ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Camminando in silenzio nell’abisso del dolore

Durante la Giornata Mondiale della Gioventú a Cracovia, Papa Francesco visita  il campo di concentramento di Auschwitz dove hanno trovato la morte oltre un milione di Ebrei.

Don Francesco Pesce

Papa Francesco è stato oggi pellegrino silenzioso nel  campo di concentramento dAuschwitz. Nelle vicinanze di Oswiecim  (in tedesco  Auschwitz), città nella Polonia del sud, sono situati vari  campi di concentramento e di lavoro che rappresentano l’abisso del male, il male assoluto scritto con sangue indelebile nelle pagine della storia. Il Papa poi si è recato  nel terribile  campo di sterminio di Birkenau. Ha fatto la scelta del silenzio; nessun discorso, neanche una parola. A capo chino e nel silenzio assoluto anche in un lungo momento di preghiera nella cella di San  Massimiliano Kolbe, che diede la sua vita per salvare quella  di un padre di famiglia, Franciszek Gajowniczek.

Forse oggi con questo assordante silenzio di Papa Francesco possiamo capire qualche cosa di più del silenzio di Dio e del silenzio dell’uomo in quei terribili giorni della seconda guerra mondiale, e in tanti altri tragici giorni della storia, compresa quella nostra quotidiana. Auschwitz e Birkenau luoghi di morte e di sfida alla morte, di dolore e di coraggio. Luoghi  in cui Dio conduce oggi il Suo profeta Francesco  per gridare con il silenzio, al cuore di tutti, per rialzare in piedi vite smarrite, per riconsegnare la Speranza rubata al  mondo. Si è sporcato le scarpe della polvere dell’uomo, Papa Francesco, camminando lentamente sul brecciolato dei due campi. Quanto inutili e meschine appaiono in questo momento le ridicoli nostalgie per le scarpe rosse dei pontefici, su cui tanti “addentro alle cose vaticane” e perfino con responsabilitá ecclesiali e pastorali, spesso si soffermano. Che contrasto straordinario tra mediocri parole di gente che non si è mai sporcata, e questo altissimo silenzio del Papa, che continua imperterrito a “sporcarsi” le mani e i piedi, per stare dentro alle cose del mondo. 

A chi vorrà seguire e segue il Signore Gesú e oggi la Chiesa in uscita di Papa Francesco  capiterà spesso di sporcarsi le scarpe, le mani, tutto il corpo. Capiterà di dover attraversare i moderni campi di concentramento, dove si trova il dolore del mondo: le carceri, gli ospedali, le periferie dove spesso l’uomo è deportato insieme alla sua dignità. Ma anche, piú semplicemente, le nostre case, le nostre famiglie, a volte ben lontane dall’essere il focolare domestico della gioia e della condivisione. Capiterà anche di sporcarsi con i dubbi laceranti della vita e della fede: “Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloi, Eloi, lema sabactàni? Che significa: Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?”. (…) Ma Gesù, dando un forte grido, spirò”(Mc 15,33-37). 

Polvere è l’uomo: eppure quella polvere, abitata dal soffio dello Spirito, è  il capolavoro più bello di Dio. Forse Dio è rimasto in silenzio in quei giorni terribili perchè ancora una volta stava ricreando l’uomo con il dono del Suo Spirito. Grazie Papa Francesco per il tuo silenzio e per le tue scarpe sporche.Grazie per camminare dentro il dolore del mondo con la tua fede in Dio e nell’uomo. Preghiamo con te e per te.


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Maria Maddalena e le donne: fedeli discepole di Gesú

Don Francesco Pesce e Monica Romano

Il 3 giugno scorso la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato un decreto con il quale, «per espresso desiderio di papa Francesco», la celebrazione di Santa Maria Maddalena, che era memoria obbligatoria, viene elevata al grado di festa liturgica. Il Papa ha preso questa decisione durante il Giubileo della Misericordia – ha spiegato il Segretario del dicastero, l’arcivescovo Arthur Roche – “per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata”.

Maria di Magdala (o Maddalena) al culmine della vita di Gesù, al Calvario, era insieme a Maria e a San Giovanni, sotto la Croce (Gv. 19,25). Non fuggì mai per paura come fecero i discepoli, non lo rinnegò mai come fece Pietro, ma fu sempre presente ogni momento, dal giorno della sua conversione, fino sotto la Croce quando Gesù morì. Fu la prima, il mattino di Pasqua, a cui il Signore apparve chiamandola per nome.

Nel Messale romano, nel giorno di oggi 22 luglio che da questo anno è come detto Festa Liturgica di Santa Maria Maddalena, è riportata una lettura del Cantico dei Cantici: «Mi alzerò e perlustrerò la città, i vicoli, le piazze, ricercherò colui che amo con tutta l’anima. L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi incontrarono i vigili di ronda in città: “Avete visto colui che amo con tutta l’anima?”» (Ct. 3,2). E’ un testo straordinario che si applica “naturalmente alla sequela che Maria Maddalena ha vissuto per tutta la vita. Lei infatti ha cercato il senso della sua vita, ha cercato Gesù con determinazione, non ha scartato nessun terreno, non lo ha cercato solo dentro di lei, ma anche intorno a Lei; non lo ha cercato solo negli spazi sacri, ma anche in quelli profani; non lo ha cercato solo nel cammino di perfezione, ma anche e forse soprattutto nei fallimenti. Vale la pena a questo proposito ricordare che la sua identificazione tradizionale con una prostituta convertita, non ha alcun fondamento biblico.

E il Signore si è fatto trovare Maria di Magdala, si è fatto trovare per sempre nel suo essere il Risorto chiamandola per nome, riconoscendo ciòè la testimonianza di questa donna, e stabilendo con lei il legame dell’amore che è più forte persino della morte.

Donna perché piangi? Chi cerchi?” (Gv. 20,15). “Gesù le disse: Maria!” (Gv. 20,16). Da questo straordinario e paradigmatico incontro avvenuto il mattino di Pasqua possiamo trarre alcuni insegnamenti. La Chiesa deve molto alle donne, testimoni credibili e fedeli di Cristo risorto. A partire naturalmente da Maria, Madre di Gesú. Il Signore ha deciso di rivelarsi pienamente al mondo in un Bambino, nascendo cosí nel grembo di una donna. Quando è risorto per testimoniare al mondo che l’amore è piú forte della morte, è apparso per primo alle donne. Nei due misteri piú importanti della fede e della rivelazione cristiana – l’incarnazione e la resurrezione – il Signore sceglie le donne, si affida a loro. E tra questi due momenti che hanno cambiato per sempre la storia del mondo, nella sua breve vita, Gesú ha vissuto e valorizzato l’amicizia con diverse donne, le quali sono state sue discepole fedeli. Come tante donne oggi, che rappresentano davvero una grande ricchezza della Chiesa: le mamme, le nonne, le religiose, le insegnanti, le tante volontarie e operatrici nella caritá e nell’assistenza ai malati, ai poveri, a chi ha bisogno…. Questo “prendersi cura dell’altro” in tanti ambiti è proprio della donna, ed è molto presente nella vita della Chiesa. Valorizziamo al massimo questa presenza, questo carisma e questo dono, proprio come ha fatto il Signore.

“Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv. 20, 17). Non lasciamo che un maschilismo e clericalismo ormai obsoleti, peraltro senza fondamenti biblici, condizioni la vita e la missione della Chiesa. Diamo sempre piú spazio alle tante donne che nella quotidianitá e senza clamori operano nelle varie realtá ecclesiali – nella pastorale, nella caritá, nelle missioni, e nelle istituzioni educative.


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Ospitare e ascoltare: il cuore del Vangelo che ci rende liberi

don Francesco Pesce

Un tema centrale della spiritualità cristiana è senza dubbio l’«ospitalità». E’ un tema sacro  per tutte le religioni e per tutte le culture. Nel  NT in Eb 13,2 leggiamo: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli». La civiltà post moderna in particolare in occidente ha perso il senso sacro  dell’ospitalità perché ha reso  economico  ogni aspetto della nostra vita, compreso i rapporti tra le persone, basando tutto  sulle regole del mercato e del profitto;le regole però non sono frutto di una condivisione,ma  sono decise  da chi parla di libero mercato,ma in realtà è padrone assoluto  del mercato. Aggiungiamo poi  una  corruzione sistematica ed ecco allora sacche privilegi che usano il mercato per gli interessi di pochi a scapito dei molti.In questo contesto, l’ospite è diventato un semplice turista, su cui soltanto guadagnare.Nel vangelo Gesù entra in un villaggio nella casa di amici e ci da il senso profondo della ospitalità. “Entrò in un villaggio”. Il “villaggio” è il luogo attaccato alla tradizione, al passato. Il villaggio era quello che“l’accampamento”rappresentava nell’Antico Testamento, luogo dove  le  appartenenze sono divenute schlerotizzate e privilegiate, in cui ogni novità è vista con sospetto, ogni forestiero è già nemico.

Una donna, di nome  Marta ospitò Gesù nella sua casa, racconta l’evangelista Luca. “Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola”.Maria si mette nella posizione del discepolo verso il maestro. Come San Paolo che racconta negli Atti di essere stato istruito ai piedi di Gamaliele. Maria quindi riconosce Gesù come Maestro. Maria,però non potrebbe fare questo. E’ una donna e le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini.Leggiamo ad esempio nel Talmud che  “le parole della legge vengono distrutte dal fuoco piuttosto che essere insegnate alle donne”.  Maria qui sta compiendo  qualcosa di clamoroso.Trasgredisce una delle leggi fondamentali insegnate dalla Tradizione. 

“Tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta”. Cosa non può essere tolto ad  una persona? Pensiamo che purtroppo a volte  può essere tolta persino la vita ad una persona. Perché Gesù dice che Maria ha scelto una cosa migliore che non può esserle tolta? La risposta è che Maria ha scelto la libertà, attraverso la disobbedienza alla legge. Ecco un altro tema fondamentale, la libertà. Il sovrano può concedere la libertà, ma può anche toglierla in qualunque momento.Questo vale per le persone e come ci insegna la storia vale anche per popoli interi. Quando però la libertà è frutto di una conquista personale, frutto del  coraggio di trasgredire regole della tradizione e della religione, che umiliano  come in questo caso la dignità della donna, allora quando uno conquista questa libertà nessuno gliela può togliere. Gesù ci chiama a questa libertà; non ci chiama  a scegliere una vita contemplativa o una più attiva, perchè la vita è una sola. Gesù ci chiama a fare la scelta della libertà, in particolare la libertà di ascoltare la Sua Parola, e di metterla in pratica in una concreta e solidale apertura agli altri, specialmente verso chi bussa alle nostre porte, scappando dalla guerra e dalla fame. Ospitalità e Libertà sono cose sacre, nessuna religione o istituzione può interferire con esse, perchè si metterebbero contro Dio e contro l’uomo.


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Passò oltre dall’altra parte. Tre parole che ci rendono inutili e dannosi

“Passò oltre dall’altra parte”(Lc 10,31). Come notava don Primo Mazzolari nel suo famoso commento a questa parabola, in tre parole, ecco descritta l’inutilità della religione della scienza,della filosofia; una religione, una scienza,una filosofia,una cultura, un progetto politico, un piano pastorale, una semplice giornata, che passano oltre l’uomo e le sue ferite , sono semplicemente inutili, anzi dannose. Gesù non risponde alla domanda posta dal maestro della legge :”Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna”? ”(Lc 10,26 ) ma racconta una storia. E’ la storia di ognuno di noi. Notiamo prima di tutto che la domanda è fondamentale; si tratta della nostra vita. E’ in gioco la nostra umanità, il senso ultimo del nostro esistere, la strada da percorrere per realizzare la nostra vocazione. La strada è proprio una protagonista di questo racconto. Da Gerusalemme a Gerico ci sono circa trenta km di strada in salita attraverso il deserto di Giuda. Queste notazioni geografiche sono una buona metafora della vita che spesso è in salita, e a volte sembrano  mancare anche le oasi di ristoro. La strada in fondo è il vangelo stesso così come ci ricordano gli Atti degli apostoli; anche il seminatore non si è dimenticato di far cadere il suo seme perfino sulla strada, fiducioso della potenza di Dio; la strada è il luogo privilegiato della vita di Gesù,è lo spazio quotidiano  della sua misericordia.

“Passò oltre dall’altra parte”(Lc 10,31). Grazie a Dio tanti invece si sono fermati ; la storia della Chiesa e del mondo è piena di Buoni samaritani che hanno soccorso l’uomo “mezzo morto” se lo sono caricati sulle spalle e lo hanno rialzato a nuova dignità.

Oggi  tutti lo sperimentiamo, siamo chiamati a fermarci davanti l’uomo con una carità quotidiana; nessuno può dire di non sapere o di non essere bene informato sulle ferite della  umanità. La strada infatti è una sola, non ci sono scorciatoie o corsie preferenziali e gli uomini mezzi morti sono davanti a noi,intralciano i nostri passi, sono accovacciati alle nostre porte, sono un monito perenne alla coscienza di ciascuno. Che devo fare per ereditare la vita eterna? Che devo fare io ? oggi come posso mettermi a servizio dell’uomo, di ogni uomo ? come mettere in gioco il talento delle mie competenze, della mia storia, della mia fede?

Bisogna curvarsi  verso gli altri non  con le tavole della legge in mano, sia essa civile che religiosa ma  con gesti di umanità pura, con una carità non finta, non diplomatica, non dettata dalla convenienza del momento o dalla appartenenza al proprio gruppo che prevede anche piccoli momenti di carità ,ma poi fa i suoi affari. Con  qualsiasi segno politico sociale o  religioso, chi si abbassa  verso l’uomo ferito, verso il diverso da lui, per soccorrerlo, questo uomo che si curva è già un buon samaritano, è un buon cittadino è un buon credente è già un modello di civiltà. E’ già nel cuore stesso di Dio.


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Perché proprio io ? Testimonianza di un Missionario della Misericordia nel Mali

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la testimonianza di un nostro caro amico, nominato da Papa Francesco Missionario della Misericordia ,- Don Toussaint Ouologuem, sacerdote del Mali. Siamo molto grati a Toussaint per questa sua bella testimonianza  e perché conoscendolo giá sappiamo che sará capace di annunciare a chi incontra l’amore e la misericordia infiniti del Padre.

Don Toussaint Ouologuem

Se avessero chiesto a me di scegliere un sacerdote nella mia diocesi per essere missionario della Misericordia, non mi sarei mai scelto. Non perché ho poca fiducia in me o pocas tima di me stesso ; ma perché è di Misericordia che si tratta, di Misericordia Divina.

Sommando assieme i miei peccati, le mie debolezze, le mie infermità spirituali, intellettuali e morali ; aggiungendo a questi la mia rigidità nelgiudizio, quella mia ricerca di giustizia ad ognicosto, quella mia difficoltà a dare una seconda chance alla gente, sopratutto a quelli che mi hanno, in qualche modo, offeso. E in fine per la mia giovane età e la mia poca esperienza nel sacerdozio (2anni e mezzo) ; mettendo insieme tutto quanto, io non mi sarei di certo scelto per essere missionario della Misericordia. Peccatore, troppo rigido, troppo giovane e con poca esperienza, mi sarei definito inadeguato per questa importantissima missione.

Ma eccomi qua; scelto dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, attraverso il collegio Urbano, approvato dal mio vescovo e costituito dal Papa Francesco come missionario della Misericordia. E io mi chiedo: perché proprio me?

A prescindere dalla scelta del collegio Urbano, a prescindere dall’approvazione del mio vescovo, il suo Nulla Osta, a prescindere dalle lettere e dalle mail scritte e scambiate con il Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, a prescindere da ogni altra manovra umana, non posso non intravedere la Mano di Dio nel fatto di essere stato scelto. È la mia fede che me lo chiede, la mia spiritualità che me lo dice e la mia vocazione sacerdotale che me lo grida forte. Allora mi chiedo : perché proprio io ?

Questa è la domanda che non ho smesso di farmi e di chiedere a Dio da quando sono stato contattato per la prima volta, perché qualcuno, da qualche parte, ha proposto il mio nome. Con una gioia enorme, con un fascino, da un lato, un timore tremendo dall’altro, ho accettato ben volontieri questa missione.Ma da allora mi chiedo perchè proprio a me ?

Sono ormai sicuro che questa domanda, me la porrò, al di là di questo anno, fino alla fine dei miei giorni, cercando di capire meglio tutto il significato nascosto e voluto da Dio, un significato sia per me, che per gli altri.

Qualche giorno dopo la mia consacrazione come missionario della Misericordia, dopo una Adorazione Eucaristica in una delle Chiese di Torbe, una pia mano mi diede un libro, un libro intitolato : « Non possiamo tacere ciò che abbiamo visto ». Cominciai subito a leggerlo e là, una frase mi colpi, una frase che mi dava una delle risposte alla mia costante domanda. La frase diceva in fatti : « quando Dio tocca una vita, le consegna un dovere : essere pienament e felice in Lui per manifestarlo agli altri ».

Tra conferenze sulla Misericordia, e missioni sulla radio e in TV, tra omelie e celebrazioni penitenziali e certi incontri personali, cerco in tutto di fare la mia missione, quella di essere un sacerdote animatore della Misericordia divina e diffondere la mia felicità. Ma non è mai abbastanza. Ecco perché non mancò l’occasione di chiedere alla gente di pregare per me, così come Papa Francesco lo fà in molte situazioni, chiedendo alla gente di pregare per lui.

Molte storie di vocazione nella Sacra Scrittura ci fanno capire che Dio, il più delle volte, non sceglie qualcuno perché quella persona è già capace di compiere la sua missione, ma lo sceglie, proprio per renderlo capace, adeguato, per la missione. Il moi compito è quindi di stare vigilante per poter cogliere ogni Grazia che Dio mi darà per questa mia missione. Possa Di oaiutarmi in questo !

Questo è un anno di Grazia che ci è donato. E un anno in cui abbiamo il compito di meditare (personalmente) la Misericordia di Dio, di usufruire della sua Misericordia (col sacramento dellapenitenza) e di viverla (le 14 opere della Misericordia).

Verso la fine della sua Bolla, Misericordiae Voltus, Papa Francesco dice : Lasciamoci sorprendere da Dio durante questo giubileo ! Io aggiungo che bisogna anche lasciarci sorprendere da noi stessi : sorprendiamoci di quello che faremo di bello, di grande e di straordinario meditando, usufrendo e vivendo, condividendo la Misericordia di Dio. Dio ci benedica tutti !


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Seguire Cristo significa amare non distruzione e corruzione

Don Francesco Pesce

Gesù è in cammino verso Gerusalemme e all’ingresso di un villaggio, i Samaritani non vogliono ricevere i discepoli di Gesù i quali chiedono il permesso di far scendere il fuoco per distruggerli. Sappiamo tutti molto bene che nella storia a volte abbiamo fatto così. Abbiamo fatto scendere il fuoco sulle città, abbiamo sterminato razze intere per “amore” di Cristo. Quando la religione è presa a pretesto, e diventa strumento di divisione e di odio, si arriva a legittimare gli stermini, come in questi giorni ricordiamo durante la visita di papa Francesco in Armenia, o come la cronaca quasi quotidiana ci fa vedere a proposito del fondamentalismo religioso che strumentalizza Dio e la fede dei piccoli. Non è da meno purtroppo un certo integralismo laicista, che vorrebbe l’uomo onnipotente e lo riduce così schiavo di se stesso e del proprio egoismo. Il vangelo oggi ci propone anche una chiave di lettura per capire come siano possibili alcune derive integraliste nel corso della storia. Gesù si trova accanto un uomo pieno di entusiasmo che lo vuole seguire. Gesù però ha intuito qualche cosa di non sincero e dice: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo»( Lc 9,58).

Gesù severamente ci richiama a riflettere su quel legame che noi spesso preferiamo sorvolare,cioè il rapporto tra la vita cristiana e l’economia. Per essere liberi e cristiani dobbiamo stare molto attenti ai rapporti economici, nei quali siamo immersi; facilmente il denaro sporco, entra anche nei nostri spazi sacri, la nostra coscienza e le nostre chiese, e spesso bassi interessi hanno la meglio sulla nostra testimonianza cristiana e sulla nostra libertà. Quando Francesco d’Assisi volle vivere il vangelo cominciò col buttare tutti i soldi ai piedi di suo padre: ruppe un rapporto. Non si può servire a due padroni, al vangelo e a mammona. Denaro sporco, potere carriera; dobbiamo stare tutti molto attenti, come singoli credenti e come comunità cristiana. Il metodo che ci suggerisce Gesù per annunciare il vangelo, liberi da ogni integralismo e da ogni dipendenza economica è quello di “mettersi in cammino verso Gerusalemme”. “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui elevato sarebbe stato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”.  Letteralmente l’evangelista scrive:” Indurì il suo volto verso Gerusalemme” (Lc 9, 51). Gerusalemme non è solo una città. Essa è un simbolo della coerenza della nostra vocazione. E’ necessario che ciascuno di noi salga a Gerusalemme, la città che uccide i profeti per conoscere la dimensione della propria fede.

Essere cristiani significa avere incontrato Gesù di Nazareth, averne accolto il messaggio e avere scelto la Sua drammatica e magnifica proposta di vita, pronti a pagare un prezzo alto se necessario. Solo il Dio di Gesù Cristo ci insegna ad amare senza confini, senza limiti, senza integralismi e sempre gratuitamente.


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Il papa in Armenia dallo “sradicamento sanguinoso” al cuore nuovo.

Papa Francesco andrà venerdì 24 giugno in Armenia per tre giorni e a fine settembre sarà pellegrino in Georgia e Azerbaigian, visitando così tutta la regione del Caucaso. Sabato il Papa incontrerà alcuni discendenti di sopravvissuti al «Metz Yeghern», il cosiddetto “sradicamento sanguinoso” quando gli armeni furono vittime della persecuzione dell’impero ottomano nel 1915; il termine che si usa per ricordare questa tragedia che ha coinvolto un milione e mezzo di persone è anche «genocidio» una parola contestata dalla Turchia.

Il portavoce del papa Padre Lombardi durante il briefing di presentazione del pellegrinaggio ha ricordato la cerimonia presieduta a San Pietro da papa Francesco il 12 aprile 2015 nel centenario del «Metz Yeghern». Papa Francesco, citò in quella occasione la dichiarazione comune firmata a Etchmiadzin nel 2001 da Giovanni Paolo II e Karekin II, e parlò del «primo genocidio del XX secolo», usando appunto il termine, «genocidio». La Turchia,(paese che il papa ha già visitato nel 2014) richiamò per diversi mesi ad Ankara il proprio ambasciatore presso la Santa Sede.

Padre Lombardi, a proposito della differenza tra il termine «Metz Yeghern» e «genocidio», ha così risposto ad una domanda:«Rispondo con quello che mi ha detto un mio amico armeno, che la parola Metz Yeghern è anche più forte di quello che dice la parola genocidio, e io preferisco usare questa parola proprio per non essere intrappolato dalle domande che non fanno che ruotare attorno all’uso di una parola. Nessuno di noi nega che ci siano stati massacri orribili, lo sappiamo molto bene e lo riconosciamo, e andiamo al memoriale per ricordarlo, ma non vogliamo fare di questo una trappola di discussione politico-sociologico perché andiamo alla sostanza».

La sostanza è che papa Francesco visitando le tre regioni del Caucaso si fa pellegrino di pace e di riconciliazione, percorrendo anche un cammino ecumenico , particolarmente importante in questi giorni nei quali a Creta si sta svolgendo un concilio ortodosso.

Tra i motivi del viaggio ha ricordato ancora padre Lombardi, ci sono la restituzione della visita che il Catholicos armeno Karekin II, patriarca della chiesa apostolica armena, ha fatto al Papa, incoraggiare la locale comunità cattolica, e manifestare a tutto il popolo armeno il sostegno e l’amicizia del papa. La Chiesa Armena è una Chiesa indipendente sia dalla Chiesa Cattolica che da quella Ortodossa-

Il cristianesimo in Armenia risale al I secolo, quando secondo la tradizione venne introdotto da Bartolomeo e Taddeo, due degli apostoli. L’Armenia fu la prima nazione ad elevare il Cristianesimo a religione di Stato. Il Re Arsacide Tiridate III, venne convertito e battezzato con la sua corte da Gregorio Illuminatore nel 301. Il Cristianesimo in Armenia ebbe poi un rapido sviluppo anche grazie alla traduzione in lingua armena della Bibbia dal parte del teologo e monaco Mesrop Mashtots.

Il video messaggio che papa Francesco ha inviato al popolo armeno pochi giorni fa in preparazione del pellegrinaggio è il miglior viatico per i giorni che verranno:”Con l’aiuto di Dio vengo tra voi per compiere, come dice il motto del viaggio, una “visita al primo paese cristiano”. Vengo come pellegrino, in questo Anno Giubilare, per attingere alla sapienza antica del vostro popolo e abbeverarmi alle sorgenti della vostra fede, rocciosa come le vostre famose croci scolpite nella pietra.[…] La vostra storia e le vicende del vostro amato popolo suscitano in me ammirazione e dolore: ammirazione, perché avete trovato nella croce di Gesù e nel vostro ingegno la forza di rialzarvi sempre, anche da sofferenze che sono tra le più terribili che l’umanità ricordi; dolore, per le tragedie che i vostri padri hanno vissuto nella loro carne. Ai ricordi dolorosi non permettiamo di impadronirsi del nostro cuore; “

Prima di tornare a Roma il Papa pregherà nel monastero di Khor Virap, luogo del pozzo in cui, secondo la tradizione, fu in prigione per dodici anni Gregorio l’Illuminatore, fondatore del cristianesimo in Armenia. Il papa libererà delle colombe in direzione del monte Ararat e come sottolinea ancora Padre Lombardi si troverà «vicinissimo al confine con la Turchia» e liberare le colombe «in direzione del monte Ararat» è «un messaggio che ha significato».


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L’Amore cristiano frutto della Grazia e non del legalismo

Riflessioni sulla Esortazione Amoris Laetitia di papa Francesco

Amoris Laetitia è un grande dono alla Chiesa che Papa Francesco ha dato nella Solennità di San Giuseppe il 19 Marzo scorso. Al cuore del documento c’è il desiderio del papa di :”arrecare coraggio, stimolo e aiuto alle famiglie nel loro impegno e nelle loro difficoltà”(AL 4).Non possiamo dimenticare inoltre, che siamo nel pieno dell’Anno Santo della Misericordia, e tutti siamo chiamati in modo particolare ad essere segno e strumento della Grazia. Nella vita cristiana ciò che sta al centro, non è la debolezza dell’uomo, o la sua incapacità a compiere perfettamente la sua missione, e nemmeno il passato con il suo carico di bene e di male compiuto, ciò che conta è la confessione di fede, il professare come fa Pietro di fronte a Gesù: tu sei il Cristo il figlio del Dio vivente. Appena lo facciamo, cioè diciamo con convinzione a Gesù tu sei il Cristo, il Salvatore, scopriamo, come Pietro, la grandezza del progetto che Dio ha con ciascuno di noi.

Chi è abituato a rapportarsi alle situazioni, agli avvenimenti, alle persone,in base a un codice, in base a una legge, non può comprendere il volto di un Dio che è amore. Il criterio di interpretazione della Scrittura,della Parola di Dio, deve essere il bene dell’uomo. Chi invece ne fa una dottrina, una legge, nella quale l’osservanza di precetti, è più importante del bene dell’uomo, ebbene queste persone rischiano di avere come un velo davanti agli occhi che impedisce loro di scoprire il disegno d’amore di Dio sull’umanità. Così come nella Evangelii gaudium (EG), già dal titolo si parla di letizia, di serenità di gioia. Per il papa la gioia è una dimensione spirituale ed è un elemento fondamentale:« La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita in­tera di coloro che si incontrano con Gesù» (EG 1). Sappiamo bene che la gioia è un aspetto biblico molto importante del Natale, ed è una nota costante dei cosiddetti vangeli dell’infanzia:”Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo”(Lc2,10). Inoltre la gioia è anche lo scopo della Chiesa in comunione come ci ricorda l’evangelista Giovanni:”questo vi ho detto,perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena”(Gv15,11). In questa dimensione di gioia biblicamente fondata e irrobustita da uno sguardo di fede sul mondo, il papa riprendendo il lavoro di ben due Sino­di,uno straordinario e uno ordinario, analizza la realtà vera, senza paura di chiamare le cose con il loro vero nome, parlando della vita concreta delle persone e delle famiglie. In questo realismo tutto evangelico, papa Francesco attinge anche alla storia che ci circonda, citando personaggi che la storia l’hanno fatta con la loro testimonianza come Martin Luther King, Erich Fromm e Dietrich Bonhoeffer. Nella storia dei popoli, delle famiglie e dei singoli, è necessario e urgente un servizio pastorale che vuole sostenere la crescita dell’amore:«Tutto questo si realizza in un cammino di permanente crescita. Questa forma così particolare di amore che è il matrimonio, è chiamata ad una costante maturazione, perché ad essa bisogna sempre applicare quello che san Tommaso d’Aquino diceva della carità: “La carità, in ragione della sua natura, non ha un limite di aumento, essendo essa una partecipazione dell’infinita carità, che è lo Spirito Santo.» (AL 134). Dobbiamo dice ancora il papa: «smettere di pretendere dalle relazioni interpersonali una perfezione, una purez­za di intenzioni e una coerenza che potremo trovare solo nel Regno definitivo» (AL 325).

Sempre a proposito della storicità e del concetto di maturazione il Papa afferma che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» (AL 3). « in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale ha bisogno di essere incultu­rato, se vuole essere osservato e applicato”» (AL 3). Un fondamento di inculturazione quindi come chiave di lettura importante di questa esortazione papale.

I nove capitoli di cui è composta l’esortazione apostolica, iniziano con il primo capitolo, “alla luce della Parola” che offre subito il quadro di riferimento nella Parola di Dio. La Parola di Dio è :”popolata da famiglie, da generazioni, da storie di amore e di crisi familiari» (AL 8)9, e quindi non si tratta di svolgere un lavoro astratto e teorico, ma realizzare un «compito artigianale» (AL 16).Vedremo quindi nel secondo capitolo una accurata descrizione della “realtà e le sfide delle famiglie”; Il papa invita subito con decisione a tenere:«i piedi per terra» (AL 6) riflettendo sul dramma delle famiglie migranti, sul problema delle ideologie di genere, la cura delle persone disabili, la violenza contro le donne, e altre tematiche reali e urgenti.

Nel terzo capitolo il papa vuole aiutare le problematiche descritte prima, con il soccorso dell’inse­gnamento della Chiesa riguardo il matrimonio e la famiglia, ma con una premessa fondamentale e irrinunciabile: “che si metta tutta la dottrina del matrimonio e della fa­miglia sotto la luce del kerygma. Davanti alle famiglie e in mezzo ad esse deve sempre nuovamente risuonare il primo annuncio, ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario”» (AL 58). La motivazione di questa premessa è che:“tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma” (AL 58). Questo ancoraggio dell’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e la famiglia,nel Kerigma libera da ogni pericolo di fondamentalismo e dalla durezza di cuore di quelli che invece fondano la loro riflessione solamente sul diritto e sui precetti degli uomini.

Il quarto capitolo descrivendo l’inno alla carità di 1 Cor 13,4-7, parla dell’amore nel matrimonio con accenti lirici, accompagnati da una vera e propria lectio divina,rimanendo però sempre ancorati ad un sano realismo:”Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica “un pro­cesso dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva inte­grazione dei doni di Dio”» (AL 122). Il quinto capitolo riflette sulla fecondità ampliando lo sguardo anche alla realtà complessa famiglia dove ci sono anche i parenti e gli amici.

Il sesto e il settimo capitolo riflettono sui modi pastorali per la costruzione di famiglie secondo il cuore di Cristo,e sulla educazione dei figli, sempre attenti però alle situazioni concrete e locali:”Saranno le diverse comunità a dover elaborare proposte più pratiche ed efficaci, che tengano conto sia degli insegnamenti della Chiesa sia dei bisogni e delle sfide locali” (AL 199).

 Papa Francesco ha la consapevolezza che l’ottavo capitolo che tratta delle varie fragilità è un capitolo chiave, e per questo ricorda subito all’inizio che: «spesso il lavoro della Chiesa assomiglia a quello di un ospedale da campo» (AL 291). Il Papa assumendo la bellezza e la ricchezza del matrimonio cristiano dice con chiarezza che: «altre forme di unione contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale e analogo» (AL 292).Proprio per questo la Chiesa:”non manca di valorizzare gli elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio” (AL 292). Accompagnare, Discernere, Integrare sono le tre parole che caratterizzano non solo questo capitolo, ma l’intero documento, anzi il pontificato stesso di Francesco,nella logica della Misericordia pastorale che altro non è se non il cuore stesso di Dio.

 L’ultimo capitolo, il nono descrive la spiritualità nella famiglia, «fatta di migliaia di gesti reali e concreti» (AL 315). “Coloro che hanno desideri spirituali profondi non devono sentire che la famiglia li allontana dalla crescita nella vita dello Spi­rito, ma che è un percorso che il Signore utilizza per portarli ai ver­tici dell’unione mistica» (AL 316). « I momenti di gioia, il riposo o la festa, e anche la sessualità, si sperimentano come una partecipazione alla vita piena della sua Risurrezione” (AL 317) La Pasqua e il culmine e la fonte di ogni spiritualità famigliare.

 La Preghiera alla San­ta Famiglia,conclude questo testo papale, che più che proporre un ideale di famiglia che non c’è, invita a cercare e trovare la presenza del Padre misericordioso nella realtà ricca e sorprendente, sempre attenti ai segni dei tempi; uno sguardo positivo e gioioso sul tempo, che è per i cristiani un tempo favorevole per essere felici, un Kairos, un dono di Dio, un tempo superiore allo spazio, dove si compie il progetto di Dio sull’uomo. Papa Francesco pensa le cose di Dio e prega a partire dalla realtà che gli sta di fronte. Questa esperienza,affinata nel suo ministero di Pastore di una grande e moderna città come Buenos Aires, è quella stessa di Gesù,di vedere come i piccoli, i bambini, i poveri e i peccatori accoglievano con gioia la buona notizia del regno di Dio, mentre i sapienti e i dotti del gli scribi e i farisei di tutti i tempi, fatto fatica a gioire per la Buona Notizia,forse perché non la sanno riconoscere.

 Scrive il papa:”abbiamo presentato un ideale teologi­co del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprat­tutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario” (AL 36). Ancora Francesco:”per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza moti­vare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significa­to la loro vita insieme» (AL 37). A questo punto papa Francesco riporta in primo piano e valorizza la centralità della coscienza individuale:«stentiamo anche a dare spazio alla co­scienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle» (AL 37) .

L’Esortazione apostolica del papa in continuità con il Concilio Vaticano secondo e con quello che è già espresso in Evangelii Gaudium, traccia anche un sentiero molto chiaro circa il rapporto con il mondo:”molte volte abbiamo agito con atteggiamento difensivo e sprechiamo le energie pastorali moltipli­cando gli attacchi al mondo decadente, con poca capacità propositi­va per indicare strade di felicità. Molti non percepiscono che il mes­saggio della Chiesa sul matrimonio e la famiglia sia stato un chiaro riflesso della predicazione e degli atteggiamenti di Gesù, il quale nel contempo proponeva un ideale esigente e non perdeva mai la vicinanza compassionevole alle persone fragili come la samaritana o la donna adultera» .(AL 38) Papa Francesco con Amoris Laetitia va incontro al bene dell’uomo, e come un Padre autorevole e amoroso alleggerisce i pesi del popolo e si pone davanti ad esso come modello non di legalismo, ma di umiltà e di mitezza. L’autorità nella Chiesa è davvero preziosa quando si prende cura, non quando aumenta la pesantezza del giogo da portare.

Papa Francesco attinge anche con sapienza alla preghiera di Maria e alla umiltà della serva del Signore: “Nel tesoro del cuore di Maria ci sono anche tutti gli avvenimenti di ciascuna delle nostre famiglie che Ella conserva premurosamente”(AL 30)

Pensiamo che una chiave di lettura di questo documento possa essere proprio, l’umiltà, quella di Maria e quella del papa.

Che cos’è l’umiltà?”. Sappiamo che il termine viene dal latino “humus”, cioè quel terreno ricco di sostanze in decomposizione che è particolarmente adatto ad accogliere e a far germogliare il seme. I nostri fallimenti famigliari, i nostri sbagli, perfino i nostri peccati – se riconosciuti: possono diventare quel terreno particolarmente fertile per ricevere il dono di Dio, per sperimentare la misericordia di Dio, per incontrare la sua misericordia, cioè il suo “cuore per i miseri”.

Nel vangelo chiedono a Gesù: “quale segno fai perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera compi?”(Gv 6,30) La risposta di Gesù: “Io sono il Pane della vita”. Un solo segno: io nutro. Nutrire è fare una cosa da Dio. Condannare è al contrario affamare le persone nella loro speranza e dignità.

 


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Porte aperte in parrocchia!

Don Francesco Pesce

Gia la mia prima Messa nel lontano 1999 l’ho voluta simbolicamente iniziare spalancando il portone della chiesa. Poi, dal 2006, anno in cui sono diventato parroco della mia precedente parrocchia romana – Santa Melania Juniore – e poi ora come parroco di Santa Maria ai Monti, vicino al Colosseo , ho subito aperto la chiesa tutto  il giorno fino alle 22.00. Ora che sono al centro di Roma il venerdi e il sabato la tengo aperta fino alle 24.00 per intercettare la movida.

Mi sono sentito supportato e rincuorato quando anche Papa Francesco ha iniziato a parlare di “Chiesa in uscita”, invitando i preti anche a tenere aperte le porte delle parrocchie. Chiesa aperta per me significa aperta, cioè si deve capire con chiarezza che è aperta. Quindi via subito le retroporte di legno che la fanno sembrare chiusa, e mettere vetrate che lasciano vedere l’interno. Noto però che appena possibile e non fa piú molto freddo è utile spalancare anche la vetrata, perché la gente (soprattutto chi non ha familiaritá con la parrocchia) é piú invogliata ad entrare. Inoltre, fa bene anche a noi parrocchiani sentire il rumore della città e percepire la massima comunione tra dentro e fuori.

Ho poi sperimentato che e’ molto importante  osservare alcuni accorgimenti per l’illuminazione serale: illuminare molto bene l’ingresso e creare uno spazio privilegiato di luce nella zona del tabernacolo e della immagine mariana o del santo principale nella chiesa. Il “controllo” lo fanno le persone stesse che vengono a pregare o perfino chi passa davanti o dentro la chiesa, perché nel rione Monti in particolare c’é un grande senso di comunitá, quindi anche la chiesa é sentita un pó come la casa di tutti. E’ anche utile in questo senso avere un buon rapporto con i negozianti del quartiere che ogni tanto fanno una passeggiata in chiesa. “Fate buona guardia alla vostra chiesa” – diceva Mazzolari.

E infatti é il  popolo di Dio  a farsi carico della custodia della  chiesa. Dopo poco tempo si crea un movimento di persone che rende assolutamente sicura la chiesa. A poco a poco poi bisogna  qualificare l’apertura continuata: ad esempio celebrando la Messa all’ora di pranzo (per favorire i lavoratori della zona) e garantendo la presenza di un sacerdote per le confessioni e i colloqui spirituali  fino alla chiusura, sempre per aiutare chi lavora fino a tardi o anche gli studenti universitari.

A volte qualche “parrocchiano storico”, o le pie donne di cui parlano gli Atti degli Apostoli, protestano un po’ paventando chissà quali pericoli. Bisogna da una parte tranquillizzarli, dall’altra lasciar cadere la cosa, soprattutto all’inizio, quando si preoccupano che è pericoloso, che i barboni non hanno rispetto per nulla, ecc. Dopo poco, vedendo che non succede nulla di male, ma che invece si vedono i frutti, passano tutte le paure.. Non ho mai visto crollare una chiesa per i barboni. Anzi spesso queste persone sono ottimi vigilanti e addirittura puliscono il sagrato più volte al giorno.

Nel fine settimana l’apertura è prolungata fin piú o meno la mezzanotte per intercettare la movida che qui da noi si lascia intercettare volentieri.

 


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Il sacerdote celebra la resurrezione e accompagna il dolore del mondo

Don Francesco Pesce

Le celebrazioni per il Giubileo dei sacerdoti presiedute oggi da Papa Francesco

In questi due giorni in cui si celebra il giubileo dei sacerdoti, il sacerdozio è   al centro della nostra preghiera. Nel canone romano  cosí leggiamo: “Tu che hai voluto accettare i doni di Abele il giusto, il sacrificio di Abramo nostro Padre nella fede, l’oblazione pura e santa di Melchisedek tuo sommo sacerdote”.

Ci dice poi la lettera agli Ebrei che Gesù è sacerdote secondo Melchisedek, non secondo qualche casta. Sarebbe tragico se il sacerdozio appartenesse a una casta, e a volte nella storia è avvenuto, come per le caste dei guerrieri e dei mercanti.

Nel libro della Genesi si descrive l’incontro tra Abramo e Melchisedek. Credo che da questo incontro sul monte possiamo trarre molti spunti di  riflessione sul sacerdozio. Abramo era appena tornato vincitore da in epica battaglia per liberare il nipote Lot. Melchisedek lo accoglie e gli offre pane e vino. Abramo si inchina a questo Re. Il sacerdote deve essere un uomo autorevole, ospitale, che sa condividere e donare. Melchisedek era re di Gerusalemme, città   della pace. Il sacerdote deve essere anche un uomo di pace. “Cristo nostra  pace“, dirà  San Paolo. Papa Francesco ha dato nuovamente enfasi a una Chiesa non “aggressiva” sempre in guerra con tutti, peggio ancora in perenne stato di difesa perché assediata dal mondo circostante.

Poi Melchisedek benedice Abramo : “Sia benedetto Abramo dal Dio altissimo creatore del cielo e della terra”. Ecco, il sacerdote é l’uomo della benedizione e questa benedizione  continua per tutte le genti e per tutti i tempi. Non e’ possibile interrompere la benedizione di Dio, non lo può fare  il male, il terrorismo, i nostri peccati. Non solo la benedizione non può  essere interrotta ma raggiunge ogni uomo. Inoltre dice ancora la Scrittura: “benedetto il Dio Altissimo che ti ha messo in mano i tuoi nemici”.I nemici sono sconfitti dalla nostra benedizione.A maggior ragione il sacerdote deve essere un uomo di dialogo, di pazienza, di mediazione, che con la sua testimonianza benedicente (ma limpida e autorevole) disarma gli aggressori e rende vana ogni contesa.

Poi Abramo rinuncia al bottino di guerra : “Non prenderò  nulla neanche un legaccio dei calzari”. Il sacerdote deve essere un uomo povero, povero in ogni senso, in particolare vivendo  della fiducia in Dio, un uomo, un cristiano, che spera contro ogni speranza.

Ancora  il sacerdote deve essere un uomo puro che celebra l’eucarestia iniziata sul monte di Abramo e Melchisedek. “Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo resusciterò  nell’ultimo giorno”. Sacerdote uomo della eucarestia che annuncia la risurrezione non la morte.

Infine  dirà  la Lettera agli Ebrei : “Si e’ rivestito di debolezza e proprio per questo deve offrire sacrifici per se stesso e per tutto il popolo”. Il sacerdote e’ un uomo che entra nel dolore del mondo e qui sta la vera universalità  del suo ministero;  e’ il nostro dolore, quello del mondo.

Accostiamoci al dolore del mondo come sacerdoti che hanno  in mano  il pane e il vino; Dio e’ il pane e Dio e’ il vino;  anche noi sacerdoti dobbiamo essere pane e vino per gli altri e dobbiamo essere mangiati perché  tutti gli uomini possano arrivare a Cristo nostro Salvatore.

Una tavola senza pane è una pietra, come un cuore sacerdotale senza misericordia .