ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Siamo creature amate dal Padre, chiamate a una conversione del cuore

Mercoledì delle Ceneri e Tempo di Quaresima

Inizia il tempo della Quaresima, che ci porterà dopo 40 giorni al Triduo Pasquale, cuore dell’anno liturgico.

Nel Mercoledì delle Ceneri la Chiesa, imponendo il segno delle ceneri sul nostro capo, compie un gesto semplice che ricorda la fragilità della natura umana, l’essere creature. Il fatto di essere creati, però, nella visione cristiana non si riduce a una connotazione di precarietà, quasi a una connotazione “negativa” dell’essere umano, della sua natura e delle sue potenzialità. Essere creature presuppone l’esistenza di un Dio creatore, che ci ha amato “sin dal grembo materno” e si prende cura di noi. Un Dio creatore e Padre. Recita infatti il Credo, il simbolo della fede cristiana: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”. E’ bello che Dio venga menzionato prima come Padre e poi come Creatore. E’ bello che la parola onnipotente venga accostata alla parola Padre. Dio e’ un Padre che può fare tutto per i suoi figli, in virtù dell’amore, dello Spirito che li lega a lui.

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In questa creatura umana desiderata, amata e custodita da Dio, che è disposto a tutto per lei fino a morire per salvarlo, abita infatti lo Spirito “che e’ Signore e da’ la vita”. Lo Spirito sarà con noi come consolatore, rimanendo con noi tutti i giorni, “fino alla fine del mondo”.

Viviamo allora con speranza questo tempo, nella riflessione, nella meditazione e nella preghiera, ricordandoci di essere creature fragili ma soprattutto amate e custodite da Dio Padre. Questo ci potrà aiutare a vivere il percorso non in una penitenza fine a sè stessa, timorosa e sterile, ma come una riconciliazione con Dio Padre e una conversione al Vangelo, la notizia gioiosa della resurrezione di Cristo, che cambia radicalmente e per sempre la vita. Non solo la nostra, ma quella degli altri, perché il Vangelo e’ “contagioso”

Ritornare al Signore ‘con tutto il cuore’ significa intraprendere il cammino di una conversione non superficiale e transitoria, bensì un itinerario spirituale che riguarda il luogo più intimo della nostra persona. Il cuore, infatti, è la sede dei nostri sentimenti, il centro in cui maturano le nostre scelte, i nostri atteggiamenti. Quel ‘ritornate a me con tutto il cuore’ non coinvolge solamente i singoli, ma si estende all’intera comunità, è una convocazione rivolta a tutti: “Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo”.

Gesù nel Vangelo ci ha spiegato che la vita, come un cammino di risposta a Dio che ci viene incontro, deve essere vissuta in modo serio: preghiera, digiuno ed elemosina più che singole azioni esprimono un unico movimento del cuore che sa amare Dio, sa amare gli altri, e sa vivere costantemente orientato verso le cose che non passano. La meta è la Pasqua, giorno in cui è svelato pienamente l’immenso amore del Signore per ciascuno di noi.

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Sguardi e parole

Riflessioni sul Vangelo della VIII Domenica del Tempo ordinario Anno C (Sir 27,5-8  Sal 91 1Cor 15,54-58   Lc 6,39-45)

don Francesco Pesce

 “Gli occhi di tutti erano fissi su di Lui!”. Così l’evangelista Luca descrive nel Vangelo ciò che accadeva dopo che Gesù ritornato a Nazareth, aveva appena proclamata la Parola del rotolo di Isaia.

Sappiamo dai Vangeli che Gesù tante volte desidera vedere chi incontra nel suo cammino; Zaccheo, la donna adultera, Lazzaro tanti altri. Così anche le persone desiderano vedere Gesù. La vita cristiana in fondo è il risultato di questi sguardi. Dio e l’uomo si cercano.

Non è vita cristiana, guardarsi addosso; non è vita cristiana guardare prima di tutto i propri peccati e neanche guardare i peccati degli altri; non è vita cristiana guardare solo le norme e i regolamenti.

Il Vangelo ci chiama a superare le facili contrapposizioni tra giusti e ingiusti, peccato e virtù. Anche il figlio maggiore della parabola del Padre misericordioso ad esempio è un peccatore. Cosa ha fatto? Niente! Non ha capito l’amore. Non ha capito l’amore e con il suo occhio guardava tutto e tutti con sospetto; ricordiamo anche quando gli scribi e i farisei mormoravano contro Gesù perché “guardavano” che mangiava con i peccatori. La prima violenza è proprio quella dell’occhio; dobbiamo sempre tutti imparare ogni giorno a guardare il mondo con gli occhi misericordiosi del Padre. Fin dall’inizio della Creatore Dio vide che l’uomo era cosa molto buona!

Dio non guarda i nostri meriti o le nostre colpe, ma prima di tutto i nostri bisogni. Tutti noi dobbiamo sempre recuperare uno sguardo positivo su noi stessi e sugli altri, per crescere nella nostra immagine e somiglianza con Dio. Sotto la polvere di tanti nostri giorni, nascosto in qualche angolo dentro di noi, c’è un tesoro prezioso che dobbiamo cercare con la lampada dello Spirito.

Oltre gli sguardi ci servono anche le parole del cuore riempito di Spirito

Non la bellezza delle nostre parole, o della nostra immagine, non la rilevanza delle nostre strutture, ma la bontà del nostro cuore migliora noi stessi e gli altri. “L’uomo buono – abbiamo ascoltato – trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore, l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6,45). il criterio per verificare la nostra adesione al vangelo, non è la dottrina, l’osservanza della legge, ma il frutto che si produce. Nel giudizio finale descritto nel vangelo di Matteo al capitolo 25, dove Dio rivelerà il Mistero della vita, ci verrà chiesto di questi frutti, che tanti oggi con gli occhi fissi su di noi, e le mani protese attendono per saziare la loro fame di pane e dignità.

Siamo chiamati come cristiani a vedere le profondità dei cuori, specialmente quelli feriti dalla vita. Tertulliano testimonia che i primi cristiani prendevano il vangelo così sul serio che i pagani esclamavano, ammirati: “Guardate come si amano!” (Apolog. 39)

Siamo chiamati come cristiani a pronunciare non parole che vincono, ma parole che salvano. Solo queste ultime producono molto frutto.

 


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ll peccato contro la carità e l’aridità spirituale alla radice del dramma degli abusi nella Chiesa

Una riflessione dopo l’Incontro sulla Protezione dei Minori nella Chiesa conclusosi domenica in Vaticano

Don Enrico Ghezzi*

Carpire l’innocenza dei bambini e uccidere l’ardore della loro vita nello sviluppo adolescenziale, che tipo di “peccato” è mai? Alla radice è un “peccato contro la carità”.

Per tentare di capire il dramma degli abusi su minori, si possono fare analisi psicologiche, indagare nelle più remote e sconosciute profondità dell’inconscio, ma alla fine, per noi cristiani, è il peccato contro l’amore, il tradimento della carità, alla radice di questo abisso di male nella Chiesa.

Croce

È scomparsa dalla tua anima la carità che tu prete, vescovo, cardinale, dovevi vivere nella gioia e nel dono generoso del tuo ministero; non sei stato forse, in seminario, per lunghi anni, educato ad amare Gesù e a vivere il Vangelo per il popolo che dovevi servire? Non hai sentito ripetere, infinite volte – come la Scrittura dei due Testamenti ci ha insegnato – che “Dio è amore” e che dobbiamo “amare Dio e il prossimo”? L’altro – il bambino e il giovane – diventa invece per te un oggetto del desiderio, su cui far valere il potere, la forza fisica, la soggezione psicologica, in un atto che imprime nella carne di questi innocenti il marchio dell’egoismo cieco e violento.

L’abuso sui minori è un problema di distruzione dell’amore, ed è ancor più grave, perché questo “prossimo” che Dio ci chiama ad amare più di noi stessi, è vulnerabile, ignora o non sa opporsi al male che sta subendo. I danni e traumi psico-fisici e affettivi lo segneranno per tutta la vita.

Per noi cristiani, l’atto di fede che professiamo ha senso esclusivamente nel suo contenuto di carità e di amore. Ecco perché, dopo che attraverso la legge e il diritto si stabiliscono le responsabilità e le condanne di chi è colpevole di abusi sui minori, per i cristiani – le comunità, le parrocchie o gli istituti religiosi – il “rimedio” sta nella riscoperta quotidiana della carità e dell’amore. Carità e amore che sono totalmente assenti in quei consacrati che si sono macchiati di un simile delitto contro degli innocenti.

Educando a queste virtù, si può pensare a un percorso di “purificazione” e di “guarigione” per tutta la Chiesa. E anche attraverso una formazione dei giovani candidati al sacerdozio e un discernimento di quanti sono chiamati a diventare pastori, ponendo a fondamento il cuore della Scrittura: le beatitudini – che sono la vera “road map” – e, come ci ricorda l’apostolo Paolo, “la fede, la speranza e la carità”, di cui “di tutte più grande è la carità!”(1Cor 13,13).

I consacrati che si sono macchiati di tali crimini devono innanzitutto riconoscere la loro mancanza di amore. Essi hanno una possibilità di riscatto solo se si pongono in atteggiamento di penitenza e di ascolto della Parola, se si affidano, se lasciano operare lo Spirito. Se prescindiamo dallo Spirito – “l’amore di Dio che si è riversato nei nostri cuori” – ci troveremo sempre di fronte agli abissi di questo male che vede perfino i nostri confratelli correre verso il precipizio dell’abuso, della violenza, dell’umiliazione del piccolo e dell’indifeso.

Papa Francesco credo che possa condividere questo pensiero: oltre alle leggi che sono necessarie per prevenire, intervenire e fare giustizia nei casi di abusi sui minori, è indispensabile cambiare i cuori, convertirsi a Gesù e al Vangelo, aprirsi alla grazia dello Spirito Santo.

È opportuna qui anche una breve riflessione sulla pesante aridità spirituale che sta investendo sempre di più i nostri Paesi occidentali, prosciugando le sorgenti di vita interiore coltivata nella Chiesa per molti secoli: monasteri e luoghi di contemplazione; la lettura orante della Scrittura; la condivisione dei pastori della Chiesa, con il nostro popolo, di una vita semplice e povera; l’attenzione e la vicinanza alle sofferenze sociali; la gioia e la bellezza della fede trasmessa dai nostri genitori…

Un materialismo apparentemente inoffensivo, ma in realtà divoratore, sta prendendo sempre più piede, esprimendosi anche e soprattutto con un’assenza di vita spirituale e interiore. È dal seme della spiritualità e dell’interiorità che germogliano l’amore e la carità. In tale vuoto spirituale, si fa fatica oggi, non solo nel matrimonio e come genitori, ma anche nella vita consacrata, vivendo una vocazione spesso senza più radici e motivazioni forti e autentiche, più facilmente preda della ricerca del potere, dell’egoismo, della mondanità e del clericalismo.

È in questo deserto spirituale che avvengono gli abusi sui minori, anche da parte dei chierici. Tanti di loro che si macchiano di tali delitti vivono un celibato e un ministero non come un dono della Grazia, ma come un vincolo senza felicità, senza amore e senza la gioia di servire il Popolo di Dio. 

Chiediamo a Dio la grazia di una vera conversione attraverso il dono dello Spirito e un ritorno ai fondamenti del Vangelo.

*Parroco emerito della Diocesi di Roma


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Un cammino di vera conversione: Messaggio del Papa per la Quaresima

Questa mattina, presso la Sala Stampa della Santa Sede, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2019 dal titolo «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (Rm 8,19).

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Immagine: He Qi

Alla Conferenza sono intervenuti l’Em.mo Card. Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; Mons. Segundo Tejado Muñoz, Sottosegretario del medesimo Dicastero e il Dott. Alberto Piatti, Executive Vice President – Impresa Responsabile e Sostenibile di Eni.

Nel Messaggio, Papa Francesco ricorda che la Quaresima è un cammino di preparazione alla Pasqua e ci invita a non lasciar “trascorrere invano questo tempo favorevole”, chiedendo a Dio la grazia “di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione“.  Allo stesso tempo il Papa ci ricorda che questo cammino ci viene riproposto in ogni anno liturgico, “di Pasqua in Pasqua, verso il compimento di quella salvezza che già abbiamo ricevuto grazie al mistero pasquale di Cristo”. Cita, in proposito, le sublimi parole di S. Paolo: “Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8,24) e, successivamente, “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove“. In Cristo già siamo salvi, già siamo creature nuove, qui e ora. La Quaresima dovrebbe essere un tempo in cui maggiormente riflettiamo su noi stessi e ci mettiamo in ascolto di Dio, per diventare ancora più consapevoli di essere salvati e, come creature nuove, incarniamo “più intensamente e concretamente il mistero pasquale” nella nostra “vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina”.

E’ significativo poi che il Messaggio porti la data del 4 ottobre, Festa di San Francesco di Assisi, il santo del mirabile Cantico delle Creature, il santo del “Creato” (diremo oggi “delle questioni ambientali”, dell’ “ecologia”), il santo cui il Papa di ispira nella sua Enciclica Laudato Si’ sulla cura della nostra Casa Comune. Non a caso, a presentare il Messaggio, c’era il Dicastero vaticano che si occupa delle questioni relative allo sviluppo, che nel mese di luglio scorso ha organizzato una grande conferenza in occasione dell’anniversario della Laudato Si’. 

Un punto importante del Messaggio quaresimale di quest’anno è infatti proprio il Creato. Dice il Papa che il nostro peccato fa “incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto (cfr Gen 3,17-18). A causa del peccato, l’uomo si sente “dio del creato”, “padrone assoluto”, usandolo “non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri”. Ma la redenzione di Cristo investe anche il Creato, oltre che tutte le creature, che saranno liberati “dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21).


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Papa Francesco in visita a Loreto

Il prossimo 25 marzo, Solennità dell’Annunciazione del Signore, Papa Francesco visiterà Loreto.

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In questa occasione, il Santo Padre offrirà alla Vergine Maria l’Esortazione post-sinodale del Sinodo dei Vescovi sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, svoltosi in Vaticano lo scorso ottobre. Il nostro blog ne aveva dato conto commentando il Documento finale. Un Sinodo in cui per la prima volta hanno partecipato anche due vescovi della Cina continentale.

E’ stato diffuso nei giorni scorsi dalla Sala Stampa il Programma della Visita, che prevede l’arrivo di Francesco in elicottero nella mattina del 25 marzo al centro Giovanni Paolo II di Montorso. Seguirà la celebrazione dell’Eucaristia nella Santa Casa e al termine della Messa firmerà la Lettera post-sinodale ai Giovani. Il Discorso del Pontefice e l’Angelus avverranno nel Santuario, dove il Papa saluterà gli ammalati presenti ed uscirà sul sagrato per incontrare i fedeli.


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唯有真福的人才能缔造和平

丙年常年期第七主日默想(撒前 二十六,2. 7-9. 12-13. 22-23、圣咏102、格前 十五,45-49、路 六,27-38

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我们的体系为要立得住经常必须鉴别敌人,几乎要制造敌人。在孩子的教育上这也真是如此。我们记得我们的长辈以贬义的方式来用“奥地利”这词的时候:他们曾说,若你不乖的话,我就去叫奥地利人过来。而后,我们以贬义的方式叫了黑人、共产主义人、今天或许是穆斯林人。

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福音里首次施教就是有关那敌人的观念:没有敌人,只有人们。圣保禄在读经二里提醒我们,有脆弱的、易错的、属于土的人,但在他内有圣神居住。我们有时也错误地被教过教会有敌人,因此需要保护她:保护她免受相对主义、主观主义、世俗主义等等的影响,不过耶稣从来没有保护自己;同样,圣伯多禄和圣保禄也没有保护过自己。当我们内在有恶时:权势、金钱、失去优势的恐惧,我们有一部完整与敌人战斗的历史。

所以耶稣说:“有人打你的面颊,也把另一面转给他”的时候,是要我们超越敌人。在若望福音里耶稣也被打耳光,但祂使之无效: 我若说得不对,你指证哪里不对;若对,你为什么打我?”

耶稣邀请人们不要以暴还暴,否则它会增长,而后会一直不停地的增长。转过脸颊,或让人拿起外衣,或让自己被拖到法庭上的逻辑,意味着承认暴力,给它一个名称并与之“战斗”,如太阳战斗黑暗,使之逐渐被扩大的光明战胜。

我们要以修改我们的责任的私人空间,开始过改善的生活。唯有真福的人才能缔造和平,并能自然地插入在历史上和平的大进程里。有权势、特权、议政的人往往是和平的异物,而且几乎不自觉地会成为战争的盟友。

当我想要给非暴力取名字的时候,我说正义、差异的尊重、和平、共同利益。我说真福八端,它们是给独一无二真里取许多名字的词汇,耶稣是这真里的首位证人。耶稣是非暴力的证人,这个有许多名字的非暴力就是真福八端。

当一个人有权威、有公司、发号施令的职位时,或一个国家拥有资源时,不必用剑来保护它们。耶稣对彼拉多说:“假使我的国属于这世界,我的臣民早已反抗了”。用剑战斗是杀死,只能造成失败和没有任何胜利者的暴力。事实上我们的历史是一条血何,是因一个王国没有剑就不能支撑的原则之名而流出的。因此我们总在打仗。耶稣曾对圣伯多禄说:“把剑收入鞘内”,“不然总是最强、最暴力、最残忍、有更好武装的人有理“。

眼睛的那个暴力是首个暴力;我们为了和平而工作并缔造它,日复一日学着以圣神的眼睛看世界,知道洞悉时间的迹象。宿命论、不可上诉的判决只是些隐瞒脱身,躲避现实世界的方式。教宗却挑战我们:要“以和平缔造者的风格来建立社会、团体”。

我们今天也看得很清楚:战争的后果特别影响穷人。不过我们也看到福音讯息的力量,它不会被历史打败,总是能够有力地回响:“穷人是有福的,哀恸的人是有福的”。穷人重拾希望,那么战争赤裸裸暴露出来,显示出它全然的荒谬和无用。我们在这个世代中有许多的战争,但也有许多没被军阀打败和消灭的希望。

那么让我们祈求和平的君王耶稣基督。教宗方济各正在努力地使此王权从康斯坦丁记忆的一切大氅和冠冕解脱出来,如此一来宛如肥沃的种子建立一个非暴力的世界,那里:“我们不需要炸弹与武器,不需要以毁灭带来和平,而只需要在一起,彼此相爱”(德肋撒修女,1979年诺贝尔和平奖颁奖典礼中的演讲)。

 


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Solo l’uomo delle Beatitudini può costruire la pace

Riflessioni sul Vangelo della VII Domenica del Tempo ordinario Anno C (1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23   Sal 102 1Cor 15,45-49   Lc 6,27-38)

don Francesco Pesce

Spesso il nostro sistema per stare in piedi deve identificare il nemico, lo deve quasi produrre. Questo è vero anche nell’ educazione dei bambini. Ricordiamo quando i nostri nonni usavano il termine “austriaco” in modo dispregiativo: se non ti comporti bene chiamo gli austriaci, si diceva. Poi abbiamo chiamato in senso dispregiativo gli uomini di colore, i comunisti, oggi forse i musulmani.

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Un primo insegnamento del Vangelo è quello dell’idea del nemico: non ci sono nemici, ci sono uomini. Ci ricorda Paolo nella seconda lettura, c’è l’uomo della terra, fragile, fallibile, ma è l’uomo in cui abita lo Spirito. Anche la Chiesa ci hanno alcune volte malamente insegnato ha dei nemici e quindi occorre difenderla: dal relativismo, dal soggettivismo, dal laicismo e così via, Gesù però non si è mai difeso; e allo stesso modo Pietro e Paolo non si sono mai difesi. C’è tutta una storia di nemici che abbiamo combattuto mentre il male era interno a noi: il potere, il denaro, la paura di perdere posizione dominante.

Per questo quando Gesù dice “Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra tu porgigli anche l’altra”, ci dice di andare oltre il nemico. Nel Vangelo di Giovanni anche Gesù prende uno schiaffo, ma lo rende inefficace: “Se ho sbagliato mostrami dove ho sbagliato, se non ho sbagliato perché questa violenza?”

Gesù invita a non opporre alla violenza, altra violenza, altrimenti questa cresce e poi diventa un crescendo interminabile. La logica del porgere l’altra guancia o di lasciarsi togliere il mantello o di lasciarsi trascinare in tribunale, significa riconoscere la violenza, dargli un nome e “combatterla” come fa il sole con le tenebre che a poco a poco sono vinte dalla espansione della luce.

Noi dobbiamo cominciare a vivere il cambiamento modificando gli spazi privati delle nostre responsabilità. Solo l’uomo delle Beatitudini può costruire la pace e può inserirsi naturalmente nei grandi processi di pace della storia. L’uomo del potere, del privilegio, della lobby, risulterà sempre un corpo estraneo alla pace e diventerà quasi senza rendersi conto, alleato della guerra.

Quando voglio dare dei nomi alla non violenza, dico giustizia, rispetto delle diversità, pace, bene comune. Dico le Beatitudini, parole che danno nomi molteplici a questa verità unica di cui Gesù è stato il primo testimone. Gesù è testimone di non violenza, questa non violenza dai tanti nomi, che sono le beatitudini.

Quando uno ha una autorità, una azienda, un posto di comando, oppure quando un paese possiede delle risorse, non bisogna difenderle con la spada. Gesù dice a Pilato: se il mio regno fosse come il tuo, i miei avrebbero combattuto. Combattere con la spada è uccidere, è la violenza che crea solo sconfitti e nessun vincitore. Infatti la nostra storia è un fiume di sangue versato in nome del principio che senza una spada un regno non si regge. Per questo siamo sempre in guerra. “Metti via la spada”, ha detto Gesù a Pietro, “altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più crudele, del meglio armato”.

La prima violenza è quella dell’occhio; si lavora per la pace e la si costruisce, imparando giorno dopo a giorno a guardare il mondo con gli occhi dello Spirito, sapendo scrutare i segni dei tempi. Il fatalismo, il giudizio di condanna senza appello, sono solo modi per nascondere il disimpegno, per ripararsi fuori dal mondo reale. Il Papa ci sfida invece a: “Costruire la società, la comunità, con lo stile degli operatori di pace”.

Lo vediamo bene anche oggi: le ripercussioni della guerra cadono soprattutto sui poveri. Vediamo però anche la forza del messaggio evangelico, non sconfitta dalla storia e sempre capace di riecheggiare potentemente: “Beati i poveri, beati i miti…”. I poveri si riappropriano della speranza, e allora la guerra rimane nuda e manifesta tutta la sua assurdità e inutilità. Noi siamo in questi tempi, tante guerre ma anche tante speranze non vinte e non annientate dai signori della guerra.

Preghiamo allora Gesù Cristo Re della Pace. Una regalità che con l’enorme sforzo di Papa Francesco si sta liberando da tutti i mantelli e le corone di costantiniana memoria, e in questo modo come seme fecondo costruisce un mondo non violento dove: “Non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri” (Madre Teresa di Calcutta, discorso alla consegna del premio Nobel per la Pace, 1979).