ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Passò oltre dall’altra parte. Tre parole che ci rendono inutili e dannosi

“Passò oltre dall’altra parte”(Lc 10,31). Come notava don Primo Mazzolari nel suo famoso commento a questa parabola, in tre parole, ecco descritta l’inutilità della religione della scienza,della filosofia; una religione, una scienza,una filosofia,una cultura, un progetto politico, un piano pastorale, una semplice giornata, che passano oltre l’uomo e le sue ferite , sono semplicemente inutili, anzi dannose. Gesù non risponde alla domanda posta dal maestro della legge :”Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna”? ”(Lc 10,26 ) ma racconta una storia. E’ la storia di ognuno di noi. Notiamo prima di tutto che la domanda è fondamentale; si tratta della nostra vita. E’ in gioco la nostra umanità, il senso ultimo del nostro esistere, la strada da percorrere per realizzare la nostra vocazione. La strada è proprio una protagonista di questo racconto. Da Gerusalemme a Gerico ci sono circa trenta km di strada in salita attraverso il deserto di Giuda. Queste notazioni geografiche sono una buona metafora della vita che spesso è in salita, e a volte sembrano  mancare anche le oasi di ristoro. La strada in fondo è il vangelo stesso così come ci ricordano gli Atti degli apostoli; anche il seminatore non si è dimenticato di far cadere il suo seme perfino sulla strada, fiducioso della potenza di Dio; la strada è il luogo privilegiato della vita di Gesù,è lo spazio quotidiano  della sua misericordia.

“Passò oltre dall’altra parte”(Lc 10,31). Grazie a Dio tanti invece si sono fermati ; la storia della Chiesa e del mondo è piena di Buoni samaritani che hanno soccorso l’uomo “mezzo morto” se lo sono caricati sulle spalle e lo hanno rialzato a nuova dignità.

Oggi  tutti lo sperimentiamo, siamo chiamati a fermarci davanti l’uomo con una carità quotidiana; nessuno può dire di non sapere o di non essere bene informato sulle ferite della  umanità. La strada infatti è una sola, non ci sono scorciatoie o corsie preferenziali e gli uomini mezzi morti sono davanti a noi,intralciano i nostri passi, sono accovacciati alle nostre porte, sono un monito perenne alla coscienza di ciascuno. Che devo fare per ereditare la vita eterna? Che devo fare io ? oggi come posso mettermi a servizio dell’uomo, di ogni uomo ? come mettere in gioco il talento delle mie competenze, della mia storia, della mia fede?

Bisogna curvarsi  verso gli altri non  con le tavole della legge in mano, sia essa civile che religiosa ma  con gesti di umanità pura, con una carità non finta, non diplomatica, non dettata dalla convenienza del momento o dalla appartenenza al proprio gruppo che prevede anche piccoli momenti di carità ,ma poi fa i suoi affari. Con  qualsiasi segno politico sociale o  religioso, chi si abbassa  verso l’uomo ferito, verso il diverso da lui, per soccorrerlo, questo uomo che si curva è già un buon samaritano, è un buon cittadino è un buon credente è già un modello di civiltà. E’ già nel cuore stesso di Dio.


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Perché proprio io ? Testimonianza di un Missionario della Misericordia nel Mali

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la testimonianza di un nostro caro amico, nominato da Papa Francesco Missionario della Misericordia ,- Don Toussaint Ouologuem, sacerdote del Mali. Siamo molto grati a Toussaint per questa sua bella testimonianza  e perché conoscendolo giá sappiamo che sará capace di annunciare a chi incontra l’amore e la misericordia infiniti del Padre.

Don Toussaint Ouologuem

Se avessero chiesto a me di scegliere un sacerdote nella mia diocesi per essere missionario della Misericordia, non mi sarei mai scelto. Non perché ho poca fiducia in me o pocas tima di me stesso ; ma perché è di Misericordia che si tratta, di Misericordia Divina.

Sommando assieme i miei peccati, le mie debolezze, le mie infermità spirituali, intellettuali e morali ; aggiungendo a questi la mia rigidità nelgiudizio, quella mia ricerca di giustizia ad ognicosto, quella mia difficoltà a dare una seconda chance alla gente, sopratutto a quelli che mi hanno, in qualche modo, offeso. E in fine per la mia giovane età e la mia poca esperienza nel sacerdozio (2anni e mezzo) ; mettendo insieme tutto quanto, io non mi sarei di certo scelto per essere missionario della Misericordia. Peccatore, troppo rigido, troppo giovane e con poca esperienza, mi sarei definito inadeguato per questa importantissima missione.

Ma eccomi qua; scelto dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, attraverso il collegio Urbano, approvato dal mio vescovo e costituito dal Papa Francesco come missionario della Misericordia. E io mi chiedo: perché proprio me?

A prescindere dalla scelta del collegio Urbano, a prescindere dall’approvazione del mio vescovo, il suo Nulla Osta, a prescindere dalle lettere e dalle mail scritte e scambiate con il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, a prescindere da ogni altra manovra umana, non posso non intravedere la Mano di Dio nel fatto di essere stato scelto. È la mia fede che me lo chiede, la mia spiritualità che me lo dice e la mia vocazione sacerdotale che me lo grida forte. Allora mi chiedo : perché proprio io ?

Questa è la domanda che non ho smesso di farmi e di chiedere a Dio da quando sono stato contattato per la prima volta, perché qualcuno, da qualche parte, ha proposto il mio nome. Con una gioia enorme, con un fascino, da un lato, un timore tremendo dall’altro, ho accettato ben volontieri questa missione.Ma da allora mi chiedo perchè proprio a me ?

Sono ormai sicuro che questa domanda, me la porrò, al di là di questo anno, fino alla fine dei miei giorni, cercando di capire meglio tutto il significato nascosto e voluto da Dio, un significato sia per me, che per gli altri.

Qualche giorno dopo la mia consacrazione come missionario della Misericordia, dopo una Adorazione Eucaristica in una delle Chiese di Torbe, una pia mano mi diede un libro, un libro intitolato : « Non possiamo tacere ciò che abbiamo visto ». Cominciai subito a leggerlo e là, una frase mi colpi, una frase che mi dava una delle risposte alla mia costante domanda. La frase diceva in fatti : « quando Dio tocca una vita, le consegna un dovere : essere pienament e felice in Lui per manifestarlo agli altri ».

Tra conferenze sulla Misericordia, e missioni sulla radio e in TV, tra omelie e celebrazioni penitenziali e certi incontri personali, cerco in tutto di fare la mia missione, quella di essere un sacerdote animatore della Misericordia divina e diffondere la mia felicità. Ma non è mai abbastanza. Ecco perché non mancò l’occasione di chiedere alla gente di pregare per me, così come Papa Francesco lo fà in molte situazioni, chiedendo alla gente di pregare per lui.

Molte storie di vocazione nella Sacra Scrittura ci fanno capire che Dio, il più delle volte, non sceglie qualcuno perché quella persona è già capace di compiere la sua missione, ma lo sceglie, proprio per renderlo capace, adeguato, per la missione. Il moi compito è quindi di stare vigilante per poter cogliere ogni Grazia che Dio mi darà per questa mia missione. Possa Di oaiutarmi in questo !

Questo è un anno di Grazia che ci è donato. E un anno in cui abbiamo il compito di meditare (personalmente) la Misericordia di Dio, di usufruire della sua Misericordia (col sacramento dellapenitenza) e di viverla (le 14 opere della Misericordia).

Verso la fine della sua Bolla, Misericordiae Voltus, Papa Francesco dice : Lasciamoci sorprendere da Dio durante questo giubileo ! Io aggiungo che bisogna anche lasciarci sorprendere da noi stessi : sorprendiamoci di quello che faremo di bello, di grande e di straordinario meditando, usufrendo e vivendo, condividendo la Misericordia di Dio. Dio ci benedica tutti !


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Il papa in Armenia dallo “sradicamento sanguinoso” al cuore nuovo.

Papa Francesco andrà venerdì 24 giugno in Armenia per tre giorni e a fine settembre sarà pellegrino in Georgia e Azerbaigian, visitando così tutta la regione del Caucaso. Sabato il Papa incontrerà alcuni discendenti di sopravvissuti al «Metz Yeghern», il cosiddetto “sradicamento sanguinoso” quando gli armeni furono vittime della persecuzione dell’impero ottomano nel 1915; il termine che si usa per ricordare questa tragedia che ha coinvolto un milione e mezzo di persone è anche «genocidio» una parola contestata dalla Turchia.

Il portavoce del papa Padre Lombardi durante il briefing di presentazione del pellegrinaggio ha ricordato la cerimonia presieduta a San Pietro da papa Francesco il 12 aprile 2015 nel centenario del «Metz Yeghern». Papa Francesco, citò in quella occasione la dichiarazione comune firmata a Etchmiadzin nel 2001 da Giovanni Paolo II e Karekin II, e parlò del «primo genocidio del XX secolo», usando appunto il termine, «genocidio». La Turchia,(paese che il papa ha già visitato nel 2014) richiamò per diversi mesi ad Ankara il proprio ambasciatore presso la Santa Sede.

Padre Lombardi, a proposito della differenza tra il termine «Metz Yeghern» e «genocidio», ha così risposto ad una domanda:«Rispondo con quello che mi ha detto un mio amico armeno, che la parola Metz Yeghern è anche più forte di quello che dice la parola genocidio, e io preferisco usare questa parola proprio per non essere intrappolato dalle domande che non fanno che ruotare attorno all’uso di una parola. Nessuno di noi nega che ci siano stati massacri orribili, lo sappiamo molto bene e lo riconosciamo, e andiamo al memoriale per ricordarlo, ma non vogliamo fare di questo una trappola di discussione politico-sociologico perché andiamo alla sostanza».

La sostanza è che papa Francesco visitando le tre regioni del Caucaso si fa pellegrino di pace e di riconciliazione, percorrendo anche un cammino ecumenico , particolarmente importante in questi giorni nei quali a Creta si sta svolgendo un concilio ortodosso.

Tra i motivi del viaggio ha ricordato ancora padre Lombardi, ci sono la restituzione della visita che il Catholicos armeno Karekin II, patriarca della chiesa apostolica armena, ha fatto al Papa, incoraggiare la locale comunità cattolica, e manifestare a tutto il popolo armeno il sostegno e l’amicizia del papa. La Chiesa Armena è una Chiesa indipendente sia dalla Chiesa Cattolica che da quella Ortodossa-

Il cristianesimo in Armenia risale al I secolo, quando secondo la tradizione venne introdotto da Bartolomeo e Taddeo, due degli apostoli. L’Armenia fu la prima nazione ad elevare il Cristianesimo a religione di Stato. Il Re Arsacide Tiridate III, venne convertito e battezzato con la sua corte da Gregorio Illuminatore nel 301. Il Cristianesimo in Armenia ebbe poi un rapido sviluppo anche grazie alla traduzione in lingua armena della Bibbia dal parte del teologo e monaco Mesrop Mashtots.

Il video messaggio che papa Francesco ha inviato al popolo armeno pochi giorni fa in preparazione del pellegrinaggio è il miglior viatico per i giorni che verranno:”Con l’aiuto di Dio vengo tra voi per compiere, come dice il motto del viaggio, una “visita al primo paese cristiano”. Vengo come pellegrino, in questo Anno Giubilare, per attingere alla sapienza antica del vostro popolo e abbeverarmi alle sorgenti della vostra fede, rocciosa come le vostre famose croci scolpite nella pietra.[…] La vostra storia e le vicende del vostro amato popolo suscitano in me ammirazione e dolore: ammirazione, perché avete trovato nella croce di Gesù e nel vostro ingegno la forza di rialzarvi sempre, anche da sofferenze che sono tra le più terribili che l’umanità ricordi; dolore, per le tragedie che i vostri padri hanno vissuto nella loro carne. Ai ricordi dolorosi non permettiamo di impadronirsi del nostro cuore; “

Prima di tornare a Roma il Papa pregherà nel monastero di Khor Virap, luogo del pozzo in cui, secondo la tradizione, fu in prigione per dodici anni Gregorio l’Illuminatore, fondatore del cristianesimo in Armenia. Il papa libererà delle colombe in direzione del monte Ararat e come sottolinea ancora Padre Lombardi si troverà «vicinissimo al confine con la Turchia» e liberare le colombe «in direzione del monte Ararat» è «un messaggio che ha significato».


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L’Amore cristiano frutto della Grazia e non del legalismo

Riflessioni sulla Esortazione Amoris Laetitia di papa Francesco

Amoris Laetitia è un grande dono alla Chiesa che Papa Francesco ha dato nella Solennità di San Giuseppe il 19 Marzo scorso. Al cuore del documento c’è il desiderio del papa di :”arrecare coraggio, stimolo e aiuto alle famiglie nel loro impegno e nelle loro difficoltà”(AL 4).Non possiamo dimenticare inoltre, che siamo nel pieno dell’Anno Santo della Misericordia, e tutti siamo chiamati in modo particolare ad essere segno e strumento della Grazia. Nella vita cristiana ciò che sta al centro, non è la debolezza dell’uomo, o la sua incapacità a compiere perfettamente la sua missione, e nemmeno il passato con il suo carico di bene e di male compiuto, ciò che conta è la confessione di fede, il professare come fa Pietro di fronte a Gesù: tu sei il Cristo il figlio del Dio vivente. Appena lo facciamo, cioè diciamo con convinzione a Gesù tu sei il Cristo, il Salvatore, scopriamo, come Pietro, la grandezza del progetto che Dio ha con ciascuno di noi.

Chi è abituato a rapportarsi alle situazioni, agli avvenimenti, alle persone,in base a un codice, in base a una legge, non può comprendere il volto di un Dio che è amore. Il criterio di interpretazione della Scrittura,della Parola di Dio, deve essere il bene dell’uomo. Chi invece ne fa una dottrina, una legge, nella quale l’osservanza di precetti, è più importante del bene dell’uomo, ebbene queste persone rischiano di avere come un velo davanti agli occhi che impedisce loro di scoprire il disegno d’amore di Dio sull’umanità. Così come nella Evangelii gaudium (EG), già dal titolo si parla di letizia, di serenità di gioia. Per il papa la gioia è una dimensione spirituale ed è un elemento fondamentale:« La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita in­tera di coloro che si incontrano con Gesù» (EG 1). Sappiamo bene che la gioia è un aspetto biblico molto importante del Natale, ed è una nota costante dei cosiddetti vangeli dell’infanzia:”Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo”(Lc2,10). Inoltre la gioia è anche lo scopo della Chiesa in comunione come ci ricorda l’evangelista Giovanni:”questo vi ho detto,perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena”(Gv15,11). In questa dimensione di gioia biblicamente fondata e irrobustita da uno sguardo di fede sul mondo, il papa riprendendo il lavoro di ben due Sino­di,uno straordinario e uno ordinario, analizza la realtà vera, senza paura di chiamare le cose con il loro vero nome, parlando della vita concreta delle persone e delle famiglie. In questo realismo tutto evangelico, papa Francesco attinge anche alla storia che ci circonda, citando personaggi che la storia l’hanno fatta con la loro testimonianza come Martin Luther King, Erich Fromm e Dietrich Bonhoeffer. Nella storia dei popoli, delle famiglie e dei singoli, è necessario e urgente un servizio pastorale che vuole sostenere la crescita dell’amore:«Tutto questo si realizza in un cammino di permanente crescita. Questa forma così particolare di amore che è il matrimonio, è chiamata ad una costante maturazione, perché ad essa bisogna sempre applicare quello che san Tommaso d’Aquino diceva della carità: “La carità, in ragione della sua natura, non ha un limite di aumento, essendo essa una partecipazione dell’infinita carità, che è lo Spirito Santo.» (AL 134). Dobbiamo dice ancora il papa: «smettere di pretendere dalle relazioni interpersonali una perfezione, una purez­za di intenzioni e una coerenza che potremo trovare solo nel Regno definitivo» (AL 325).

Sempre a proposito della storicità e del concetto di maturazione il Papa afferma che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» (AL 3). « in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale ha bisogno di essere incultu­rato, se vuole essere osservato e applicato”» (AL 3). Un fondamento di inculturazione quindi come chiave di lettura importante di questa esortazione papale.

I nove capitoli di cui è composta l’esortazione apostolica, iniziano con il primo capitolo, “alla luce della Parola” che offre subito il quadro di riferimento nella Parola di Dio. La Parola di Dio è :”popolata da famiglie, da generazioni, da storie di amore e di crisi familiari» (AL 8)9, e quindi non si tratta di svolgere un lavoro astratto e teorico, ma realizzare un «compito artigianale» (AL 16).Vedremo quindi nel secondo capitolo una accurata descrizione della “realtà e le sfide delle famiglie”; Il papa invita subito con decisione a tenere:«i piedi per terra» (AL 6) riflettendo sul dramma delle famiglie migranti, sul problema delle ideologie di genere, la cura delle persone disabili, la violenza contro le donne, e altre tematiche reali e urgenti.

Nel terzo capitolo il papa vuole aiutare le problematiche descritte prima, con il soccorso dell’inse­gnamento della Chiesa riguardo il matrimonio e la famiglia, ma con una premessa fondamentale e irrinunciabile: “che si metta tutta la dottrina del matrimonio e della fa­miglia sotto la luce del kerygma. Davanti alle famiglie e in mezzo ad esse deve sempre nuovamente risuonare il primo annuncio, ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario”» (AL 58). La motivazione di questa premessa è che:“tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma” (AL 58). Questo ancoraggio dell’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e la famiglia,nel Kerigma libera da ogni pericolo di fondamentalismo e dalla durezza di cuore di quelli che invece fondano la loro riflessione solamente sul diritto e sui precetti degli uomini.

Il quarto capitolo descrivendo l’inno alla carità di 1 Cor 13,4-7, parla dell’amore nel matrimonio con accenti lirici, accompagnati da una vera e propria lectio divina,rimanendo però sempre ancorati ad un sano realismo:”Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica “un pro­cesso dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva inte­grazione dei doni di Dio”» (AL 122). Il quinto capitolo riflette sulla fecondità ampliando lo sguardo anche alla realtà complessa famiglia dove ci sono anche i parenti e gli amici.

Il sesto e il settimo capitolo riflettono sui modi pastorali per la costruzione di famiglie secondo il cuore di Cristo,e sulla educazione dei figli, sempre attenti però alle situazioni concrete e locali:”Saranno le diverse comunità a dover elaborare proposte più pratiche ed efficaci, che tengano conto sia degli insegnamenti della Chiesa sia dei bisogni e delle sfide locali” (AL 199).

 Papa Francesco ha la consapevolezza che l’ottavo capitolo che tratta delle varie fragilità è un capitolo chiave, e per questo ricorda subito all’inizio che: «spesso il lavoro della Chiesa assomiglia a quello di un ospedale da campo» (AL 291). Il Papa assumendo la bellezza e la ricchezza del matrimonio cristiano dice con chiarezza che: «altre forme di unione contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale e analogo» (AL 292).Proprio per questo la Chiesa:”non manca di valorizzare gli elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio” (AL 292). Accompagnare, Discernere, Integrare sono le tre parole che caratterizzano non solo questo capitolo, ma l’intero documento, anzi il pontificato stesso di Francesco,nella logica della Misericordia pastorale che altro non è se non il cuore stesso di Dio.

 L’ultimo capitolo, il nono descrive la spiritualità nella famiglia, «fatta di migliaia di gesti reali e concreti» (AL 315). “Coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spi­rito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai ver­tici dell’unione mistica» (AL 316). « I momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione” (AL 317) La Pasqua e il culmine e la fonte di ogni spiritualità famigliare.

 La Preghiera alla San­ta Famiglia,conclude questo testo papale, che più che proporre un ideale di famiglia che non c’è, invita a cercare e trovare la presenza del Padre misericordioso nella realtà ricca e sorprendente, sempre attenti ai segni dei tempi; uno sguardo positivo e gioioso sul tempo, che è per i cristiani un tempo favorevole per essere felici, un Kairos, un dono di Dio, un tempo superiore allo spazio, dove si compie il progetto di Dio sull’uomo. Papa Francesco pensa le cose di Dio e prega a partire dalla realtà che gli sta di fronte. Questa esperienza,affinata nel suo ministero di Pastore di una grande e moderna città come Buenos Aires, è quella stessa di Gesù,di vedere come i piccoli, i bambini, i poveri e i peccatori accoglievano con gioia la buona notizia del regno di Dio, mentre i sapienti e i dotti del gli scribi e i farisei di tutti i tempi, fatto fatica a gioire per la Buona Notizia,forse perché non la sanno riconoscere.

 Scrive il papa:”abbiamo presentato un ideale teologi­co del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprat­tutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario” (AL 36). Ancora Francesco:”per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza moti­vare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significa­to la loro vita insieme» (AL 37). A questo punto papa Francesco riporta in primo piano e valorizza la centralità della coscienza individuale:«stentiamo anche a dare spazio alla co­scienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (AL 37) .

L’Esortazione apostolica del papa in continuità con il Concilio Vaticano secondo e con quello che è già espresso in Evangelii Gaudium, traccia anche un sentiero molto chiaro circa il rapporto con il mondo:”molte volte abbiamo agito con atteggiamento difensivo e sprechiamo le energie pastorali moltipli­cando gli attacchi al mondo decadente, con poca capacità propositi­va per indicare strade di felicità. Molti non percepiscono che il mes­saggio della Chiesa sul matrimonio e la famiglia sia stato un chiaro riflesso della predicazione e degli atteggiamenti di Gesù, il quale nel contempo proponeva un ideale esigente e non perdeva mai la vicinanza compassionevole alle persone fragili come la samaritana o la donna adultera» .(AL 38) Papa Francesco con Amoris Laetitia va incontro al bene dell’uomo, e come un Padre autorevole e amoroso alleggerisce i pesi del popolo e si pone davanti ad esso come modello non di legalismo, ma di umiltà e di mitezza. L’autorità nella Chiesa è davvero preziosa quando si prende cura, non quando aumenta la pesantezza del giogo da portare.

Papa Francesco attinge anche con sapienza alla preghiera di Maria e alla umiltà della serva del Signore: “Nel tesoro del cuore di Maria ci sono anche tutti gli avvenimenti di ciascuna delle nostre famiglie che Ella conserva premurosamente”(AL 30)

Pensiamo che una chiave di lettura di questo documento possa essere proprio, l’umiltà, quella di Maria e quella del papa.

Che cos’è l’umiltà?”. Sappiamo che il termine viene dal latino “humus”, cioè quel terreno ricco di sostanze in decomposizione che è particolarmente adatto ad accogliere e a far germogliare il seme. I nostri fallimenti famigliari, i nostri sbagli, perfino i nostri peccati – se riconosciuti: possono diventare quel terreno particolarmente fertile per ricevere il dono di Dio, per sperimentare la misericordia di Dio, per incontrare la sua misericordia, cioè il suo “cuore per i miseri”.

Nel vangelo chiedono a Gesù: “quale segno fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi?”(Gv 6,30) La risposta di Gesù: “Io sono il Pane della vita”. Un solo segno: io nutro. Nutrire è fare una cosa da Dio. Condannare è al contrario affamare le persone nella loro speranza e dignità.

 


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Porte aperte in parrocchia!

Don Francesco Pesce

Gia la mia prima Messa nel lontano 1999 l’ho voluta simbolicamente iniziare spalancando il portone della chiesa. Poi, dal 2006, anno in cui sono diventato parroco della mia precedente parrocchia romana – Santa Melania Juniore – e poi ora come parroco di Santa Maria ai Monti, vicino al Colosseo , ho subito aperto la chiesa tutto  il giorno fino alle 22.00. Ora che sono al centro di Roma il venerdi e il sabato la tengo aperta fino alle 24.00 per intercettare la movida.

Mi sono sentito supportato e rincuorato quando anche Papa Francesco ha iniziato a parlare di “Chiesa in uscita”, invitando i preti anche a tenere aperte le porte delle parrocchie. Chiesa aperta per me significa aperta, cioè si deve capire con chiarezza che è aperta. Quindi via subito le retroporte di legno che la fanno sembrare chiusa, e mettere vetrate che lasciano vedere l’interno. Noto però che appena possibile e non fa piú molto freddo è utile spalancare anche la vetrata, perché la gente (soprattutto chi non ha familiaritá con la parrocchia) é piú invogliata ad entrare. Inoltre, fa bene anche a noi parrocchiani sentire il rumore della città e percepire la massima comunione tra dentro e fuori.

Ho poi sperimentato che e’ molto importante  osservare alcuni accorgimenti per l’illuminazione serale: illuminare molto bene l’ingresso e creare uno spazio privilegiato di luce nella zona del tabernacolo e della immagine mariana o del santo principale nella chiesa. Il “controllo” lo fanno le persone stesse che vengono a pregare o perfino chi passa davanti o dentro la chiesa, perché nel rione Monti in particolare c’é un grande senso di comunitá, quindi anche la chiesa é sentita un pó come la casa di tutti. E’ anche utile in questo senso avere un buon rapporto con i negozianti del quartiere che ogni tanto fanno una passeggiata in chiesa. “Fate buona guardia alla vostra chiesa” – diceva Mazzolari.

E infatti é il  popolo di Dio  a farsi carico della custodia della  chiesa. Dopo poco tempo si crea un movimento di persone che rende assolutamente sicura la chiesa. A poco a poco poi bisogna  qualificare l’apertura continuata: ad esempio celebrando la Messa all’ora di pranzo (per favorire i lavoratori della zona) e garantendo la presenza di un sacerdote per le confessioni e i colloqui spirituali  fino alla chiusura, sempre per aiutare chi lavora fino a tardi o anche gli studenti universitari.

A volte qualche “parrocchiano storico”, o le pie donne di cui parlano gli Atti degli Apostoli, protestano un po’ paventando chissà quali pericoli. Bisogna da una parte tranquillizzarli, dall’altra lasciar cadere la cosa, soprattutto all’inizio, quando si preoccupano che è pericoloso, che i barboni non hanno rispetto per nulla, ecc. Dopo poco, vedendo che non succede nulla di male, ma che invece si vedono i frutti, passano tutte le paure.. Non ho mai visto crollare una chiesa per i barboni. Anzi spesso queste persone sono ottimi vigilanti e addirittura puliscono il sagrato più volte al giorno.

Nel fine settimana l’apertura è prolungata fin piú o meno la mezzanotte per intercettare la movida che qui da noi si lascia intercettare volentieri.

 


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L’altra metà della Chiesa

Don Francesco Pesce e Monica Romano

Si sono susseguite in queste ultime settimane notizie sul tema del ruolo della donna nella Chiesa. Un argomento non molto trattato a dire la verità (almeno in Italia), a parte qualche uscita “a effetto”, a volte un po’ puerile, ripresa da qualche giornale ma che poi cade nel vuoto. Parlando all’Unione Internazionale delle Superiori Generali (UISG), in riunione in questi giorni a Roma, Papa Francesco ha risposto a una domanda di una religiosa dicendosi disposto a formare una commissione per studiare la questione del diaconato femminile. Tema trattato in un convegno svoltosi proprio nei giorni precedenti a Münster, in Germania, promosso dalla KatholischeFrauengemeinschaftDeutschlands (Comunità cattolica femminile della Germania – Kfd), dalla KatholischeDeutscheFrauenbund (Federazione cattolica femminile tedesca – Kdfb), e da altre organizzazioni laicali. Anche all’ultimo Sinodo dei vescovi sulla famiglia, Mons. Paul-André Durocher – vescovo di Gatineau (Québec), già presidente della Conferenza Episcopale Canadese – aveva chiesto per le donne l’accesso al diaconato che, secondo la tradizione, è diretto non “ad sacerdotium, sed ad ministerium”. Negli anni ‘90, il Card. Carlo Maria Martini aveva accennato alla possibilità del diaconato femminile ed era emerso che rimanevano da studiare ulteriormente la natura e la prassi del diaconato femminile nella Chiesa primitiva. In un articolo della Civiltà Cattolica del 1999, si analizzavano le principali linee del dibattito sulla questione, incentrato sulla distinzione tra un diaconato femminile inteso come servizio (appunto “diaconia”) e il diaconato come primo gradino dell’ordine sacro, com’è quello maschile, dal quale le donne sono escluse nella Chiesa cattolica. Qualche settimana fa, qualche polemica era sorta sulle parole di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, che sosteneva che anche le donne potessero tenere l’omelia.

Ma cosa pensano le donne, in particolare quelle cattoliche, di queste cose che le riguardano? Del loro ruolo, del loro contributo nella Chiesa? Ci sembra di osservare come queste donne impegnate in prima fila nella Chiesa non parlino molto di questo, mentre le loro opere parlano per loro. E il loro contributo nelle parrocchie, nelle istituzioni educative, nelle opere di carità, negli ospedali e nei centri di assistenza sociale, e nelle attività missionarie è semplicemente straordinario. Le donne hanno già un ruolo nella Chiesa: affiancano i sacerdoti nella gestione di molte attività nelle parrocchie, sono in prima linea nelle missioni, guidano interi ordini religiosi anche “internazionali”, insegnano Bibbia e Teologia….Dovrebbero eventualmente essere proprio queste donne a esporre il proprio punto di vista sul proprio ruolo nella Chiesa. Evitando argomentazioni deboli e ammantate di un femminismo vecchio stampo, che non aiutano a rappresentarle e non fanno neanche bene a una riproposizione di una totale valorizzazione del ruolo della donna nella Chiesa, che – riconosciamo – è assolutamente necessaria, a beneficio di tutto il Popolo di Dio, anche del papa e dei vescovi.

Mensa di Betania (particolare), Marco Rupnik, Centro Aletti

Ma riflettiamo per gradi. La Bibbia inizia raccontando che l’uomo e la donna sono creati insieme, in armonia e con la stessa dignità. Purtroppo, anche alcune interpretazioni fuorvianti sul peccato originale, ancora non del tutto superate, hanno contribuito a formare una immagine “negativa” della donna, contribuendo a relegarla a un ruolo subalterno rispetto all’uomo, con pochi spazi nella società.

 Nei Vangeli Gesù compie una vera e propria rivoluzione: difende una donna adultera dalla lapidazione; si ferma a parlare con una samaritana – i samaritani erano un po’ considerati come una sorta di “eretici”; ha al suo seguito e tra i suoi amici più cari molte donne…Per non parlare poi del ruolo di Maria, la Madre di Dio, e del fatto che il Risorto appaia per primo a due donne, che diventano quindi le prime annunciatrici della Pasqua. Ma è già l’Apostolo Paolo che, pur nella sua visione egualitaria del mondo – “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28) – a operare un ridimensionamento: “Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio….L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo…. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo”. Anche se poi riconosce: “Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna; come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio”. Certamente la rigida educazione farisaica e il venire a contatto con i popoli “pagani” che certamente agli occhi di Paolo avevano delle abitudini molto “libertine” ne hanno fortemente influenzato la posizione sulla donna, condizionandone poi il ruolo nella Chiesa. E’ interessante però un articolo della biblista Marinella Perroni, che rilegge la presunta misoginia di Paolo e spiega come l’Apostolo delle Genti apprezzò e utilizzò le donne per l’apostolato (http://www.stpauls.it/vita/0901vp/0901vp85.htm).

Nella millenaria storia della Chiesa che si sussegue, fino a oggi, sono state tante le donne che hanno saputo imporsi attraverso la santità, la testimonianza e il coraggio della loro vita.  Spesso con origini, vocazioni e percorsi molto diversi. Pensiamo a Matilde di Canossa, nobile, che aiutò il papa al tempo della lotta per le investiture; Monica, mistica madre di Agostino; Ildegarda di Bingen, monaca benedettina e prolifica scrittrice; Chiara di Assisi, tanto vicina a San Francesco; Teresa D’Avila e Caterina da Siena, prime donne proclamate dottore della Chiesa dal Beato Paolo VI  nel 1970; e tantissime altre, fino ad arrivare all’età moderna e contemporanea, come Teresa di Lisieux, Edith Stein, Simone Weil, Gianna Beretta Molla e Madre Teresa di Calcutta, che sarà canonizzata da Papa Francesco il prossimo settembre.

 Gli ultimi papi hanno mostrato di comprendere l’importanza del ruolo della donna nella Chiesa e hanno fatto passi significativi nel cammino verso una piena valorizzazione ecclesiale del “genio femminile”. Ma in questa, come su altre questioni, la Chiesa impiega del tempo. Il problema risiede oggi in una parte della Chiesa istituzione che si è sclerotizzata in un apparato rigido e tradizionalista, spesso vissuto come luogo di potere, che non si pone proprio il problema di come coinvolgere al meglio le donne per il bene della Chiesa. O peggio ancora, che soffre di “misoginia”, come d’altronde anche una parte delle nostre società.

 Ma è anche vero che tante situazioni forse ci appaiono diversamente da come sono perché non guardiamo “oltre” e non analizziamo la questione con maggiore ampiezza e complessità di vedute.

 In tante chiese in Europa dove è maggiore il calo delle vocazioni e più in generale la crisi della fede, le donne rivestono ancora di più ruoli di responsabilità. Per esempio, aiutano i sacerdoti – che amministrano diverse parrocchie sparse nel territorio appunto per mancanza di preti – ad aprire e “gestire” le chiese, guidare la preghiera, perfino distribuire l’eucarestia. Questo avviene anche nei Paesi extra-europei, per ragioni un po’ diverse –  i grandi numeri e gli immensi, spesso mal collegati territori. Le chierichette che in Italia e in particolare a Roma non si vedevano fino a qualche anno fa, soprattutto quando il Papa celebrava in parrocchia, erano prassi normale da tempo in altri Paesi, soprattutto nel Nord Europa. Vi sono tante donne, anche laiche, impegnate nei vari organismi della Chiesa locale e che coadiuvano i vari ordini religiosi attraverso associazioni di fedeli in varie parti del mondo…

Certo, è comprensibile porsi alcune domande. Perché ad esempio le superiori dei grandi ordini religiosi non possono partecipare al Conclave ed eleggere il Papa, o quantomeno alle riunioni del preconclave? Perché alcune donne qualificate non possono ad esempio far parte della commissione che consiglia il Pontefice sulla riforma della Curia, senza per questo dover diventare cardinali? Proposta, questa delle “donne cardinali”, che Papa Francesco non sembra aver tenuto in considerazione, avendovi notato una sorta di clericalismo: “le donne vanno valorizzate, non clericalizzate”, aveva commentato in proposito.

La nostra risposta a queste questioni e interrogativi è che bisogna guardare oltre, appunto, e tornare alla Chiesa della Pentecoste e del Concilio. La Chiesa degli inizi, descritta negli Atti degli Apostoli, ci mostra che bisogna lasciarsi guidare dallo Spirito Santo. La presenza dello Spirito è vita per ognuno noi. Una parte della Chiesa pensa se stessa in termini ristretti, di categorie, di passato, senza lasciarsi illuminare dallo Spirito, che vivifica. Il presente e il futuro attendono risposte creative, che mettano al servizio della Chiesa e del mondo l’uomo e la donna, immagini diverse e complementari di Dio. Se parliamo secondo lo Spirito dobbiamo parlare in modo tale che la nostra parola sia maschile e femminile insieme. Abbiamo bisogno di una Chiesa nella quale la sensibilità e l’intelligenza della donna siano messe in pienezza al servizio anche in alcuni processi consultivi, decisionali e di governo. Ma non bisogna cadere nel clericalismo, nel carrierismo o – come ha ancora ammonito il Papa recentemente – nel femminismo nella Chiesa. E’ necessario invece attuare il Concilio e affrontare questa questione all’interno di quella più ampia della partecipazione dei laici alla vita della Chiesa. A partire dal problema della formazione teologica e biblica che, almeno in Italia, rimane ancora principalmente indirizzata ai sacerdoti e ai religiosi in quanto a curricula e organizzazione, che non sempre facilitano la partecipazione dei laici. E ripensando gli ambiti di servizio, degli stessi sacerdoti e religiosi nella Chiesa. Devono guidare tutti i dicasteri ecclesiali? E non si potrebbe lasciare ancora più spazio ai docenti laici nelle università pontificie? Non sarebbe appropriato che per esempio alcuni uffici siano affidati ai laici, che siano più laici ad insegnare, per lasciare ai sacerdoti (tra l’altro in calo per la crisi delle vocazioni) la pastorale con la gente e l’amministrazione dei sacramenti? E’ vero anche che chi guida i dicasteri e gli uffici della Chiesa è affiancato da diversi laici, inclusi esperti come consultori, e molti consultori sono laici, comprese le donne. E così, sono in aumento le donne che insegnano materie “religiose”, anche bibliche e teologiche, e quelle a capo di dipartimenti e facoltà nelle università pontificie, e probabilmente non sono un’eccezione in molti Paesi d’Europa, forse anche fuori dall’Europa. Dall’altra parte, constatiamo che vanno anche letti in prospettiva certi atteggiamenti di natura più conservatrice da parte di alcuni ambienti ecclesiali, quando in diversi sistemi sociali e culturali, anche avanzati, la donna fa fatica a imporsi in alcuni ruoli “tradizionalmente maschili”. Inoltre, in alcune chiese particolari, per questioni culturali, la questione di una maggiore partecipazione delle donne nella Chiesa non è affatto sentita come priorità, a partire dalle donne stesse, e la questione del ruolo della donna, dell’eguaglianza di opportunità per uomini e donne, va ben oltre l’ambito ecclesiale.

Non cadiamo nella tentazione di pensare alla Chiesa come un’istituzione monolitica, spesso con parametri occidentali, e avulsa da un suo contesto storico-culturale specifico. Inoltre, non è l’equiparazione dei ruoli quella cui aspirare, ma la massima valorizzazione dei laici e delle donne, come quella di tutti, nella Chiesa. Ben consapevoli che l’“antropologia cristiana”, la visione dell’uomo e della donna da parte di Dio, non utilizza i nostri “comuni” parametri sociologici, psicologici, storici….

Forse quello sui cui ci sembra si potrebbe lavorare è una maggiore partecipazione della comunità ecclesiale “dal basso”. Per far sì che la Chiesa e il papa possano beneficiare del contributo di tutti quei laici, alcuni dei quali molto preparati per formazione teologica e molto impegnati nelle varie realtà ecclesiali, che sono in prima fila nella vita pastorale a vari livelli. Ma questo non vale solo per i laici (e per le donne), vale anche per i sacerdoti e i religiosi. Per questo pensiamo che sia necessario guardare oltre, con una prospettiva più ampia, piuttosto che ragionare in termini che rischiano di presentare il problema come delle rivendicazioni dal sapore mondano, che non si addicono all’esercizio dei ministeri nella Chiesa.

Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” (At 2,1). Pochi giorni fa la Chiesa ha celebrato la Pentecoste.  Nel cenacolo che fu il luogo della lavanda dei piedi e dell’istituzione dell’Eucaristia erano tutti insieme. Certamente li univa la paura, ma erano tutti insieme. In quello stare insieme a Pentecoste  irrompe lo Spirito che fa nuove tutte le cose. La Chiesa deve sempre ripartire da questo stare insieme lasciandosi guidare dallo Spirito, perché solo in questo modo saprà rendere viva la presenza del Cristo Risorto. Non tradiamo ancora una volta il Risorto e non lasciamo cadere il soffio dello Spirito. Saranno i frutti e non le dichiarazioni d’intenti a rendere testimonianza di quello che tutti – uomini e donne, laici, chierici e religiosi – avremo fatto per la Chiesa.


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Viet Nam: flowers for Mama Mary/Fiori per la Madonna 

We are so happy to post a first nice contribution from sister Mary Tran from Viet Nan. Sister Mary is a wonderful Catholic sister working to suppor poor children from ethnic minority groups. Through the help of the sisters, these children are able to receive  appropriate education and live in a boarding school where they receive the care and assistance of the sisters. The first two photos attached to the post refer to this year and the last two to May 2015.

Con grande gioia postiamo un primo blog di suor Mary Tran, dal Viet Nam. Suor Mary e’ una meravigliosa suora cattolica che lavora per favorire l’istruzione dei bambini appartamenti a famiglie povere delle minoranze etniche. Attraverso l’aiuto delle suore, questi bambini ricevono un’istruzione adeguata e vivono in una scuola dove ricevono cure e assistenza. Le prime due foto si riferiscono a quest’anno, le ultime due a maggio del 2015.
 

Sr. Mary Tran 

As usual, during the month of May which is dedicated to Mother Mary in a special way, there is a nice tradition in Viet Nam whereby  the children in most of the parish churches offer flowers to The blessed Virgin Mary.
This year the children of our boarding school were assigned to offer the flowers on the first Saturday of May at our parish church in Kontum diocese.

©Huong Tran, Francesco Pesce 

 

 

©Huong Tran, Francesco Pesce 

 

©Huong Tran, Francesco Pesce 

 

©Huong Tran, Francesco Pesce 

 

Come da tradizione, durante il mese di maggio che è dedicato alla Madonna in maniera speciale, in Viet Nam i bambini della maggior parte delle parrocchie offrono fiori alla Santa Vergine.

Quest’anno, ai bambini della nostra scuola e’ stato assegnato di portare i fiori il primo sabato di maggio, nella nostra parrocchia nella diocesi di Kontum.

 


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Jesus is Risen! Alleluia!! Easter song as sung in a small town of India!

We are happy to publish the first blog post of Fr. Pinto, from India, another dearest friend of ours. He is such a wonderful person and very committed and always smiling priest. We often remember him and are grateful to him for great help he gave to us in our pastoral work. We miss him very much but we are happy to see that he is doing well in that great country of India. We are still in Easter time so that sharing this experience of him and his community is still relevant and meaningful.

Fr. Pinto Rockwin

For Christians, Holy Week, starting on Palm Sunday and ending with Easter Sunday (March 27 this year) is considered the source and summit of ecclesiastical and liturgical year. Maundy Thursday, Good Friday, Holy Saturday along with Easter Sunday – are called sacred Triduum whereby Christians commemorate the last days of Jesus here on Earth when he expressed his deep most love for His people through his passion, death and resurrection.

Here, I narrate these three-day experiences of a small town called Kulur in the city of Mangalore, India. The parish is dedicated to the patronage of St. Antony of Padova. On Maundy Thursday, reliving the cenacle experience of Jesus, for the first time, women were included in washing of the feet of the disciples as per the Pope’s directive (see photos). Priest who is considered as a an eminent figure in the society here, the washing of the feet communicates a very formidable message of service and humility as intended by our Lord.

On Good Friday, apart from the liturgical service as prescribed by the Liturgy, there is a particular custom in this part of the world. They call it ‘Bringing down Jesus from the Cross’. A group of persons come in with lanterns and climb the ladder first to remove the nails and then, to bring His body down from the cross followed by the procession of the statue of Jesus and Or Lady of Sorrows in the town (See images). Incidentally, this year witnessed the culmination of 25 years to this custom.

Finally, on Holy Saturday, the church filled with the faithful participated in the luminous liturgy of Easter night and renewed their Baptismal vows. People usually abstain from eating meat throughout the Lent season, thereby, day of Easter when the angels sing, ‘Glory’, peoples acclaim, ‘Alleluia’, they enjoy their fellowship meal in their families. Being a Catholic Priest from few months I sincerely experienced the profound significance of these moments which we commemorate every Sunday, on the day of the Lord.


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Ora et labora: Pasqua/Easter in Benin

Riceviamo una testimonianza di Don Igor Kassah, sacerdote del Benin, che opera a Natitingou, nel Nord del Paese. Ci manda alcune foto dei lavori di costruzione di alcune capanne che servono per far riparare i fedeli dalle piogge e consentire loro di partecipare alla Messa e ai vari momenti liturgici – che si tengono all’esterno – senza bagnarsi. Purtroppo delle piogge particolarmente violente qualche settimana fa hanno distrutto alcune delle capanne già parzialmente costruite. Sono purtroppo rimasti vittime anche due bambini che giocavano per strada. Don Igor e i fedeli però non si sono scoraggiati, hanno messo insieme dei risparmi e hanno avviato nuovamente i lavori di costruzione, che tra poco dovrebbero essere ultimati. Riceviamo anche qualche foto della Veglia pasquale – l’accensione e benedizione del fuoco, luce di Cristo – e un battesimo. Segni, ci sembrano, di una Chiesa viva e giovane, che prega e lavora.

Fr. Igor Kassah, a priest from Benin working in Natitingou, in the Northern part of the country, shares with us some experience from his community, including photos. They are building some tents that are instrumental to having the faithful be protected by the rains and participate safely in the Mass and various liturgical celebrations, which take place outdoor. Unfortunately, the construction works have been damaged by some heavy rains a few weeks ago. Two children who were playing outside even died. Fr. Igor and his community, however, did not lose hope and put together some savings to start up the construction works again, which should be completed soon. We also receive a few photos about the Easter Vigil Mass, with the blessing of the fire, light of Christ, and the celebration of a Baptism. Symbols, it seems to us, of a lively and young Church, which prays and works.


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Una crisi benedetta

Pubblichiamo la postfazione del libro del Vaticanista di Rai 1 Aldo Maria Valli recentemente pubblicato, “C’era una volta la confessione”, edizioni Ancora, in cui è inclusa la postfazione di don Francesco, che riflette sul Sacramento della Confessione ai tempi di Papa Francesco. La postfazione è stata anche pubblicata sul numero del 10 marzo dell’Osservatore Romano, a p. 7.

Don Francesco Pesce

Appartengo a una generazione che è stata educata più ad aver paura di Dio che ad amare Dio; in seminario, poi, si è aggiunto un senso del dovere di fronte al quale è stato difficile rimanere libero e gioioso. Questa paura e questo distorto senso del dovere li vedo ancora oggi in tante persone che si accostano al sacramento della confessione. Paura di Dio, paura di se stessi, paura degli altri e del loro giudizio. La confessione come un obbligo, non come un incontro desiderato con il Padre che sempre perdona. Devo dire che sono anche rimasto sorpreso quando papa Francesco ha parlato, in vista del giubileo, dei «missionari della misericordia». Mi sono chiesto: ma il sacerdote non è un missionario della misericordia per definizione? Il prete non è forse l’uomo del perdono, direi, per natura sua? Poi mi sono ricordato di aver visto con i miei occhi, all’interno di qualche confessionale, il Codice di diritto canonico, lì pronto per l’uso, come in un tribunale, e mi sono anche tornati alla memoria i racconti di alcuni penitenti feriti dalla durezza di alcuni sacerdoti. E così ho capito l’idea di Francesco. Ecco, per la mia esperienza di confessore posso dire che, con l’avvento di papa Francesco, la paura è stata spazzata via e il senso del dovere è stato soppiantato dal desiderio di poter incontrare il Padre misericordioso. Non solo le confessioni sono aumentate in maniera esponenziale, ma ne è cresciuta con evidenza la qualità. Non poche persone vengono nel confessionale con il Vangelo in mano, avendo accolto il suggerimento del papa di leggerne almeno un brano tutti i giorni. E poi in base a quello che hanno letto si confessano. Tutto questo mi dà una grandissima gioia. È un vero miracolo compiuto da questo uomo, Francesco, mandato da Dio. Vedo che, grazie a Dio, non è aumentato il senso del peccato (per me c’è già troppa gente schiacciata e umiliata dal proprio peccato), ma è aumentato il senso della misericordia del Padre. Vedo, mi permetto di dire con chiarezza, che se uno si sente accolto, rispettato, incoraggiato, allora può capire meglio anche il proprio peccato e chiedere perdono. Anzi, di più: riesce a capire che il peccato, in un certo senso, è già stato perdonato, che tu sei nel confessionale per accogliere un perdono che già c’è, perché Dio, come ci dice con sublime sintesi Giovanni evangelista, è amore. Anche per questo ritengo che parlare di crisi del sacramento della confessione sia una contraddizione in termini; in crisi semmai è un certo modo di esercitare il ministero sacerdotale, vissuto più nelle sacrestie che nelle strade, un sacerdozio più con l’odore dell’incenso, e dei denari, che delle pecore. È quindi una crisi benedetta. Per la mia esperienza direi che maschi e femmine si accostano al confessionale con percentuali simili. Piuttosto vorrei segnalare due particolarità che mi colpiscono, anche se non mi sorprendono. La prima: sono i più vicini, i frequentanti da sempre, che fanno le confessioni più scontate e libresche e quasi quasi pretenderebbero una bella punizione invece del perdono. Questi sono anche coloro ai quali papa Francesco proprio non piace perché, dicono, è «comunista, pauperista, scontato», più le altre sciocchezze messe in giro dai crociati del ventunesimo secolo nonché dagli atei molto atei e poco devoti.

Vorrei fare un esempio: io sono sacerdote da sedici anni e faccio una fatica tremenda a spiegare ai catechisti (che sono sante persone) che insegnare ai bambini a dire: «Mio Dio mi pento e mi dolgo dei miei peccati perché peccando ho meritato i tuoi castighi» non è proprio il massimo: va quanto meno spiegato, e magari sostituito con altri atti di dolore biblici. E che dire di quelli che si devono confessare per forza in quel dato giorno altrimenti si interrompe la loro devozione e devono ricominciare da capo: devozione oppure ossessione?

La seconda particolarità che mi colpisce riguarda le confessioni di quelli che appartengono a certi movimenti ecclesiali, in particolare a uno molto diffuso. Sono tutte uguali, come prestampate, e del tutto prive del senso del ringraziamento per il bene che c’è. Al che io dico sempre: «Ma scusi tanto, qualcosa di bello le sarà pur successo dall’ultima confessione, o è tutto peccato?».

Concludo dicendo che è sconfortante vedere nelle chiese i cartelli con gli orari delle confessioni. Capisco l’esigenza della pianificazione e dell’organizzazione, ma la chiesa non è uno sportello delle Poste. Ho capito per mia esperienza (io faccio il parroco nel centro di Roma) che il sacerdote deve essere a disposizione in particolare all’ora di pranzo e la sera dopo la messa vespertina, perché in questo modo si va incontro alla gente che lavora. Certo, lo può fare se la chiesa resta aperta, anzi spalancata. Come il cuore di Dio, che si chiama «Padre nostro che sei nei cieli» e non «Giudice o Padrone nostro che sei nei confessionali.