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Una “mattonella” del Papa per il Beato Allegra, traduttore della Bibbia cinese

Mons. Francesco Pesce

Una mattonella molto speciale – a nome di Papa Francesco – è stata recentemente posta nella Casa Natale del Beato Gabriele Maria Allegra OFM (1907-1976), frate francescano originario della Sicilia e missionario in Cina. Per il restauro della casa ormai completato e supportare attività caritative e di spiritualità di questo luogo ora meta di pellegrinaggi, l’Associazione “Gabriele fra le Genti”, costituita da alcuni familiari del frate che gestiscono la casa (dal 2017 proprietà della Provincia dei Frati Minori di Sicilia) ha lanciato l’iniziativa “una mattonella per il Beato”. Papa Francesco ha aderito a questa iniziativa, donando anche lui una mattonella in occasione della Giornata Missionaria Mondiale che si è celebrata lo scorso ottobre. La mattonella è stata istallata da poche settimane nel cortile della casa, che si trova a San Giovanni La Punta, vicino ad Acireale (provincia di Catania), aggiungendosi a quelle che via via sono state donate nel corso degli anni dai familiari del Beato, da fedeli della Sicilia e da altre parti dell’Italia, e dai cattolici cinesi, tra cui i fedeli della Diocesi di Hong Kong, che attraverso donazioni hanno contribuito all’acquisto e al restauro della casa. Lo scorso 31 dicembre, il Vescovo Ausiliare di Hong Kong – Mons. Joseph Ha Chi-Shing OFM – ha benedetto la mattonella donata dal Papa in occasione di un pellegrinaggio con un gruppo di fedeli.

Foto: ©Gabriele fra le Genti Onlus
Foto: ©Francesco Pesce

Il Cardinale Parolin ricorda il Beato Gabriele Maria Allegra

Insieme al Pontefice, anche il Segretario di Stato – il Cardinale Pietro Parolin – si è associato all’iniziativa, donando a sua volta una mattonella. Domenica 22 ottobre 2023, nella Giornata Missionaria Mondiale, il Cardinale Parolin aveva inaugurato una mostra di arte cristiana cinese e aveva poi presieduto la Messa, nella chiesa parrocchiale di Santa Maria ai Monti (Diocesi di Roma), dove sono esposte le Reliquie del Beato Allegra per la venerazione dei fedeli. Per celebrare la Giornata e valorizzare il mese missionario, la parrocchia aveva anche organizzato un incontro il giorno successivo, per ricordare e far conoscere meglio questa straordinaria figura di apostolo della Parola di Dio in terra cinese.  Nell’omelia della Messa, nella quale hanno concelebrato anche alcuni Padri Francescani della Provincia Siciliana, il Cardinale ha ricordato la figura del Beato Allegra, conosciuto soprattutto per la sua traduzione della Bibbia in lingua cinese – la prima completa e dai testi originali per i cattolici cinesi, pubblicata a Hong Kong nel 1968 e ancora oggi largamente usata.  

Foto: ©Francesco Pesce
Foto: ©Francesco Pesce

Un incontro per tracciare la figura del Beato

 “Amo la Bibbia e amo la Cina: è per tutte e due che ho lavorato con lo stesso amore”: da questa frase del Beato Allegra il titolo dell’incontro tenutosi lunedì 23 ottobre nella parrocchia di Santa Maria ai Monti, organizzato dal parroco, Mons. Francesco Pesce, dalla onlus TherAsia da lui fondata e dalla Pontificia Università Antonianum. L’incontro ha visto la partecipazione attenta ed entusiasta di tanti fedeli, tra cui anche fratelli e sorelle cinesi, la maggior parte dei quali studia nelle varie università pontificie romane. In molti hanno espresso il desiderio di conoscere meglio questa figura, non ancora pienamente nota a molti, anche in Italia e in Cina.

Dopo i saluti di Mons. Francesco Pesce si sono susseguiti i vari interventi, moderati dal Dottor Gianni Valente, Direttore dell’Agenzia Fides.

Foto: ©Francesco Pesce

Il primo intervento – inviato in forma scritta dal Professor Rui Zhang, docente alla East China Normal University di Shanghai – è stato letto da Mons. Pesce. Il Professore ha fatto un breve excursus storico sull’introduzione e lo sviluppo del Cristianesimo in Cina, fino alla situazione attuale. Ha sottolineato l’antichità dei contatti tra Cina ed Europa, dal punto di vista culturale, commerciale e anche religioso. Tanti missionari occidentali nel corso dei secoli, in più ondate, hanno intrapreso la via della Cina per annunciare il Vangelo in quella terra. I Francescani prima, durante la dinastia Yuan nel XIII e XIV secolo, e successivamente – a partire dalla fine del ‘500, tra la fine della dinastia Ming e l’inizio della Qing – con la Compagnia di Gesù, e a seguire ancora i Francescani e poi i Domenicani e gli Agostiniani. Il Prof. Zhang accenna anche alla Questione dei Riti Cinesi, che causò divisioni all’interno della missione cattolica in Cina. A quel tempo, si pose questo dilemma, che fu poi risolto dal Pontefice: possono i convertiti cinesi continuare a praticare il culto a Confucio e agli Antenati oppure no? Quale termine usare per tradurre “Dio” in cinese? Un termine della cultura cinese o un termine differente, per evitare commistioni e fraintendimenti? La questione è stata poi definitivamente risolta dal Papa, secoli dopo, in favore della possibilità per i cattolici cinesi di praticare questi riti. 

Un esempio – noi osserviamo – che mostra come per due visioni del mondo antiche e profondamente radicate come il pensiero cinese e il Cristianesimo ci vuole tempo e pazienza per ascoltarsi, dialogare, superare incomprensioni e capirsi.

Il Professor Zhang si sofferma poi sul periodo tra il 1860 e il 1930, caratterizzato dalla traduzione della Bibbia in cinese, citando anche il lavoro del Beato Allegra, “che chiamò la traduzione del Testo Sacro ‘l’opera della mia vita’”.

Il Professor Stephane Oppes OFM, già Decano della Facoltà di Filosofia, docente di Metafisica alla Pontificia Università Antonianum e Consultore teologo del Dicastero per le Cause dei Santi, ha sottolineato come la “gioia del Vangelo” sia stata una caratteristica fondamentale della vita e della spiritualità del Beato Allegra, della sua multiforme attività nel “continente” cinese e della sua vocazione di frate minore e traduttore della Sacra Scrittura. “Gioia del Vangelo” non è un’espressione scelta “a caso” da Padre Oppes per il titolo del suo intervento, ma si ispira all’Enciclica di Papa Francesco Evangelii Gaudium, di cui nel 2023 ricorreva il decimo anniversario. 

Citando le Memorie che il Beato Allegra scrisse su richiesta del superiore a Hong Kong, Padre Oppes ha condiviso alcune parole significative del Beato: “Dico senza vanteria e senza esagerazione che sin da giovane, anzi giovanissimo, sono stato un sognatore”. Egli sognava in particolare di diventare “predicatore” e “missionario”.

Padre Oppes ha poi sintetizzato l’apostolato del Beato Allegra, in alcuni punti essenziali: 

  • L’annuncio del Vangelo per l’arte e nell’arte: il Beato Allegra vedeva nell’arte (la musica, la pittura in particolare) come un veicolo importante per l’evangelizzazione.
  • L’annuncio del Vangelo attraverso lo studio della Parola di Dio: organizzava momenti formativi, anche insieme alle altre denominazioni cristiane.
  • L’annuncio del Vangelo nel dialogo ecumenico.
  • L’annuncio del Vangelo nel dialogo tra le religioni: era ben consapevole della ricchezza della tradizione spirituale e religiosa della Cina e spingeva perché i testi della cultura e del pensiero cinese fossero presenti in biblioteca per conoscerli e approfondirli.
  • L’annuncio del Vangelo più “spicciolo”, cioè nella “pastorale ordinaria”, come frate e come prete.

Ha preso poi la parola poi il Professor Witold Salamon OFM, della Commissione Scotista Internazionale, con un intervento dal titolo: “Il Beato Gabriele Maria Allegra OFM – un frate dedito alla venerazione del beato Giovanni Duns Scoto e alla divulgazione del suo pensiero”. Tre sono state le principali questioni affrontate:

  1. La venerazione di Padre Allegra verso la Beata Vergine Maria, concepita senza peccato originale e assunta in cielo in anima e corpo, nonché verso l’insigne fautore dell’Immacolata e Assunta, ovvero il Beato Giovanni Duns Scoto – come emerge anche dalla corrispondenza del Beato Allegra con Carlo Balić, Primo Presidente della Commissione Scotista. 
  2. La Cristologia scotiana nella visione del Beato Allegra. Su richiesta di Carlo Balić, il Beato  Allegra intervenne al grande Convegno scotista in occasione del settimo centenario della morte di Giovanni Duns Scoto, svoltosi a Edimburgo e a Oxford nel settembre 1966. Oggetto del suo intervento fu un resoconto dei suoi colloqui a Pechino tra il 1942 e il 1945 con lo scienziato gesuita Teilhard de Chardin. Durante questi colloqui il Beato Allegra ebbe l’occasione di presentare una sintesi della cristologia scotiana a Teilhard de Chardin.
  3. Il profilo “scotistico” del Beato Allegra nelle sue “Memorie”. Ciascuno dei cinque quaderni delle “Memorie”, scritte pochi mesi prima della morte del Beato portano il titolo: “Et ideo multum tenemur Ei” (“perciò molto dobbiamo a Lui”). Con questa citazione di Scoto, il Beato Allegra esprime la gratitudine verso il Figlio di Dio fattosi carne che soffrì e morì in croce per noi, mosso da quell’amore che è l’essenza intrinseca di Dio. Nel lavoro di traduzione della Sacra Scrittura in cinese, Padre Allegra invocava ogni giorno l’intercessione del Servo di Dio Duns Scoto quale Patrono secondario dello Studium Biblicum di Pechino e poi di Hong Kong, celebrandone ogni anno l’8 novembre una commemorazione del beato transito.

Il successivo intervento è stato tenuto da Don Giuseppe Li Xianmin, Studente di Dottorato del Pontificio Istituto Biblico. Don Giuseppe spiega che dopo essere arrivato in Cina, nel 1935 il Beato Allegra iniziò a tradurre in modo indipendente la Bibbia dai testi originali in cinese. Lo aiutarono nella traduzione, i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento tradotti dal padre gesuita Luis Antoine de Poirot, che aveva trovato nella biblioteca della Chiesa del Nord (“Beitang”) a Pechino, per cui spese 6.000 dollari americani per scattare foto di questa traduzione. Inoltre, con l’aiuto dell’Arcivescovo Mario Zanin, chiese riuscì ad avere una copia della traduzione del Nuovo Testamento di Jean Basset, delle Missions Etrangères de Paris (MEP) dal British Museum di Londra.

Dal 1935 al 1944, il Beato Allegra completò da solo la traduzione dell’Antico Testamento. Nel 1945 fondò uno “Studium Biblicum” con la partecipazione di sacerdoti cinesi per aiutarlo a rivedere la traduzione. Nel 1948 lo Studium Biblicum si trasferì a Hong Kong, nel 1961 la traduzione dell’Antico e del Nuovo Testamento fu completata in più volumi e nel 1968 in un unico volume. Poi lo Studium Biblicum iniziò un nuovo lavoro di revisione, ma purtroppo nel 1976 il Beato Allegra morì. Nel 1975, lo Studium Biblicum pubblicò anche un “Dizionario Biblico” cinese, che raccoglie tutti i vocaboli biblici importanti. 

Nel 1993, la Bibbia tradotta sotto la guida del Beato Allegra – in cinese “Sigao” fu stampata per la prima volta a Pechino per la Cina continentale. Il 18 ottobre 2018 si è tenuta a Pechino una cerimonia in cui è stata lanciata un’edizione speciale in occasione del 50° anniversario dell’uscita della “Bibbia di Sigao – com’è chiamata in cinese. Tra il 1993 e il 2018, in Cina, sono state pubblicate e distribuite più di 4,5 milioni di copie della “Bibbia Sigao”.

Nel corso degli anni ho incontrato diversi cattolici cinesi che hanno letto tante volte la Bibbia intera anche 10, 20 volte o anche di più” – racconta Don Giuseppe. “Durante la pandemia di Covid, sotto le restrizioni del lockdown, molte famiglie cinesi iniziarono un piano di lettura della Bibbia pianificando di leggere la Bibbia intera in un anno, o alcuni mesi. In questo modo la fede cresce con il nutrimento della Parola di Dio quando non c’è possibilità di ricevere i sacramenti”.

Nel concludere il suo intervento, Don Giuseppe conferma che la Bibbia del Beato Allegra è apprezzata in Cina per la sua traduzione eccellente, elegante e accurata. Col passare del tempo, molte espressioni o termini impiegati andrebbero aggiornati, e con gli approfondimenti delle ricerche bibliche, una revisione accurata aiuterebbe la perfezione della traduzione: “Auspichiamo che attraverso l’opera magnificente del Beato Allegra e dei suoi collaboratori, la Parola di Dio si divulghi più ampiamente in Cina, e con il nutrimento della Parola di Dio, il Popolo Cinese conosca i misteri salvifici di Dio Padre”. 

Per il successivo intervento è stata raccolta una testimonianza dalla Professoressa Chiara Allegra, pronipote del Beato Allegra in quanto figlia di un nipote diretto del Beato – Saro Allegra – figlio di un fratello del Beato. Essendo nata due anni dopo la morte del Beato, Chiara Allegra non ha potuto conoscerlo personalmente, ma ha sempre vissuto in un’atmosfera familiare di fede, nella quale l’esperienza spirituale e missionaria dello “zio” – come è sempre stata abituata a chiamarlo – le è stata trasmessa. Sulle ginocchia delle zie, ascoltava le storie “di questo fraticello”, non troppo alto, semplice, umilissimo, ma “che era un grande della Chiesa”, che era partito missionario per annunciare il Vangelo al grande Popolo Cinese. Successivamente, Chiara ebbe modo di leggere le molte lettere che il Beato Allegra scriveva alla famiglia, che amava profondamente anche a distanza, e a cui scriveva collettivamente o individualmente. Per Chiara, l’amore e la passione che il Beato metteva nell’opera di traduzione della Bibbia in cinese nasce proprio dalla famiglia, chiesa domestica, che gli aveva trasmesso la fede, ponendo al centro Gesù.

Chiara ricorda che tutte le persone che lo hanno conosciuto personalmente avvertivano un senso di pace e di beatitudine, alla presenza del Beato Allegra. Era un uomo sempre sorridente; incoraggiava tutti a vivere nella gioia, che – diceva lui – “è mezza santità. Amava profondamente la Madonna, la nostra Madre Celeste: tutte le lettere che scrive iniziano con l’invocazione “Ave Maria”. Nelle lettere emerge la sua profonda attenzione verso l’altro. Tutti per lui erano “prediletti”. Spesso esortava alla preghiera quotidiana e a tenere fisso lo sguardo negli occhi di Maria. A volte, facendo riferimento ai suoi problemi di salute, dice che ciò che è più importante è che Dio mi dia la giusta salute per compiere la “grande traduzione della Bibbia”. 

Nel concludere la sua testimonianza, Chiara Allegra cita una lettera del Beato del 1929 o 1930: “Ringrazio sempre il buon Gesù, che mi ha dato dei genitori così cristiani, e lo prego che vi benedica, genitori amatissimi, affinché la nostra casa sia come la casa di Lazzaro, Marta e Maria a Betania, dove egli trovava immancabilmente dei cuori amici. Gesù vuole che la nostra famiglia sia una famiglia di Suoi amici intimi, affinché scacciato da tanti cuori trovi nei nostri l’amore che cerca invano altrove”. 

Mons. Francesco Pesce, appassionato di Cina, l’intervento conclusivo. Ricordando che il Beato Allegra arrivò in Cina quando aveva solo 24 anni, sottolinea che per più di 30 anni si dedicò anima e corpo alla traduzione completa della Bibbia in lingua cinese dai testi originali, che a quel tempo la Chiesa Cattolica in Cina ancora non possedeva – a differenza invece dei Protestanti. Con questo suo sacrificio di una vita voleva infatti “dare Cristo alla Cina e la Cina a Cristo”. 

Mons. Pesce condivide quanto ha appreso direttamente dai “Fratelli e Sorelle cinesi che ho incontrato nel mio cammino”, quanto cioè questa traduzione sia autorevole e amata al tempo stesso in Cina. Molti di loro ne sottolineano soprattutto il rigore e la fedeltà ai Testi Originali; altri la bellezza del testo – che è poi anche uno dei principi cinesi della traduzione (xin-da-ya – cioè fedeltà, comprensibilità ed eleganza); altri ancora il fatto che da sempre l’hanno utilizzata e quindi è a loro familiare, è per loro “la Bibbia per eccellenza”. Questo dopo 55 anni dalla sua pubblicazione.

Oltre all’eroicità per l’impresa che giovanissimo si era impegnato a portare a termine di fronte all’immagine della Madonna della Ravanusa di cui era molto devoto e a cui confidò speranze e preoccupazioni circa il lavoro di traduzione della Bibbia, sottolinea Mons. Pesce che del Beato Allegra colpiscono la gioia e serenità che emanano dal suo volto, nelle foto che possediamo. Lo vediamo spesso sorridente, con un sorriso che emana calore e pace nello stesso tempo, ed è indice di quella “povertà di spirito” che solo un rapporto profondo con Dio e una vita di preghiera possono donare. Prima di ogni sessione scriveva sempre un’invocazione o una preghiera alla Madonna. Per il Beato, la versione della Bibbia “dev’essere opera di pietà e di sana scienza biblica”.

Ciò non significa che questa impresa fosse tutta – potremmo dire – “rose e fiori”. Troviamo nei suoi scritti anche momenti molto umani, dove il peso e le difficoltà del lavoro si facevano sentire. Eppure, nell’umiltà e senza clamori riuscì a portare a compimento questa impresa. Gli erano di conforto le parole che gli aveva mandato a dire Papa Pio XI, che aveva trascritte dietro una foto del Pontefice e rilesse molte volte come incoraggiamento: “Dite a questo padre che nihil impossibile est oranti, laboranti et studenti. Ditegli che avrà molto da soffrire, ma non si abbatta. Lavori con costanza. Io su questa terra non vedrò quest’opera, ma dal Cielo pregherò per lui”.

Conclude, Mons. Pesce: “Dal Cielo, sono sicuro, il Beato Allegra prega e intercede per noi. Invochiamolo, conosciamolo meglio, lasciamoci ispirare dalla sua testimonianza”.

Foto: ©Francesco Pesce

Il Beato Gabriele Maria Allegra – breve biografia

Il Beato Gabriele M. Allegra nasce a San Giovanni la Punta (CT) il 26 dicembre 1907. Cresciuto in una famiglia umile e profondamente cristiana, diventa giovanissimo frate minore francescano. Ordinato sacerdote nel 1930, parte missionario in Cina l’anno successivo. E per trent’anni si dedica al suo sogno di traduzione della Sacra Scrittura in cinese, fondando lo Studio Biblico, prima a Pechino, poi trasferito ad Hong Kong, tutt’oggi attivo.

Foto: ©Gabriele fra le Genti Onlus

Uomo dotato di una straordinaria intelligenza, in ogni campo della cultura e della lingua ma soprattutto frate umile, nel 1955 riceve la laurea Honoris Causa in Sacra Teologia, come riconoscimento alla sua biblica cultura e all’immenso lavoro di traduzione. Mai trascura la vita religiosa e sacerdotale e la carità verso il prossimo più bisognoso. Testimone di una vita interiore piena di Dio, è la gioia che contraddistingue la sua personalità e santità.

Muore ad Hong Kong il 26 gennaio del 1976.

Il 29 settembre 2012 viene Beatificato ad Acireale (Catania), dove riposa il suo corpo nella chiesa di S. Biagio del Convento dei Frati Francescani.

Foto: ©Francesco Pesce

La casa Natale del Beato Allegra

 La casa natale del Beato fra’ Gabriele si trova a Giovanni La Punta, in provincia di Catania. Acquistata dalla Provincia dei frati Minori di Sicilia il 10 maggio 2017, grazie principalmente alle donazioni dei fratelli cristiani cinesi, è stata affidata con comodato d’uso gratuito alla gestione dell’Associazione “Gabriele fra le genti ONLUS”.

Foto: ©Francesco Pesce

Dopo il restauro, è divenuta luogo di accoglienza per tutti e di spiritualità e ospita una semplice ricostruzione storica della vita del Beato e della sua famiglia.

È casa per bambini e ragazzi, per adulti ed anziani, per chi ha bisogno di una parola di conforto o di sostegno, di guida e orientamento. Casa di gioia soprattutto.

Contatti per visite e pellegrinaggi:

Gabriele fra le genti Onlus

Casa Natale Beato Gabriele M. Allegra

Via Soldato Torrisi, 16

95037 S. Giovanni La Punta (Catania)

http://www.gabrielefralegenti.org

gabrielefralegenti@gmail.com


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Annunciare il Vangelo è la missione di tutti, soprattutto con la vita

Pubblichiamo l’omelia che il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, ha pronunciato nella parrocchia di Santa Maria ai Monti domenica 22 ottobre 2023 nella Messa che ha presieduto in occasione della Giornata Missionaria Mondiale. In quei giorni la parrocchia ha ricordato in maniera particolare la figura del Beato Gabriele Maria Allegra OFM, missionario in Cina a traduttore della Bibbia, le cui Reliquie sono esposte in chiesa per la venerazione dei fedeli. Il grassetto nel testo è nostro e ha lo scopo di sottolineare alcuni punti dell’Omelia.

Cardinale Pietro Parolin

Cari fratelli e sorelle nel Signore,

Ringrazio il vostro Parroco, Mons. Francesco Pesce, per l’invito a presiedere la Liturgia eucaristica in questa domenica in cui si celebra la 97ma Giornata Missionaria Mondiale.

L’ho accettato molto volentieri e desidero salutare tutti voi qui presenti, fedeli della parrocchia di Santa Maria ai Monti.

Ho trovato un po’ di difficoltà a collegare le letture ascoltate al tema della missione, che oggi è proposto alla nostra attenzione e alla nostra riflessione. Certamente, la domanda maliziosa dei farisei: “È lecito o no pagare il tributo a Cesare?” e soprattutto la risposta di Gesù: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio“, meriterebbero un commento approfondito, data l’importanza e la delicatezza, nello stesso tempo, dell’argomento. Infatti, quello delle tasse è un capitolo della Dottrina Sociale della Chiesa, che, nel Catechismo della Chiesa Cattolica, specifica che l’obbligo di pagarle si fonda sulla “sottomissione all’autorità e sulla corresponsabilità nel bene comune” (n. 2240). 

Foto: ©Francesco Pesce

Ci aiutano meglio ad entrare nel tema della missione alcuni versetti della prima lettura, laddove il Signore, rivolgendosi all’imperatore di Persia, Ciro Il detto “il Grande” (che autorizzò gli Ebrei a tornare nella loro patria dall’esilio in Babilonia e a ricostruire il Tempio e restituì i tesori che vi erano stati asportati da Nabucodonosor), afferma: “Perché sappiano dall’oriente e dall’occidente, che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri“.

Dunque, il nome del Signore, la sua grandezza, la sua opera di salvezza deve essere fatta conoscere a tutto il mondo, dall’oriente all’occidente.

Stiamo celebrando il Sinodo dei Vescovi – e per il quale vi invito a pregare – che concentra la sua attenzione su tre parole: comunione, partecipazione, missione, le quali devono caratterizzare una “Chiesa sinodale“. Ma la comunione e la partecipazione sono in vista della missione, cioè dell’annuncio di Gesù Cristo, della sua conoscenza e dell’incontro personale con lui.

Un annuncio e una conoscenza non solo teorici, intellettuali, nozionistici, di testa, ma che nei sacramenti diventa incontro vivo con Gesù risorto e vivo, diventa esperienza forte di lui, fino al punto che ciascuno di noi dovrebbe poter dire con l’Apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Gal. 2,20).

La Giornata Missionaria Mondiale ci chiama a prendere sempre più coscienza del nostro compito missionario. Di che cosa in particolare?

Innanzitutto, che la Chiesa missionaria per natura. Se non lo fosse, sarebbe un’associazione tra molte altre, ma non la Chiesa di Cristo (cfr. Papa Francesco, Messaggio per la 91ma Giornata Missionaria Mondiale, 2017).

San Paolo VI, nell’Esortazione Apostolica Evangeli Nuntiandi, ha scritto così: “Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio di Cristo nella S. Messa che è il memoriale della sua morte e della sua resurrezione” (n. 14).

Papa Francesco ha ripreso questo concetto nell’Esortazione Apostolica Evangeli Gaudium, che è li documento programmatico del suo pontificato, e l’ha sintetizzato nella frase: “La Chiesa in uscita“. (n. 24). Al riguardo, Papa Francesco ci ha confidato un suo “sogno”: “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale” (n. 27).

Questa natura missionaria della Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è legata al fatto che essa deriva la propria origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo (cfr. Ad Gentes n. 2). Ricordiamo le parole che Gesù rivolse ai discepoli nel Cenacolo dopo la sua risurrezione: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv. 20,21). E lo Spirito Santo, inviato dal Padre per mezzo del Figlio ha ispirato e resa capace la Chiesa di intraprendere la missione in sintonia con il comando e il mandato di Gesù: “Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (M.t 28,19).

La missione, quindi, non è qualcosa di facoltativo. Parlare della missione non è parlare di una delle attività della Chiesa, ma del senso e del significato della Chiesa nel mondo. Parlare della missione è parlare dell’origine e dello scopo della Chiesa in relazione al disegno di Dio per il mondo. La Chiesa missionaria per natura e l’evangelizzazione è un dovere fondamentale di ogni cristiano.

Ecco il secondo punto che vorrei sottolineare. Tutti siamo responsabili della missione, tutti siamo corresponsabili. Nella Evangeli Nuntiandi, che abbiamo già citato, San Paolo VI si domanda: che ha la missione di evangelizzare? L’opera evangelizzatrice è un dovere fondamentale del Popolo di Dio (cfr. n. 59), cioè di tutti i battezzati. Tutti i figli della Chiesa devono spendere le loro forze nell’opera di evangelizzazione (cfr. Ad Gentes n. 36).

Papa Francesco ha detto in un’Udienza: “Evangelizzare è la missione della Chiesa, non solo di alcuni, ma la mia, la tua, la nostra missione. L’Apostolo Paolo esclamava: «Guai a me se non annuncio il Vangelo» (1 Cor, 9,16). Ognuno deve essere evangelizzatore, soprattutto con la vita” (22 maggio 2013).

Non dimentichiamolo, cari fratelli e sorelle di Santa Maria ai Monti: annunciare il Vangelo è la missione non solo di alcuni, ma la mia, la tua, la nostra! E il nostro primo e principale dovere in ordine alla diffusione della fede è quello di vivere una vita profondamente cristiana (cfr. Ad Gentes, n. 36).

Il cristianesimo vive di due movimenti, quello del ricevere e quello del donare. Come figli di Dio noi riceviamo il dono della fede, riceviamo la Parola di Dio, riceviamo li perdono, riceviamo i Sacramenti, riceviamo una nuova vita nello Spirito. Tuttavia, noi completiamo il circuito della grazia di Dio solo quando andiamo a condividere queste stesse benedizioni con coloro che ancora non le hanno ricevute. Dobbiamo essere pronti a ridonare quanto abbiamo ricevuto.

Purtroppo, dobbiamo constatare che la coscienza missionaria presso molti cattolici si è affievolita, fino al punto quasi da spegnersi. Notiamo in molte parti della Chiesa una forte caduta del senso missionario. L’idea di annunciare Gesù agli altri un tempo infiammava il cuore e generava attenzione, interessamento e generosità tra i fedeli.

lo ricordo i tempi della mia infanzia, come si vivevano con intensità le Giornate Missionarie Mondiali e ci si sentiva profondamente coinvolti nella responsabilità di annunciare il Vangelo a chi ancora non lo conosceva. Una delle forme di partecipazione era rinunciare a qualcosa, mettendo da parte i soldi per aiutare i missionari, che allora lavoravano soprattutto in quelle che venivano chiamate le “terre di missione” e che allora, come oggi, si collocano “agli avamposti della missione, ed assumono i più grandi rischi per la loro salute e per la loro stessa vita” (Evangelii Nuntiandi n. 69)

Come non ricordare qui il Beato P. Gabriele Allegra, francescano minore, nato a San Giovanni La Punta, un paesino in provincia di Catania nel 1907, che parti missionario in Cina quando aveva solo 24 anni e mori a Hong Kong nel 1976? Il suo nome è legato alla traduzione della Bibbia in lingua cinese. La sua figura sarà approfondita nella Tavola rotonda che si terrà in questa parrocchia domani sera. 

Ma non è necessario salpare i mari o scalare le montagne o andare in chissà quali luoghi remoti per portare il dolce nome di Gesù. Certo, non può mancare questo impegno che chiamiamo la missione “ad gentes“. Ma dobbiamo ricordare che la missione, come la carità, incomincia da casa nostra. Il luogo da dove dobbiamo iniziare sarà per noi proprio tra i membri sbandati e tiepidi delle nostre famiglie e delle nostre parrocchie e comunità. Dovunque siamo e andiamo è territorio di missione; dovunque siamo e andiamo siamo chiamati ad annunciare Gesù.

lo vorrei che questa S. Messa, in coincidenza con la Giornata Missionaria Mondiale, accendesse in tutti noi qui presenti, o almeno in qualcuno, il “fuoco missionario”, l’ansia, mai appagata, di far conoscere Gesù e il suo Vangelo a coloro che ancora non lo conoscono o che l’anno dimenticato. Perché – non dimentichiamolo – “la gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui, sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia” (Evangelii Gaudium, n. 1).

Papa Francesco, che ha scritto queste parole all’inizio dell‘Evangeli Gaudium, ha usato delle bellissime immagini nel messaggio per la presente Giornata Missionaria Mondiale, prendendo spunto dal racconto dei discepoli di Emmaus nel Vangelo di Luca (cfr. 24,13-35): cuori ardenti, per le Scritture spiegate da Gesù; occhi aperti nel riconoscerlo e piedi in cammino per ritornare a Gerusalemme e annunciare che il Signore era veramente risorto.

Che bello: cuori ardenti, occhi aperti, piedi in cammino! Ripartiamo anche noi, cari fratelli e sorelle, da questa celebrazione con cuori ardenti, occhi aperti e piedi in cammino per far ardere altri cuori con la Parola di Dio, aprire altri occhi a Gesù Eucaristia e invitare tutti a camminare insieme sulla via della pace e della salvezza che Dio in Cristo ha donato all’umanità.

Ci affidiamo all’intercessione di Santa Maria, Madre nostra, patrona di questa comunità e parrocchiale regina delle missioni.

Così sia.


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Santa Teresina di Lisieux: “Tutto è grazia”

Don Enrico Ghezzi

Proponiamo il testo trascritto dell’omelia di don Enrico Ghezzi (1938-2021) – allora parroco a San Vigilio a Roma – condivisa nella Messa domenicale del 1 ottobre 2006, nella Memoria – oggi come allora – di Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Siamo certi che queste parole potranno aiutare la riflessione intorno a Santa Teresina, proclamata Patrona delle Missioni, pur non essendo mai uscita dal Carmelo, a significare che la missione è prima di tutto radicata nella preghiera e nella contemplazione e che è Dio la fonte e il culmine dell’agire cristiano e missionario. Dopo la preghiera dell’Angelus, Papa Francesco ha annunciato che il prossimo 15 ottobre sarà pubblicata un’Esortazione apostolica sul messaggio di Santa Teresina, che ha definito “la santa della fiducia”.

Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo inaugura la vita spirituale intesa come “infanzia spirituale”, cioè il ritorno all’ “innocenza”. Lei ha vissuto e incarnato sulla Via di Gesù l’invito evangelico: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli” (Mt 18,3). 

Cosa significa questo? Nel corso della sua vita e predicazione, Gesù insiste spesso sulla necessità di diventare piccoli, cioè di abbandonarsi nel cuore del Padre, come fanno i bambini con i genitori. Ma come “diventare bambini”?

Dice il Vangelo di Giovanni: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Gesù è costantemente rivolto verso il seno di Dio, il Padre. Padre Ignace de la Potterie ci ricorda l’intimità di Gesù, il Figlio Unico, sempre rivolto verso il cuore del Padre”, ricordandoci l’immagine di Gv 13,25, dove Giovanni, il discepolo amato, durante la cena pasquale, si reclina sul petto di Gesù.

Perciò, innocenza spirituale significa “abbandonarsi, come Gesù, nel seno, nel cuore di Dio. Gesù è colui che ci porta nel cuore di Dio, il Padre.

Dice ancora l’evangelista Giovanni: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4). L’infanzia spirituale – che potremo anche considerare un po’ come la povertà di spirito di cui ci parla il Vangelo – partorisce e genera in sé lo splendore della bellezza, dell’ingenuità propria dell’innocenza. L’innocenza è luce, come emerge nelle vite di santi e testimoni della fede come Teresina, Francesco e Chiara, Edith Stein, Charles de Foucault, Papa Giovanni, Madre Teresa…

I santi vivono – da adulti – l’innocenza della luce; in loro la vita è splendore e grazia. Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo ha detto: “Tutto è grazia”, che significa: tutto è luce di Dio in me.

L’opacità – che potremmo definire come l’egoismo e l’indifferenza – spegne in noi i doni della vita, la luce che ci viene donata dalla “Vita” stessa che è la vita di Dio che vive nel Verbo incarnato che è Gesù, e che Gesù ci comunica. L’innocenza è la comunione stessa della vita di Dio in noi, trasmessaci da Gesù.

Nel bambino vediamo l’esplosione della vita: la scoperta, la meraviglia, lo stupore, la gioia. L’innocenza è gioia, gratuità. L’innocenza è vivere l’impossibilità di pensare e fare il male, come abbiamo visto in Gesù, e in tanti santi come Teresa di Lisieux. 

Dice Gesù a Nicodemo: “Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Gv 3,3). Ecco il “genio” di Gesù, che afferma la necessità di diventare bambini per entrare nel Regno di Dio. Per i cristiani, acqua e spirito sono lo “strumento” per “rinascere dall’alto”; essi costituiscono il dono del Battesimo: il Battesimo ci fa “rinascere” a vita nuova, rigenerata, santificata. È una nuova vita perché è la stessa Vita di Dio (cioè luce) che è la vita in Gesù, il suo Spirito donato a noi. Il Battesimo fa rinascere non più nella carne, ma nello Spirito Santo che è la Vita e l’Amore di Dio. Il Battesimo è il Sacramento della nuova vita, della vera gioia e quindi della nuova innocenza. È la vera giovinezza perché ci fa nascere nello Spirito. 

La storia di Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo – come di tutti Santi – è la storia del Battesimo vissuto con la novità che Gesù opera nella vita e nella storia attraverso lo Spirito. È essere rigenerati in Gesù e nel suo eterno Spirito di grazia, di luce, di amore, di purificazione, di dono.


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In compagnia dello Spirito sulle strade del mondo come missionari di Pace.

Gli evangelisti Matteo e Marco raccontano la missione di annunciare la Buona Notizia, in particolare dal punto di vista dei «Dodici», cioè diremmo oggi dell’Istituzione; Luca invece rende protagonista il popolo di Dio, forte anche della sua esperienza a contatto con Paolo apostolo dei gentili. Gerarchia e Popolo di Dio, gli uni e gli altri sono inviati insieme a testimoniare il Risorto nel mondo.

“La messe è abbondante ma sono pochi gli operai! Pregate!”( Lc 10,2) . Non si tratta qui di fare la conta del numero dei missionari, o di lasciarsi impaurire della vastità del mondo; si tratta invece ancora una volta di mettere la preghiera al centro di ogni opera di evangelizzazione. La preghiera è il luogo dove possono convivere la nostra debolezza di annunciatori e la grandezza del compito che il Signore assegna alla Sua Chiesa.

Come si fa ad annunciare il Risorto, cosa dobbiamo dire, consapevoli della nostra debolezza? Gesù dice: «non portate borsa né sacca né sandali»(Lc 10,4). Ecco in sintesi il metodo dell’evangelizzazione; non vi lasciate mai condizionare dai mezzi che avete in mano, non diventate gruppo di pressione, o gruppo di potere; andate soltanto con la forza della fede incontro alla coscienza di ogni uomo che attende una Parola di Speranza. Il cristiano missionario non è un ingenuo, sa bene di essere inviato come un agnello in mezzo ai lupi; è necessario un profondo spirito di discernimento per non essere sedotti dai lupi, che ti invitano nei loro palazzi, ti presentano ai loro amici, ti offrono i loro denari, ti espongono alle loro televisioni e così ti catturano alle loro logiche, che invece di servire si servono della Chiesa. Ringraziamo il Signore per tutti quei missionari che nel corso della storia sono andati nel mondo, poveri, liberi da ogni condizionamento, a volte vittime lungo la strada della loro miseria, ma già semi fecondi del vangelo. Chiediamo anche perdono per quelli che invece si sono lasciati sedurre dai lupi, e che hanno testimoniato solo se stessi, comodi nei loro privilegi e con le sacche piene di denari e di potere.

«In qualunque casa entriate prima dite: Pace a questa casa!»(Lc 10, 5). In un certo senso questo è l’unico annuncio necessario, la base per ogni opera di evangelizzazione. Oggi fa comodo a quelli che si sono alleati con i lupi, creare una contrapposizione tra Dottrina e Pastorale. Non esiste una dottrina che rimane vera, se la pastorale è sbagliata. Non sta in piedi una dottrina fatta di principii, con una pastorale che entra nella case facendo “la guerra”, entra nel mondo avendolo già giudicato e condannato a priori. Fra la dottrina e la pratica pastorale c’è un rapporto necessario in cui la priorità è della pastorale che annuncia la Pace, non della dottrina. Preghiamo lo Spirito che ci aiuti tutti ad essere annunciatori di Cristo Nostra Pace, camminando insieme agli uomini del nostro tempo, amandoli rispettandoli e servendoli.


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Ha saputo amare anche nelle tenebre

In memoria di Madre Teresa di Calcutta a 20 anni dalla scomparsa

Ricorre oggi il ventesimo anniversario della morte di Madre Teresa di Calcutta, straordinaria donna di fede e missionaria proclamata santa. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar, il giorno della scomparsa della madre ebbe a dire : “Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo.” Queste parole esprimono efficacemente l’ampiezza, la grandezza, la profondità del servizio alla vita che questa piccola donna ha saputo esprimere nella fede in Dio e nell’uomo, in ogni uomo. Oggi sulla sua tomba bianca nella casa di Calcutta i pellegrini di ogni tempo e di ogni fede possono leggere un versetto del Vangelo di Giovanni: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Giovanni 15,12).

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Prima che essere donna d’azione, Madre Teresa era una donna di preghiera. Questo forse spiega la sua intrepida forza d’animo lungo una vita vissuta tra le miserie e le sofferenze del mondo. Diceva di se stessa e delle sue suore: “Siamo delle contemplative che vivono in mezzo al mondo. […] La nostra vita deve essere una preghiera continua” (R. Allegri, “Madre Teresa mi ha detto”, Ancora Editrice, Milano, 2010, pag. 59). Silenzio e preghiera sono ancor più necessari oggi per testimoniare Cristo con la vita e la carità, per vivere la nostra missione di uomini e di donne in un mondo sempre più complesso e difficile.

Nell’agosto del 1946 Madre Teresa cominciò a sentire la “ chiamata nella chiamata” come la definì lei stessa. Era la sera del 10 settembre in treno mentre andava nella città di Darjeeling per fare gli esercizi spirituali: “Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione […] Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta […] ” (Cit. in Renzo Allegri, Madre Teresa mi ha detto, Ancora Editrice, Milano, 2010). Fu una chiamata interiore, una voce nel silenzio della preghiera che la spinse ad aprirsi all’accoglienza dei più poveri tra i poveri. Madre Teresa ha saputo coltivare e praticare il dono evangelico dell’accoglienza. Accogliere, prima di tutto nel proprio tempo, nel proprio cuore, andando a cercare chi era solo e abbandonato. Madre Teresa ha fatto la Chiesa in comunione, abbattendo ogni muro di indifferenza e di ipocrisia.

Davanti ai tanti calvari di tanti uomini e donne del nostro tempo, davanti alle croci degli uomini di ogni razza e religione, Madre Teresa ha saputo contemplare il volto di Cristo, come l’unità di misura di tutti quelli che danno la vita per amore. Con la forza dell’amore, questa suora che era in se stessa la carità, ha saputo fare una cosa grandiosa, una cosa divina; ha dato un nome, una dignità ad ogni croce. Cosa significa dare un nome alla croce ?

Gesù nella sua pienezza di Messia non era più un ebreo, era l’uomo: “Ecco l’uomo”. Il nome sulla croce è Uomo. Hanno certamente importanza le nostre distinzioni culturali, etniche, religiose ma quando si è in croce, quando si muore non contano più. Questa uguaglianza nel negativo è importante, perché Gesù l’ha assunta su di sé come un appuntamento: «Quando sarò sollevato sulla croce attirerò tutti a me». Tutti. Madre Teresa si è lasciata attirare ed ha attirato moltissimi alla croce di Gesù figlio dell’uomo, Salvatore di ogni uomo. Ecco perché, esattamente come ha fatto Madre Teresa non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, ma dobbiamo chiedere con forza la difesa della dignità dell’uomo, di ogni uomo.

Ci sono un ecumenismo e un dialogo intereligioso della carità, in cui Madre Tereesa credeva molto: “C’è un solo Dio, ed è Dio per tutti; è per questo importante che ognuno appaia uguale dinnanzi a Lui. Ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore ed un cattolico a diventare un cattolico migliore. Crediamo che il nostro lavoro debba essere d’esempio alla gente. Attorno noi abbiamo 475 anime: di queste, solo 30 famiglie sono cattoliche. Le altre sono indù, musulmane, sikh… Sono tutti di religioni diverse, ma tutti quanti vengono alle nostre preghiere”. (Lucinda Yardey, Mother Teresa: A Simple Path, Ballantine Books, 1995.)

Com’e’ ormai noto, Madre Teresa ha anche sperimentato il buio della fede. In una delle sue lettere pubblicate postume scriveva di non sentire “la presenza di Dio né nel suo cuore né nell’Eucaristia”. E confidava : “Nella mia anima sperimento proprio quella terribile sofferenza dell’assenza di Dio, che Dio non mi voglia, che Dio non sia Dio, che Dio non esista veramente”.

In quegli anni, Madre Teresa si è offerta veramente tutta al mistero, ancora una volta con l’atto supremo di donazione nell’amore, che lei descrive con parole impressionanti: “Ho cominciato ad amare le mie tenebre perché credo che siano una parte, una piccola parte delle tenebre di Gesù e della Sua pena sulla terra“( Franca Zambonini, “Madre Teresa: la mistica degli ultimi”, Paoline, 2003, pagg. 33-34).

Madre Teresa ha saputo amare anche le tenebre, proprio come Gesù che ha vinto la morte con l’amore.

Nel nostro blog abbiamo in passato raccolto delle testimonianze di devozione verso Madre Teresa dall’India e dalla Cina.

 


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Madre Teresa, prega per la Cina!

Riceviamo alcune belle riflessioni su Madre Teresa dalla Cina. Si tratta di giovani cattolici cinesi, che ringraziamo per la loro profonda e limpida testimonianza di fede. 

Teresa: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Madre Teresa per tutta la vita ha messo in pratica questa Parola detta da Gesù Cristo! Lei è la santa dei bassifondi, l’angelo di Calcutta, la personificazione della misericordia, perché i lebbrosi, i moribondi e i più poveri tra i poveri sono i suoi più cari amici! Madre Teresa per tutta la vita ha molto desiderato di venire in Cina a servire i poveri cinesi, ma questo suo desiderio non si è mai avverato! Ora, amata Madre Teresa che stai per essere canonizzata, prega sempre per la Cina dall’alto dei cieli! Prega per i poveri in Cina!

ShengNa: Madre Teresa con spirito di fraternità e in silenzio si è occupata dei poveri, facendo in modo che sentissero rispetto, solidarietà e amore. Questa santa non aveva una profonda filosofia, ha usato solo l’amore sincero e il servizio,  dedicando la sua vita alla cura delle malattie più gravi dell’umanità, in particolare vizi quali egoismo, avidità, edonismo, indifferenza, crudeltà, sfruttamento… Ella ha aperto una nuova strada, per condurre verso la giustizia sociale e la pace nel mondo. Per questo motivo una persona comune come lei è diventata il modello del buon samaritano di tutto il mondo.

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YanliNa: Pensando al fatto che questa suora non è potuta entrare in Cina, lei che ha lottato per salvare i deboli, mi sento molto addolorata. Pensando a ogni piccola cosa che ha fatto, queste appaiono in realtà come cose che tutti potremmo, ma non siamo capaci di fare.  Possa Madre Teresa diventare una lampada, che guida il nostro cammino.

Luqing: il suo amore per gli altri superava l’amore verso se stessa. Per tutta la vita Madre Teresa non ha pensato a se stessa, ma ha sempre messo Dio al primo posto. Il suo amore e’ così grande!

Weitao: “Amare finché fa male” – Madre Teresa ha interpretato pienamente la verità di questa frase. A me piace la sua dedizione nell’amore, la sua gioia nell’amore. Con il cuore, gli occhi e la mente dona amore agli altri.

 


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I miei incontri con Santa Madre Teresa

Pubblichiamo una bella e commovente condivisione del nostro caro amico padre Valerian, sacerdote salesiano indiano che vive nello Stato del Maharashtra, dove si trova la grande città di Mumbai (Bombay). Ci scrive in occasione della prossima tanto attesa canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta, che si terrà a San Pietro domenica prossima e sarà presieduta da Papa Francesco. Questa testimonianza di padre Valerian ci rende da una parte molto grati a lui per aver voluto condividere queste esperienze di conoscenza diretta di Madre Teresa, che gli sono rimaste così profondamente nel cuore e nei ricordi. Dall’altra parte non possiamo non provare un po’ di “rammarico” per non aver potuto molti di noi avere la fortuna di incontrare questa piccola grande santa dei nostri tempi. Che Madre Teresa dal Cielo possa venire incontro a tutti noi con il suo amore materno e la sua intercessione.

Dall’India Padre Valerian Pereira, sdb

C’e’ un detto “ vivere con i santi in cielo porta onore e gloria, ma vivere con i santi sulla terra è piuttosto una storia diversa, si tratta più che altro di “pseudo-santi”. Madre Teresa, che ho avuto la fortuna di incontrare alcune volte in India e sarà canonizzata da Papa Francesco domenica prossima 4 settembre a San Pietro, certamente non era una pseudo-santa, come la stigmatizzavano alcuni critici.

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Il mio primo contatto personale con questa suora fu all’aeroporto di Mumbai nel 1987. Dopo aver superato i controlli di sicurezza in sala partenze, vidi una folla di gente in piedi in soggezione che guardava una persona che era seduta in silenzio, tutta da sola. Appena mi sono avvicinato alla scena, ho riconosciuto Madre Teresa nel suo sari bianco bordato di blu e la sua semplice borsa. Qualcosa dentro mi ha spinto di avvicinarmi a lei. Con un dolce sorriso e un cenno di benvenuto, mi ha invitato a sedermi al suo fianco. Mi sono così presentato come un sacerdote salesiano di San Giovanni Bosco. Gia’dall’inizio della nostra breve conversazione, ha avuto con me un approccio molto materno. Le ho detto che ero a Pune e le ho chiesto più di un “autografo” – un messaggio per la mia comunità di giovani seminaristi. Questo è quello che ha scritto: “Insegnate ai vostri seminaristi a trovare gioia nel sacrificio.” Mi sono ricordato delle parole di mamma Margherita al figlio, Giovanni Bosco, appena fu ordinato sacerdote: “Ricorda, essere prete significa cominciare a soffrire.” Nel corso degli anni ho capito che “la gioia nel sacrificio” è l’essenza della maternità, proprio come essere genitori. Ho potuto sperimentare questo insegnamento di saggezza, e anche le difficoltà in quanto sacerdote e pastore salesiano.

Ogni volta che le era possibile, Madre Teresa partecipava alle riunioni annuali del CRI (Conferenza dei religiosi indiani). Quello che mi colpiva e’ che nonostante partecipasse quasi sempre in silenzio e senza pretese, la sua presenza umile e i suoi colloqui vivaci con i membri dell’Assemblea durante le pause erano un’occasione formativa di grande influenza su tutti noi.

Ma il mio ricordo più bello di Madre Teresa e’ stato era durante gli esercizi spirituali che fui invitato a presiedere per le Missionarie della Carità a Calcutta nel 1990. I partecipanti erano le superiori di molte comunità delle Missionarie della Carità provenienti dall’Africa Orientale e dall’Asia. Vi avrebbe partecipato anche la loro fondatrice, appunto Madre Teresa. Madre Teresa arrivo’ all’aeroporto a tarda notte, la sera prima degli esercizi. Fu accolta affettuosamente da un piccolo gruppo di suore ed fu trattata con rispetto dai funzionari dell’immigrazione. Tuttavia, si presentò un problema. La giovane novizia dalla Polonia che accompagnava Madre Teresa fu fermata all’ Immigrazione poiché, a quel tempo, la Polonia comunista non aveva relazioni diplomatiche con l’India. Non fu possibile contattare il capo dell’Ufficio dell’Immigrazione per chiedere un permesso speciale. Il funzionario in servizio in quel momento suggerì a Madre Teresa di recarsi al suo convento mentre loro si occupavano della sorella polacca in attesa di ottenere il permesso d’ingresso. Madre Teresa rimase con la suora dicendo: “Avete trattenuto mia figlia pertanto io devo stare con lei.” Il responsabile dell’immigrazione fu finalmente contattato alle 2 di notte e fu concesso il permesso d’ingresso per la giovane novizia. Che grande testimonianza materna di “gioia nel sacrificio”!

La mattina successiva, nonostante una notte insonne, Madre Teresa era presente puntualmente alle 7 nella cappella, per la prima meditazione. Con devozione partecipò a tutti i momenti liturgici, ascoltando con attenzione seduta nell’ultima fila. Sopraffatto dalla sua presenza umile, dopo ogni meditazione mi sedevo al suo fianco invitandola a condividere le proprie riflessioni – cosa che ha fatto con umiltà e rispetto. Mentre io predicavo dalla parte anteriore della sala, da un piedistallo di teoria, lei predicava dal lato in fondo alla stanza, con parole incarnate in atti di totale donazione della sua vita e di amore materno per i poveri, i malati e gli abbandonati.

Predicare alla presenza di una santa che ho sempre tenuto in alta considerazione, e’ stato un privilegio, seppur imbarazzante. Pertanto, quando lei mi si avvicinò con fiducia filiale per ricevere un supporto spirituale seguito dalla sua confessione, il mio nervosismo non conosceva limiti: non riuscivo proprio a ricordare la formula di assoluzione! Madre Teresa era una penitente che mi ha convertito in un confessore pentito.

Alla fine del ritiro, Madre Teresa mi ringrazio’ profusamente donandomi gentilmente un rosario per mia madre. Accetto’ perfino di venire a visitare la città dei ragazzi di Don Bosco a Nairobi il giorno seguente. Sfortunatamente non poté fare la visita perché contrasse l’influenza.

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In un mondo terrorizzato e lacerato dalle forze dell’odio e della distruzione e in una società piena di crimini contro la dignità delle donne, la canonizzazione di Madre Teresa il 4 settembre si distinguerà come un faro di disinteressato amore materno. Questa canonizzazione non sono annovererà Madre Teresa tra i Santi della Chiesa Cattolica, ma ispirerà tutte le persone a riconoscere e rispettare il volto “materno” di Dio nel volto di ogni donna che incontriamo sul nostro cammino e vive nelle nostre case.

Possa la Parola di Dio “qualunque cosa avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli e sorelle, lo avrete fatto a me”, concretizzarsi nelle nostre vite, come ha fatto nella vita della grande missionaria della carità, la “materna Santa Teresa”.


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Perché proprio io ? Testimonianza di un Missionario della Misericordia nel Mali

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la testimonianza di un nostro caro amico, nominato da Papa Francesco Missionario della Misericordia ,- Don Toussaint Ouologuem, sacerdote del Mali. Siamo molto grati a Toussaint per questa sua bella testimonianza  e perché conoscendolo giá sappiamo che sará capace di annunciare a chi incontra l’amore e la misericordia infiniti del Padre.

Don Toussaint Ouologuem

Se avessero chiesto a me di scegliere un sacerdote nella mia diocesi per essere missionario della Misericordia, non mi sarei mai scelto. Non perché ho poca fiducia in me o pocas tima di me stesso ; ma perché è di Misericordia che si tratta, di Misericordia Divina.

Sommando assieme i miei peccati, le mie debolezze, le mie infermità spirituali, intellettuali e morali ; aggiungendo a questi la mia rigidità nelgiudizio, quella mia ricerca di giustizia ad ognicosto, quella mia difficoltà a dare una seconda chance alla gente, sopratutto a quelli che mi hanno, in qualche modo, offeso. E in fine per la mia giovane età e la mia poca esperienza nel sacerdozio (2anni e mezzo) ; mettendo insieme tutto quanto, io non mi sarei di certo scelto per essere missionario della Misericordia. Peccatore, troppo rigido, troppo giovane e con poca esperienza, mi sarei definito inadeguato per questa importantissima missione.

Ma eccomi qua; scelto dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, attraverso il collegio Urbano, approvato dal mio vescovo e costituito dal Papa Francesco come missionario della Misericordia. E io mi chiedo: perché proprio me?

A prescindere dalla scelta del collegio Urbano, a prescindere dall’approvazione del mio vescovo, il suo Nulla Osta, a prescindere dalle lettere e dalle mail scritte e scambiate con il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, a prescindere da ogni altra manovra umana, non posso non intravedere la Mano di Dio nel fatto di essere stato scelto. È la mia fede che me lo chiede, la mia spiritualità che me lo dice e la mia vocazione sacerdotale che me lo grida forte. Allora mi chiedo : perché proprio io ?

Questa è la domanda che non ho smesso di farmi e di chiedere a Dio da quando sono stato contattato per la prima volta, perché qualcuno, da qualche parte, ha proposto il mio nome. Con una gioia enorme, con un fascino, da un lato, un timore tremendo dall’altro, ho accettato ben volontieri questa missione.Ma da allora mi chiedo perchè proprio a me ?

Sono ormai sicuro che questa domanda, me la porrò, al di là di questo anno, fino alla fine dei miei giorni, cercando di capire meglio tutto il significato nascosto e voluto da Dio, un significato sia per me, che per gli altri.

Qualche giorno dopo la mia consacrazione come missionario della Misericordia, dopo una Adorazione Eucaristica in una delle Chiese di Torbe, una pia mano mi diede un libro, un libro intitolato : « Non possiamo tacere ciò che abbiamo visto ». Cominciai subito a leggerlo e là, una frase mi colpi, una frase che mi dava una delle risposte alla mia costante domanda. La frase diceva in fatti : « quando Dio tocca una vita, le consegna un dovere : essere pienament e felice in Lui per manifestarlo agli altri ».

Tra conferenze sulla Misericordia, e missioni sulla radio e in TV, tra omelie e celebrazioni penitenziali e certi incontri personali, cerco in tutto di fare la mia missione, quella di essere un sacerdote animatore della Misericordia divina e diffondere la mia felicità. Ma non è mai abbastanza. Ecco perché non mancò l’occasione di chiedere alla gente di pregare per me, così come Papa Francesco lo fà in molte situazioni, chiedendo alla gente di pregare per lui.

Molte storie di vocazione nella Sacra Scrittura ci fanno capire che Dio, il più delle volte, non sceglie qualcuno perché quella persona è già capace di compiere la sua missione, ma lo sceglie, proprio per renderlo capace, adeguato, per la missione. Il moi compito è quindi di stare vigilante per poter cogliere ogni Grazia che Dio mi darà per questa mia missione. Possa Di oaiutarmi in questo !

Questo è un anno di Grazia che ci è donato. E un anno in cui abbiamo il compito di meditare (personalmente) la Misericordia di Dio, di usufruire della sua Misericordia (col sacramento dellapenitenza) e di viverla (le 14 opere della Misericordia).

Verso la fine della sua Bolla, Misericordiae Voltus, Papa Francesco dice : Lasciamoci sorprendere da Dio durante questo giubileo ! Io aggiungo che bisogna anche lasciarci sorprendere da noi stessi : sorprendiamoci di quello che faremo di bello, di grande e di straordinario meditando, usufrendo e vivendo, condividendo la Misericordia di Dio. Dio ci benedica tutti !


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Ci accontentiamo di poco sperando nella Provvidenza: da una parrocchia del Benin

Con gioia pubblichiamo un post di don Igor Kassah, sacerdote del Benin che ha studiato a Roma presso la Pontificia Università Urbaniana e ha svolto servizio pastorale nella nostra parrocchia Santa Maria ai Monti, con grande dedizione e disponibilità. Un nostro carissimo amico che ricordiamo spesso con grande affetto e nostalgia e per il cui ministero preghiamo sempre. Qui pubblichiamo un suo primo e speriamo non ultimo blog post, corredato con foto. Una bella testimonianza dalla Chiesa del Benin.



Don Igor Kassah

Vorrei condividere con voi sul blog un evento bello che abbiamo vissuto pochi giorni fa. Ho celebrato il rito dell’entrata al catecumenato per 60 ragazzi e adulti che hanno cominciato il cammino cristiano all’inizio dell’anno pastorale. 

In questa nuova parrocchia di San Martino nella diocesi di Natitingou al nord della Repubblica del Benin ho 164 catecumeni  (dal primo anno al quarto anno di cresima.) Abbiamo una communità dinamica e giovane. Come amministratore della parrocchia,  lavoro con una decina di catechisti. La parrocchia ha solo un anno. Per ora abbiamo solo una chiesetta che contiene quasi 200 fedeli e la domenica disponiamo altre sedie fuori. Non abbiamo altre strutture per le riunioni, le prove di canto per diversi cori  (due cori in lingua francese, uno per i bambini, poi un altro per giovani. Ben 5 cori in diversi dialetti!). Ogni domenica anima la liturgia un coro diverso. Per ora ci accontentiamo del poco che il Signore ci ha regalato sperando che la Provvidenza ci venga presto in aiuto. Grazie di pregare per questo.