confucio, vissuto 500 anni prima di Cristo e grande maestro di morale e di armonia sociale. La Cina che ha generato la profondità di pensiero, poi evoluta in una spiritualità propriamente religiosa, del Daoismo, dalla creativa vitalità, e che ha accolto dall’India e plasmato il Buddhismo, che si è mescolato con le tradizioni filosofico-religiose indigene in un arricchimento reciproco. E per venire ai nostri giorni, la Cina che per prima tra i Paesi in Via di Sviluppo ha raggiunto gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e che negli anni 1990-2005 ha fatto uscire dalla povertà estrema più di 470 milioni di persone. Un esempio concreto per il mondo che la povertà si può sconfiggere se c’e’ la volontà politica. Un traguardo che al Papa che ha preso il nome del poverello di Assisi certamente non è sfuggito – a differenza di tanti, ecclesiastici, giornalisti e commentatori a vario titolo. Anche perché Francesco può contare su persone molto vicine che conoscono e comprendono la Cina e che sono con lui in profonda sintonia sulla linea da seguire – certamente la linea della prudenza e della pazienza, ma che non significa chiusura e mancanza di volontà a negoziare, a trovare un compromesso. Parole che non piacciono a molti, a chi non vede tante realtà, piccole e grandi, dove la mediazione e’ l’unica via perseguibile. Che tra l’altro forse non sanno che la “via di mezzo” è anche un valore della cultura cinese – il Giusto Mezzo e’ uno dei Quattro Libri inclusi tra i Classici confuciani. La cultura cinese enfatizza l’armonia tendendo a ricercarla, a vederla, anche laddove vi sono degli opposti che nella visione occidentale sono invece irriducibili. E dando spesso molta importanza alla forma, al “rito”.

Per la Chiesa in uscita di Francesco, tutto questo può rappresentare una grande opportunità di mettere a frutto il dialogo. Con un rispetto sincero per chi è stato e chi e’ oggi la controparte, unito a una consapevolezza profonda e pragmatica. Un “grande Paese” che ha fatto passi da gigante nello sviluppo socio-economico e ha acquisito un peso rilevante sul piano internazionale. Non senza lati oscuri – il problema ambientale, la sostenibilità di uno sviluppo tanto radicale quanto forse troppo rapido, le crescenti diseguaglianze sociali, le sfide associate all’imponente migrazione interna, l’invecchiamento della popolazione….Per non parlare del consumismo e del materialismo galoppanti, che stando erodendo i rapporti familiari e le relazioni sociali, corrompendo i valori tradizionali e mettendo a repentaglio il futuro delle giovani generazioni. Problemi che la Cina stessa ha imparato a riconoscere e ora cerca di affrontare.

E anche Papa Francesco mostra ancora una volta di conoscere tutto questo. Fa parte della storia dell’uomo, della storia dei popoli passare “attraverso luci ed ombre” ed e’ necessaria anche  una riconciliazione con la propria storia, il proprio passato, dice il Papa alla Cina nell’intervista, ma lo dice anche a tutti noi e a tutte le Nazioni. Di questa riconciliazione ha anche un profondo bisogno la Chiesa cinese. Anch’essa – spesso rappresentata con dei luoghi comuni, in maniera semplicistica e da chi non l’ha mai conosciuta direttamente – ha mantenuto la fede in tempi molto difficili. Tutta la Chiesa, non una parte sola. Un dono, una grazia che vengono certamente dall’ispirazione, dall’effusione dello Spirito.

Noi siamo sicuri e preghiamo che Papa Francesco non lasci cadere tutto questo ma lo valorizzi, lo porti a compimento, e non faccia perdurare lo stallo soffermandosi ancora su posizioni arroccate. C’e’ bisogno di guardare e andare oltre, di far si che la Chiesa cinese sia maggiormente e rispettosamente accompagnata dalla Chiesa universale per affrontare al meglio nuove e più recenti sfide – le stesse poste alla Chiesa (più in generale alla società), dell’ “occidente” – prima che sia troppo tardi. Il secolarismo, gli stili di vita mondani, il carrierismo e il materialismo, l’individualismo – che investono anche i cristiani e possono mettere in discussione la loro scelta esistenziale, offuscare la loro testimonianza di fede. E più intra ecclesia, il problema della formazione (culturale, teologica e spirituale) del clero e delle religiose, la partecipazione dei laici e più in generale l’attuazione del Concilio, il ruolo e la testimonianza dei cristiani nella società e nel mondo della cultura, l’annuncio del Vangelo in un contesto dove i cristiani sono una minoranza e dove il crescente benessere inizia a rendere più difficile tra i giovani fare scelte di vita radicali e di donazione totale alla Chiesa……

E’ tempo di abbattere “vecchi” muri di “inimicizia”, trovare punti di convergenza nei valori comuni che tanto possono contribuire alla costruzione della pace mondiale, e sostenere anche la Chiesa cinese a diventare con più profezia una chiesa veramente in uscita come non si stanca mai di indicare Papa Francesco.


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La prima volta che un papa incontra il patriarca ortodosso russo

Ancora una sorpresa in questi giorni ci viene da Papa Francesco. Dopo la notizia della visita in Svezia alla fine dell’anno in occasione dell’anniversario della riforma di Lutero e la prima intervista di un papa tutta sulla Cina ad AsiaTime online pubblicata nei giorni scorsi, ecco che arriva l’annuncio congiunto dell’incontro tra Francesco e Kirill il 12 febbraio. Incontro discusso, desiderato e preparato da tempo, ma la sua realizzazione arriva con grande sorpresa e commozione. 

Dice il Risorto: “Andate a dire ai discepoli e a Pietro che Egli vi precede in Galilea“(Mc 16,1-7). Il Risorto ci precede in ogni luogo, come nel cenacolo e a Emmaus , ovunque gli uomini costruiscono le loro città’, ovunque amano. Oggi il Signore Risorto ci precede nella terra di Cuba, dove con l’incontro tra il Vescovo di Roma e il Patriarca di Mosca il popolo cristiano si fa più e ancora visibilmente un solo gregge alla sequela dell’unico Pastore. Nella terra di Cuba, terra di antico ateismo, che pochi mesi fa aveva gioito per la “riconciliazione” con gli Stati Uniti proprio grazie alla mediazione di Papa Francesco. Oggi Cuba sembra quasi “restituire” il favore, in un evolversi della storia dove la fede supera il dubbio e le logiche tutte umane. E non sfugge che Francesco e Kirill si incontreranno in un aeroporto. Luogo di passaggio, d’incontro, crocevia tra i popoli in un mondo sempre più interconnesso e globalizzato.

Una storia di divisione e di scomuniche, quella tra cattolici e ortodossi, che ha non solo ferito la Chiesa e la comunità cristiana tutta, ma ha anche scandalizzato la fede dei semplici e messo in discussione agli occhi di molti la credibilità, la “fattibilità” dell’amore e della fratellanza cristiani. Come possiamo annunciare da cristiani l’amore fraterno e la pace se tra noi siamo divisi? Ecco lo scandalo che è tempo ora di rovesciare, superando antiche divisioni e rivendicazioni e guardando con pragmatismo e rispetto reciproco alla storia e tradizione di ciascuno.  

Oggi papa Francesco raccoglie l’eredità’ di Paolo VI che in Terra Santa abbraccio’ il Patriarca di Costantinopoli Atenagora e insieme annullarono le reciproche scomuniche. Raccoglie in particolare i semi gettati dal Concilio Vaticano II, dal quale Francesco ancora di più conferma l’assoluta centralità – non tanto e non solo a parole, ma con scelte di campo concrete, oggettive, che non lasciano spazio a dubbi o interpretazioni ambigue, a meno di improbabili manipolazioni

Il Patriarca  Kirill  compie questo gesto quando i vescovi  delle chiese ortodosse hanno raggiunto un accordo per convocare quest’anno un «sacro e grande» Sinodo pan-ortodosso. Dal secondo Concilio di Nicea (787 d.C.) sono passati più di dodici secoli senza che le varie chiese d’oriente si ritrovassero in concilio. Anche questo un segno dei tempi, una speranza di riconciliazione e unità.

Il prossimo 12 febbraio a Cuba Francesc e Kirill mostreranno che la via cristiana per superare l“inimicizia” e rimuovere il “muro frammezzo” e’ la riconciliazione. Riproposta con grande forza attraverso il Giubileo straordinario della Misericordia, diviene strada ordinaria, percorso da seguire per ognuno di noi, via sacra che supera i confini delle singole chiese per riunirsi idealmente nell’unica chiesa di Cristo. Francesco e Kirill sanno bene che la riconciliazione e l’unita’ si devono perseguire con tutte le forze non solo in quanto condizioni fondamentali della comunità cristiana, immagine del Corpo di Cristo. Come affrontare le sfide e i mali del mondo moderno annunciando e portando il Vangelo se per primi noi cristiani non siamo uniti? La povertà, che ancora affligge una grande parte dell’umanita’; le migrazioni internazionali e in particolare il crescente numero di rifugiati che fuggono dalle guerre e dai regimi totalitari; il lato oscuro della globalizzazione, che colpisce i più deboli e contribuisce a consolidare un sistema economico solo basato sul profitto e le ineguaglianze sociali; la crisi dei valori a causa del galoppante materialismo e consumismo, che invadono anche i Paesi emergenti e quelli di tradizione cristiana dell’Occidente; il dramma dei cristiani che vivono nel Medio Oriente e in tante parti del mondo dove sono minoranza perseguitata; le difficoltà delle chiese cristiane – il calo delle vocazioni, le difficoltà del clero e dei religiosi, i nuovi problemi pastorali….

Speriamo e preghiamo che questo incontro sia un seme fecondo che porti molto frutto – ut unum sint!


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Un invito a lasciarsi riconciliare con Dio

Oggi  a Roma le spoglie di San Pio da Pietrelcina e San Leopoldo Mandic – entrambi cappuccini, instancabili confessori e testimoni della misericordia del Padre – sono esposte alla venerazione di romani e pellegrini. Non è un caso che Papa Francesco abbia proprio voluto questi santi nel Giubileo della Misericordia. Egli vuole portare all’attenzione di pastori e fedeli l’importanza della riconciliazione nella vita di fede, sia per i sacerdoti – incoraggiati tante volte dal Papa a usare misericordia – sia per i fedeli, cioè coloro che vi si accostano. È questo nonostante i soliti “profeti di sventura” abbiano sottolineato come questa enfasi sul perdono rischi di “declassare” il Sacramento della Confessione. Invece il Papa invita tutti a perdonare, a “lasciarsi riconciliare con Dio , rimettendo al centro lo strumento della Confessione e portandone due luminosi esempi amati dai fedeli di tutto il mondo.

San Leopoldo Mandic (1866-1942), montenegrino vissuto a Padova, fu proclamato santo da Giovanni Paolo II nel 1983. Sempre Wojtyla fece santo Padre Pio (1887-1968) nel 2002. Confessavano per parecchie ore al giorno senza interruzione.

Grande folla al passaggio delle spoglie di San Pio verso Roma; da San Giovanni Rotondo a San Marco in Lamis nel Foggiano, una folla festante e in preghiera rallentava il convoglio; lo stesso e’ accaduto a San Severo e nei paesi attraversati in Molise Abruzzo e Lazio. I bambini si affacciavano alle finestre delle scuole, i negozianti uscivano davanti alla vetrina e si facevano il segno della croce. Gioia, preghiera, devozione verso un santo amato e popolare, in Italia ma anche nel mondo.

Pregando davanti alle reliquie di San Pio  e di San Leopoldo, si possono percepire dolore e amore. Ma che segno è il dolore? Un segno addirittura di benevolenza di Dio, come dice qualcuno?  Un privilegio, come una certa ascetica aveva insegnato – chi soffre è una sorta di eletto da Dio. Forse una “prova” di Dio ? Un’orribile teologia questa.

Questo eterno problema del dolore rimane lì, come uno scandalo, da sempre. Accettare di non comprendere, attendere il tempo in cui capiremo, in cui “vedremo faccia a faccia”, e soprattutto portare la croce con amore, come ha fatto Gesu’… Non è una scorciatoia. È’ l’accettazione del nostro essere uomini, limitati.. Possiamo  solo dire “forse”,”aspetto”, “spero”, “ho fiducia”, “credo”….Fiducia che non siamo in balia del male e del dolore, perché il Dio di Gesù Cristo si è rivelato come amore, ha condiviso il nostro dolore e anche se non l’ha spiegato o “giustificato”, lo ha assunto indicandoci una via da seguire nella quale non ci ha abbandonato ma resta sempre accanto a noi. È’ molto bella la preghiera di Pietro: ”Signore da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna”.

Oltre il dolore, i fedeli accorsi a venerare i due santi confessori hanno manifestato tanto amore. Gesti semplici e belli di devozione, donne anziane con la loro corona del Rosario, più’ forti del freddo e della notte; qualcuno ha voluto confessarsi dando toccanti testimonianze di fede. Veramente l’amore è più forte del dolore.

Spesso anche noi come la Samaritana al pozzo descritta nel Vangelo di Giovanni non conosciamo il dono di Dio, ma abbiamo sete, desiderio di questo dono – la felicità che viene dall’amore. Ma esso non è un salario da guadagnare – come pensano alcune persone religiose che attingono con fatica al pozzo della legge – è Dio stesso che si dona, è l’amore del Padre che tanto ama il mondo da mandare il suo figlio perché in Lui ognuno sia  figlio.

San Pio e San Leopoldo ci indicano la via verso Gesù. Questi santi hanno amato Dio e gli uomini allo stesso modo; hanno vissuto il mistero dell’incarnazione e testimoniando la fede con una concreta carità. Nessuno di noi dica: “Io non sono degno, non sono capace”, perché’ come ci ricorda San Paolo: “Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono” (1Cor 1,27-29).


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Famiglia cristiana, che cosa dici di te stessa?

“‘Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’ Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre’” (Mc 3,33-35).

Questi versetti del Vangelo di Marco sembrano adatti a una breve riflessione sulla famiglia, in questi tempi di grandi trasformazioni, che per noi cristiani aprono nuovi spazi di carità. Proviamo a rispondere  a tre domande che possono essere orientative.

Come si costruisce una famiglia cristiana?

Non basta certamente celebrare il sacramento, come l’evidenza ci mostra, ma occorre rispondere alla vocazione, compiendo la volontà di Dio. La volontà di Dio è che ognuno sia felice insieme agli altri e possa vivere su questa terra pregustando l’amore di Dio nell’attesa di poterLo un giorno incontrare. Gesù ci ha consegnato anche lo strumento per vivere felicemente, le Beatitudini. Chi vive le Beatitudini contribuisce a costruire rapporti di fraternità, la famiglia umana e un mondo dove non ci sono schiavi o servi di nessun padrone, ma solamente figli e fratelli. 

Famiglia “cristiana”, che cosa dici di te stessa?

Nessuno può mettere in dubbio la bellezza della famiglia così come l’annuncia la Chiesa. Questa famiglia “cristiana” ha contribuito non poco al bene della società e a alla storia dell’umanità. Ora vediamo che le istituzioni scricchiolano, che ciò che prima erano le nostre sicurezze e i nostri legami vacillano, e gli stessi sentimenti cercano nuove forme di espressione. In tutta questa trasformazione, dove e come si colloca la famiglia cristiana? I fondamenti della famiglia cristiana non sono scritti nelle tavole di pietra della legge, ma come ha detto Gesù la legge dello spirito è scritta nelle “tavole dei nostri cuori”. Per questo, soprattutto oggi, con la forza dello Spirito la famiglia cristiana può essere un efficace testimone della bellezza, dell’altezza e della profondità della sua vocazione. Con queste premesse, poniamo i una domanda: famiglia cristiana, che cosa dici di te stessa? Facci vedere tu la bellezza e l’originalità della tua chiamata, facci gustare la presenza del Signore in mezzo te. Questo è quasi un appello silenzioso che il mondo fa alla Chiesa. Il problema è che spesso anche le famiglie cristiane hanno perso il “sapore del sale”, non sono più “lievito” nella farina della storia, non sono più luce che illumina il cammino….È un tradimento non solo della natura ma anche del Vangelo il tasso di natalità che si avvicina allo zero nel nostro Occidente, culla della Cristianità. 
Allora cosa può fare la famiglia cristiana? 
Queste e altre contraddizioni devono essere sanate affinché la famiglia cosiddetta cristiana torni ad essere credibile, testimone coerente, modello da proporre e “strategia di promuovere”. Una famiglia cristiana non può essere chiusa in se stessa o nel proprio movimento di appartenenza – è  per definizione “famiglia in uscita”. Non può avere paura e anzi sente l’urgenza “missionaria” di vivere in mezzo e di confrontarsi con altre scelte di vita – che sono semplicemente un fatto della società moderna – avendo come unico ma efficace mezzo di evangelizzazione la testimonianza. Questa è la via per “difendere” la famiglia. 
Concludiamo questa riflessione citando una parte dell’introduzione che don Primo Mazzolari scrisse in quel famoso testo che è “Anche io voglio bene al papa” .

[…]Della maniera di voler bene chi ce ne può far colpa? Si ama col cuore che si ha, se uno ce l’ha. E a prestito di cuore è inutile andare. L’olio della lampada nessuno mai l’ha imprestato. Neanche le Vergini sagge, che pur dovevano avere molta carità.[…]


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Cattolici ed Ebrei,quale futuro?

Incontro presso la parrocchia Santa Maria ai Monti in Roma stasera 25 gennaio ore 18:45. 


In prossimità della settimana per il dialogo ebraico-cristiano e dopo la storica visita di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma, la parrocchia ha pensato questo spazio di comunione e riflessione sulle relazioni tra cattolici ed ebrei. Intervengono don Giuseppe Pulcinelli, biblista e docente presso la Pontificia Universita Lateranense e la Pontificia Universita Gregoriana e responsabile per i rapporti con l’Ebraismo nella Commissione Diocesana per l’Ecumenismo e il Dialogo, e il Signor Ambasciatore Emilio Barbarani, cultore della materia e amico della Comunità Ebraica di Roma. Modera il Dottor Luigi Accattoli, giornalista vaticanista, e introduce e conclude il parroco, don Francesco Pesce. 


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“Migranti e rifugiati ci interpellano”

Oggi la Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Per noi cristiani, l’accoglienza è un sacro dovere di ospitalità. Pensiamo ad Abramo, che accoglie i tre uomini alle Querce di Mamre (Gn 18,1-15), immagine della Trinità; pensiamo ancora che, praticando l’ospitalità, possiamo aver “accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,1). Oggi sembra che la paura prenda il sopravvento – e si può in parte capire, vedendo quello che sta succedendo nel mondo. Il cristiano sa bene che la storia degli uomini è spesso una “povera” storia, fatta di sangue, di guerre, di paure, di egoismi, di chiusure, di muri e di fili spinati. Però al contempo crede che la storia è una storia della salvezza, guidata dalla Provvidenza, compiuta dal Bambino di Betlemme, anche Lui costretto a fuggire e cercare riparo in terra straniera. La politica cerca di affrontare questo “esodo biblico” dei nostri giorni, ma spesso rimane imbrigliata nelle logiche di destra o di sinistra. Come ci ricorda Don Primo Mazzolari, invece noi – specialmente i cristiani – dobbiamo guardare “in alto”, compiere passi coraggiosi e profetici di fraternità e costruire una pace non più fondata sulle armi, ma sul rispetto della dignità di ogni persona.


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Misericordes sicut Pater

Perché il blog 

Significativamente e con grande gioia inauguriamo questo spazio di riflessione e condivisione nell’anno del Giubileo della Misericordia, che ci ricorda la profondità e la bellezza della nostra realtà di figli – amati e perdonati dal Padre. Come parte della comunità ecclesiale, anche con questo blog, desideriamo accompagnare “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” (Gaudium et Spes, 1), “misericordiando” e mettendo al centro il Volto di Dio. Grati a Papa Francesco  e incoraggiati dal suo esempio, pensiamo che sia possibile e importante annunciare il Vangelo e testimoniare una “Chiesa in uscita” anche attraverso i mezzi di comunicazione sociale e della rete. 

Why this blog?
Significantly and with great joy we are opening this space for reflection and sharing in the Jubilee Year of Mercy, which reminds us of the depth and beauty of being children of God – loved and forgiven by the Lord, our Father. As part of the Church community, with this blog too, we wish to accompany “the joys and hopes, the grief and anguish of the people of our time” (Gaudium et Spes, 1), “using mercy” (“misericordiando”) and by putting at the center of our life the face of God. Grateful to Pope Francis and encouraged by his example, we think it is possible and important to announce the Gospel and witness a “Church which goes forth” through social media and Internet.
为什么这个博客?
欣逢慈悲禧年之际,我们怀着极大的喜悦搭建了这个反思与分享的平台,这是一件非常有意义的事,它让我们回想起作为天主子女的美好与奥妙,因为我们都被天父所宽恕和深爱着。作为教会团体的一份子,我们希望透过这个博客来参与“今天人们的喜乐与期望、愁苦与焦虑”(牧职宪章1),并把天主的慈悲面容带进那些有需要的人们的生活中。非常感谢教宗方济各,是他的榜样带动我们,让我们觉得透过社交媒体和互联网来宣传福音是一件可行的事,这样可以为“正在发展的教会”做出见证。