ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Tempo di Natale; di che cosa abbiamo bisogno?

Quasi fino ai nostri giorni il Natale era vissuto come un momento di sosta e di riposo dai brutti giorni della vita feriale; anche la guerra quasi si fermava. Al fronte i cannoni tacevano per una intera giornata, i fucili erano riposti nel fodero. Il nemico per un giorno, non esisteva più e in un certo senso gli uomini diventavano tutti fratelli. Dopo un poche ore però tutto tornava come e peggio di prima.

Oggi abbiamo ben capito che se vogliamo vivere senza finzioni, l’unico modo è quello di ritornare alla Parola di Dio che si incarna. «Dio nessuno l’ha mai visto, soltanto il Figlio Unigenito che è nel seno del Padre ce lo ha rivelato». Abbiamo bisogno del Dio della fede, rivelato dalla Parola di Gesù, altrimenti sarebbe un Dio concettuale, uno strumento fantasioso per le varie ideologie. Abbiamo anche bisogno di credere nell’uomo, di rispettarlo e di rispettare l’ambiente in cui vive. L’uomo viene spesso scartato, quando è debole, vecchio, dimenticato. Nei nostri presepi scorrono i ruscelli, il muschio odora di Natale, ma le nostre terre sono “del fuoco” devastate dai rifiuti tossici, l’aria i fiumi e i mari inquinati. Le periferie delle città sono lazzaretti, in loro non c’è posto per la dignità uomo.

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Abbiamo bisogno di vivere sul serio il Natale che viene a partire dalla nostra umanità, per saper accogliere degnamente quella di Cristo. Il Natale descritto dai profeti, in particolare Isaia si colloca sul versante della umanità in un punto molto preciso: dividere il pane con l’affamato. Il vero Natale è l’incontro con le persone più bisognose e solo così si può incontrare Dio che viene. Il Natale che aspettiamo di cui parlano i profeti fino a Giovanni Battista è il digiuno dall’egoismo, dall’interesse privato, dalla corruzione, dalla globalizzazione della indifferenza.

Nel bambino Gesù, debole come ogni uomo, che deve compiere il suo viaggio, Dio stesso si rivela, si rende presente, viene ad abitare la nostra storia. La debolezza è la casa di Dio. Questo significa anche che lo sguardo su Gesù bambino deve diventare anche sguardo su noi stessi, nuova comprensione di noi e della nostra povera vita di donne e di uomini, come luogo in cui, proprio grazie alla nostra debolezza, Dio vive, si rende presente, e ci ama fino alla fine.


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Tempo di Natale: Giuseppe uomo giusto

Afferma il vangelo circa Giuseppe:«poiché era uomo giusto» (Mt 1,19) .

Prima di tutto Giuseppe era un uomo; con la sua fede, e con i suoi dubbi, con il suo amore e con il suo timore. Giuseppe non è giusto perché rispetta la legge ( che gli avrebbe consentito di ripudiare Maria) ma  è «giusto» perché supera la legge e si inoltra nei sentieri dell’amore. Giuseppe è “giusto” perché ama Maria e crede nel progetto di  Dio. Giuseppe realizza in sé ciò che dice il Salmo: «Beato l’uomo che teme il Signore, la sua giustizia rimane per sempre. Spunta nelle tenebre come luce per i giusti, buono, misericordioso e  giusto. Il giusto sarà sempre ricordato (cf Sal 112/111, 1.3-4.6).

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Noi abbiamo bisogno di questa giustizia, non la giustizia della legge, ma la giustizia come virtù, una delle quattro «virtù cardinali» insieme alla prudenza, la fortezza e la temperanza. Noi abbiamo anche bisogno di uomini e donne come Giuseppe ; persone di fede, di speranza e di carità. Queste tre parole non si possono dire separatamente, perché sono una sola parola. Se io separo la fede dalla speranza o la fede dalla carità,compio una divisione indebita. Abbiamo avuto nella storia,anche la nostra storia contemporanea, uomini di fede senza speranza che hanno combattuto ogni innovazione, ogni attesa dei poveri, in nome della loro fede. Abbiamo avuto  uomini di grande fede senza carità che hanno ammazzato gli uomini per la loro fede. Non separiamo ciò che Dio ha unito! Come ha fatto Giuseppe uomo giusto.


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Tempo di Natale: Una vigilanza fedele

Bisogna sempre vivere il Natale partendo dallo Spirito. Occorre una vigilanza concreta:

Una vigilanza fedele. La fedeltà vuol dire credere che la storia dell’uomo è nelle mani di quel bambino che nascerà. Dio agisce nella storia concretamente. Egli si è impegnato nella nostra storia e lo Spirito del Signore ancora opera ogni giorno; ho questa fede. Questa fede illumina tante notti. Le candele di Avvento ci hanno insegnato che la luce s’accende dentro, come le lampade delle vergini sagge di cui parla il vangelo di Matteo. Non sono soltanto i movimenti esterni che decidono il senso della nostra vita ;è la decisione spirituale, nei confronti del Signore che dà senso a tutto.

Una vigilanza che sa discernere : saper discernere nella realtà le bellezze che ci sono, i segni dei tempi che Dio ci dona. Così scrive il papa in Amoris Laetitia: “molte volte abbiamo agito con atteggiamento difensivo e sprechiamo le energie pastorali moltiplicando gli attacchi al mondo decadente, con poca capacità propositiva per indicare strade di felicità.”

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Una vigilanza che si compromette. Non si può vivere veramente stando fuori dalle situazioni, nascosti e protetti dalla siepe di Adamo. Occorre scegliere compromettendosi:“Gesù aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente” (AL 308).

Questa “meravigliosa complicatezza è in fondo il Natale, la realtà di polvere e Spirito, già e per sempre amata dal Signore. Il bambino che viene ci chiede un cambio di passo, una rivoluzione interiore ed esteriore, come se un antico sole quello che splendeva rassicurante sulla mia testa dovesse provvidenzialmente oscurarsi, e la luna che tanto mi affascinava nel mio cattolicesimo borghese e benestante, dovesse cadere con tutti gli astri.

Noi dobbiamo di più e meglio entrare nei cataclismi del mondo dove ingiustizie e malvagità convivono, dire a voce alta chi ne sono gli autori e i complici  e chi sono le vittime. Entrare e mettersi dalla parte delle pietre scartate è il mandato di Gesù Cristo.

Gesù è entrato nella debolezza umana. Questa universalità del Natale  è molto  importante, oggi lo sentiamo di più di una volta, perché le pareti di divisione stanno cadendo tutte inesorabilmente; non possiamo più vivere,non solo gli uni contro gli altri, ma neanche  gli uni accanto  agli altri. Le divisioni appartengono non al Dio tra poco bambino, domani crocifisso e risorto,ma  appartengono al peccato di Adamo. Natale ci chiede di tornare al principio di quella unità che supera ogni divisione civile politica e anche religiosa: gli uomini sono tutti amati. Le divisioni sono funzionali, ma nulla più. Abbiamo ancora addosso una storia di muri, di razzismi e anche di guerre di religione, di scomuniche reciproche. Il Natale  non le tollera più.

Preghiamo il Bambino di Betlemme  perché ci aiuti ad aprirci ad una solidarietà che arrivi fino al  dolore fisico dell’uomo, di ogni uomo  per cui Natale  vuol dire anche avere un pezzo di pane a mezzogiorno o essere liberato dalla guerra che lo  sta uccidendo.

Preghiamo il Figlio dell’uomo perché ci aiuti ad amare sempre di più il mondo. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito», il Dio di Gesù non è un Dio che chiede, ma un Dio che offre, che arriva addirittura a offrire se stesso: «Perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»”. Avevano chiesto a Gesù all’inizio del vangelo di Giovanni, dove abitasse, e Lui decide di abitare nel nostro dolore. E li siamo veramente tutti fratelli.


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Non amiamo a parole ma con i fatti

Riflessioni sul messaggio di Papa Francesco sulla Giornata Mondiale dei Poveri.

Oggi  nella 33.ma Domenica del Tempo ordinario  celebriamo in  tutta la Chiesa Cattolica insieme agli uomini di buona volontà la prima Giornata Mondiale dei Poveri, che Papa Francesco ha voluto istituire  e che aveva già annunciato al termine del Giubileo della Misericordia. Come segno di condivisone, il Papa ha invitato  a pranzo 1.500 poveri nell’Aula Paolo VI, l’aula delle udienze che porta il nome del grande pontefice della Populorum Progressio, dopo aver celebrato la Messa in San Pietro. Ieri c’è stata una Veglia di preghiera nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura, per fare memoria del martire romano che ha riconosciuto i poveri, come vero tesoro nella chiesa.

“Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste” (Messaggio per la I giornata mondiale dei poveri al n 6).

“Non amiamo a parole, ma con i fatti” è il titolo del primo messaggio di Papa Francesco per questa giornata. Il Papa parla dei “mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte della schiavitù, dall’esilio e della miseria, dalla migrazione forzata” ( n 5).

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Non sorprende la fugace attenzione data, anche dentro la Chiesa, alla proclamazione di questa giornata mondiale. Non sorprende ma amareggia, e tutti siamo chiamati a reagire con forza alla indifferenza verso i poveri.

Chi ha molti denari e molte sicurezze rischia di vivere come gli «spensierati di Sion» di cui parla il profeta Amos, e si costruisce un mondo tutto suo, e anche se alla sua porta ci sono migliaia di Lazzari nemmeno se ne accorge. L’ epulone dei nostri anni a volte se ne accorge e allora fa qualche elemosina per i poveri, dona qualche vestito vecchio che non mette più, pur di non avere il disturbo dei Lazzari alla sua porta.

In tutte la Chiesa cattolica si legge spesso la parabola del Ricco Epulone ma domani Lazzaro starà come oggi. Niente cambia. Purtroppo il messaggio di Gesù è stato spesso imprigionato nel sistema e lo abbiamo un po’ reso innocuo; non incide più nella nostra vita reale. Questo è l’abisso di cui parla  il Vangelo. Inoltre tutti vediamo che l’abisso tra i Lazzari e gli epuloni si è allargato e si sta allargando a dismisura.

Noi epuloni abbiamo da secoli deciso che non si può consentire la promiscuità tra chi è dentro e chi è fuori. Lazzaro deve stare fuori dal sistema, dalle nostre città, la Bibbia direbbe dall’accampamento. Lazzaro poi non solo è escluso ma deve essere anche convinto che sia normale così, che sia giusto. L’esclusione lo tocca dentro, nella coscienza.

La nostra società però dice di ispirarsi ai grandi principi del Cristianesimo, dell’ Illuminismo, della democrazia e allora prova ( fa finta?) ad inserire dentro di se Lazzaro l’escluso, ma non ci riesce, perché dovrebbe contestare se stessa nei propri principi costitutivi. Gli immigrati sono i Lazzari del ventunesimo secolo e noi sappiamo solo allargare il fossato.

I cristiani e tutta l’umanità, non si dimentichino che Dio sta dalla parte dei Lazzari, anzi Dio in questo mondo è Lazzaro. Gesù è andato fra gli immondi per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare le nostre città, il nostro sistema, e scoprire che il vero Lazzaro, il vero immondo è proprio il sistema. Questa è la rivoluzione cristiana. Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli esclusi perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi, perché sappiano che la dignità e’ un loro diritto inalienabile. Il sistema poi ha provato ad addomesticare Gesù “promuovendolo” a tutore dell’ordine ma Lui si è divincolato, andando contro ad un sistema che esclude, ribellandosi al potere politico/religioso e a quello economico. Per questo è stato crocifisso come un Lazzaro qualunque: “Come un delinquente voi lo avete appeso ad un legno” dice Pietro, nel primo discorso dopo la Pentecoste. Le Beatitudini ci dicono che i Lazzari hanno già vinto in Cristo la loro battaglia di dignità. Ora ci stanno venendo incontro, e sono milioni. Non ci vogliono distruggere, ma dirci la Parola della salvezza che è stata loro affidata. Beati i Poveri perché vostro è il Regno di Dio dirà Gesù. Vostro è il segreto della vita.

Le ricchezze non sono un fine, ma uno strumento nelle mani degli uomini; spesso sono diventate uno strumento iniquo perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e assoggettare interi popoli al controllo di alcune elite. Siamo arrivati nella storia perfino allo sterminio programmato e calcolato dei poveri, come ricorda ancora il profeta Amos. Grazie a Dio il progresso culturale dei popoli sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile. Gesù invita i suoi discepoli ad essere “scaltri” nell’uso delle ricchezze. Chiede ad ognuno di noi un diverso rapporto con le ricchezze sia sul piano individuale che in quello comunitario. Proprio per questo non può più bastare il gesto privato della elemosina; bisogna agire perché la ricchezza possa diventare uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli; questa è la concretezza del vangelo, che per sua natura è un fatto sociale. La storia ci insegna che non pochi si sono allontanati dalla Chiesa e dalla fede, perché hanno ricevuto una cattiva testimonianza nell’uso del denaro e delle ricchezze. Assistiamo poi in questi anni come cristiani e cittadini del mondo a due fatti molto importanti. Papa Francesco sta testimoniando la possibilità concreta di una Chiesa povera per i poveri, ed è uno straordinario dono del Signore, un esempio che ci stimola a sempre nuova conversione. Inoltre al contempo assistiamo al fatto che molti poveri, si stanno -potremmo dire così- riprendendo il vangelo, spesso a loro nascosto, dietro parole di circostanza e umilianti elemosina. I poveri oggi sono coscienti che il vangelo è prima di tutto per loro, e non sono più disposti ad aspettare per i loro diritti e la loro dignità. Rileggiamo e meditiamo attentamente a questo proposito le parole profetiche di don Primo Mazzolari, prete povero tra i poveri al quale papa Francesco renderà onore, pregando sulla sua tomba fra pochi giorni:” io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare; i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure c’è chi tiene la statistica dei poveri, e ne ha paura; paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.” Sta già avvenendo.


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Rimettere il lavoro al centro dei processi formativi

La 48a Settimana Sociale dei cattolici a Cagliari 

Don Francesco Pesce

Rimettere il lavoro al centro dei processi formativi, è la fondamentale proposta che la Chiesa italiana ha fatto al governo durante la 48° Settimana Sociale a Cagliari. Le altre sollecitazioni, Pir (Piani individuali di risparmio), appalti, Iva, formazione si muovono su questa linea. Il Primo ministro italiano nel suo intervento ha espresso sintonia con questa proposta e ha dichiarato:“Senza lavoro i valori fondamentali che sono alla base della nostra società fanno fatica a resistere […]per questo è fondamentale rimettere al centro il lavoro e vi ringrazio di averlo fatto”. Un clima di dialogo sereno e costruttivo, si è respirato nelle giornate cagliaritane. Già il tema scelto:” il lavoro che vogliamo: libero, creativo partecipativo e solidale” esprime il desiderio di comunità, e di bene comune al quale tutte le componenti del paese sono chiamate a dare il loro contributo. Gli aggettivi qualificativi riportati nel titolo sono scritti nell’Evangelii Gaudium, documento programmatico di papa Francesco che a Cagliari è stato messo al centro ed ha ispirato moltissimi interventi.

Più di mille delegati sono arrivati a Cagliari dalle diocesi italiane e subito hanno ascoltato il videomessaggio di papa Francesco: “Non tutti i lavori sono degni. Ci sono lavori che umiliano la dignità delle persone […] offendono la dignità del lavoratore anche il lavoro in nero, quello gestito dal caporalato, […] questo uccide”.

Il lavoro è una vocazione ed è allo stesso tempo uno strumento, nelle mani degli uomini; spesso è diventato uno strumento iniquo perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e sottoporre interi popoli al controllo di alcune èlite.

Grazie a Dio il progresso culturale dei popoli sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile. E’ stato anche detto a Cagliari di porre attenzione anche ai termini linguistici; si parla molto di lavoro e si dimenticano i lavoratori, che non sono un ingranaggio di un sistema, ma persone, volti, storie, padri e madri. Proprio per questo bisogna agire perché il lavoro possa tornare ad essere uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli; questa è la concretezza del vangelo, che per sua natura è un fatto sociale.

Sappiamo bene che non sempre la Chiesa italiana è riuscita a servire fedelmente il mondo del lavoro, basti pensare che nella storia centenaria delle Settimane Sociali, solo tre volte si è affrontato questo tema; ricordiamo tutti le profetiche parole del papa Paolo VI nella omelia della Santa Messa della notte di Natale del cruciale anno 1968 nel centro siderurgico di Taranto : “a voi, Lavoratori, che cosa diremo? […] Vi parliamo col cuore. Vi diremo una cosa semplicissima, ma piena di significato. Ed è questa: Noi facciamo fatica a parlarvi. Noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi. […] noi tutti avvertiamo questo fatto evidente: il lavoro e la religione, nel nostro mondo moderno, sono due cose separate, staccate, tante volte anche opposte.[…] Questa separazione, questa reciproca incomprensione non ha ragione di essere”.

Credo che possiamo applicare anche al nostro approccio con il mondo del lavoro ciò che il papa scrive in Amoris Laetitia :«Gesù aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con lesistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente (AL 308).

 


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La nostra vigna senza più mura

La nostra vigna, la nostra Europa, il nostro mondo, sono davvero come quella descritta da Isaia: ormai i muri di cinta non ci sono più, ormai siamo provvidenzialmente assediati dai poveri, da quelli che sono esclusi.

Ci sono allora quelli che guardano con contentezza a questi popoli che sono arrivati, a questa nuova possibilità di fraternità.

Altri vivono in un una paura indotta, un sospetto non certamente cristiano, e vorrebbero restaurare un passato che non c’è più; e ben passato sia. Alcuni tentativi di recuperare una situazione di occidente padrone, o anche di una civiltà cristiana, sono patetici, antievangelici e nascondono solo maldestre manovre di mantenimento di poteri e privilegi.

Siamo comunque in una situazione sociale, politica e anche religiosa divisa, lacerata; è un bene che sia così. In questo modo noi cristiani siamo costretti a fare delle scelte precise; nel mondo ma non del mondo ricorda il vangelo; potremmo dire in termini moderni, nel sistema ma non del sistema; i cristiani hanno l’obbligo di schierarsi dalla parte degli esclusi, delle pietre scartate come Gesù, costi quel che costi.

Nel vangelo di questa domenica, Gesù si rivolge ancora «ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» (Mt 21,33), cioè a tutti quelli che avrebbero dovuto custodire la vigna. Al contrario, approfittando del loro incarico, hanno tramato soltanto per i loro interessi.

Quale raccolto si attendeva il Signore? Isaia: Aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non più grida di oppressi, non più sangue! Il frutto che Dio attende è una storia che non generi più oppressi, sangue e ingiustizia, fughe disperate e naufragi.

L’autorità è davvero preziosa quando si prefigge di prendersi cura. A volte purtroppo si vedono vignaioli, autorità, poco autorevoli, che si occupano dei propri interessi personali o di famiglia, o di partito o di gruppo di appartenenza, pieni di vanità e di potere; molti mercenari siedono in alto; sono pastori come ricorda il profeta Geremia: che pascolano se stessi e rovinano il popolo di Dio

 

«Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio»”. Ci penso spesso a questo versetto; sta già avvenendo. Non solo il regno di Dio ci viene “tolto”, ma “«Sarà dato a un popolo»”. Sta già accadendo. Sta accadendo a livello di popoli e di nazioni; deve accadere anche a livello delle singole autorità.

Questa sostituzione di popoli e di autorità va intesa prima di tutto come un appello del padrone della vigna, alla conversione; il Signore ci chiama, non solo a mai trasformare la nostra autorità in potere, non solo a produrre vino buono per tutti e non solo per alcuni, ma in modo particolare e urgente ci chiama a riconoscere i segni dei tempi, la presenza del Suo Spirito in mezzo a noi.

Il Signore ha mandato i suoi servi, che sono i profeti, ai contadini, che sono le autorità religiose di ogni tempo. Molti profeti sono stati rifiutati e anche uccisi; molti profeti sono stati messi ai margini e ripudiati; tutto questo si può riassumere nelle difficoltà che ancora oggi il Concilio Vaticano II produce in tanti cosiddetti conservatori, che vogliono conservare solo la loro ideologia e i loro privilegi.

Chi possiede nella Chiesa autorità, deve vigilare perché è molto semplice ridursi a uomini e donne di potere. «Udite queste parabola i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro» (Mt 21,45). La Parola di Dio meditata e pregata ogni giorno, l’Eucarestia celebrata, ci aiutino a servire la Chiesa e il mondo e non a servirsene.

 


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Il “secondo passo”. Prospettive del viaggio del Papa in Colombia

Nella  consueta conferenza stampa sull’aereo di ritorno a Roma, al termine del pellegrinaggio in Colombia, Papa Francesco ha così risposto a una domanda di un giornalista, a proposito di un ipotetico ritorno un giorno nel paese latinoamericano: “mi piacerebbe che almeno il tema del viaggio  fosse ‘Facciamo il secondo passo’ ”.

Facciamo il primo passo è stato il motto di questo pellegrinaggio e possiamo dire che realmente il Papa ha sostenuto questo slancio e ora un intero popolo continua con fiducia il cammino difficile della riconciliazione.

In Colombia l’annuncio della Parola di riconciliazione è particolarmente urgente. A noi è affidata la Parola, il ministero della riconciliazione ci ricorda San Paolo nella sua Seconda Lettera ai Corinzi.

Allargando l’orizzonte della sua riflessione, il Papa ricorda che è urgente anche la riconciliazione con il creato: «siamo superbi, non vogliamo vedere. Ma gli scienziati sono chiarissimi sull’influsso umano nei cambiamenti climatici»

Viviamo in un tempo in cui cresce la coscienza verso i misfatti compiuti dall’uomo nei confronti della creazione. La creazione si sciupa attorno a noi, deperisce, sotto i nostri colpi. E’ urgente una riconciliazione fra l’uomo e l’universo; bisogna anche riconoscere che un esagerato antropocentrismo spesso veicolato da una certa teologia cristiana ha favorito un comportamento sbagliato nei confronti della natura. L’uomo occidentale in particolare, che abbatte le foreste, soffoca di grande inquinamento urbano, inquina i suoi mari, deve recuperare il rispetto, l’amore per la natura.

Papa Francesco in questo pellegrinaggio straordinario, ci ricorda che la Chiesa è il segno, la sentinella che dice che è possibile, anzi è nella natura dell’uomo immagine di Dio, mettere l’amore alla base dell’esperienza collettiva. La riconciliazione con il Creato, tra gli uomini, tra i popoli, tra le religioni, non sarà vanificata dalla storia, perché in Cristo la riconciliazione è già cominciata. “ Dio ha riconciliato a se il mondo in Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor5,18-20). Pensiamo cosa ci è affidato ; a noi non è affidato il ministero della guerra, del razzismo, del nazionalismo, del populismo, del colonialismo, a noi è affidato il ministero della riconciliazione.

Dicendo questo subito ci accorgiamo di doverlo dire in atteggiamento penitenziale: noi non siamo una comunità riconciliata; i cristiani sono divisi; nella Chiesa stessa esiste il germe diabolico della divisione.

Ma perché non siamo riconciliati? Perché in noi non ha il giusto posto la Parola di Dio. Dice il Signore al profeta: “Ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia”(Ez 33,7). Noi a volte abbiamo annunciato parole che non erano dalla bocca di Dio; abbiamo detto tante cose, dicendo che erano la volontà di Dio, e invece non era vero, erano e a volte sono ancora oggi parole di potere, di ideologia, di moralismo, parole che vincono e così siamo diventati ministri di divisione. Noi non dobbiamo dire parole che vincono, ma parole che salvano

La Parola del Vangelo non fa la guerra, non è una parola che vince, ma che salva, che ama e riconcilia.  A noi è stata affidata questa Parola. La fede non è competizione, non è difesa di nessuna struttura, ma la strada da percorrere nella storia  fino alla piena comunione con Dio che sarà tutto in tutti.

Ancora una volta i piccoli, i bambini possono essere i veri maestri di riconciliazione, ricorda il Papa, sintetizzando il viaggio appena concluso: “Quello che più mi ha colpito dei colombiani: nelle quattro città c’era la folla sulla strada; i papà, le mamme alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa e perché il Papa desse loro la benedizione. Come dicendo: “Questo è il mio tesoro, questa la mia speranza, questo è il mio futuro. Io ci credo”. La tenerezza. Gli occhi di quei papà e di quelle mamme. Bellissimo, bellissimo! Questo è un simbolo, simbolo di speranza di futuro. Un popolo che è capace di fare bambini e poi mostrarli, come dicendo: “Questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro”.


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“Facciamo il primo passo”: Papa Francesco in Colombia

Da oggi fino al 10 settembre Papa Francesco sarà pellegrino di pace e riconciliazione in Colombia. Come è consuetudine, ieri sera papa Francesco si è recato nella basilica di Santa Maaria Maggiore per portare un omaggio floreale alla Salus Populi romani e invocare la Sua intercessione per il pellegrinaggio imminente.

Facciamo il primo passo” è la frase distintiva del viaggio apostolico, perché di altri primi passi c’è bisogno dopo la firma degli accordi di pace. Il governo della Colombia e le Farc  hanno concluso a Cuba nel novembre scorso un nuovo accordo di pace, accogliendo alcune  richieste dal fronte che nel referendum dello scorso 2 ottobre aveva  respinto il primo accordo, raggiunto in agosto dopo 52 anni di guerra.

Nelle città che il papa visiterà – Bogotá, Villavicencio, Medillin e Cartagena – affronterà diverse tematiche: essere artigiani di pace, promotori della vita; la riconciliazione con Dio, con i colombiani, con la natura; la vita cristiana come discepolato; dignità della persona e diritti umani.

Nella giornata di venerdì a Villavicencio, a sud di Bogotá, il papa beatificherà due martiri colombiani: il vescovo di Arauca, mons. Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, e il sacerdote Pedro María Ramírez Ramos.

Monsignor Jesús Emilio Jaramillo, fu ucciso a 73 anni il 2 ottobre 1989, mentre tornava da una visita pastorale nella città di Fortul. La sua macchina fu fermata da tre guerriglieri armati del fronte Domingo Laín dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN) che sequestrarono il vescovo; il suo cadavere con diverse ferite da arma da fuoco e senza la croce e l’anello episcopale, fu trovato il giorno dopo sulla strada. Padre Pedro María Ramírez, conosciuto come “il martire di Armero”era un parroco di campagna, molto amato dalla sua gente; aveva 68 anni quando il 10 aprile 1948 fu picchiato a morte da  gruppo di sostenitori liberali di Armero-Tolima perché era ritenuto «un conservatore fanatico e pericoloso».

Saranno Dodici i discorsi che il Papa pronuncerà nei quali – come ha sottolineato il cardinale Parolin che Lo accompagnerà. Francesco confermerà i fratelli nella fede :” La visita del Papa in Colombia ha un carattere essenzialmente pastorale, come del resto tutte le visite del Papa nei vari Paesi, e quindi ha lo scopo, ha l’intenzione – diciamo – di confermare e di incoraggiare i fratelli nella fede, di vivificare la loro carità e di spronarli a vivere la speranza cristiana. Naturalmente si colloca in un momento molto particolare della vita del Paese, in quanto è iniziato un processo di pace dopo cinquant’anni di conflitti e di violenza e questo lo rende particolarmente importante.”

Già Paolo VI nel 1968 e San Giovanni Paolo II nel 1986, visitarono la Colombia. Oggi un papa latinoamericano arriva per sostenere ed incoraggiare il difficile cammino della pace, dopo più di 50 anni di guerra tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), concluso con gli accordi di pace del novembre scorso, ma con una situazione sempre in bilico.

Papa Francesco per la quinta volta visita l’America Latina. Era stato in Brasile (luglio 2013), Ecuador, Bolivia e Paraguay (luglio 2015), a Cuba (settembre 2015) e in Messico (gennaio 2016).

Lo accompagniamo come sempre con la nostra preghiera.


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Ha saputo amare anche nelle tenebre

In memoria di Madre Teresa di Calcutta a 20 anni dalla scomparsa

Ricorre oggi il ventesimo anniversario della morte di Madre Teresa di Calcutta, straordinaria donna di fede e missionaria proclamata santa. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar, il giorno della scomparsa della madre ebbe a dire : “Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo.” Queste parole esprimono efficacemente l’ampiezza, la grandezza, la profondità del servizio alla vita che questa piccola donna ha saputo esprimere nella fede in Dio e nell’uomo, in ogni uomo. Oggi sulla sua tomba bianca nella casa di Calcutta i pellegrini di ogni tempo e di ogni fede possono leggere un versetto del Vangelo di Giovanni: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Giovanni 15,12).

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Prima che essere donna d’azione, Madre Teresa era una donna di preghiera. Questo forse spiega la sua intrepida forza d’animo lungo una vita vissuta tra le miserie e le sofferenze del mondo. Diceva di se stessa e delle sue suore: “Siamo delle contemplative che vivono in mezzo al mondo. […] La nostra vita deve essere una preghiera continua” (R. Allegri, “Madre Teresa mi ha detto”, Ancora Editrice, Milano, 2010, pag. 59). Silenzio e preghiera sono ancor più necessari oggi per testimoniare Cristo con la vita e la carità, per vivere la nostra missione di uomini e di donne in un mondo sempre più complesso e difficile.

Nell’agosto del 1946 Madre Teresa cominciò a sentire la “ chiamata nella chiamata” come la definì lei stessa. Era la sera del 10 settembre in treno mentre andava nella città di Darjeeling per fare gli esercizi spirituali: “Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione […] Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta […] ” (Cit. in Renzo Allegri, Madre Teresa mi ha detto, Ancora Editrice, Milano, 2010). Fu una chiamata interiore, una voce nel silenzio della preghiera che la spinse ad aprirsi all’accoglienza dei più poveri tra i poveri. Madre Teresa ha saputo coltivare e praticare il dono evangelico dell’accoglienza. Accogliere, prima di tutto nel proprio tempo, nel proprio cuore, andando a cercare chi era solo e abbandonato. Madre Teresa ha fatto la Chiesa in comunione, abbattendo ogni muro di indifferenza e di ipocrisia.

Davanti ai tanti calvari di tanti uomini e donne del nostro tempo, davanti alle croci degli uomini di ogni razza e religione, Madre Teresa ha saputo contemplare il volto di Cristo, come l’unità di misura di tutti quelli che danno la vita per amore. Con la forza dell’amore, questa suora che era in se stessa la carità, ha saputo fare una cosa grandiosa, una cosa divina; ha dato un nome, una dignità ad ogni croce. Cosa significa dare un nome alla croce ?

Gesù nella sua pienezza di Messia non era più un ebreo, era l’uomo: “Ecco l’uomo”. Il nome sulla croce è Uomo. Hanno certamente importanza le nostre distinzioni culturali, etniche, religiose ma quando si è in croce, quando si muore non contano più. Questa uguaglianza nel negativo è importante, perché Gesù l’ha assunta su di sé come un appuntamento: «Quando sarò sollevato sulla croce attirerò tutti a me». Tutti. Madre Teresa si è lasciata attirare ed ha attirato moltissimi alla croce di Gesù figlio dell’uomo, Salvatore di ogni uomo. Ecco perché, esattamente come ha fatto Madre Teresa non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, ma dobbiamo chiedere con forza la difesa della dignità dell’uomo, di ogni uomo.

Ci sono un ecumenismo e un dialogo intereligioso della carità, in cui Madre Tereesa credeva molto: “C’è un solo Dio, ed è Dio per tutti; è per questo importante che ognuno appaia uguale dinnanzi a Lui. Ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore ed un cattolico a diventare un cattolico migliore. Crediamo che il nostro lavoro debba essere d’esempio alla gente. Attorno noi abbiamo 475 anime: di queste, solo 30 famiglie sono cattoliche. Le altre sono indù, musulmane, sikh… Sono tutti di religioni diverse, ma tutti quanti vengono alle nostre preghiere”. (Lucinda Yardey, Mother Teresa: A Simple Path, Ballantine Books, 1995.)

Com’e’ ormai noto, Madre Teresa ha anche sperimentato il buio della fede. In una delle sue lettere pubblicate postume scriveva di non sentire “la presenza di Dio né nel suo cuore né nell’Eucaristia”. E confidava : “Nella mia anima sperimento proprio quella terribile sofferenza dell’assenza di Dio, che Dio non mi voglia, che Dio non sia Dio, che Dio non esista veramente”.

In quegli anni, Madre Teresa si è offerta veramente tutta al mistero, ancora una volta con l’atto supremo di donazione nell’amore, che lei descrive con parole impressionanti: “Ho cominciato ad amare le mie tenebre perché credo che siano una parte, una piccola parte delle tenebre di Gesù e della Sua pena sulla terra“( Franca Zambonini, “Madre Teresa: la mistica degli ultimi”, Paoline, 2003, pagg. 33-34).

Madre Teresa ha saputo amare anche le tenebre, proprio come Gesù che ha vinto la morte con l’amore.

Nel nostro blog abbiamo in passato raccolto delle testimonianze di devozione verso Madre Teresa dall’India e dalla Cina.

 


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La croce con Gesù inchiodato

L’Angelus di papa Francesco 

Nella preghiera dell’Angelus di oggi papa Francesco ha ricordato come la professione di fede di Pietro roccia su cui Gesù vuole costruire la Sua Chiesa è subito smentita dai fatti.  Gesù rimprovera Pietro con parole dure, perché non accetta l’annuncio della croce.  Un momento prima l’apostolo era benedetto dal Padre, e subito dopo diventa addirittura un ostacolo, una pietra di inciampo sulla strada di Gesù.  Pietro e gli altri hanno ancora molta strada da fare.

La tentazione è di seguire un Cristo senza croce ma Gesù ci ricorda che la sua via è quella dell’amore e non c’è vero amore senza il sacrifico di se.

Camminare contro corrente e in salita esorta il papa. Solo l’amore da senso e felicità alla vita . Impostiamo la nostra vita sull’amore come ha fatto Gesù e la nostra vita non sarà sterile ma feconda, ha ancora continuato.

Nell’eucarestia Gesù perde se stesso per ritrovare tutti noi. Maria ci aiuti a non aver  paura della croce con Gesù inchiodato.

Al termine della preghiera mariana, papa Francesco rinnova la vicinanza e partecipazione ai paesi asiatici  e al Texas colpiti da gravi alluvioni.

Ha ricordato poi  il suo imminente viaggio apostolico che da mercoledì fino al 10 settembre, lo condurrà come pellegrino di pace e riconciliazione in Colombia.

Già Paolo VI nel 1968 e San Giovanni Paolo II nel 1986, avevano   il Paese latinoamericano. Oggi un papa latinoamericano arriva per sostenere ed incoraggiare il difficile cammino della pace, dopo più di 50 anni di guerra tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc).

Lo accompagniamo con la nostra preghiera