ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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La Chiesa e le donne

Don Francesco Pesce

« E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. […] Allora l’uomo disse: “Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta.” […] Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà »(Genesi 1,27; 2,23; 3,16)

La Bibbia inizia raccontando  che l’ uomo e la  donna sono creati insieme, in armonia e con  la stessa dignità. Purtroppo le nefaste interpretazioni del mistero del peccato originale, ancora non del tutto superate, hanno contribuito a relegare la donna ad un ruolo subalterno e strumentale rispetto all’uomo. Così l’Antico Testamento ha accompagnato senza modificarla una società patriarcale e maschilista, dove la Legge restringeva considerevolmente le libertà della donna considerata solo legata alla maternità e alla procreazione, come d’altronde in molte altre società.

Nei vangeli Gesù compie nei principi e nei fatti una vera e propria rivoluzione: difende una prostituta dalla lapidazione; si ferma a parlare con una samaritana – i samaritani erano un po considerati come una sorta di “eretici”; si fa toccare da un ammalata, l’emorroissa e la guarisce per la sua fede… Infine, Gesù risorto appare  per primo a due donne, che diventano le prime annunciatrici della Pasqua. Già l’Apostolo Paolo pur nella sua visione egualitaria del mondo: “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal3,28), opera un ridimensionamento della rivoluzione di Gesù.: “Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli.  Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna;  come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto?  Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli,  mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio” (1 Cor 11,3-16).

Nella storia della Chiesa che via via si è sviluppata alcune donne cariche come le altre di questi e altri pregiudizi, hanno però saputo però imporsi attraverso la santità, la testimonianza e il coraggio della loro vita.  Pensiamo a Matilde di Canossa al tempo della lotta per le investiture; Monica, mistica madre di Agostino; Ildegarda di Bingen, polivalente donna di arte, cultura e fede; Chiara di Assisi, tanto vicina a Francesco; Teresa D’Avila e Caterina da Siena, prime donne dopo duemila anni di cristianesimo proclamate da Paolo VI  nel 1970 dottore della Chiesa; e tantissime altre, fino ad arrivare ai tempi moderni e contemporanei con Teresa di Lisieux, Edith Stein, Simone Weil, Madre Teresa di Calcutta, Gianna Beretta Molla.

Gli ultimi papi hanno preso pienamente coscienza dei ritardi storici  a riguardo della dignità e del ruolo donne nella Chiesa. Il problema risiede oggi nella Chiesa istituzione che si è sclerotizzata in qualche sua parte, in un apparato rigido e tradizionalista, che ha bisogno di urgente, necessaria e non  più rinviabile apertura verso la donna, per metterne a disposizione al meglio gli specifici carismi, il “genio”, parafrasando Giovanni Paolo II. 

Tutto questo si può fare tornando alla Chiesa della Pentecoste e del Concilio. La Chiesa degli inizi, descritta negli Atti degli Apostoli, ci chiede di lasciarci guidare dallo Spirito Santo. La sua presenza è vita per ognuno. Il Concilio Vaticano II  non ha paura di dirci che questa presenza è universale, diffusa quanto è diffusa l’umanità: “Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale” (GS 22).

La Chiesa a volte misogena (come parte della società) ha pensato lo Spirito in termini ristretti, di categorie, di passato, mentre il presente e il futuro  attendono risposte creative; queste risposte devono nobilitare e valorizzare le donne nella Chiesa, a beneficio di tutto il Popolo di Dio, e anche del papa, dei vescovi e dei preti. Se noi parliamo secondo lo Spirito dobbiamo parlare in modo tale che la nostra parola sia maschile e femminile insieme. Abbiamo bisogno di questo riposizionamento perché l’alternativa è il ritorno del passato più oscuro e una Chiesa quasi fuori dalla realtà perché una meta’ ne è quasi esclusa.

 “Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” (At 2,1)  Nel  cenacolo che fu il luogo della lavanda dei piedi, della Eucaristia erano tutti insieme; certamente li univa la paura, il  lutto per la scomparsa del Maestro, ma erano tutti insieme,uomini e donne. In quello stare insieme a Pentecoste  irrompe lo Spirito che fa nuove tutte le cose. La Chiesa deve sempre ripartire da questo stare insieme, domenica dopo domenica, perchè solo in questo modo la presenza del Cristo Risorto sarà riconosciuta. Non  tradiamo ancora una volta il Risorto e  la missione del Suo Spirito. Saranno proprio i suoi frutti e non le dichiarazioni di intenti a darcene testimonianza.

 


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Nuovo blog/New blog/新的博客 www.conaltriocchi.org

Desideriamo segnalare che il blog, prima visibile in un’altra piattaforma e su un altro indirizzo, da ora in poi sarà visibile al link http://www.conaltriocchi.org

Ringraziando i lettori che dall’inizio di questa avventura hanno mostrato interesse e attenzione verso il nostro blog, ci scusiamo di ogni inconveniente dovuto a questo cambio e ribadiamo il nostro impegno a continuare a condividere e testimoniare anche attraverso i social media la bellezza del Vangelo e la Chiesa in uscita di Papa Francesco.

We would like to inform our readers that from now on our blog will be accessible at http://www.conaltriocchi.org

While thanking our readers, who from the very beginning have shown interest in and attention towards our blog, we apologise for any inconvenience that this change may cause and we re-emphasise our commitment to continue to share and witness the beauty of the Gospel and the open Church of Pope Francis, including through the social media.

ConAltriOcchi blog
16/04/2016


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La Settimana Santa e Pasqua in una comunità della Cina

Riceviamo e pubblichiamo una testimonianza su come ha vissuto il Venerdì Santo e la Veglia di Pasqua una comunità cattolica nella provincia dell’Hubei. Ci scrive il sacerdote don Paolo Zhang, che con gioia ci comunica che durante la Veglia sono stati celebrati quattro battesimi. Rimaniamo in unione di preghiera con gli amati fratelli della Chiesa in Cina, cui siamo grati per la testimonianza di fede e di vita. 
 
We receive and post a witness about a Catholic community in Chinese Hubei province. The photos were sent to us by fr. Paolo Zhang, who presided the liturgical celebration of the Good Friday and the Easter Vigil Mass on Saturday night, during which four baptisms were celebrated. We are most grateful to our dearest brothers and sisters of the Church in China for their witness of faith and life.
 
Foto: P. Zhang/ConAltriOcchi





 


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A miracle in the Church: Pope Francis

Recalling thoughts, hopes and prayers of the day of the election

Monica Romano
“In my life, this is the first time I have witnessed a real miracle with my own eyes”. I still recall so clearly the words of my spiritual Father and earlier parish priest – fr. Enrico Ghezzi – when Pope Francis was elected. We were all understandably very touched and felt emotional about the new Pope’s election. But at least for me this time was a bit different from my only previous time (I was too little to remember the earlier elections of “the two John Paul”). The Church was coming out from such a difficult time that ended up with Pope Benedict’s resignation – certainly because of his old age, but possibly also due to the issues the Pope had to face, such as the betrayal of his closest collaborators and an institution that because of the behaviours of individual, often authoritative, representatives had seen heavily affected its credibility and the trust of the people.  

I still recall the moment of the election so vividly. Guessing (and hoping) from the name pronounced in Latin by Cardinal Touran and not understood clearly because of the underlying translation (I was not in Italy hence followed the event from a foreign TV programme) that the new Pope was the archbishop of Buenos Aires – the one I had heard was a simple and humble pastor, the one that according to some “speculations” was “the candidate” of Cardinal Martini on the occasion of previous papal election – literally made me jump from the chair. And the second (real) jump was while listening to the name he chose. Just a few minutes before, by messaging with a friend who was in Rome, we were asking to ourselves what name the new Pope would choose. We wrote a couple of names we hoped for and when typing “Francis” I clearly recall my friend stigmatizing: “Magari, that is impossible”.

Instead, we were once again surprised and made happy by God. Once more we realized that what the Gospel teaches is the truth: “Nothing is impossible to God”. I cannot forget the mixed feeling of expectation and preoccupation that I and some of the people closest to me had been going through over the previous weeks following Pope Benedict’s resignation. Our response and way of living that “waiting time” was praying. I remember that for several weeks  after Pope Benedict’s resignation I used to pray at any time (even unusual time) I could, whenever I had  a “gap” during the day – for example while preparing myself before getting out in the morning or while seated in the car or on the plane….And so did the many people spiritually close to me – including my dearest grandmother, who kept telling me for some time after Pope Francis’ election: I prayed so hard for the new pope. What were we praying for? We prayed to “get” a holy person and a pastor close to his people. It seems we have been heard.
I also recall that I immediately understood that the times of a “cumbersome” centrality placed on the institution of the pope I had been used to since my childhood, particularly during the pontificate of John Paul II, had gone. I did not overlook the way Francis referred to himself to the people as the “bishop of Rome”, while only mentioning the vicar of his “new” dioceses –  the Church that “presides in charity”.  I felt and hoped that like for the choice of his name it was programmatic. And it was certainly striking that he presented himself for the first time to the people only dressed with the white papal vest, with no other liturgical vestments or paraments, except for the stola put on shortly while blessing the huge mass of people that gathered in St. Peter’s square. 

After the initial “mild” reaction from the square when the Habemus Papam formula was pronounced (probably because most of the people were not aware of who was “Georgium Marium cardinalem Bergoglio”), the warmth and emotion became tangible among the people at his gestures and words. Especially when Pope Francis invited the faithful to walk together – both “the pastor and the people” – in “fraternity, love and mutual trust”. And when he asked the people to receive the “prayer of you over me” and bowed in silence for a few minutes. But also when in blessing those in the square and who was connected through the modern communication technologies, he indicated that the blessing was also for “the whole world and all men and women of good willingness”. The spirit of the conciliar Church was felt strongly among many of us. Again we had another hope, that the new Pope would genuinely embrace, apply, and put forward the indications of the Second Vatican Council.
We believe that these are the first seeds of Pope Francis. By recalling them after three years, we happily feel that a new Church was born and has been flourishing from those seeds. What people like me, especially old pastors that dedicated their whole life to the Gospel and the Church, has been believing and hoping for – a Church of poverty, charity, openness and mercy, the Church of the Council – was realised and is being realised by this pastor, who “came from the other side of the world”. Let us pray for Pope Francis, as he keeps up asking us, everyday, regularly, for his peace and intentions. The power of prayer is strong and if all of us join our prayers, we will hopefully be able to help him sustain his mission – a mission of love, dedication, sacrifice and witness. 


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开堂门的方济各神父

Francisco(后称方济各)神父出生在普拉提(原文Prati,草坪、花园之意),是地道的罗马人,大学时读的是现代史,27岁进修院,1999年4月25日33岁时在教宗若望•保禄二世手中接受铎品。晋铎后,先在罗马南部郊区服务做副本堂和本堂,2010年来到山上圣母堂(Santa Maria Al Monti)出任本堂神父。方济各神父是我们此次朝圣旅途中罗马站的东道主,他热情地带领我们参观教堂、拜访修会。几天下来,我们对这位拥有一张可爱的娃娃脸的罗马神父有了更深的了解。





   关心社会 服务穷人

   2015年9月,方济各神父响应教宗方济各的号召,开始在堂区为中东难民开办免费意大利语班,该班授课周期为一年,邀请明爱的老师和堂区志愿者周一至周五每天上午授课2小时,帮助难民融入意大利社会的能力。班中现有的20多个难民分别来自尼日利亚、叙利亚、埃塞俄比亚等国家,其中14人是穆斯林,有两位天主教教友。从山上圣母堂可以通往教室,但信仰非常严肃的穆斯林一般不会穿过教堂去教室,担心对别人的信仰不尊重。有一次,神父忘了提前打开通往教室的门,学生只好从教堂经过,后来一位穆斯林觉得十分不安,向神父道歉担心神父怪罪,哪知神父只是简单地说:应该我道歉,请你们原谅我没有开门才是……”神父的宽容和谦逊让穆斯林学生大为感动。一天下午,方济各神父带我们拜访正在上课的学生,刚进来不大会儿他就又出去了,取回一个小火炉,打开一看,发现没有燃料了,立即转身回去,取了燃料,封闭好,点着。原来他进来后感觉教室不够暖和。为了帮助难民解决住宿,方济各神父甚至把自己的住所隔开,为来自叙利亚的一家三口装修了一个小家。

   其实,方济各神父一直以来都十分关心穷人。热心教友莫妮卡几年前发起了服务亚洲穷人和亚洲神修女的培育的“TherAsia”服务组织,神父一直是坚强的后盾,大力帮忙宣传和推动募捐。(“Ther”指法国里修小德兰和印度加尔各答德兰修女,意在用两个德兰的精神服务亚洲穷人和穷人中的教会。一般项目都是由当地合作伙伴来具体执行,目前服务地有印度、越南)。

   此外,方济各神父还与一个修女会(Missionary sisters of St Peter Claver)合作,每周六上午10点到12点利用修会大门内宽敞的廊道为穷人发放食物,来领食物的移民穷人居多,每次至少80多人,方济各神父组织了堂区志愿者服务,食物来自超市捐赠和教友们的捐助。他的堂门口有张海报:买多一点也好,可以给穷人。除此之外,这些人如有其他需要,比如法律文件上的,神父也会想办法找人帮忙。当我们感叹方济各神父对穷人花费那么多精力时,他不好意思地笑笑说:“我们需要做得更好些……”

   天主的心比人的心大

   方济各神父的堂区内有8个男修会和7个女修会,每个修会每天都有弥撒,修女和会士们也经常举办一些福传和慈善活动。笔者半开玩笑地问方济各神父,这么多团体在周围,他们有的做得也很好,你不担心教友和捐款流失、光荣归于别人?开始,神父对这个问题似乎没有理解,我又问了一遍,他才明白了,想了想说:“修会举办活动一般都会提前征得我的同意,但我没有不同意的时候。而且大家更多的时候是合作,比如近期就要一起组织献主节的合唱活动。大家都是做天主的事,人越多越好啊!”

   2010年,方济各神父把辖区内一个使用率不高的教堂送给一个东正教团体使用(罗马教堂很多,有时走上几十米就会看见一座教堂)。当时不少人持反对意见。但他说,那么多东正教弟兄姐妹,非常好的信仰,非常朴实的人,都没有地方恭敬天主,我们一直讲包容、讲合一、讲对话,难道教堂就不能和弟兄分享吗?

   相比教堂这件事,他的另一个举动引起的争议更大。当时,堂区内的一位教外人自杀,其葬礼在教堂临近的小广场举行。举行葬礼时,方济各神父在教堂内也为他鸣钟,像给教友举行亡者弥撒之前一样鸣钟致哀、让人祈祷。这件事招致了很多人的批评,甚至他的同学神父也指着鼻子批评他。但神父还是有他的理由:这人做过很多有爱心的事,鸣钟是表示尊重和陪伴亡者及他的亲人,作为慈悲为怀的教会应该这样做。天主是“缓于发怒,极其宽仁的。”(咏86:15)

    打开天国之门

   方济各还有一个职务——罗马教区天主教劳工团体(ACLI)的神师。该团体有三个目标:忠信于工人利益、服务公共利益、生活福音。生活福音是最终目标,不管是商贩、公司老板、职员、政府工作人员,都应度符合福音的生活。方济各神父特别强调的就是这个最后的目标:他不仅喜欢维护人们的现实利益,更愿意、更渴望的是帮助人寻获福音,找到天国之门。

   说到门,欧洲城市中几乎所有的老城区的街道都非常狭窄,夹在各种建筑之间的教堂虽然历史悠久、气势雄伟,但几乎都是临街的,没有院子,也没有看堂人。方济各神父的山上圣母堂也没有守门人,每天早上7:30他自己把堂门打开,晚上22点左右再把门关上。

   从1999年圣神父时他就觉得教堂的门应常是敞开的,随时欢迎每一个人进来。因为他觉得,现在人们工作节奏快,很多人上班赶不上弥撒,但教堂的门每天开着,为大家提供祈祷和接近天主的方便。不仅附近工作的人们能找个时间到教堂坐一下,和天主谈谈心,那些旅客、朝圣者更是有了停下脚步反省的机会。方济各神父认为,绝不能让人想祈祷时教堂却是关着的。用他的话说:“教堂关门是教会的丑闻。”几天时间,笔者确实发现,不管什么时候,教堂里总是有人静静地坐着或跪着。让堂门常常开着,这是方济各神父最自豪的事。

        爱是基础

   方济各神父的堂区大约有1万名教友,每天他除了弥撒和固定的讲授教理的时间外,上午一般是在办公室工作,下午是接待或探访教友。他的堂区除了婚姻、教理、玫瑰团等不同组织外,还开展了很多其他活动,比如请些专业人士介绍不同国家和地区的文化、组织孩子们踢踢球,如果有时间他还会骑上自行车到其他教堂去“朝圣”。今天的社会给修道圣召带来很大冲击,方济各神父以前工作的堂区就曾有3个神父陆续离职。笔者问当时是不是对他的圣召也带来了很大的打击,他说有,但最终“自己一定要知道自己的路,清楚自己要什么。”

   方济各神父去过中国两次,笔者问他对中国的神父弟兄有什么建议时,他说并不太了解中国的具体情况,但是觉得所有神父们都能做的,也是应该做的,就是尽量爱护你的教友,像穷寡妇奉献全部,这也是传福音的基础。

   方济各神父的山上圣母堂位于罗马第一区,罗马文化中心地带,也是凯撒大帝的出生地,教堂前方200米是斗兽场,右面是古罗马遗址;左边是罗马有名的圣母大殿。就是在这样一个历史、文化、经济都让人惊叹的地方,我们“发现”了一个开堂门的神父,但哪里不需要这样的神父呢?这位富有爱心而又大胆开放的方济各神父有一天竟然接到了教宗方济各打来的电话。当他听到对方说“我是方济各圣父时,一时间懵住了,原来教宗亲自电话回应他写的关于家庭的信,开放、简朴、关心穷人的教宗也许还知道这位方神父的很多事呢。

   愿更多的教堂敞开大门,为耶稣迎接需要休憩的心灵!

信德报纸,2016/03/10


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Ci accontentiamo di poco sperando nella Provvidenza: da una parrocchia del Benin

Con gioia pubblichiamo un post di don Igor Kassah, sacerdote del Benin che ha studiato a Roma presso la Pontificia Università Urbaniana e ha svolto servizio pastorale nella nostra parrocchia Santa Maria ai Monti, con grande dedizione e disponibilità. Un nostro carissimo amico che ricordiamo spesso con grande affetto e nostalgia e per il cui ministero preghiamo sempre. Qui pubblichiamo un suo primo e speriamo non ultimo blog post, corredato con foto. Una bella testimonianza dalla Chiesa del Benin.



Don Igor Kassah

Vorrei condividere con voi sul blog un evento bello che abbiamo vissuto pochi giorni fa. Ho celebrato il rito dell’entrata al catecumenato per 60 ragazzi e adulti che hanno cominciato il cammino cristiano all’inizio dell’anno pastorale. 

In questa nuova parrocchia di San Martino nella diocesi di Natitingou al nord della Repubblica del Benin ho 164 catecumeni  (dal primo anno al quarto anno di cresima.) Abbiamo una communità dinamica e giovane. Come amministratore della parrocchia,  lavoro con una decina di catechisti. La parrocchia ha solo un anno. Per ora abbiamo solo una chiesetta che contiene quasi 200 fedeli e la domenica disponiamo altre sedie fuori. Non abbiamo altre strutture per le riunioni, le prove di canto per diversi cori  (due cori in lingua francese, uno per i bambini, poi un altro per giovani. Ben 5 cori in diversi dialetti!). Ogni domenica anima la liturgia un coro diverso. Per ora ci accontentiamo del poco che il Signore ci ha regalato sperando che la Provvidenza ci venga presto in aiuto. Grazie di pregare per questo.





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La Chiesa di Roma vista dalla Chiesa in Cina: porte aperte in parrocchia!

Monica Romano

Sono venuti dalla Cina continentale per trascorrere alcune settimane in vari Paesi d’Europa e d’Italia un gruppo di carissimi amici sacerdoti impegnati nelle attività di carità e comunicazione della Chiesa cinese. Con un progetto alto e ambizioso – fondare una comunità religiosa – e venendo “da noi” per capire “come funziona”, per avere dei “modelli” e adattarli alle loro necessità e carismi e al contesto cinese. Per questo ci hanno chiesto di aiutarli a organizzare delle visite a diversi ordini religiosi e attività caritative. Non poteva naturalmente mancare la nostra parrocchia, Santa Maria ai Monti, con tutte le sue variegate attività e la rete di lavoro in raccordo con i diversi ordini religiosi sparsi sul territorio. Abbiamo potuto percepire quanto sono stati felici e arricchiti da tali visite, dal conoscere la dimensione contemplativa e meditativa della vita religiosa e parrocchiale e agli aspetti più pratici della pastorale e della carità. Sono da qualche giorno tornati in Cina continentale e già ci hanno scritto per ringraziarci ancora e inviarci un articolo pubblicato sul loro giornale cattolico Xinde 信德 o Faith nel quale riportano le tante cose che il parroco – don Francesco Pesce – ha raccontato loro circa la sua esperienza di vita, sacerdotale e parrocchiale. 



Don Francesco e’ nato nel quartiere di Prati e ed è entrato in seminario a 27 anni – spiega subito l’articolo, intitolato più o meno “don Francesco, un prete che apre le porte della chiesa”. Descritto come un sacerdote “dal volto tenero di un bambino”, e’ stato ordinato sacerdote il 25 aprile 1999 a 33 anni. Dal 2010 e’ parroco di Santa Maria ai Monti – spiega ancora padre John Ren, autore del pezzo e uno dei sacerdoti in visita a Roma – e ci ha guidato con un’accoglienza calorosa ed entusiasta a fare una serie di visite per alcuni giorni nel suo territorio parrocchiale. 



La prima cosa che padre John racconta e’ l’organizzazione in parrocchia di una scuola di italiano per i migranti iniziata lo scorso settembre. Le lezioni si tengono dal lunedì al venerdì, per due ore al mattino, in una sala parrocchiale. Padre John nota che essendo la maggior parte di coloro che partecipano alle lezioni di fede musulmana, don Francesco li fa entrare da una porta che conduce direttamente alla sala delle lezioni e non richiede la necessità di passare dalla chiesa. Un giorno però il parroco si è dimenticato di aprirla rendendo necessario il passaggio dalla chiesa. Questo ha causato un sentimento di disagio tra alcuni migranti, che scusandosi hanno chiesto a don Francesco sempre l’apertura della porta secondaria. “Sono io che devo scusarmi” – così padre John riporta le parole di don Francesco ai migranti. Il sacerdote cinese racconta anche di aver potuto assistere un giorno a una lezione, accompagnato da don Francesco. Lo ha colpito un gesto di attenzione e premura del parroco.  “Dopo essere entrato, don Francesco si è reso conto che la stanza non era sufficientemente riscaldata” e  allora ha acceso una piccola stufa. Padre John e’ rimasto poi colpito che don Francesco, “per aiutare i migranti a risolvere i loro problemi di alloggio, ha perfino diviso il suo appartamento”.



L’articolo continua raccontando ancora diverse attività caritative portate avanti da don Francesco, incentrate sulla “cura sociale e il servizio ai poveri” – come è titolato un paragrafo dell’articolo. Tra queste il lavoro della onlus TherAsia, da noi fondata e ispirata a Santa Teresa di Gesù Bambino e alla beata Madre Teresa di Calcutta, al servizio dei poveri in Asia. E il più recente emporio, gestito con le suore di San Pietro Claver, che ogni sabato dalle 10 alle 12 distribuisce generi alimentari a più di 80 poveri (ora arrivati a 150 ndr). Anche se “possiamo fare di più” – dice senza imbarazzo e sorridendo don Francesco e riporta con enfasi padre John. 


Dopo aver brevemente descritto il territorio parrocchiale – “dove sono presenti otto ordini religiosi maschili e sette femminili”, impegnati nelle attività ordinarie come la celebrazione della Messa e varie opere di carità -, padre John descrive un’altra iniziativa di don Francesco che deve averlo colpito. Nel paragrafo dal titolo “il cuore di Dio e’ più grande del cuore dell’uomo”, padre John parla della concessione alla piccola comunità georgiana ortodossa di Roma dell’uso di una rettoria affiliata alla parrocchia per le loro attività liturgiche e pastorali, perché non avevano un luogo di culto. Poi ancora si sofferma sul servizio di don Francesco alle ACLI, spiegando ai lettori cinesi (che certo non le conoscono) che esse hanno tre scopi principali – su cui noi qui sorvoliamo, conoscendoli più o meno bene (si spera!).


“Tutti i giorni, la mattina alle 7:30, don Francesco apre la chiesa e la chiude più o meno alle 22”, perché “le porte della chiesa devono sempre essere aperte e accogliere la gente che vuole entrare” e “fermarsi a pregare”, specialmente i lavoratori (favorendo orari a loro adatti) e i turisti di passaggio. Padre John scandisce poi per i lettori i momenti principali della giornata di don Francesco: la mattina stare nell’ufficio per varie attività amministrative e il pomeriggio ricevere le persone; tenere vari gruppi come quelli per la preparazione al matrimonio, il catechismo, e la recita del rosario; le attività culturali e missionarie; l’oratorio (in realtà ci si riferisce precisamente al “calcetto per i bambini”); e varie attività nelle rettorie del territorio.



Dopo aver accennato alla straordinaria esperienza di don Francesco – la telefonata ricevuta inaspettatamente e con immensa gioia da Papa Francesco in risposta a una sua lettera – padre John fa un’ultima annotazione su don Francesco e la Cina. “Gli ho chiesto che suggerimenti avesse per i fratelli sacerdoti cinesi” e don Francesco mi ha risposto: “Prendersi cura il più possibile del popolo di Dio, condividere tutto con la gente; questi sono i fondamenti del Vangelo”.







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Non c’e’ festa se mancano figli e fratelli

Omelia della IV Domenica di Quaresima
Don Francesco Pesce
Dio dona la Sue benedizioni agli onesti e ai disonesti, fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Ha però una predilezione per la pecora smarrita, la pietra scartata, il figliol prodigo. Questo non dobbiamo mai dimenticarlo, come cristiani, che si rendono conto di necessitare sempre una nuova conversione, e come pastori del popolo di Dio.
Il Signore Gesù ci testimonia la paternità di Dio, Che ha mandato Suo Figlio per ricostruire un mondo secondo le misure dell’amore, dove anche la pecora smarrita, la pietra scartata, il figliol prodigo sono oggetto della cura, dell’attenzione e della misericordia del Padre. Un Padre Che desidera che tutti siano salvi – come rispondeva Papa Francesco a un bambino nel recente libro curato da Padre Spadaro SJ.
Il Vangelo di questa domenica di Quaresima ci rimanda al ben noto racconto del figliol prodigo. Convertirsi non significa diventare figli prodighi: significa superare come un’antitesi, tra i due figli, tra virtù e peccato, tra quelli di dentro e quelli di fuori, e superarla in una sintesi che è quella dell’amore, nella quale chi appartiene al mondo della virtù va al di là di se stesso, andando incontro allo smarrimento del figlio che ha lasciato il padre e sperperato i suoi beni. Ce lo spiega bene San Paolo nella Seconda Lettura: “Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione”. Dio ci ha perdonato riconciliandoci con Lui. Quindi Dio si aspetta e anche noi dovremmo aspettarci da noi stessi di perdonare gli altri. Addirittura S. Paolo parla di “ministero” che Dio ha affidato a ciascuno di noi.
Perché questa idea di conversione? Fondamentalmente per tre motivi. Il primo è che ognuno di noi appartiene contemporaneamente al mondo di tutti e due i figli del racconto evangelico. Nessuno può illudersi di abitare esclusivamente nella casa della virtù. Il secondo motivo risiede nel fatto di essere figli, che non deriva da nessun merito, ma e’ un dato di fatto e noi cristiani crediamo anche sia un dono gratuito di Dio. E siamo tutti figli, per il dono della Sua misericordia.
Il terzo motivo che ci deve spingere ad andare incontro al figliol prodigo, a chi ha sbagliato, è semplicemente perché Gesù ha fatto così. Non è l’obbedienza (soprattutto formale) a Dio (scambiato spesso per un padrone) che fa’ il cristiano, ma la somiglianza a Gesù, Che il Padre misericordioso ha mandato per salvarci; non sono i comandamenti lo specifico cristiano, ma le beatitudini.
Impariamo a capire e accogliere colui che è smarrito. E ricerchiamo con coraggio nelle nostre “virtù” anche il loro carattere spesso farisaico e settario, per entrare dentro un’altra misura della fraternità umana, basata sulla riconciliazione, come San Paolo, grande peccatore poi diventato l’apostolo delle genti, ci incoraggia a fare.
Non basta andare a mangiare con i peccatori e poi ritornare a casa nostra; non basta fare del Vangelo la norma di uno strano galateo di comportamento: questa è ipocrisia. Occorre eliminare ogni ostacolo sulla via della riconciliazione e fare della casa del Padre veramente la casa di tutti, dove nessuno sia scartato.
Il figlio prodigo si deve convertire alla virtù, il figlio maggiore alla misericordia.Il Padre aspetta ognuno di noi nel cammino mai concluso di questa doppia conversione. In cielo e in terra non si può far festa se manca anche uno solo dei nostri figli e fratelli.

 


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Perdono, fiducia in Dio e gioia – prima di tutto

Monica Romano


Meditazioni, riflessioni e condivisioni di un indimenticabile ritiro quaresimale 

Domenica scorsa II di Quaresima ci siamo incontrati per la prima volta come gruppo di “giovani-adulti” per provare a fare un cammino insieme, iniziando da una giornata di ritiro in preparazione della Pasqua. Subito dopo i vari arrivi in differita di ciascuno e un necessario caffè per iniziare con uno spirito ben sveglio la mattinata, ci siamo incamminati verso la splendida Chiesa di San Sebastiano al Palatino – a noi gentilmente riservata insieme alla grande sala interna e al giardino paradisiaco dove abbiamo trascorso la mattina sotto un sole meraviglioso. Guidati da don Francesco, parroco di Santa Maria ai Monti, eravamo Jiana, Laura, Monica, don Pietro, Rob, Rui e io (ben due Monica!). Dopo la recita delle Lodi, siamo stati guidati alla riflessione personale e alla condivisione di gruppo dalle meditazioni di don Francesco.

 

La meditazione della mattina era sul brano evangelico del Figliol Prodigo. Quella pomeridiana una riflessione sull’essenza e le sfide di una spiritualità cristiana. Riporto qui alcune riflessioni della meditazione mattutina sul Vangelo. Tra i tanti e profondi spunti di riflessione, don Francesco ci faceva notare che il figlio che ha sbagliato e torna su suoi passi viene prima di tutto perdonato, ben prima che il padre abbia modo di ascoltare le sue motivazioni, giustificazioni, spiegazioni…Tra l’altro, le motivazioni del ritorno sono molto concrete (il giovane aveva sperperato le ricchezze anticipategli dal padre e stava morendo di fame e di stenti), quindi non delle motivazioni diciamo così “spirituali” sembrano essere alla base della sua “conversione”. Tuttavia, noi cristiani dobbiamo anche  imparare a considerare le motivazioni di chi parte, di chi se ne va. Spesso una nostra cattiva testimonianza e’ alla base dell’allontanamento di qualcuno dalla Chiesa. La misericordia, che Papa Francesco ha messo al centro della sua vita di pastore (ricordiamo il suo motto episcopale: miserando atque eligendo) e poi anche di papa, e’ accoglienza reale, e’ un atto concreto, e’ restituire dignità piena. La veste e l’anello rappresentano bene la concretezza del perdono del padre. La parabola ci mostra anche come spesso vediamo con sospetto la felicità, la gioia, la festa, e invece notiamo la malizia di certi comportamenti anche laddove non ve ne e’ evidenza e ci soffermiamo più sul male che contagia piuttosto che sul bene che si propaga. Ciò equivale a snaturare il Cristianesimo, che è in primo luogo il “lieto annuncio”. Don Francesco ci ha invitati a interrogarci sulla nostra vita, su chi siamo o siamo stati: il padre, il fratello maggiore o il fratello minore…Molto probabilmente un po’ tutti e tre, in momenti o in circostanze diverse della vita.

 

Alla profonda meditazione di don Francesco, che a me e’ parso abbia aperto il cuore un po’ a tutti, e’ seguita una pausa di riflessione personale e poi la condivisione. Don Pietro notava come spesso abbiamo una pretesa nei confronti di Dio, di fare e decidere ciò che vogliamo noi. Spesso inoltre pensiamo di non essere degni, pensiamo ancora “da schiavi” e non da figli, come il Vangelo ci dice di essere. Il figlio maggiore ne è l’esempio, non si rende conto di essere in primo luogo figlio, perciò amato dal padre.. Laura si e ci domandava se veramente sappiamo cosa sia la misericordia. A volte non lo sappiamo perché non ne abbiamo potuto fare esperienza piena, in famiglia, nella vita… Tutti e due i fratelli per vie diverse non sanno amare, come anche noi, perché nella vita, nella famiglia non sempre l’amore ci viene trasmesso. Incontrando il Signore possiamo incontrare l’amore, di chi ci ama senza calcolo, dando la vita per noi. Ma anche questo è  difficile da capire, accettare, vivere. Il figlio maggiore pensa che la strada dell’obbedienza formale renda più “giusti” i suoi desideri, le sue aspettative. Il Signore sa che abbiamo bisogno di imparare ad amarLo. Sa anche che abbiamo necessità materiali, dei sogni e desideri profondi, perché li ha messi Lui stesso nel cuore dell’uomo. Tuttavia, i tempi e i modi del Signore non sono i nostri. Spesso ci sembra che la via del deserto, della schiavitu’ sia finalmente finita, invece ci ritroviamo a starci ancora dentro, di nuovo, dopo aver pensato che fossimo arrivati al traguardo. Forse non era ancora il momento, forse non avevamo capito niente o forse  cercavamo qualcosa di sbagliato, come il figliol prodigo. Come scriveva suor Faustina nel suo diario, Dio le dice: “Il mio amore non delude nessuno“. Dobbiamo cercare di fidarci di Dio, Che ha a che fare con la nostra continua incredulità, Che non ci destina a un perenne deserto, alla mortificazione, ma a un cammino, anche con i nostri desideri. Non dobbiamo nasconderci dietro un’idea un po’ ipocrita di obbedienza, ma dobbiamo aprire il nostro cuore a Dio e confidare in Lui.

 

Rui ci fa notare come il figlio minore abbia avuto il coraggio di dire “ho sbagliato” . Anche San Pietro ha tradito eppure il Signore gli ha affidato la Chiesa. Dobbiamo affidarci al Signore, Che si manifesta anche in piccoli gesti che possono cambiarci la vita. Rui ci confida di essersi spesso domandato, da cristiano: Perché la sofferenza? Qualcuno di molto importante nella sua vita e nel suo percorso di conversione gli ha fatto notare che neanche la via del Signore Gesù e’ tutta dritta. Monica ha sottolineato come sia difficile spesso realizzare, vivere la compassione, la misericordia. E come cristiani abbiamo molta responsabilità nel dare una cattiva testimonianza. Io riflettevo però che la misericordia, l’amore, il bene, hanno il potere di  contagiare e su questo dobbiamo lavorare. E’ facile e a tutti e’ venuta la tentazione di dire “e’ bello per noi stare qui; facciamo qui tre tende”, cioè fuggire, isolarsi dal mondo. Ma non è questo che un cristiano deve fare. Un cristiano deve stare in prima linea, nel mucchio. Certo è molto più difficile. Poi notavo come è vero quello che diceva don Francesco: il figlio arriva e il padre lo ha già perdonato, prima di tutto. Però è anche vero che il figlio riconosce di aver peccato, come diceva Rui. Quindi nessun peccatore e’ senza speranza. E soprattutto, prendiamoci la nostra parte di “responsabilità” – la cattiva testimonianza che può aver indotto qualcuno ad allontanarsi, come diceva Monica. Cercando di esercitare la misericordia come il Vangelo e Papa Francesco ci insegnano: non una forma di “buonismo”, ma “forti” della testimonianza che diamo e con “autorevolezza”. Rispondevo poi alla “provocazione” di don Francesco sulla felicità. I santi sono felici. Non ci sono santi che non lo siano, questo è una evidenza che dovrebbe farci riflettere. La Chiesa – cioe’ i preti, i religiosi – spesso hanno contribuito a costruire questa idea di un Cristianesimo “triste”, un po’ grigio, severo, intransigente, forse anche perché hanno per molto tempo relegato i laici ai margini. La fede invece è festa perché è qualcosa che non può non condividersi. In paradiso non saremmo felici se andassimo da soli. E il figlio maggiore non aveva capito che stare con il padre – cioè stare con Dio – e’ sempre, tutti i giorni, tutti i momenti, una festa.

 

Sono uscita da questo ritiro felice, rinfrancata da giorni faticosi e spesso difficili, e arricchita dalla profondità di pensiero e dalla testimonianza di vita e di fede dei miei cari amici che ho desiderato avere tutti insieme in questa giornata. Sono stata contenta di vedere che tutti erano  a loro volta felici e pur non conoscendosi in molti casi, sono riusciti subito a trovarsi in sintonia. Mi ha colpito ancora una volta che semplicemente, Vangelo alla mano e volontà di mettersi in ascolto di Dio e degli altri, abbiamo non solo condiviso dei “pensieri stupendi” e quella speranza (o quell’amore) che non delude, ma siamo riusciti a “fare festa”. Ci vuole veramente davvero poco, anche se poi è anche tanto, per essere felici.

 

 

 

 


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Il male: peccato, castigo o necessità di conversione?

Omelia della III Domenica di Quaresima
Don Francesco Pesce 
 
Due fatti di cronaca molto conosciuti (una rivolta di zeloti e la caduta di una torre, il cui basamento è visibile ancora oggi, in un quartiere di Gerusalemme chiamato Siloe) servono a Gesù per scardinare definitivamente  il nesso causale che ancora si credeva esistente tra il castigo di Dio  e  i peccati degli uomini.
Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico”.
 
Gesù nega decisamente ogni rapporto  tra i peccati, le disgrazie e i castighi di Dio. Tuttavia, con la stessa decisione afferma: “Ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.” Il Signore ci chiama a conversione, cioe’ a cambiare strada, rotta, a riorientare la nostra vita, piuttosto che ad avventurarci in superstizioni e millenarismi inutili e dannosi. Di nuovo vi incoraggio, in particolare in questo tempo di Quaresima, tempo favorevole: “Lasciatevi riconciliare con Dio!”. 
 
Come il Signore ha detto chiaramente, il male non viene dall’esterno, viene da dentro di noi. Questo vuol dire che il peccato si compie nel nostro cuore e noi siamo più o meno responsabili di esso (a seconda delle circostanze, della consapevolezza del nostro agire, ecc.) ed è spesso la causa o una delle cause della nostra e altrui infelicita’, del male che ci colpisce in prima persona o colpisce gli altri. Ecco cosa voleva dire il Signore, quando ci ammonisce a convertirci. Ci sta dicendo che se sono egoista, individualista o peggio ancora “corrotto” – come denuncia spesso Papa Francesco – mi faccio del male ma faccio del male anche agli altri. A chi mi sta vicino, alla società, al mondo….
 
Ci vuole – potremmo dire – una vera e urgente conversione personale e sociale, una riorganizzazione della vita comune, poiché si produce da una parte generando enormi ricchezze per pochi, e dall’altra terribili povertà per molti. Sono urgenti una conversione verso il bene di tutti, senza esclusione di nessuno, e un rapporto nuovo con il denaro e la natura. Dobbiamo in definitiva rispondere alla nostra originaria vocazione di uomini che vivono in armonia tra di loro con il creato e con Dio.
Il Dio di Abramo, di Mosè, rivelato in pienezza in Gesù Cristo, ha avuto pietà degli oppressi, ha ascoltato il grido dei poveri  e come ci ricorda la Prima Lettura di oggi, ha mandato  Mosè a liberare il suo popolo. La conversione è anche farsi alleati degli oppressi e contribuire alla loro liberazione. Non c’è pace senza giustizia. Non è uno slogan, ma uno dei fondamenti del Vangelo e un pilastro della Dottrina Sociale della Chiesa.
Come dicono esperti in vari settori al livello internazionale e come vediamo nella nostra esperienza pastorale, di educatori, di genitori, di tanti che cercano di dare una testimonianza cristiana nella società, siamo ormai a un punto senza ritorno. Siamo un po’ come l’albero di fichi ricordato dal Vangelo, alla cui base il padrone ha già posto l’ascia e  che deve essere tagliato. Per la misericordia di Dio però ci è concesso un tempo supplementare, affinché ciascuno di noi abbia la chance di un sussulto di dignità e contribuire a far ripartire una nuova umanità. “Padrone lascialo ancora questo anno finchè gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime.Vedremo se porterà frutto per l’avvenire, se no lo taglierai!”
Ricordiamo Giovanni Battista che  aveva detto: “Ogni albero che non porta buon frutto sarà tagliato e buttato nel fuoco”.  Gesù invece davanti a noi, al nostro peccato, al nostro egoismo, davanti alla natura violentata dall’uomo, offre ancora nuovo tempo per portare  frutto e ci aiuta come un umile contadino, curvandosi verso ognuno di noi.