ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Il “secondo passo”. Prospettive del viaggio del Papa in Colombia

Nella  consueta conferenza stampa sull’aereo di ritorno a Roma, al termine del pellegrinaggio in Colombia, Papa Francesco ha così risposto a una domanda di un giornalista, a proposito di un ipotetico ritorno un giorno nel paese latinoamericano: “mi piacerebbe che almeno il tema del viaggio  fosse ‘Facciamo il secondo passo’ ”.

Facciamo il primo passo è stato il motto di questo pellegrinaggio e possiamo dire che realmente il Papa ha sostenuto questo slancio e ora un intero popolo continua con fiducia il cammino difficile della riconciliazione.

In Colombia l’annuncio della Parola di riconciliazione è particolarmente urgente. A noi è affidata la Parola, il ministero della riconciliazione ci ricorda San Paolo nella sua Seconda Lettera ai Corinzi.

Allargando l’orizzonte della sua riflessione, il Papa ricorda che è urgente anche la riconciliazione con il creato: «siamo superbi, non vogliamo vedere. Ma gli scienziati sono chiarissimi sull’influsso umano nei cambiamenti climatici»

Viviamo in un tempo in cui cresce la coscienza verso i misfatti compiuti dall’uomo nei confronti della creazione. La creazione si sciupa attorno a noi, deperisce, sotto i nostri colpi. E’ urgente una riconciliazione fra l’uomo e l’universo; bisogna anche riconoscere che un esagerato antropocentrismo spesso veicolato da una certa teologia cristiana ha favorito un comportamento sbagliato nei confronti della natura. L’uomo occidentale in particolare, che abbatte le foreste, soffoca di grande inquinamento urbano, inquina i suoi mari, deve recuperare il rispetto, l’amore per la natura.

Papa Francesco in questo pellegrinaggio straordinario, ci ricorda che la Chiesa è il segno, la sentinella che dice che è possibile, anzi è nella natura dell’uomo immagine di Dio, mettere l’amore alla base dell’esperienza collettiva. La riconciliazione con il Creato, tra gli uomini, tra i popoli, tra le religioni, non sarà vanificata dalla storia, perché in Cristo la riconciliazione è già cominciata. “ Dio ha riconciliato a se il mondo in Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor5,18-20). Pensiamo cosa ci è affidato ; a noi non è affidato il ministero della guerra, del razzismo, del nazionalismo, del populismo, del colonialismo, a noi è affidato il ministero della riconciliazione.

Dicendo questo subito ci accorgiamo di doverlo dire in atteggiamento penitenziale: noi non siamo una comunità riconciliata; i cristiani sono divisi; nella Chiesa stessa esiste il germe diabolico della divisione.

Ma perché non siamo riconciliati? Perché in noi non ha il giusto posto la Parola di Dio. Dice il Signore al profeta: “Ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia”(Ez 33,7). Noi a volte abbiamo annunciato parole che non erano dalla bocca di Dio; abbiamo detto tante cose, dicendo che erano la volontà di Dio, e invece non era vero, erano e a volte sono ancora oggi parole di potere, di ideologia, di moralismo, parole che vincono e così siamo diventati ministri di divisione. Noi non dobbiamo dire parole che vincono, ma parole che salvano

La Parola del Vangelo non fa la guerra, non è una parola che vince, ma che salva, che ama e riconcilia.  A noi è stata affidata questa Parola. La fede non è competizione, non è difesa di nessuna struttura, ma la strada da percorrere nella storia  fino alla piena comunione con Dio che sarà tutto in tutti.

Ancora una volta i piccoli, i bambini possono essere i veri maestri di riconciliazione, ricorda il Papa, sintetizzando il viaggio appena concluso: “Quello che più mi ha colpito dei colombiani: nelle quattro città c’era la folla sulla strada; i papà, le mamme alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa e perché il Papa desse loro la benedizione. Come dicendo: “Questo è il mio tesoro, questa la mia speranza, questo è il mio futuro. Io ci credo”. La tenerezza. Gli occhi di quei papà e di quelle mamme. Bellissimo, bellissimo! Questo è un simbolo, simbolo di speranza di futuro. Un popolo che è capace di fare bambini e poi mostrarli, come dicendo: “Questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro”.


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Ascoltare e pregare: il Motu Proprio di papa Francesco Magnum Principium

Con il nuovo Messale romano, nel novembre 1969 entrò in vigore la riforma liturgica del dopo concilio.
Cinque anni prima il papa Paolo VI aveva già celebrato la messa nella nuova forma, nella parrocchia romana di Ognissanti e aveva tra le altre pronunciato queste significative parole:” Prima bastava assistere, ora occorre partecipare; prima bastava la presenza, ora occorre l’attenzione e l’azione.; prima qualcuno poteva sonnecchiare, e forse chiacchierare, ora no, deve ascoltare e pregare”.
La novità più importante come si sa, della riforma liturgica post conciliare è stata l’introduzione nel rito della messa, delle traduzioni nelle lingue volgari, e anche una grande ricchezza dei testi biblici da proporre nelle letture della messa.
Oggi con il Motu Proprio “Magnum Principium” papa Francesco continuando con la ricezione dello Spirito del concilio, chiarisce che la competenza della traduzione dei testi liturgici, spetta alle conferenze episcopali nazionali. Non è soltanto un decentramento di funzioni e di competenze, ma un riconoscimento dello Spirito e del magistero dei singoli vescovi diocesani. La Santa Sede come suo compito proprio interverrà per confermare o no e non per revisionare le traduzioni. A questo proposito nel motu proprio “Magnum principium” sono di particolare rilevanza circa il can. 838, i commi 3 e 4: § 3. “Spetta alle Conferenze episcopali preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, adattate convenientemente entro i limiti definiti, approvarle e pubblicare i libri liturgici, per le regioni di loro pertinenza, dopo la conferma della Sede apostolica”; § 4. “Al vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti”.
Le ricchezze che la storia liturgica ci ha consegnato e trasmesso, non sono un fine, ma uno strumento nelle mani della Chiesa che sempre più e meglio vuole aiutare i fedele a meglio conoscere e a meglio entrare nel grande mistero di Dio. Come ha spiegato Monsignor Roche, arcivescovo, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, le modifiche formulate dal Motu Proprio sono “al servizio della preghiera liturgica del popolo di Dio”.
La storia delle traduzioni dei testi liturgici e della Bibbia stessa, è una storia affascinante, che interessa le culture degli uomini e dei popoli, la fede della Chiesa, la Parola di Dio che vuole donarsi agli uomini di ogni generazione.
“Considerata l’esperienza di questi anni, ora – scrive il papa nel Motu Proprio – è sembrato opportuno che alcuni principi trasmessi fin dal tempo del Concilio siano più chiaramente riaffermati e messi in pratica’.
Papa Francesco ancora una volta, alleggerendo il peso sulle spalle dei fedeli, sta testimoniando ancora una volta la Chiesa, popolo di Dio radunato in preghiera, per una sempre nuova conversione, nell’attesa dell’incontro definitivo con il Signore che viene.


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“Il fuoco dell’Amore di Cristo”. Il viaggio del papa in Colombia

E’ iniziato circondato dall’affetto di grandi folle di popolo, il viaggio in Colombia di papa Francesco. Come primo atto papa Francesco ha desiderato rendere omaggio all’immagine di Nostra Signora di Chiquinquirà, regina e patrona della Colombia.

Subito dopo ha incontrato  i giovani  che lo attendevano nel piazzale del palazzo vescovile in Piazza Bolivar; il papa ha esortato i giovani ad entrare nel cuore delle sofferenze del loro popolo per imparare a comprendere e perdonare. Da questo dice ancora il papa dipende in gran parte il futuro della Colombia .

“A questo grande sogno, oggi vi voglio invitare”. Francesco invita i giovani ad osare il futuro, a contagiare con il loro entusiasmo e la loro gioia, la società colombiana, fondando la loro testimonianza sul “ fuoco dell’amore di Cristo”.

«Voi avete la capacità non solo di giudicare, di segnalare errori, ma anche quell’altra capacità bella e costruttiva: quella di comprendere”. Dalla comprensione al perdono:”La vostra giovinezza vi rende anche capaci di qualcosa di molto difficile nella vita: perdonare. Perdonare coloro che ci hanno ferito; è notevole vedere come non vi lasciate invischiare da vecchie storie, come guardate in modo strano quando noi adulti ripetiamo fatti di divisione semplicemente perché siamo attaccati a dei rancori”.

Incontrando le autorità politiche e la società civile nella Plaza de Armas del palazzo presidenziale di Bogotà, il papa ha lodato gli sforzi profusi e i risultati ottenuti per arrivare alla pace e alla riconciliazione, ammonendo allo stesso tempo  di :” rifuggire da ogni tentazione di vendetta e ricerca di interessi solo particolari e a breve termine”.

Il Papa ha poi ricordato  il motto della Colombia: «Libertà e Ordine», sottolineando che “i cittadini devono essere stimati nella loro libertà e protetti con un ordine stabile. Non è la legge del più forte, ma la forza della legge, quella che è approvata da tutti, a reggere la convivenza pacifica”.

Bisogna poi guardare in modo particolare a :” tutti coloro che oggi sono esclusi ed emarginati dalla società, quelli che non contano per la maggioranza e sono tenuti indietro e in un angolo. Tutti siamo necessari per creare e formare la società […] Vi chiedo di ascoltare i poveri, quelli che soffrono. Guardateli negli occhi e lasciatevi interrogare in ogni momento dai loro volti solcati di dolore e dalle loro mani supplicanti”.

Infine il pontefice ha esortato   a rivolgere lo sguardo  alla donna, al «suo apporto, il suo talento, il suo essere “madre” nei diversi compiti».  Francesco ha terminato citando il «gran compatriota» Gabriel García Marquez sul grande valore della vita.

Congedandosi dalle autorità ha così concluso:” Molto è il tempo passato nell’odio e nella vendetta […] e  ho voluto venire fino a qui per dirvi che non siete soli, che siamo tanti a volervi accompagnare in questo passo; questo viaggio vuole essere un incitamento per voi, un contributo che spiani un po’ il cammino verso la riconciliazione e la pace”.

Anche incontrando il comitato direttivo del Celam, l’organismo di rappresentanza dell’episcopato latinoamericano, il papa ha parlato della donna:” Per favore, le donne «non possono essere ridotte a serve del nostro recalcitrante clericalismo; esse sono, invece, protagoniste nella Chiesa latinoamericana”. Lo ha detto sottolineando il grande sinodo di Aparecida come:” ultimo evento sinodale della Chiesa latinoamericana”, per ricordare ai vescovi , l’importanza di mettere :” la missione di Gesù nel cuore della Chiesa stessa, trasformandola in criterio per misurare l’efficacia delle strutture, i risultati del lavoro, la fecondità dei ministri e la gioia che essi sono capaci di suscitare. Perché senza gioia non si attira nessuno”.

Il Vangelo spiega papa Francesco non è :” un programma al servizio di uno gnosticismo di moda,  un progetto di ascesa sociale o una visione della Chiesa come burocrazia che si autopromuove, né tantomeno questa si può ridurre a un’organizzazione diretta, con moderni criteri aziendali, da una casta clericale». Il lavoro sinodale della chiesa latinoamericana a Aparecida,  «è un tesoro la cui scoperta è ancora incompleta».

 Il cammino della Chiesa e della società in americalatina, ancora una volta hanno bisogno delle donne, sull’esempio di Maria:” dalle sue labbra abbiamo imparato la fede; quasi con il latte del suo seno abbiamo acquisito i tratti della nostra anima meticcia e l’immunità di fronte ad ogni disperazione. Penso alle madri indigene o “morenas”, penso alle donne delle città con il loro triplo turno di lavoro, penso alle nonne catechiste, penso alle consacrate e alle così discrete “artigiane” del bene. Senza le donne la Chiesa del continente perderebbe la forza di rinascere continuamente. Sono le donne che, con meticolosa pazienza, accendono e riaccendono la fiamma della fede. Se vogliamo una fase nuova e vitale della fede in questo continente, non la otterremo senza le donne”.

Terminando il suo incontro con il Celam il papa ha concluso con queste forti e decisive parole:” “Se vogliamo servire, come Celam, la nostra America Latina, dobbiamo farlo con passione. Oggi c’è bisogno di passione. Mettere il cuore in tutto quello che facciamo. Fratelli, per favore, vi chiedo passione, passione evangelizzatrice”.


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Ha saputo amare anche nelle tenebre

In memoria di Madre Teresa di Calcutta a 20 anni dalla scomparsa

Ricorre oggi il ventesimo anniversario della morte di Madre Teresa di Calcutta, straordinaria donna di fede e missionaria proclamata santa. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Javier Pérez de Cuéllar, il giorno della scomparsa della madre ebbe a dire : “Lei è le Nazioni Unite. Lei è la pace nel mondo.” Queste parole esprimono efficacemente l’ampiezza, la grandezza, la profondità del servizio alla vita che questa piccola donna ha saputo esprimere nella fede in Dio e nell’uomo, in ogni uomo. Oggi sulla sua tomba bianca nella casa di Calcutta i pellegrini di ogni tempo e di ogni fede possono leggere un versetto del Vangelo di Giovanni: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Giovanni 15,12).

madreteresa

Prima che essere donna d’azione, Madre Teresa era una donna di preghiera. Questo forse spiega la sua intrepida forza d’animo lungo una vita vissuta tra le miserie e le sofferenze del mondo. Diceva di se stessa e delle sue suore: “Siamo delle contemplative che vivono in mezzo al mondo. […] La nostra vita deve essere una preghiera continua” (R. Allegri, “Madre Teresa mi ha detto”, Ancora Editrice, Milano, 2010, pag. 59). Silenzio e preghiera sono ancor più necessari oggi per testimoniare Cristo con la vita e la carità, per vivere la nostra missione di uomini e di donne in un mondo sempre più complesso e difficile.

Nell’agosto del 1946 Madre Teresa cominciò a sentire la “ chiamata nella chiamata” come la definì lei stessa. Era la sera del 10 settembre in treno mentre andava nella città di Darjeeling per fare gli esercizi spirituali: “Quella notte aprii gli occhi sulla sofferenza e capii a fondo l’essenza della mia vocazione […] Sentivo che il Signore mi chiedeva di rinunciare alla vita tranquilla all’interno della mia congregazione religiosa per uscire nelle strade a servire i poveri. Era un ordine. Non era un suggerimento, un invito o una proposta […] ” (Cit. in Renzo Allegri, Madre Teresa mi ha detto, Ancora Editrice, Milano, 2010). Fu una chiamata interiore, una voce nel silenzio della preghiera che la spinse ad aprirsi all’accoglienza dei più poveri tra i poveri. Madre Teresa ha saputo coltivare e praticare il dono evangelico dell’accoglienza. Accogliere, prima di tutto nel proprio tempo, nel proprio cuore, andando a cercare chi era solo e abbandonato. Madre Teresa ha fatto la Chiesa in comunione, abbattendo ogni muro di indifferenza e di ipocrisia.

Davanti ai tanti calvari di tanti uomini e donne del nostro tempo, davanti alle croci degli uomini di ogni razza e religione, Madre Teresa ha saputo contemplare il volto di Cristo, come l’unità di misura di tutti quelli che danno la vita per amore. Con la forza dell’amore, questa suora che era in se stessa la carità, ha saputo fare una cosa grandiosa, una cosa divina; ha dato un nome, una dignità ad ogni croce. Cosa significa dare un nome alla croce ?

Gesù nella sua pienezza di Messia non era più un ebreo, era l’uomo: “Ecco l’uomo”. Il nome sulla croce è Uomo. Hanno certamente importanza le nostre distinzioni culturali, etniche, religiose ma quando si è in croce, quando si muore non contano più. Questa uguaglianza nel negativo è importante, perché Gesù l’ha assunta su di sé come un appuntamento: «Quando sarò sollevato sulla croce attirerò tutti a me». Tutti. Madre Teresa si è lasciata attirare ed ha attirato moltissimi alla croce di Gesù figlio dell’uomo, Salvatore di ogni uomo. Ecco perché, esattamente come ha fatto Madre Teresa non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, ma dobbiamo chiedere con forza la difesa della dignità dell’uomo, di ogni uomo.

Ci sono un ecumenismo e un dialogo intereligioso della carità, in cui Madre Tereesa credeva molto: “C’è un solo Dio, ed è Dio per tutti; è per questo importante che ognuno appaia uguale dinnanzi a Lui. Ho sempre detto che dobbiamo aiutare un indù a diventare un indù migliore, un musulmano a diventare un musulmano migliore ed un cattolico a diventare un cattolico migliore. Crediamo che il nostro lavoro debba essere d’esempio alla gente. Attorno noi abbiamo 475 anime: di queste, solo 30 famiglie sono cattoliche. Le altre sono indù, musulmane, sikh… Sono tutti di religioni diverse, ma tutti quanti vengono alle nostre preghiere”. (Lucinda Yardey, Mother Teresa: A Simple Path, Ballantine Books, 1995.)

Com’e’ ormai noto, Madre Teresa ha anche sperimentato il buio della fede. In una delle sue lettere pubblicate postume scriveva di non sentire “la presenza di Dio né nel suo cuore né nell’Eucaristia”. E confidava : “Nella mia anima sperimento proprio quella terribile sofferenza dell’assenza di Dio, che Dio non mi voglia, che Dio non sia Dio, che Dio non esista veramente”.

In quegli anni, Madre Teresa si è offerta veramente tutta al mistero, ancora una volta con l’atto supremo di donazione nell’amore, che lei descrive con parole impressionanti: “Ho cominciato ad amare le mie tenebre perché credo che siano una parte, una piccola parte delle tenebre di Gesù e della Sua pena sulla terra“( Franca Zambonini, “Madre Teresa: la mistica degli ultimi”, Paoline, 2003, pagg. 33-34).

Madre Teresa ha saputo amare anche le tenebre, proprio come Gesù che ha vinto la morte con l’amore.

Nel nostro blog abbiamo in passato raccolto delle testimonianze di devozione verso Madre Teresa dall’India e dalla Cina.

 


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Indimenticabile pastore

Ricordo del cardinale Carlo Maria Martini a cinque anni dalla morte.

«Indimenticabile»: è questo l’aggettivo che ha pronunciato monsignor Mario Delpini, l’arcivescovo eletto di Milano, per ricordare Carlo Maria Martini, nella messa celebrata a cinque anni dalla morte.

Il tempo che passa dimostra quanto grande sia l’eredità che non si corrompe, del suo ministero episcopale, che illuminato dallo Spirito e sostenuto dalla comunione profonda con la Parola di Dio, ha superato i confini della diocesi milanese, per appartenere a tutta la Chiesa, e per diventare patrimonio prezioso della intera umanità.

Annunciare il primato dell’amore con la vita e la Parola è stato il suo compito nella storia. Amare e valorizzare il Corpo di Cristo nel mondo. Nomi di persone, luoghi geografici, il suo servizio alla Chiesa e all’uomo, in ogni incontro, in ogni ambiente della diocesi; il Vangelo diventa storia. È la logica dell’Incarnazione che entra dentro la vita concreta di ognuno di noi.

Carlo Maria Martini era ben consapevole che la vita degli uomini era vissuta in mezzo a due strade maestre: Cristo Signore, nella Sua Parola e nei Suoi gesti, e l’attesa del Suo ritorno nella Gloria, per vivere insieme nella Città Santa. Ecco, allora l’annuncio instancabile di Martini, circa il primato dell’amore, il desiderio, la vocazione di diventare lievito, luce accesa nella storia, spesso terribilmente buia. L’annuncio che La Pasqua non è una alternativa storica, ma è il cuore pulsante dei nostri giorni, il senso concreto e vivo immerso nel cuore del tempo e dello spazio.

La grandezza del suo ministero, la profondità del suo magistero, fanno impallidire alcune posizioni ideologiche, alcuni violenti attacchi strumentali che il cardinale ha dovuto subire e che non hanno avuto rispetto neanche degli anni della malattia; posizioni ideologiche che intendevano attaccare la Chiesa del concilio, come oggi si fa contro papa Francesco; visioni distorte che nulla hanno a che far con la fede e il vangelo e che “contano come pulviscolo sulla bilancia”(IS 40,15)

Ci inchiniamo alla umanità e alla fede con la quale Padre Carlo Maria Martini, ha percorso il suo cammino di santità che è ormai arrivato alla contemplazione del volto del Padre che lui più di molti altri, ha saputo intravedere e testimoniarci in Cristo Parola di vita eterna.


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Una vita e una morte in ginocchio; ad un anno dal martirio di Padre Hamel

Oggi è già un anno da quando Padre Hamel è stato  ucciso, vilmente e senza pietà a Saint-Etienne-du Rouvray, vicino a Rouen, in Francia, mentre celebrava la messa del mattino nella sua chiesa; ci furono anche alcuni feriti tra i fedeli che stavano partecipando alla liturgia. Il sacerdote aveva 86 anni e tutti gli volevano bene per le sue qualità umane e la sua profonda spiritualità .

La morte di un prete e’ come quella di tutti gli altri uomini, ma agli uomini può sempre insegnare qualcosa. Padre Hamel e’ stato ucciso vilmente e senza pietà, in ginocchio. In ginocchio e’ stata anche tutta la sua vita, curvo sui bisogni della gente, alle altezze dei poveri. Anche noi in questo momento ci vogliamo mettere in ginocchio per rendere omaggio a questo sacerdote che ha speso la sua lunga esistenza a servizio dell’uomo.

All’inizio di giugno nel Bollettino parrocchiale aveva scritto un saluto ai fedeli che si apprestavano a partire per le vacanze estive dicendo:”portate un po’ di umanità e misericordia nel mondo “.Poi e’arrivata la morte. La morte e’ l’ultima parola e noi non abbiamo parole da dire, ma solo il silenzio della preghiera e degli affetti, il silenzio dell’amore forte come la morte.  La Bibbia nel Cantico dei Cantici non dice che l’amore è più forte della morte, ma dice: “ forte come la morte e’ l’amore “. Forse perché la lotta tra amore e morte la può vincere definitivamente solo il Risorto. A Lui solo vogliamo lasciare la parola che noi non abbiamo.

Noi non abbiamo la forza di dire la parola che viene dopo la morte; la parola che viene dopo la morte, la può dire Dio solo. E Gesù questa Parola non l’ha solo detta o scritta ma l’ha vissuta in se stesso, consegnandola una volta per sempre alla Storia del mondo: “ Io sono la resurrezione e la vita , chi crede in me anche se muore vivrà “.(GV 11,25)

Gesù chiede ancora alla sua Chiesa, all’Europa ad ognuno di noi, di gettare la rete, di continuare a credere, vivere e sperare. E’ una rete che non si spezza e si riempie di amore sempre nuovo, perché è gettata sulla Parola del Risorto anche se a volte non lo abbiamo  riconosciuto , anche se a volte non ce la facciamo perché la vita non è un principio da difendere ma una cosa drammatica e magnifica,  una grande avventura  da accompagnare con l’aiuto della Grazia.

Aspettiamo continuando a fare il bene, seminando semi di fraternita’ e di pace, un alba nuova dov’è potremo gridare “ è il Signore!”, il grido di amore di Giovanni, il grido del Cantico dei Cantici “l’amato mio” (Ct2,8). Non abbiate paura – ci dice ancora una volta Gesu’- Io ho vinto il mondo.


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Il peccato europeo

Cittadini di Europa, eredi della grande tradizione greca e romana, cristiani radicati nel sangue dei martiri, persone liberate da ogni schiavitù nel secolo dei lumi. Guardando i profughi respinti con la forza e con i gas lacrimogeni alla frontiera tra Grecia e Macedonia, guardando l’accordo con la Turchia, guardando il nostro Mare Mediterraneo dove viaggiano le nostre grandi navi da crociera, io mi vergogno del mio essere europeo, greco romano, cristiano e illuminista.

Scappano dalle bombe, dalla distruzione delle loro case e dalle persecuzioni dell’Isis. Forse però non sono loro i veri profughi; forse è la nostra Europa ad aver ormai perduto le radici della sua antichissima civiltà; un’europa vecchia e stanca, che non fa più figli, e non sa riconoscere come propri, i figli dell’altra parte della umanità; sì credo proprio che è l’Europa ad essere profuga e perduta, senza una patria e senza un approdo, un futuro.

“Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”. (Mt 21,43) Ci penso spesso a queste parole del Signore; stanno già avvenendo; viene tolta la radice all’albero che non porta frutti buoni per tutti; viene tolta la libertà a chi non la sa condividere con gli altri; viene tolto anche il Vangelo a chi lo ha trasformato in privilegio e merce di scambio con il potere. L’Europa delle università e delle cattedrali, per sua colpa è ridotta ad un ospizio per vecchi, le sue nazioni sono in “guerra” le une contro le altre, i suoi confini stanno per cadere sotto i colpi della dignità di coloro che si sono stancati delle dichiarazioni di principio e hanno trasformato i loro stracci in bandiere e i loro poveri arnesi in barricate. Forse c’è proprio bisogno di un altro popolo che faccia fruttificare la vigna europea, che ricostruisca una civiltà perduta. Una civiltà europea che è diventata idolatrica di se stessa, piena di “vitelli d’oro”, perchè è sparita la parola della vera democrazia, la parola della grande filosofia occidentale, ed è sparita anche la Parola di Dio, che ti mette in una salutare crisi e ti ricorda il cuore della tua essenza, che è la condivisione dei doni di Dio.

Davanti ad un vero e proprio “peccato europeo”, forse il Vescovo di Roma Francesco, voce che grida nel deserto, è stato mandato da Dio come un nuovo Mosè: “Allora il Signore disse a Mosè: ‘Va, scendi, perché il tuo popolo, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata![..] Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga’ “(Es 32,7-10). Davanti al peccato Dio dice a Mosè, vai a dire a loro che io li distruggo. Il Dio di Gesù Cristo, non è certamente cattivo e vendicativo, ma non si compromette con il nostro male, si dissocia da una Europa che non è più se stessa e non scende a nessun compromesso.

Papa Francesco  con il suo esempio e i suoi appelli, sta distruggendo le vecchie tavole di una legge ingiusta e discriminatoria, le scaglia per terra  e lo fa in nome di Dio facendo capire al “peccatore europeo” che sta sbagliando; distruggere il male è l’inizio del perdono e della riconciliazione. Il peccato europeo è una cosa seria; le tavole della legge non esistono più, sono andate distrutte insieme a tutti i vitelli d’oro; Francesco come un nuovo Mosè denuncia la gravità del peccato, per poter liberare l’Europa proprio dal suo peccato. Chiediamo all’Europa di avere il coraggio (è ancora in tempo) di accogliere le seconde tavole della legge, questa volta, come ci ricorda Gesù, scritte non più sulla pietra, cioè nei frontespizi dei palazzi del potere, sugli scudi degli eserciti, sulla carta delle costituzioni, ma nel cuore di carne di ogni cittadino europeo. Dio ti ha già perdonato vecchia Europa; ti chiediamo di ricominciare ad essere te stessa, di ritrovare la tua antica nobiltà; non essere mai più un sogno svanito, una illusione, una delusione. Noi ne aspettiamo pregando e pur sempre amandoti, la prova.


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Migranti e rifugiati : i “lebbrosi” del mondo di oggi

Ieri 20 Giugno si è celebrata La Giornata internazionale del rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite,  per ricordare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati da parte dell’Assemblea generale dell’ONU.

La Parola di Dio è ricca di indicazioni su come affrontare questa problematica così stringente e quotidiana. Nel  libro del Levitico si parla della figura del lebbroso; il lebbroso non era solo un escluso dal villaggio, ma doveva gridare lui stesso «sono immondo». L’esclusione lo toccava dentro, nella coscienza, diventava quasi una sua identità di cui era anche lui consapevole. Questo contrasto tra il villaggio e il lebbroso lo possiamo proiettare lungo i secoli e lo viviamo ancora oggi. Il villaggio siamo noi, le nostre città, il nostro vecchio occidente, il nostro sistema economico impazzito, a volte è anche la Chiesa, quando è clericalizzata, quando non è in uscita come vuole Papa Francesco.

Ma, siccome la nostra società occidentale rivendica di ispirarsi ai grandi principi dell’uguaglianza e della fraternità, cari alla tradizione illuminista che è nata e si è sviluppata in Europa, cuore del Cristianesimo, essa si trova a professare una grande menzogna. Fa finta di voler inserire in sé, dentro il villaggio europeo e occidentale, l’escluso (il migrante, il clandestino, il senza fissa dimora, il carcerato …) ma non ci riesce. Perché non ci riesce? Perché dovrebbe guardarsi veramente dentro e contestare se stessa, il suo operato, quello che sta diventando, ed esportando nel mondo, ma non ne ha il coraggio, anzi meglio non ne abbiamo il coraggio.

I migranti sono i lebbrosi del ventunesimo secolo, del mondo di oggi. La società non ha altro luogo di esclusione che i campi di “accoglienza”, a volte quasi dei “lager” moderni dove rinchiudere le nostre ipocrisie e i nostri egoismi.

Allargare i confini del villaggio perché ci sia posto anche per quelli che sono esclusi, aggiornare le sue regole, essere veramente un villaggio globale, questa è la via che il Papa continuamente indica  dando  voce a coloro che voce in capitolo non ne hanno, che sono in balia di un futuro incerto, anche spaventoso. Allargamento dei confini, abbattimento dei muri, globalizzazione della solidarietà: possono essere l’ultimo lembo della nostra dignità.

Non dimentichino il mondo e l’occidente scristianizzato o peggio ancora apatico, indifferente e in preda a mode spiritualiste individualistiche, che Gesù ha vissuto l’esclusione, il rifiuto, l’abbandono. Già il Messia che doveva venire era atteso dai profeti come una pietra scartata. Gesù Bambino e la Santa Famiglia di Nazaret hanno vissuto da migranti, forse potremmo dire anche rifugiati, per molti anni, prima di poter tornare nella loro terra.

Papa Francesco oggi, con ancora maggiore forza, ha detto ancora che Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli scartati di oggi, perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi e sappiano che Dio è dalla loro parte e non devono perdere mai la speranza. Guai invece a quelli del villaggio se si chiudono nelle loro mura: guai agli Scribi e ai Farisei di oggi.

Gesù ha sancito una volta per sempre il crollo della struttura portante del villaggio arroccato nelle sue mura e agghindato con i suoi templi moderni, evanescenti e vuoti: “Non rimarrà pietra su pietra” se non diventa un villaggio globale, solidale e aperto, per tutti, in nome della nostra comune umanità. Chiediamo al Signore l’umiltà e il coraggio di allargare l’accampamento, aprire il fortino e abbassare le mura di cinta, altrimenti noi e prima ancora i nostri figli verremo travolti e soffocati dalle nostre stesse fortezze inespugnabili.


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Esemplari servitori del vangelo

Papa Francesco pellegrino sulle orme di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani

Papa Francesco a Bozzolo è stato accolto dal vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, che ha subito annunciato l’avvio del processo di beatificazione di don Primo Mazzolari il prossimo 18 settembre. Si è poi recato nella parrocchia di San Pietro per pregare sulla tomba di don Primo Mazzolari, e tenendo un memorabile discorso, dove tra le altre cose ha parlato del “magistero dei parroci”.

A Barbiana è stato accolto dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e anche qui ha voluto subito recarsi a pregare sulla la tomba di don Lorenzo Milani a 50 anni dalla morte. In chiesa ha poi incontrato gli studenti del priore di Barbiana e tenuto un discorso che sarà difficile dimenticare sul piazzale davanti la canonica di don Lorenzo. La sua passione educativa è stata fedeltà al vangelo e a tutti coloro che gli erano affidati ha detto il papa. Poi ha aggiunto:” Oggi il vescovo di Roma riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il vangelo, i poveri e la chiesa; prendete la fiaccola di don Lorenzo e portatela avanti”.

Don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, sono ” due sacerdoti che ci offrono un messaggio di cui oggi abbiamo tanto bisogno”, ha detto papa Francesco domenica scorsa alla preghiera dell’Angelus.

In questi giorni da più parti nella Chiesa e fuori, si sono succedute varie analisi e commenti su questo pellegrinaggio del papa; alcuni hanno parlato di “riabilitazione”, altri di “omaggio” per due sacerdoti sempre in trincea nel loro ministero. Quale che sia la giusta interpretazione, è bene lasciare spazio ai fatti. Papa Francesco si inginocchia davanti a due grandissimi protagonisti della chiesa e della società italiana del Novecento, riconoscendo in loro una Chiesa che si mette a servizio dei poveri e annuncia la misericordia di Cristo per tutti.

Questo mettersi in ginocchio è un atto dalla forte valenza simbolica. Non sono mancati come tutti sanno molto bene i “nemici” di don Mazzolari e don Milani, come oggi non mancano quelli di papa Francesco. Sono nemici di varia provenienza specialmente ecclesiale e tra questi ci sono anche coloro che al primo soffio di vento, cambiano bandiera, pronti a ricambiarla ogni volta che sia necessario. Pare riascoltare l’esperienza di San Paolo quando raccontando la sua storia parla di:“pericoli da parte di falsi fratelli”( 2Cor 11,26). L’opposizione alla Chiesa dei poveri e degli ultimi è molto attiva sul web e su alcuni blog di tradizionalisti; essi accusano oggi il papa, come ieri don Primo e don Lorenzo, di aver gettato la Chiesa in confusione dottrinale, morale, pastorale. Curiosamente questi blog parlano tra di loro si citano l’uno con l’altro quasi fossero novelli Padri della Chiesa. In realtà in confusione sono oggi questi difensori di una chiesa vecchia, che non c’è più, che si sono presi spazio esclusivo per troppi anni, ignorando sensibilità e voci differenti, ignorando i poveri. Alcuni pseudo cattolici laici e chierici che negli anni di pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, alle spalle dei due pontefici, hanno ridotto una parte della Chiesa ad una spelonca di ladri, brigando i loro affari con i potenti di turno, svendendo il Vangelo per quattro spiccioli; tramando nelle lobby gay e in quelle finanziarie, appaltando ai movimenti ecclesiali ogni opera di evangelizzazione, umiliando le parrocchie e il popolo di Dio; pseudo cattolici che difendono i principi che non vivono, e giudicano i drammi delle persone che non ascoltano, con cui non condividono.

Bisogna ritornare urgentemente alla chiesa di Mazzolari, Milani e papa Francesco che con lo Spirito del Concilio trasmettono il vangelo per attrazione e non per proselitismo.

E’ con la forza della preghiera di Gesù e di tutta la Chiesa che papa Francesco sta compiendo il Suo viaggio pastorale per confermare i suoi fratelli nella fede. E’ partito come sappiamo dalla periferia, da Lampedusa, indicando al mondo la centralità delle periferie fisiche ed esistenziali.

Oggi a Bozzolo e a Barbiana, Papa Francesco ci testimonia che la cruna d’ago attraverso cui passare per parlare di Dio è l’uomo scartato. Dare la vita per gli scartati, proprio come Gesù, anche Lui uomo brutalmente scartato.  Ogni giorno, sempre più forte il grido degli scartati ci investe e “rovescia” i banchi delle nostre chiese, richiamandoci alle cose essenziali.

Il papa ci ricorda che la “Buona Notizia” di Gesù non è una nuova filosofia, ma è la risposta al desiderio di tutti gli uomini di ogni tempo, di essere amati e liberati da ogni schiavitù.

Chiunque curi le piaghe del mondo, difenda il suo popolo, educhi alla vera libertà, non escluda nessuno a priori, è nel cuore stesso di Dio.

Papa Francesco venuto “dalla fine del mondo” oggi ha volto lo sguardo all’intero mondo e all’intera Chiesa cattolica, indicando questi due sacerdoti come modelli del vangelo.

Il Buon Pastore conosce le sue pecore ci ricorda il vangelo. Papa Francesco ha fatto dell’” odore delle pecore” il profumo di ogni opera di evangelizzazione. E’ l’odore delle pecore dice papa Francesco, che può risvegliare la chiesa, il dolore e la solitudine delle persone, la loro voglia di vita e di riscatto, la frontiera sulla quale costruire l’ospedale da campo che è la Chiesa.

Ringraziamo il Signore per il dono di don Primo e don Lorenzo e chiediamo allo Spirito la forza di continuare a trasmettere il vangelo con la loro audacia e coerenza; chiediamo anche allo stesso Spirito l’umiltà di sapere chiedere perdono come battezzati, come laici, come sacerdoti, come chiesa italiana a questi due grandi testimoni di Cristo.

Da oggi dopo questo pellegrinaggio di papa Francesco, la chiesa italiana e  la chiesa cattolica tutta, o si modella sulle orme di don Mazzolari e don Milani, o sarà una chiesa disobbediente allo Spirito e a Pietro.

 


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Eucarestia pane per tutti

imageOgni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga

Il più antico testo sull’Eucaristia – la Lettera ai Corinzi (53/57) – ci parla del fatto che essa è in connessione con la morte di Gesù. Il Signore è morto, consegnandosi, lasciandosi prendere dai nemici, non chiedendo nessuna difesa agli amici. Celebrare l’eucaristia vuole insegnarci come vivere. Si vive consegnandosi, senza difendersi, come ha fatto Gesù, come hanno fatto gli apostoli. Una Chiesa che pensa a difendersi, non è più chiesa.

Vivere consegnandosi, è il Vangelo, è il percorso da compiere per avere la vita eterna. Noi infatti celebriamo l’Eucaristia “finché egli venga”, aspettando che Lui ritorni, credendo che la morte non lo ha sconfitto, perché chi vive consegnandosi per amore, ha una vita più forte della morte.

L’Eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’Eucarestia ad una devozione privata, intimistica, come se tutto potesse risolversi nel rapporto esclusivo tra me e il Signore, chiusi agli altri e alla storia

A questo proposito ci sono due pericoli sempre attuali.

Nel libro del Deuteronomio vediamo il pericolo della nostalgia di altri tempi: il popolo dalla dura cervice resiste allo Spirito. Ancora oggi alcuni come quel popolo, rimpiangono tempi di tranquillità, tempi della chiesa trionfante, quando le chiese erano piene e le liturgie fastose, gli ostensori così imponenti da “soffocare” la fragilità dell’Ostia Sacra; tempi che erano però, di ingiustizia, di potere, di denaro, di clericalismo, dove Cristo non c’era.

Il pericolo dello spiritualismo «E il pane che io darò è la mia carne». La vita di Dio non è al di fuori della realtà umana. Non ci può essere dono dello Spirito dove non ci sia anche il dono della carne. Gesù, dice precisamente, nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni: “Chi mastica la mia carne”. Il verbo masticare in greco è molto forte e significa “triturare, spezzettare”. Il Vangelo non è un ideale, ma la concretezza del pane e della carne.

Anche il Vangelo di Luca nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci ci offre una indicazione molto importante

 Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

Non c’è nessuno che, venuto al banchetto del Messia, sia costretto a tornarsene a digiuno. Anzi, ci sono dei pani che sono riservati a chi è rimasto fuori dalla mensa. Pensiamo, e preghiamo, per tutti i cristiani che vivono in situazione di persecuzione, e non possono celebrare l’eucaristia; preghiamo per chi non può accostarsi ai sacramenti e attende la misericordia del Signore e della Chiesa, non la durezza della legge; preghiamo per le chiese in terra di missione, dove il sacerdote arriva una volta al mese; preghiamo per tutti quelli che non hanno mai incontrato chi il Signore, e anche per coloro che si sono allontanati  per colpa nostra e delle nostre contraddizioni. Preghiamo perché al tavolo a cui Gesù  si è voluto sedere, ci sia veramente un posto per tutti, e nessuno venga escluso, nessuno manchi; forse allora quello sarà il giorno in cui Lui ritornerà.