ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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L’Eucarestia tra le strade di Roma

La tradizionale processione del Corpus Domini con la benedizione di Papa Francesco nel centro della città. 

Ieri a  Roma la celebrazione del Corpus Domini è inizia come ogni anno nella Basilica di San Giovanni al Laterano, per poi arrivare con la processione  fino alla Basilica di Santa Maria Maggiore; l’ha presieduta il papa   come  vescovo di Roma. In Italia la solennità si celebrerà poi  la seconda domenica dopo Pentecoste.

Straordinaria la folla di pellegrini che hanno accompagnato Gesù eucarestia tra gli sguardi curiosi,ma attenti e  viva via sempre più coinvolti dei turisti e dei negozianti lungo il percorso. Roma ancora una volta ha mostrato il suo volto più bello e autentico.

La solennità del Corpus Domini nacque nel 1247 nella diocesi di Liegi,per celebrare la reale presenza di Cristo nell’eucarestia  per contrastare le affermazioni di Berengario di Tours , per  il quale la presenza di Cristo non era reale, ma  simbolica.

Nelle città di Orvieto e Bolsena, ancora oggi  oltre al Santissimo Sacramento vengono portate in processione le reliquie del miracolo eucaristico di cui fu testimone il sacerdote  Pietro Da Praga nel 1263 mentre celebrava la messa  nella basilica di Santa Cristina a Bolsena .

Papa Urbano IV  incaricò Tommaso d’Aquino di comporre l’officio della solennità e della messa del Corpus  Domini. In quel tempo, era il 1264, San Tommaso abitava, come lo stesso papa , a  Orvieto, nel convento di San Domenico

Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga”(1Cor 11,26)

Il più antico testo sull’eucarestia, la lettera ai Corinzi (53/57) ci racconta  che esiste un rapporto fondamentale tra l’Eucarestia e la morte di Gesù. L’eucaristia dice che il Signore è morto,lasciandosi prendere, consegnandosi nelle mani degli uomini,alcuni nemici, altri indifferenti, altri ancora amici che lo hanno abbandonato; forse ci siamo tutti. L’Eucarestia ci dice anche che tutto questo è avvenuto per amore,soltanto per amore; Gesù ci ha dato un esempio impressionante,su come si vive e su come si muore,per gli altri,per riconciliare , per smetterla di pensare solo a difendersi, ma per fare  una “cosa nuova”,che veramente cambia la storia,quella personale di ognuno di noi, e quella universale.

Noi poi  celebriamo l’eucaristia “finché egli venga”, aspettando che Gesù ritorni nella Sua Gloria,quando ci prenderà con sé,  perché  la morte non può nulla verso quelli che  vivono per amore . «Forte come la morte è l’a­more» dice il Cantico dei Cantici. Il ve­ro nemico della morte non è la vita, ma l’amore. Nell’al­ba di Pasqua  chi andrà alla tomba sono quel­li che hanno fatto l’espe­rienza dell’amore di Gesù: le donne, la Maddalena, il di­scepolo amato, sono loro i primi a sperimentare che l’amore vince la morte.


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The Spirit breaks in to dissipate the fear of the world

Fr. Francesco Pesce

The Cenacle, where the Apostles had witnessed of the Supper of the Lord, where on many occasions they had gathered together to listen to His Word, becomes now a refuge, a bolt-hole, “for fear of the Jews” – as the Evangelist John recalls. And as the Acts tells us: When the time for Pentecost was fulfilled, they were all in one place together” (Acts 2,1).

It is worth remembering that in Jerusalem, the Apostoles did not have many friends, they had challenged the religious and political power, they were considered by most as fanatics followers of one of the many messianic sects in existence in those days. They risked their own lives purely for preaching that Jesus was the Son of God who had truly died and resurrected. Indeed, the Acts soon recount of the first martyr, Stephen, stoned to death.

So what are today’s fears which shut in our groups? Leaving aside the Church of martyrs, which we well know exits and resists to date in many parts of the world, we notice that in the Church and among many Christians is strong the temptation to withdraw in an elitarian faith, often even sectarian, pushing out the world, which is considered as evil, as the enemy to be scared of and to judge rather than love. It sometimes happens that our faith, our Christian community, our ecclesial group, rather than being a place of friendship and announcement of the Gospel, transforms itself into an unbeatable fortress, where those inside judge those outside keeping them out. A “Church that goes forth” according to the teaching of Pope Francis means not to be afraid and not to judge, but quite the contrary be strong in faith and widen the borders of brotherhood.

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Image: Pentecost by He Qi

 

It is precisely in this climate of fear and closure that the Spirit breaks in. “And suddenly there came from the sky a noise like a strong driving wind, 2 and it filled the entire house in which they were” (Acts 2,2) In that closed cenacle room filled with fear, the Spirit breaks in, acts and transforms it, changes the heart of those disillusioned men, and creates a new brotherhood as far out as to the edge of the earth. That is why everybody was able to hear others speak in their own native language – the Acts reminds us.

Even today the Spirit calls us to look forward, open the boundaries of our heart and listen to the Word. The Gospel is not a script to copy and the Church is not a museum to protect. In its origin, the Cristian community had the courage to welcome in its bosom the non-circumcised, by being inspired by the Holy Spirit. That Church also had the audacity to write down the Good News and had been a pilgrimage to the end of the known World. It is up to ourselves today to pass on in the same way “the Gospel we have received”, without fear, without shame, and everywhere we go in this globalised world. “The Advocate, the holy Spirit that the Father will send in my name – he will teach you everything and remind you of all that (I) told you” (John 14,26).

It is not an easy task to bear witness to the Church of the Pentecost as it is the Church of joy (as the blessed Pope Paul VI reminded us) but also the Church of martyrdom. Do not be fooled in thinking you will not have to pay a price, even personal. Quite the opposite, living the Gospel of the “sacred gestures” locked in the sacristy or hidden behind the smoke of incense is undoubtedly easier. The Spirit instead calls us to embark onto the paths of life, and walk along the way (odos) as the Gospel is called in the Acts of the Apostles. The most difficult language will be that spoken by those we come across with, those we are dealing with, those who are against us, perhaps in the belief they are acting for the good. The Spirit will teach us also this language.

 


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L’altra metà della Chiesa

Don Francesco Pesce e Monica Romano

Si sono susseguite in queste ultime settimane notizie sul tema del ruolo della donna nella Chiesa. Un argomento non molto trattato a dire la verità (almeno in Italia), a parte qualche uscita “a effetto”, a volte un po’ puerile, ripresa da qualche giornale ma che poi cade nel vuoto. Parlando all’Unione Internazionale delle Superiori Generali (UISG), in riunione in questi giorni a Roma, Papa Francesco ha risposto a una domanda di una religiosa dicendosi disposto a formare una commissione per studiare la questione del diaconato femminile. Tema trattato in un convegno svoltosi proprio nei giorni precedenti a Münster, in Germania, promosso dalla KatholischeFrauengemeinschaftDeutschlands (Comunità cattolica femminile della Germania – Kfd), dalla KatholischeDeutscheFrauenbund (Federazione cattolica femminile tedesca – Kdfb), e da altre organizzazioni laicali. Anche all’ultimo Sinodo dei vescovi sulla famiglia, Mons. Paul-André Durocher – vescovo di Gatineau (Québec), già presidente della Conferenza Episcopale Canadese – aveva chiesto per le donne l’accesso al diaconato che, secondo la tradizione, è diretto non “ad sacerdotium, sed ad ministerium”. Negli anni ‘90, il Card. Carlo Maria Martini aveva accennato alla possibilità del diaconato femminile ed era emerso che rimanevano da studiare ulteriormente la natura e la prassi del diaconato femminile nella Chiesa primitiva. In un articolo della Civiltà Cattolica del 1999, si analizzavano le principali linee del dibattito sulla questione, incentrato sulla distinzione tra un diaconato femminile inteso come servizio (appunto “diaconia”) e il diaconato come primo gradino dell’ordine sacro, com’è quello maschile, dal quale le donne sono escluse nella Chiesa cattolica. Qualche settimana fa, qualche polemica era sorta sulle parole di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, che sosteneva che anche le donne potessero tenere l’omelia.

Ma cosa pensano le donne, in particolare quelle cattoliche, di queste cose che le riguardano? Del loro ruolo, del loro contributo nella Chiesa? Ci sembra di osservare come queste donne impegnate in prima fila nella Chiesa non parlino molto di questo, mentre le loro opere parlano per loro. E il loro contributo nelle parrocchie, nelle istituzioni educative, nelle opere di carità, negli ospedali e nei centri di assistenza sociale, e nelle attività missionarie è semplicemente straordinario. Le donne hanno già un ruolo nella Chiesa: affiancano i sacerdoti nella gestione di molte attività nelle parrocchie, sono in prima linea nelle missioni, guidano interi ordini religiosi anche “internazionali”, insegnano Bibbia e Teologia….Dovrebbero eventualmente essere proprio queste donne a esporre il proprio punto di vista sul proprio ruolo nella Chiesa. Evitando argomentazioni deboli e ammantate di un femminismo vecchio stampo, che non aiutano a rappresentarle e non fanno neanche bene a una riproposizione di una totale valorizzazione del ruolo della donna nella Chiesa, che – riconosciamo – è assolutamente necessaria, a beneficio di tutto il Popolo di Dio, anche del papa e dei vescovi.

Mensa di Betania (particolare), Marco Rupnik, Centro Aletti

Ma riflettiamo per gradi. La Bibbia inizia raccontando che l’uomo e la donna sono creati insieme, in armonia e con la stessa dignità. Purtroppo, anche alcune interpretazioni fuorvianti sul peccato originale, ancora non del tutto superate, hanno contribuito a formare una immagine “negativa” della donna, contribuendo a relegarla a un ruolo subalterno rispetto all’uomo, con pochi spazi nella società.

 Nei Vangeli Gesù compie una vera e propria rivoluzione: difende una donna adultera dalla lapidazione; si ferma a parlare con una samaritana – i samaritani erano un po’ considerati come una sorta di “eretici”; ha al suo seguito e tra i suoi amici più cari molte donne…Per non parlare poi del ruolo di Maria, la Madre di Dio, e del fatto che il Risorto appaia per primo a due donne, che diventano quindi le prime annunciatrici della Pasqua. Ma è già l’Apostolo Paolo che, pur nella sua visione egualitaria del mondo – “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28) – a operare un ridimensionamento: “Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio….L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo…. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo”. Anche se poi riconosce: “Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna; come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio”. Certamente la rigida educazione farisaica e il venire a contatto con i popoli “pagani” che certamente agli occhi di Paolo avevano delle abitudini molto “libertine” ne hanno fortemente influenzato la posizione sulla donna, condizionandone poi il ruolo nella Chiesa. E’ interessante però un articolo della biblista Marinella Perroni, che rilegge la presunta misoginia di Paolo e spiega come l’Apostolo delle Genti apprezzò e utilizzò le donne per l’apostolato (http://www.stpauls.it/vita/0901vp/0901vp85.htm).

Nella millenaria storia della Chiesa che si sussegue, fino a oggi, sono state tante le donne che hanno saputo imporsi attraverso la santità, la testimonianza e il coraggio della loro vita.  Spesso con origini, vocazioni e percorsi molto diversi. Pensiamo a Matilde di Canossa, nobile, che aiutò il papa al tempo della lotta per le investiture; Monica, mistica madre di Agostino; Ildegarda di Bingen, monaca benedettina e prolifica scrittrice; Chiara di Assisi, tanto vicina a San Francesco; Teresa D’Avila e Caterina da Siena, prime donne proclamate dottore della Chiesa dal Beato Paolo VI  nel 1970; e tantissime altre, fino ad arrivare all’età moderna e contemporanea, come Teresa di Lisieux, Edith Stein, Simone Weil, Gianna Beretta Molla e Madre Teresa di Calcutta, che sarà canonizzata da Papa Francesco il prossimo settembre.

 Gli ultimi papi hanno mostrato di comprendere l’importanza del ruolo della donna nella Chiesa e hanno fatto passi significativi nel cammino verso una piena valorizzazione ecclesiale del “genio femminile”. Ma in questa, come su altre questioni, la Chiesa impiega del tempo. Il problema risiede oggi in una parte della Chiesa istituzione che si è sclerotizzata in un apparato rigido e tradizionalista, spesso vissuto come luogo di potere, che non si pone proprio il problema di come coinvolgere al meglio le donne per il bene della Chiesa. O peggio ancora, che soffre di “misoginia”, come d’altronde anche una parte delle nostre società.

 Ma è anche vero che tante situazioni forse ci appaiono diversamente da come sono perché non guardiamo “oltre” e non analizziamo la questione con maggiore ampiezza e complessità di vedute.

 In tante chiese in Europa dove è maggiore il calo delle vocazioni e più in generale la crisi della fede, le donne rivestono ancora di più ruoli di responsabilità. Per esempio, aiutano i sacerdoti – che amministrano diverse parrocchie sparse nel territorio appunto per mancanza di preti – ad aprire e “gestire” le chiese, guidare la preghiera, perfino distribuire l’eucarestia. Questo avviene anche nei Paesi extra-europei, per ragioni un po’ diverse –  i grandi numeri e gli immensi, spesso mal collegati territori. Le chierichette che in Italia e in particolare a Roma non si vedevano fino a qualche anno fa, soprattutto quando il Papa celebrava in parrocchia, erano prassi normale da tempo in altri Paesi, soprattutto nel Nord Europa. Vi sono tante donne, anche laiche, impegnate nei vari organismi della Chiesa locale e che coadiuvano i vari ordini religiosi attraverso associazioni di fedeli in varie parti del mondo…

Certo, è comprensibile porsi alcune domande. Perché ad esempio le superiori dei grandi ordini religiosi non possono partecipare al Conclave ed eleggere il Papa, o quantomeno alle riunioni del preconclave? Perché alcune donne qualificate non possono ad esempio far parte della commissione che consiglia il Pontefice sulla riforma della Curia, senza per questo dover diventare cardinali? Proposta, questa delle “donne cardinali”, che Papa Francesco non sembra aver tenuto in considerazione, avendovi notato una sorta di clericalismo: “le donne vanno valorizzate, non clericalizzate”, aveva commentato in proposito.

La nostra risposta a queste questioni e interrogativi è che bisogna guardare oltre, appunto, e tornare alla Chiesa della Pentecoste e del Concilio. La Chiesa degli inizi, descritta negli Atti degli Apostoli, ci mostra che bisogna lasciarsi guidare dallo Spirito Santo. La presenza dello Spirito è vita per ognuno noi. Una parte della Chiesa pensa se stessa in termini ristretti, di categorie, di passato, senza lasciarsi illuminare dallo Spirito, che vivifica. Il presente e il futuro attendono risposte creative, che mettano al servizio della Chiesa e del mondo l’uomo e la donna, immagini diverse e complementari di Dio. Se parliamo secondo lo Spirito dobbiamo parlare in modo tale che la nostra parola sia maschile e femminile insieme. Abbiamo bisogno di una Chiesa nella quale la sensibilità e l’intelligenza della donna siano messe in pienezza al servizio anche in alcuni processi consultivi, decisionali e di governo. Ma non bisogna cadere nel clericalismo, nel carrierismo o – come ha ancora ammonito il Papa recentemente – nel femminismo nella Chiesa. E’ necessario invece attuare il Concilio e affrontare questa questione all’interno di quella più ampia della partecipazione dei laici alla vita della Chiesa. A partire dal problema della formazione teologica e biblica che, almeno in Italia, rimane ancora principalmente indirizzata ai sacerdoti e ai religiosi in quanto a curricula e organizzazione, che non sempre facilitano la partecipazione dei laici. E ripensando gli ambiti di servizio, degli stessi sacerdoti e religiosi nella Chiesa. Devono guidare tutti i dicasteri ecclesiali? E non si potrebbe lasciare ancora più spazio ai docenti laici nelle università pontificie? Non sarebbe appropriato che per esempio alcuni uffici siano affidati ai laici, che siano più laici ad insegnare, per lasciare ai sacerdoti (tra l’altro in calo per la crisi delle vocazioni) la pastorale con la gente e l’amministrazione dei sacramenti? E’ vero anche che chi guida i dicasteri e gli uffici della Chiesa è affiancato da diversi laici, inclusi esperti come consultori, e molti consultori sono laici, comprese le donne. E così, sono in aumento le donne che insegnano materie “religiose”, anche bibliche e teologiche, e quelle a capo di dipartimenti e facoltà nelle università pontificie, e probabilmente non sono un’eccezione in molti Paesi d’Europa, forse anche fuori dall’Europa. Dall’altra parte, constatiamo che vanno anche letti in prospettiva certi atteggiamenti di natura più conservatrice da parte di alcuni ambienti ecclesiali, quando in diversi sistemi sociali e culturali, anche avanzati, la donna fa fatica a imporsi in alcuni ruoli “tradizionalmente maschili”. Inoltre, in alcune chiese particolari, per questioni culturali, la questione di una maggiore partecipazione delle donne nella Chiesa non è affatto sentita come priorità, a partire dalle donne stesse, e la questione del ruolo della donna, dell’eguaglianza di opportunità per uomini e donne, va ben oltre l’ambito ecclesiale.

Non cadiamo nella tentazione di pensare alla Chiesa come un’istituzione monolitica, spesso con parametri occidentali, e avulsa da un suo contesto storico-culturale specifico. Inoltre, non è l’equiparazione dei ruoli quella cui aspirare, ma la massima valorizzazione dei laici e delle donne, come quella di tutti, nella Chiesa. Ben consapevoli che l’“antropologia cristiana”, la visione dell’uomo e della donna da parte di Dio, non utilizza i nostri “comuni” parametri sociologici, psicologici, storici….

Forse quello sui cui ci sembra si potrebbe lavorare è una maggiore partecipazione della comunità ecclesiale “dal basso”. Per far sì che la Chiesa e il papa possano beneficiare del contributo di tutti quei laici, alcuni dei quali molto preparati per formazione teologica e molto impegnati nelle varie realtà ecclesiali, che sono in prima fila nella vita pastorale a vari livelli. Ma questo non vale solo per i laici (e per le donne), vale anche per i sacerdoti e i religiosi. Per questo pensiamo che sia necessario guardare oltre, con una prospettiva più ampia, piuttosto che ragionare in termini che rischiano di presentare il problema come delle rivendicazioni dal sapore mondano, che non si addicono all’esercizio dei ministeri nella Chiesa.

Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” (At 2,1). Pochi giorni fa la Chiesa ha celebrato la Pentecoste.  Nel cenacolo che fu il luogo della lavanda dei piedi e dell’istituzione dell’Eucaristia erano tutti insieme. Certamente li univa la paura, ma erano tutti insieme. In quello stare insieme a Pentecoste  irrompe lo Spirito che fa nuove tutte le cose. La Chiesa deve sempre ripartire da questo stare insieme lasciandosi guidare dallo Spirito, perché solo in questo modo saprà rendere viva la presenza del Cristo Risorto. Non tradiamo ancora una volta il Risorto e non lasciamo cadere il soffio dello Spirito. Saranno i frutti e non le dichiarazioni d’intenti a rendere testimonianza di quello che tutti – uomini e donne, laici, chierici e religiosi – avremo fatto per la Chiesa.


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Viet Nam: flowers for Mama Mary/Fiori per la Madonna 

We are so happy to post a first nice contribution from sister Mary Tran from Viet Nan. Sister Mary is a wonderful Catholic sister working to suppor poor children from ethnic minority groups. Through the help of the sisters, these children are able to receive  appropriate education and live in a boarding school where they receive the care and assistance of the sisters. The first two photos attached to the post refer to this year and the last two to May 2015.

Con grande gioia postiamo un primo blog di suor Mary Tran, dal Viet Nam. Suor Mary e’ una meravigliosa suora cattolica che lavora per favorire l’istruzione dei bambini appartamenti a famiglie povere delle minoranze etniche. Attraverso l’aiuto delle suore, questi bambini ricevono un’istruzione adeguata e vivono in una scuola dove ricevono cure e assistenza. Le prime due foto si riferiscono a quest’anno, le ultime due a maggio del 2015.
 

Sr. Mary Tran 

As usual, during the month of May which is dedicated to Mother Mary in a special way, there is a nice tradition in Viet Nam whereby  the children in most of the parish churches offer flowers to The blessed Virgin Mary.
This year the children of our boarding school were assigned to offer the flowers on the first Saturday of May at our parish church in Kontum diocese.

©Huong Tran, Francesco Pesce 

 

 

©Huong Tran, Francesco Pesce 

 

©Huong Tran, Francesco Pesce 

 

©Huong Tran, Francesco Pesce 

 

Come da tradizione, durante il mese di maggio che è dedicato alla Madonna in maniera speciale, in Viet Nam i bambini della maggior parte delle parrocchie offrono fiori alla Santa Vergine.

Quest’anno, ai bambini della nostra scuola e’ stato assegnato di portare i fiori il primo sabato di maggio, nella nostra parrocchia nella diocesi di Kontum.

 


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Jesus is Risen! Alleluia!! Easter song as sung in a small town of India!

We are happy to publish the first blog post of Fr. Pinto, from India, another dearest friend of ours. He is such a wonderful person and very committed and always smiling priest. We often remember him and are grateful to him for great help he gave to us in our pastoral work. We miss him very much but we are happy to see that he is doing well in that great country of India. We are still in Easter time so that sharing this experience of him and his community is still relevant and meaningful.

Fr. Pinto Rockwin

For Christians, Holy Week, starting on Palm Sunday and ending with Easter Sunday (March 27 this year) is considered the source and summit of ecclesiastical and liturgical year. Maundy Thursday, Good Friday, Holy Saturday along with Easter Sunday – are called sacred Triduum whereby Christians commemorate the last days of Jesus here on Earth when he expressed his deep most love for His people through his passion, death and resurrection.

Here, I narrate these three-day experiences of a small town called Kulur in the city of Mangalore, India. The parish is dedicated to the patronage of St. Antony of Padova. On Maundy Thursday, reliving the cenacle experience of Jesus, for the first time, women were included in washing of the feet of the disciples as per the Pope’s directive (see photos). Priest who is considered as a an eminent figure in the society here, the washing of the feet communicates a very formidable message of service and humility as intended by our Lord.

On Good Friday, apart from the liturgical service as prescribed by the Liturgy, there is a particular custom in this part of the world. They call it ‘Bringing down Jesus from the Cross’. A group of persons come in with lanterns and climb the ladder first to remove the nails and then, to bring His body down from the cross followed by the procession of the statue of Jesus and Or Lady of Sorrows in the town (See images). Incidentally, this year witnessed the culmination of 25 years to this custom.

Finally, on Holy Saturday, the church filled with the faithful participated in the luminous liturgy of Easter night and renewed their Baptismal vows. People usually abstain from eating meat throughout the Lent season, thereby, day of Easter when the angels sing, ‘Glory’, peoples acclaim, ‘Alleluia’, they enjoy their fellowship meal in their families. Being a Catholic Priest from few months I sincerely experienced the profound significance of these moments which we commemorate every Sunday, on the day of the Lord.


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Ora et labora: Pasqua/Easter in Benin

Riceviamo una testimonianza di Don Igor Kassah, sacerdote del Benin, che opera a Natitingou, nel Nord del Paese. Ci manda alcune foto dei lavori di costruzione di alcune capanne che servono per far riparare i fedeli dalle piogge e consentire loro di partecipare alla Messa e ai vari momenti liturgici – che si tengono all’esterno – senza bagnarsi. Purtroppo delle piogge particolarmente violente qualche settimana fa hanno distrutto alcune delle capanne già parzialmente costruite. Sono purtroppo rimasti vittime anche due bambini che giocavano per strada. Don Igor e i fedeli però non si sono scoraggiati, hanno messo insieme dei risparmi e hanno avviato nuovamente i lavori di costruzione, che tra poco dovrebbero essere ultimati. Riceviamo anche qualche foto della Veglia pasquale – l’accensione e benedizione del fuoco, luce di Cristo – e un battesimo. Segni, ci sembrano, di una Chiesa viva e giovane, che prega e lavora.

Fr. Igor Kassah, a priest from Benin working in Natitingou, in the Northern part of the country, shares with us some experience from his community, including photos. They are building some tents that are instrumental to having the faithful be protected by the rains and participate safely in the Mass and various liturgical celebrations, which take place outdoor. Unfortunately, the construction works have been damaged by some heavy rains a few weeks ago. Two children who were playing outside even died. Fr. Igor and his community, however, did not lose hope and put together some savings to start up the construction works again, which should be completed soon. We also receive a few photos about the Easter Vigil Mass, with the blessing of the fire, light of Christ, and the celebration of a Baptism. Symbols, it seems to us, of a lively and young Church, which prays and works.


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Perchè guardate Gesù che sale in cielo?

Pensieri sull’Ascensione del Signore

Monica Romano

Mi ha sempre colpito durante la Messa il racconto degli Atti sul momento dell’Ascensione di Gesù al cielo. Mi è sempre sembrato un momento vivido, quasi come di stare lì in mezzo ai discepoli di Gesù mentre per l’ultima volta il Signore si separava da loro che forse neanche se ne rendevano conto fino in fondo. Un momento solenne e misterioso, che forse avrà lasciato sconcerto, paura, dubbi negli apostoli. Anche più in là, quando forse in un secondo momento hanno avuto piena coscienza che il Signore non sarebbe tornato a breve, che “tutto” era ormai nelle loro mani, che stava a loro ora annunciare e testimoniare il Vangelo, senza la presenza fisica di Gesù…

Mi è rimasta sempre impressa questa frase, e mi sembrava di sentirla pronunciare con una voce solenne e potente: “Uomini di Galilea, perché state a guardare in Cielo?“. Da una parte pensavo, perché questi “uomini in bianche vesti”, angeli, fanno questa domanda su una cosa così scontata? Il Maestro tanto amato – per il Quale i discepoli avevano lasciato tutto e Cui avevano dedicato la vita e in Cui avevano riposto le loro speranze, il Maestro Che fino a qualche settimana prima era creduto morto come un malfattore e poi hanno visto addirittura risorto – se ne andava per sempre, si separava da loro, senza poi tante spiegazioni a dire la verità…Il minimo che ci si possa aspettare è che lo seguano esterrefatti con lo sguardo, fino alla sua sparizione completa… E mi colpisce sempre il “lieto fine”, anche se ormai lo conosco bene: lo vedrete tornare nello stesso modo in cui è salito al cielo. Mi ha sempre lasciato un senso di “vuoto” questa frase, quel vuoto della presenza, della vicinanza di Dio che spesso si sperimenta nella vita. Signore, ma dove sei? Nelle guerre, nelle catastrofi naturali, nelle sofferenze di bambini e di innocenti, ma anche, più semplicemente, nelle nostre vite a volte grigie, spesso fiaccate dall’esperienza del male e dell’individualismo, senza più entusiasmo e senso di gratitudine per le tante cose belle che la vita sempre e comunque ci riserva…. Dove sei, Signore – “in qualche angolo di cielo, da dove guardi noi” – come dice una bella canzone?

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Giovanni Maria Galli detto il Bibbiena, Ascensione di Cristo (particolare)

 

Mi sembra di capire altre cose se rifletto oggi su questo racconto di Luca. Nel cuore di Dio, nella storia della salvezza e nell’economia della resurrezione, “mille anni sono come un giorno che è passato“, “sono come un turno di veglia nella notte“, dice il Salmo. L’esperienza di fede, il guardare agli eventi con gli occhi della fede (gli angeli, Gesù che sale al cielo) è quella del Dio Emmanuele, “Dio con noi”. Del Sacramento eucaristico che tutti i giorni è con noi ed è pegno della nostra salvezza; della Resurrezione, cui già siamo partecipi, già ora. Mi sembra che proprio questo gli angeli volevano dirci. Non guardate inerti e inermi, come se tutto finisse lì. Questo è l’inizio di una fine che già sapete, che veramente già dovreste conoscere, se veramente avete capito che Gesù è il Signore, è risorto e ha vinto la morte per tutti noi. Per questo dico che forse gli apostoli certe cose le avranno capite dopo e per questo gli angeli fanno una domanda per nulla scontata a chi è stato testimone del Risorto. A poco a poco, con l’aiuto dello Spirito Santo, i discepoli e noi capiamo quello che ormai da 2000 anni dovremmo aver capito, ma che l’assenza del Signore, Che è asceso al cielo, a volte ci fa dimenticare. E non a caso Gesù se ne va e manda lo Spirito. Proprio perché capiva che i discepoli di allora (come quelli di oggi) non riuscivano a capire tutto, non sanno vivere l’attesa di qualcosa che già conosciamo, che già si è realizzata e vivremo in pienezza alla fine dei tempi.

Forse gli angeli volevano anche dirci: guardate pure il cielo, guardate in alto, lasciatevi ispirare, guidare da Dio, ma state bene con i piedi per terra, restate quaggiù, rimboccatevi le maniche. Attendete il Signore, restate vigilanti tra cielo e terra e siate testimoni in mezzo ai fratelli, senza perdervi nei meandri celesti. Non a caso tra le tante parole che il Signore poteva dire prima di congedarsi da suoi, dice “mi sarete testimoni”, cioè farete la mia volontà, annuncerete il Vangelo nella vita concreta, in tutto il mondo…Agli occhi della fede (gli angeli) questo è molto chiaro. Non sempre per noi, invece…

Papa Francesco ha appena ricordato nella preghiera del Regina Coeli: “Siamo saldi nella speranza se guardiamo il cielo”, “Gesù non ci lascia soli”, “è con noi, è vivo”. E l’attinenza stretta con la testimonianza concreta della fede viene riproposta da Francesco, che ci ricorda la “presenza tra noi del Signore risorto che con il dono dello Spirito continua ad aprire la nostra mente e il nostro cuore per annunciare il Suo amore e la Sua misericordia anche negli ambienti più refrattari delle nostre città“.

Signore, dacci il dono di saperti aspettare vigilanti e pronti e di saper essere noi stessi ponte tra un cielo lontano e un mondo spesso difficile, con il dono del Tuo Corpo e con la grazia dello Spirito Santo, con i quali sei con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.


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Una crisi benedetta

Pubblichiamo la postfazione del libro del Vaticanista di Rai 1 Aldo Maria Valli recentemente pubblicato, “C’era una volta la confessione”, edizioni Ancora, in cui è inclusa la postfazione di don Francesco, che riflette sul Sacramento della Confessione ai tempi di Papa Francesco. La postfazione è stata anche pubblicata sul numero del 10 marzo dell’Osservatore Romano, a p. 7.

Don Francesco Pesce

Appartengo a una generazione che è stata educata più ad aver paura di Dio che ad amare Dio; in seminario, poi, si è aggiunto un senso del dovere di fronte al quale è stato difficile rimanere libero e gioioso. Questa paura e questo distorto senso del dovere li vedo ancora oggi in tante persone che si accostano al sacramento della confessione. Paura di Dio, paura di se stessi, paura degli altri e del loro giudizio. La confessione come un obbligo, non come un incontro desiderato con il Padre che sempre perdona. Devo dire che sono anche rimasto sorpreso quando papa Francesco ha parlato, in vista del giubileo, dei «missionari della misericordia». Mi sono chiesto: ma il sacerdote non è un missionario della misericordia per definizione? Il prete non è forse l’uomo del perdono, direi, per natura sua? Poi mi sono ricordato di aver visto con i miei occhi, all’interno di qualche confessionale, il Codice di diritto canonico, lì pronto per l’uso, come in un tribunale, e mi sono anche tornati alla memoria i racconti di alcuni penitenti feriti dalla durezza di alcuni sacerdoti. E così ho capito l’idea di Francesco. Ecco, per la mia esperienza di confessore posso dire che, con l’avvento di papa Francesco, la paura è stata spazzata via e il senso del dovere è stato soppiantato dal desiderio di poter incontrare il Padre misericordioso. Non solo le confessioni sono aumentate in maniera esponenziale, ma ne è cresciuta con evidenza la qualità. Non poche persone vengono nel confessionale con il Vangelo in mano, avendo accolto il suggerimento del papa di leggerne almeno un brano tutti i giorni. E poi in base a quello che hanno letto si confessano. Tutto questo mi dà una grandissima gioia. È un vero miracolo compiuto da questo uomo, Francesco, mandato da Dio. Vedo che, grazie a Dio, non è aumentato il senso del peccato (per me c’è già troppa gente schiacciata e umiliata dal proprio peccato), ma è aumentato il senso della misericordia del Padre. Vedo, mi permetto di dire con chiarezza, che se uno si sente accolto, rispettato, incoraggiato, allora può capire meglio anche il proprio peccato e chiedere perdono. Anzi, di più: riesce a capire che il peccato, in un certo senso, è già stato perdonato, che tu sei nel confessionale per accogliere un perdono che già c’è, perché Dio, come ci dice con sublime sintesi Giovanni evangelista, è amore. Anche per questo ritengo che parlare di crisi del sacramento della confessione sia una contraddizione in termini; in crisi semmai è un certo modo di esercitare il ministero sacerdotale, vissuto più nelle sacrestie che nelle strade, un sacerdozio più con l’odore dell’incenso, e dei denari, che delle pecore. È quindi una crisi benedetta. Per la mia esperienza direi che maschi e femmine si accostano al confessionale con percentuali simili. Piuttosto vorrei segnalare due particolarità che mi colpiscono, anche se non mi sorprendono. La prima: sono i più vicini, i frequentanti da sempre, che fanno le confessioni più scontate e libresche e quasi quasi pretenderebbero una bella punizione invece del perdono. Questi sono anche coloro ai quali papa Francesco proprio non piace perché, dicono, è «comunista, pauperista, scontato», più le altre sciocchezze messe in giro dai crociati del ventunesimo secolo nonché dagli atei molto atei e poco devoti.

Vorrei fare un esempio: io sono sacerdote da sedici anni e faccio una fatica tremenda a spiegare ai catechisti (che sono sante persone) che insegnare ai bambini a dire: «Mio Dio mi pento e mi dolgo dei miei peccati perché peccando ho meritato i tuoi castighi» non è proprio il massimo: va quanto meno spiegato, e magari sostituito con altri atti di dolore biblici. E che dire di quelli che si devono confessare per forza in quel dato giorno altrimenti si interrompe la loro devozione e devono ricominciare da capo: devozione oppure ossessione?

La seconda particolarità che mi colpisce riguarda le confessioni di quelli che appartengono a certi movimenti ecclesiali, in particolare a uno molto diffuso. Sono tutte uguali, come prestampate, e del tutto prive del senso del ringraziamento per il bene che c’è. Al che io dico sempre: «Ma scusi tanto, qualcosa di bello le sarà pur successo dall’ultima confessione, o è tutto peccato?».

Concludo dicendo che è sconfortante vedere nelle chiese i cartelli con gli orari delle confessioni. Capisco l’esigenza della pianificazione e dell’organizzazione, ma la chiesa non è uno sportello delle Poste. Ho capito per mia esperienza (io faccio il parroco nel centro di Roma) che il sacerdote deve essere a disposizione in particolare all’ora di pranzo e la sera dopo la messa vespertina, perché in questo modo si va incontro alla gente che lavora. Certo, lo può fare se la chiesa resta aperta, anzi spalancata. Come il cuore di Dio, che si chiama «Padre nostro che sei nei cieli» e non «Giudice o Padrone nostro che sei nei confessionali.

 

 

 


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Papa Francesco e Madre Teresa

“Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono» (1Coir 1,27-29) Madre Teresa  inizia il suo percorso di santità  con uno strappo; come  Abramo, è  dovuta partire; ha lasciato  la sua congregazione, verso una mEta oscura alla ragione ma non a Dio. La vocazione ti chiede sempre dei cambiamenti radicali.Nel settembre 1946 Teresa  in treno andava  a Darjeeling, dove doveva svolgere gli  esercizi spirituali. In quella notte di viaggio, a contatto con condizioni di povertà estrema, ebbe una “chiamata nella chiamata”.«Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione […] Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta […] »(Cit. in Renzo Allegri , Madre Teresa mi ha detto, Ancora Editrice, Milano, 2010)  Madre Teresa decise quindi di uscire dal convento e mettersi al servizio dei “più poveri tra i poveri”, e quattro anni più tardi fondò le Missionarie della Carità.Teresa ha capito che doveva  incontrare Dio non  solo nel «rito» o  «nel recinto» religioso, delimitato dallo spazio dell’edifico chiesa, e dal tempo, nella liturgia. Lei ha voluto incontrarlo nella storia degli uomini, dove duemila anni fa  una «voce» ha parlato in una notte piena di  stelle,a Betlemme, nel cuore stesso  della storia, nel cuore dell’uomo. Dio parla nella notte piena di stelle, nel deserto, in terra straniera, nei luoghi più derelitti del mondo  e la sua Presenza è la Parola che si incarna sotto le stelle in una mangiatoia, quando «il Lògos carne fu fatto» (Gv 1,14).Madre Teresa si fa allora pellegrina con gli uomini e le donne di ogni tempo in cammino verso la Gerusalemme celeste.Madre Teresa è la prova che nessuno di noi può allontanarsi dalla terra per salire al cielo per  incontrare Dio. Possiamo incontrare Dio solo nel contesto della nostra umanità e con le categorie dell’umanità. Un Dio che è sceso nella storia.Quando Dio chiama rompe ogni sicurezza e chiede l’abbandono totale, fondato sulla roccia della Parola e su niente altro. Teresa proprio come Abramo si è sentita  rivolgere la  Parola di Dio con  un verbo imperativo: «Vattene da…», ed ha camminato, con la  fede. e con  l’Amore. Papa Francesco con un altro strappo, derogando ai tempi canonici, compirà il 4 settembre il cammino di santità di Madre Teresa. Il papa dei poveri canonizzerà la santa dei poveri; può essere solo un caso? Il Signore in Francesco e Teresa unisce il cielo con la terra realizzando la beatitudine dei poveri; la povertà, è  condizione per entrare nel Regno di Dio. L’evangelista Luca parla di povertà concreta, reale, mentre Matteo – aggiungendo “in spirito” – indica chi nel proprio cuore, nel proprio spirito, è staccato dalle ricchezze. Papa Francesco che proclama santa Madre Teresa, è ancora la Parola di Dio che continua a parlare e a realizzarsi nella storia; è la Parola della misericordia che Francesco e Teresa incarnano nella loro vita. Il quattro settembre prossimo ancora una volta gli angeli dal cielo canteranno il Gloria insieme agli uomini qui sulla terra, e la Parola di Dio come un suono di campane si diffonderà fino ai confini della storia. La stessa Parola  chiede a noi  di assecondare la voce dello Spirito Santo che guida oggi come ieri la sua Chiesa verso l’orizzonte della risurrezione finale.


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La Chiesa e le donne

Don Francesco Pesce

« E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. […] Allora l’uomo disse: “Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta.” […] Alla donna disse: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà »(Genesi 1,27; 2,23; 3,16)

La Bibbia inizia raccontando  che l’ uomo e la  donna sono creati insieme, in armonia e con  la stessa dignità. Purtroppo le nefaste interpretazioni del mistero del peccato originale, ancora non del tutto superate, hanno contribuito a relegare la donna ad un ruolo subalterno e strumentale rispetto all’uomo. Così l’Antico Testamento ha accompagnato senza modificarla una società patriarcale e maschilista, dove la Legge restringeva considerevolmente le libertà della donna considerata solo legata alla maternità e alla procreazione, come d’altronde in molte altre società.

Nei vangeli Gesù compie nei principi e nei fatti una vera e propria rivoluzione: difende una prostituta dalla lapidazione; si ferma a parlare con una samaritana – i samaritani erano un po considerati come una sorta di “eretici”; si fa toccare da un ammalata, l’emorroissa e la guarisce per la sua fede… Infine, Gesù risorto appare  per primo a due donne, che diventano le prime annunciatrici della Pasqua. Già l’Apostolo Paolo pur nella sua visione egualitaria del mondo: “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal3,28), opera un ridimensionamento della rivoluzione di Gesù.: “Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli.  Tuttavia, nel Signore, né la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza la donna;  come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha vita dalla donna; tutto poi proviene da Dio. Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto?  Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli,  mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine e neanche le Chiese di Dio” (1 Cor 11,3-16).

Nella storia della Chiesa che via via si è sviluppata alcune donne cariche come le altre di questi e altri pregiudizi, hanno però saputo però imporsi attraverso la santità, la testimonianza e il coraggio della loro vita.  Pensiamo a Matilde di Canossa al tempo della lotta per le investiture; Monica, mistica madre di Agostino; Ildegarda di Bingen, polivalente donna di arte, cultura e fede; Chiara di Assisi, tanto vicina a Francesco; Teresa D’Avila e Caterina da Siena, prime donne dopo duemila anni di cristianesimo proclamate da Paolo VI  nel 1970 dottore della Chiesa; e tantissime altre, fino ad arrivare ai tempi moderni e contemporanei con Teresa di Lisieux, Edith Stein, Simone Weil, Madre Teresa di Calcutta, Gianna Beretta Molla.

Gli ultimi papi hanno preso pienamente coscienza dei ritardi storici  a riguardo della dignità e del ruolo donne nella Chiesa. Il problema risiede oggi nella Chiesa istituzione che si è sclerotizzata in qualche sua parte, in un apparato rigido e tradizionalista, che ha bisogno di urgente, necessaria e non  più rinviabile apertura verso la donna, per metterne a disposizione al meglio gli specifici carismi, il “genio”, parafrasando Giovanni Paolo II. 

Tutto questo si può fare tornando alla Chiesa della Pentecoste e del Concilio. La Chiesa degli inizi, descritta negli Atti degli Apostoli, ci chiede di lasciarci guidare dallo Spirito Santo. La sua presenza è vita per ognuno. Il Concilio Vaticano II  non ha paura di dirci che questa presenza è universale, diffusa quanto è diffusa l’umanità: “Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale” (GS 22).

La Chiesa a volte misogena (come parte della società) ha pensato lo Spirito in termini ristretti, di categorie, di passato, mentre il presente e il futuro  attendono risposte creative; queste risposte devono nobilitare e valorizzare le donne nella Chiesa, a beneficio di tutto il Popolo di Dio, e anche del papa, dei vescovi e dei preti. Se noi parliamo secondo lo Spirito dobbiamo parlare in modo tale che la nostra parola sia maschile e femminile insieme. Abbiamo bisogno di questo riposizionamento perché l’alternativa è il ritorno del passato più oscuro e una Chiesa quasi fuori dalla realtà perché una meta’ ne è quasi esclusa.

 “Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” (At 2,1)  Nel  cenacolo che fu il luogo della lavanda dei piedi, della Eucaristia erano tutti insieme; certamente li univa la paura, il  lutto per la scomparsa del Maestro, ma erano tutti insieme,uomini e donne. In quello stare insieme a Pentecoste  irrompe lo Spirito che fa nuove tutte le cose. La Chiesa deve sempre ripartire da questo stare insieme, domenica dopo domenica, perchè solo in questo modo la presenza del Cristo Risorto sarà riconosciuta. Non  tradiamo ancora una volta il Risorto e  la missione del Suo Spirito. Saranno proprio i suoi frutti e non le dichiarazioni di intenti a darcene testimonianza.