ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Tempo di Natale: Una vigilanza fedele

Bisogna sempre vivere il Natale partendo dallo Spirito. Occorre una vigilanza concreta:

Una vigilanza fedele. La fedeltà vuol dire credere che la storia dell’uomo è nelle mani di quel bambino che nascerà. Dio agisce nella storia concretamente. Egli si è impegnato nella nostra storia e lo Spirito del Signore ancora opera ogni giorno; ho questa fede. Questa fede illumina tante notti. Le candele di Avvento ci hanno insegnato che la luce s’accende dentro, come le lampade delle vergini sagge di cui parla il vangelo di Matteo. Non sono soltanto i movimenti esterni che decidono il senso della nostra vita ;è la decisione spirituale, nei confronti del Signore che dà senso a tutto.

Una vigilanza che sa discernere : saper discernere nella realtà le bellezze che ci sono, i segni dei tempi che Dio ci dona. Così scrive il papa in Amoris Laetitia: “molte volte abbiamo agito con atteggiamento difensivo e sprechiamo le energie pastorali moltiplicando gli attacchi al mondo decadente, con poca capacità propositiva per indicare strade di felicità.”

Risultati immagini per Natale A santa maria ai Monti Roma

Una vigilanza che si compromette. Non si può vivere veramente stando fuori dalle situazioni, nascosti e protetti dalla siepe di Adamo. Occorre scegliere compromettendosi:“Gesù aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente” (AL 308).

Questa “meravigliosa complicatezza è in fondo il Natale, la realtà di polvere e Spirito, già e per sempre amata dal Signore. Il bambino che viene ci chiede un cambio di passo, una rivoluzione interiore ed esteriore, come se un antico sole quello che splendeva rassicurante sulla mia testa dovesse provvidenzialmente oscurarsi, e la luna che tanto mi affascinava nel mio cattolicesimo borghese e benestante, dovesse cadere con tutti gli astri.

Noi dobbiamo di più e meglio entrare nei cataclismi del mondo dove ingiustizie e malvagità convivono, dire a voce alta chi ne sono gli autori e i complici  e chi sono le vittime. Entrare e mettersi dalla parte delle pietre scartate è il mandato di Gesù Cristo.

Gesù è entrato nella debolezza umana. Questa universalità del Natale  è molto  importante, oggi lo sentiamo di più di una volta, perché le pareti di divisione stanno cadendo tutte inesorabilmente; non possiamo più vivere,non solo gli uni contro gli altri, ma neanche  gli uni accanto  agli altri. Le divisioni appartengono non al Dio tra poco bambino, domani crocifisso e risorto,ma  appartengono al peccato di Adamo. Natale ci chiede di tornare al principio di quella unità che supera ogni divisione civile politica e anche religiosa: gli uomini sono tutti amati. Le divisioni sono funzionali, ma nulla più. Abbiamo ancora addosso una storia di muri, di razzismi e anche di guerre di religione, di scomuniche reciproche. Il Natale  non le tollera più.

Preghiamo il Bambino di Betlemme  perché ci aiuti ad aprirci ad una solidarietà che arrivi fino al  dolore fisico dell’uomo, di ogni uomo  per cui Natale  vuol dire anche avere un pezzo di pane a mezzogiorno o essere liberato dalla guerra che lo  sta uccidendo.

Preghiamo il Figlio dell’uomo perché ci aiuti ad amare sempre di più il mondo. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito», il Dio di Gesù non è un Dio che chiede, ma un Dio che offre, che arriva addirittura a offrire se stesso: «Perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»”. Avevano chiesto a Gesù all’inizio del vangelo di Giovanni, dove abitasse, e Lui decide di abitare nel nostro dolore. E li siamo veramente tutti fratelli.


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Non amiamo a parole ma con i fatti

Riflessioni sul messaggio di Papa Francesco sulla Giornata Mondiale dei Poveri.

Oggi  nella 33.ma Domenica del Tempo ordinario  celebriamo in  tutta la Chiesa Cattolica insieme agli uomini di buona volontà la prima Giornata Mondiale dei Poveri, che Papa Francesco ha voluto istituire  e che aveva già annunciato al termine del Giubileo della Misericordia. Come segno di condivisone, il Papa ha invitato  a pranzo 1.500 poveri nell’Aula Paolo VI, l’aula delle udienze che porta il nome del grande pontefice della Populorum Progressio, dopo aver celebrato la Messa in San Pietro. Ieri c’è stata una Veglia di preghiera nella Chiesa di San Lorenzo fuori le Mura, per fare memoria del martire romano che ha riconosciuto i poveri, come vero tesoro nella chiesa.

“Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste” (Messaggio per la I giornata mondiale dei poveri al n 6).

“Non amiamo a parole, ma con i fatti” è il titolo del primo messaggio di Papa Francesco per questa giornata. Il Papa parla dei “mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte della schiavitù, dall’esilio e della miseria, dalla migrazione forzata” ( n 5).

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Non sorprende la fugace attenzione data, anche dentro la Chiesa, alla proclamazione di questa giornata mondiale. Non sorprende ma amareggia, e tutti siamo chiamati a reagire con forza alla indifferenza verso i poveri.

Chi ha molti denari e molte sicurezze rischia di vivere come gli «spensierati di Sion» di cui parla il profeta Amos, e si costruisce un mondo tutto suo, e anche se alla sua porta ci sono migliaia di Lazzari nemmeno se ne accorge. L’ epulone dei nostri anni a volte se ne accorge e allora fa qualche elemosina per i poveri, dona qualche vestito vecchio che non mette più, pur di non avere il disturbo dei Lazzari alla sua porta.

In tutte la Chiesa cattolica si legge spesso la parabola del Ricco Epulone ma domani Lazzaro starà come oggi. Niente cambia. Purtroppo il messaggio di Gesù è stato spesso imprigionato nel sistema e lo abbiamo un po’ reso innocuo; non incide più nella nostra vita reale. Questo è l’abisso di cui parla  il Vangelo. Inoltre tutti vediamo che l’abisso tra i Lazzari e gli epuloni si è allargato e si sta allargando a dismisura.

Noi epuloni abbiamo da secoli deciso che non si può consentire la promiscuità tra chi è dentro e chi è fuori. Lazzaro deve stare fuori dal sistema, dalle nostre città, la Bibbia direbbe dall’accampamento. Lazzaro poi non solo è escluso ma deve essere anche convinto che sia normale così, che sia giusto. L’esclusione lo tocca dentro, nella coscienza.

La nostra società però dice di ispirarsi ai grandi principi del Cristianesimo, dell’ Illuminismo, della democrazia e allora prova ( fa finta?) ad inserire dentro di se Lazzaro l’escluso, ma non ci riesce, perché dovrebbe contestare se stessa nei propri principi costitutivi. Gli immigrati sono i Lazzari del ventunesimo secolo e noi sappiamo solo allargare il fossato.

I cristiani e tutta l’umanità, non si dimentichino che Dio sta dalla parte dei Lazzari, anzi Dio in questo mondo è Lazzaro. Gesù è andato fra gli immondi per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare le nostre città, il nostro sistema, e scoprire che il vero Lazzaro, il vero immondo è proprio il sistema. Questa è la rivoluzione cristiana. Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli esclusi perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi, perché sappiano che la dignità e’ un loro diritto inalienabile. Il sistema poi ha provato ad addomesticare Gesù “promuovendolo” a tutore dell’ordine ma Lui si è divincolato, andando contro ad un sistema che esclude, ribellandosi al potere politico/religioso e a quello economico. Per questo è stato crocifisso come un Lazzaro qualunque: “Come un delinquente voi lo avete appeso ad un legno” dice Pietro, nel primo discorso dopo la Pentecoste. Le Beatitudini ci dicono che i Lazzari hanno già vinto in Cristo la loro battaglia di dignità. Ora ci stanno venendo incontro, e sono milioni. Non ci vogliono distruggere, ma dirci la Parola della salvezza che è stata loro affidata. Beati i Poveri perché vostro è il Regno di Dio dirà Gesù. Vostro è il segreto della vita.

Le ricchezze non sono un fine, ma uno strumento nelle mani degli uomini; spesso sono diventate uno strumento iniquo perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e assoggettare interi popoli al controllo di alcune elite. Siamo arrivati nella storia perfino allo sterminio programmato e calcolato dei poveri, come ricorda ancora il profeta Amos. Grazie a Dio il progresso culturale dei popoli sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile. Gesù invita i suoi discepoli ad essere “scaltri” nell’uso delle ricchezze. Chiede ad ognuno di noi un diverso rapporto con le ricchezze sia sul piano individuale che in quello comunitario. Proprio per questo non può più bastare il gesto privato della elemosina; bisogna agire perché la ricchezza possa diventare uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli; questa è la concretezza del vangelo, che per sua natura è un fatto sociale. La storia ci insegna che non pochi si sono allontanati dalla Chiesa e dalla fede, perché hanno ricevuto una cattiva testimonianza nell’uso del denaro e delle ricchezze. Assistiamo poi in questi anni come cristiani e cittadini del mondo a due fatti molto importanti. Papa Francesco sta testimoniando la possibilità concreta di una Chiesa povera per i poveri, ed è uno straordinario dono del Signore, un esempio che ci stimola a sempre nuova conversione. Inoltre al contempo assistiamo al fatto che molti poveri, si stanno -potremmo dire così- riprendendo il vangelo, spesso a loro nascosto, dietro parole di circostanza e umilianti elemosina. I poveri oggi sono coscienti che il vangelo è prima di tutto per loro, e non sono più disposti ad aspettare per i loro diritti e la loro dignità. Rileggiamo e meditiamo attentamente a questo proposito le parole profetiche di don Primo Mazzolari, prete povero tra i poveri al quale papa Francesco renderà onore, pregando sulla sua tomba fra pochi giorni:” io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare; i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure c’è chi tiene la statistica dei poveri, e ne ha paura; paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.” Sta già avvenendo.


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La resurrezione è la Buona Notizia di Gesù

Riflessione nella Festa di Tutti i Santi e nella Commemorazione dei defunti 

Noi crediamo che quel Dio che ha creato l’universo, che ha dato la bellezza ai fiori, che ha dato le stelle al cielo, e il cielo alle stelle, e che ha dato la vita anche a noi, questa vita già la custodisce per sempre con sé. Dice la Liturgia: “ai tuoi fedeli Signore la vita non è tolta ma trasformata”. Gesù Cristo è colui nel quale si è compiuto il mistero del morire e del vivere. La resurrezione è la Buona Notizia di Gesù Cristo.

Però questa Buona Notizia dobbiamo viverla e saperla gustare ogni giorno, come il pane quotidiano, perché Gesù ha fatto così e questo ci ha raccomandato. Quando Lui dava la vista ai ciechi era già resurrezione, quando dava il pane agli affamati era già resurrezione. Quando di fronte a Pilato diceva: “Tu non hai nessun potere se non ti fosse dato dall’alto” spezzava le catene dell’impero romano e di ogni impero, ed era già resurrezione. Gesù prima ancora di vivere in se stesso il dono della vita da parte del Padre, ha liberato da tante morti quotidiane.

Noi cristiani dobbiamo ringraziare la filosofia che riflette sul mistero della vita e la scienza che tenta di rendere il vivere e il morire più dignitosi, ma non possiamo rassegnarci ad accettare nessun sepolcro.

Noi crediamo che la morte non sia un evento naturale, ma l’evento di una natura corrotta dal mistero del male e del peccato; noi crediamo che la gioia, la felicità, la vita sono un evento naturale. Noi siamo fatti per la vita, questa è la nostra natura. Gesù Cristo “vero uomo” significa non soltanto il grande dono della Incarnazione nella notte di Natale, ma vuole dire anche “uomo vero”, l’uomo come Dio lo aveva pensato e creato, cioè immortale.

Nel mistero della nostra Redenzione abbiamo il Sangue e le lacrime: il Sangue del Figlio, le lacrime della Madre. Pensate, che cosa straordinaria, un luogo, il Calvario ai piedi della Croce, dove il Sangue e le lacrime si incontrano.

Gesù, sulla strada di Naim, si è fermato davanti alla bara del figlio unico, per le lacrime di quella povera madre. Il pianto di Marta e di Maria lo commuovono al pianto prima ancora che al miracolo. Ogni volta che una mamma piange, dove qualcuno piange per amore, lì ci sono il sangue e le lacrime di Gesù e di Maria.

Il Risorto non si è fermato al pianto ma ci invita ad andare oltre: “Donna perché piangi, chi cerchi?” (Gv 20,15 ) Ognuno di noi deve recuperare la fede che è in quel “chi cerchi?” tante volte espresso nella Scrittura. Non dobbiamo mai smettere di cercare; cercare insieme e non tra i morti ma tra i viventi come ci insegna il Risorto.

Gesù Cristo è venuto per ridarci la vita per sempre, nell’attesa di poterLo un giorno incontrare: “Sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10 )


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La resurrezione non ha padroni ma testimoni

Riflessione nella Festa di Tutti i Santi e nella Commemorazione dei defunti 

Nel Vangelo i Sadducei (che negavano risolutamente la resurrezione dai morti), tentano di dividere Gesù dal popolo, temendo una repressione romana. I Sadducei erano una corrente spirituale del tardo Giudaismo e insieme ai Farisei formavano la classe dirigente di Israele. Erano colti, provenienti da famiglie sacerdotali, aristocratici, e dalle loro fila venivano i sommi sacerdoti che rappresentavano tutta Israele davanti l’occupante romano.

La buona notizia della Resurrezione divide; anche San Paolo nell’Areopago di Atene sperimenterà questa divisione : “su questo ti ascolteremo un’altra volta” (At 17,4). Non dobbiamo creare divisioni; tutte le creature sono figlie della resurrezione. Noi che abbiamo ricevuto il battesimo abbiamo il compito di annunciare questa Parola di Speranza. La dobbiamo proclamare, diffondere ma senza la durezza di chi si sente padrone della verità, perché la verità della resurrezione non ha padroni, ma solo testimoni.

Narra il libro dei Maccabei, che mentre combattevano Antioco IV Epifane testimoniarono la loro fede offrendo la vita per amore del popolo. Quanti uomini e donne hanno fatto allo stesso modo nella storia. Ricordiamo il beato vescovo Romero pochi giorni prima di essere ucciso: “Io risorgerò con il mio popolo salvadoregno che risorgerà”.

La resurrezione c’entra molto con la giustizia, dice la Scrittura, e dovrebbe far crollare tutti gli usurpatori e invece si vede che molti stanno ancora al proprio posto. Questo significa che la nostra fede in qualche parte si è corrotta, si è alienata, pensa al cielo ma non fa più scelte responsabili di liberazione degli oppressi sulla terra. La Parola ci ha ”liberati dagli uomini corrotti e malvagi“ dice San Paolo.

Perché cercate tra i morti Colui che è vivo? Queste parole dell’evangelista Luca mantengono intatta la loro bellezza. Il Dio di Gesù Cristo è Colui che è vivo; questo è il Suo nome. Se Lui è vivo, mi chiama, mi cerca, mi chiede opere di giustizia di liberazione e di carità. Nell’attesa di poterLo incontrare, nella gloria della resurrezione.

 


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Il nostro compito nella storia: annunciare il primato dell’amore


Riflessioni nella Festa dei Santi e nella Commemorazione dei defunti 

Nel brano degli Atti degli Apostoli (At 14,21-27) vediamo Paolo che fonda e organizza le comunità; sono il Corpo di Cristo nel mondo. Nomi di persone, luoghi geografici; il Vangelo diventa storia. È la logica dell’Incarnazione che entra dentro la vita concreta di ognuno di noi. Nel testo dell’Apocalisse (Ap 21,1-5) vediamo invece la Città Santa, che scende dall’alto, una città in cui tutte le cose vecchie sono passate e  solo  l’amore rimane per sempre. Noi, le nostre comunità, viviamo in mezzo a queste due polarità assolute: Cristo Signore, nella Sua Parola e nei Suoi gesti, e l’attesa del Suo ritorno nella gloria, per vivere insieme nella Città Santa. Ecco, allora il nostro compito nella storia è quello di annunciare il primato dell’amore, è quello  di diventare lievito, luce accesa nella storia, spesso terribilmente buia. La nostra fede ci rende – come dice  la Scrittura – “capaci di sopportare molte difficoltà”. La Pasqua non è una alternativa storica, ma è il cuore pulsante dei nostri giorni, il senso concreto e vivo immerso nel cuore del tempo e dello spazio. Chiediamo l’intercessione di San Giovanni Apostolo ed Evangelista – “ il discepolo che Gesù amava” – per volerci più bene, per essere maestri in umanità come ricordava Paolo VI e riconoscerci discepoli amati dal Cristo rivelatore del Padre nostro che sta nei cieli.


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La festa era pronta ma gli invitati non nè erano degni

Riflessioni sul Vangelo della XXVII Domenica  Mt 22,1-14 (Forma breve Mt 22,1-10)

 In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

“Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.”

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.  Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Le tre parabole di queste ultime tre domeniche hanno sviluppato progressivamente il tema della denuncia contro le massime autorità religiose che si mostrano ostili al disegno di Dio.

Gli invitati non solo non sono venuti perché non avevano tempo per fare festa, troppo occupati a difendere i loro interessi, ma anche hanno ucciso tutti i sevi, cioè i profeti ‘La festa  era pronta, ma gli invitati non ne erano degni; ora andate ai crocicchi delle strade”. Il termine greco indica più precisamente il confine di un territorio, dove le strade romane terminavano e iniziavano le campagne con i loro sentieri.

Gesù vuole indicarci di andare verso le periferie, dove vivono gli esclusi, gli emarginati. La missione della Chiesa deve avere nelle periferie il suo centro:“’E tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’”, tutti, non c’è più un popolo eletto, ma c’è una chiamata universale.

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale”. Chi accoglie la chiamata, la deve poi vivere in un cambiamento concreto, a partire dalla eucarestia. L’eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’eucarestia ad una devozione privata, intimistica, in un rapporto esclusivo tra me e il Signore, dove  gli altri e il mondo non ci sono più. Il nostro battesimo è un battesimo che ci deve rendere appassionati , incapaci di stare in silenzio davanti alle ingiustizie. L’annuncio del vangelo è affidato  a chi ha questa passione, ed è un annuncio urgente, perché Gesù  ricorda la Scrittura verrà dopo la Giustizia e la Giustizia ancora non c’è.

Il vangelo nella sua potenza può vincere ogni resistenza: anche le nostre schiavitù pesano sulla nostra vocazione; ci impediscono di metterci in cammino verso un esperienza di liberazione, di passaggio a una vita nuova; forse accusiamo varie situazioni esterne, ce la prendiamo con qualche faraone di turno: la verità è invece nel riconoscere che dentro di noi c’è la schiavitù c’è l’ostinazione, c’è il rifiuto a vedere segni, i miracoli, il passaggio di Dio nella nostra vita. Allora possiamo ricevere tutti i sacramenti che vogliamo, possiamo credere di essere buoni e giusti perché non facciamo il male, ma siamo lontani dal vivere la gioia di questo passaggio di Dio dentro di noi.

Non abbiamo sempre compreso che le scelte fede, sono esperienze che vanno vissute, dentro la nostra esperienza umana, perché sono il segno, la manifestazione dell’agire di Dio in noi. Quando Dio è in noi, pur camminando tra le vicende non sempre facile di questo mondo, è certo che siamo aperti ad una esperienza nuova di libertà che dà una gioia nuova alla nostra vira.

 


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La nostra vigna senza più mura

La nostra vigna, la nostra Europa, il nostro mondo, sono davvero come quella descritta da Isaia: ormai i muri di cinta non ci sono più, ormai siamo provvidenzialmente assediati dai poveri, da quelli che sono esclusi.

Ci sono allora quelli che guardano con contentezza a questi popoli che sono arrivati, a questa nuova possibilità di fraternità.

Altri vivono in un una paura indotta, un sospetto non certamente cristiano, e vorrebbero restaurare un passato che non c’è più; e ben passato sia. Alcuni tentativi di recuperare una situazione di occidente padrone, o anche di una civiltà cristiana, sono patetici, antievangelici e nascondono solo maldestre manovre di mantenimento di poteri e privilegi.

Siamo comunque in una situazione sociale, politica e anche religiosa divisa, lacerata; è un bene che sia così. In questo modo noi cristiani siamo costretti a fare delle scelte precise; nel mondo ma non del mondo ricorda il vangelo; potremmo dire in termini moderni, nel sistema ma non del sistema; i cristiani hanno l’obbligo di schierarsi dalla parte degli esclusi, delle pietre scartate come Gesù, costi quel che costi.

Nel vangelo di questa domenica, Gesù si rivolge ancora «ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» (Mt 21,33), cioè a tutti quelli che avrebbero dovuto custodire la vigna. Al contrario, approfittando del loro incarico, hanno tramato soltanto per i loro interessi.

Quale raccolto si attendeva il Signore? Isaia: Aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non più grida di oppressi, non più sangue! Il frutto che Dio attende è una storia che non generi più oppressi, sangue e ingiustizia, fughe disperate e naufragi.

L’autorità è davvero preziosa quando si prefigge di prendersi cura. A volte purtroppo si vedono vignaioli, autorità, poco autorevoli, che si occupano dei propri interessi personali o di famiglia, o di partito o di gruppo di appartenenza, pieni di vanità e di potere; molti mercenari siedono in alto; sono pastori come ricorda il profeta Geremia: che pascolano se stessi e rovinano il popolo di Dio

 

«Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio»”. Ci penso spesso a questo versetto; sta già avvenendo. Non solo il regno di Dio ci viene “tolto”, ma “«Sarà dato a un popolo»”. Sta già accadendo. Sta accadendo a livello di popoli e di nazioni; deve accadere anche a livello delle singole autorità.

Questa sostituzione di popoli e di autorità va intesa prima di tutto come un appello del padrone della vigna, alla conversione; il Signore ci chiama, non solo a mai trasformare la nostra autorità in potere, non solo a produrre vino buono per tutti e non solo per alcuni, ma in modo particolare e urgente ci chiama a riconoscere i segni dei tempi, la presenza del Suo Spirito in mezzo a noi.

Il Signore ha mandato i suoi servi, che sono i profeti, ai contadini, che sono le autorità religiose di ogni tempo. Molti profeti sono stati rifiutati e anche uccisi; molti profeti sono stati messi ai margini e ripudiati; tutto questo si può riassumere nelle difficoltà che ancora oggi il Concilio Vaticano II produce in tanti cosiddetti conservatori, che vogliono conservare solo la loro ideologia e i loro privilegi.

Chi possiede nella Chiesa autorità, deve vigilare perché è molto semplice ridursi a uomini e donne di potere. «Udite queste parabola i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro» (Mt 21,45). La Parola di Dio meditata e pregata ogni giorno, l’Eucarestia celebrata, ci aiutino a servire la Chiesa e il mondo e non a servirsene.

 


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La croce con Gesù inchiodato

L’Angelus di papa Francesco 

Nella preghiera dell’Angelus di oggi papa Francesco ha ricordato come la professione di fede di Pietro roccia su cui Gesù vuole costruire la Sua Chiesa è subito smentita dai fatti.  Gesù rimprovera Pietro con parole dure, perché non accetta l’annuncio della croce.  Un momento prima l’apostolo era benedetto dal Padre, e subito dopo diventa addirittura un ostacolo, una pietra di inciampo sulla strada di Gesù.  Pietro e gli altri hanno ancora molta strada da fare.

La tentazione è di seguire un Cristo senza croce ma Gesù ci ricorda che la sua via è quella dell’amore e non c’è vero amore senza il sacrifico di se.

Camminare contro corrente e in salita esorta il papa. Solo l’amore da senso e felicità alla vita . Impostiamo la nostra vita sull’amore come ha fatto Gesù e la nostra vita non sarà sterile ma feconda, ha ancora continuato.

Nell’eucarestia Gesù perde se stesso per ritrovare tutti noi. Maria ci aiuti a non aver  paura della croce con Gesù inchiodato.

Al termine della preghiera mariana, papa Francesco rinnova la vicinanza e partecipazione ai paesi asiatici  e al Texas colpiti da gravi alluvioni.

Ha ricordato poi  il suo imminente viaggio apostolico che da mercoledì fino al 10 settembre, lo condurrà come pellegrino di pace e riconciliazione in Colombia.

Già Paolo VI nel 1968 e San Giovanni Paolo II nel 1986, avevano   il Paese latinoamericano. Oggi un papa latinoamericano arriva per sostenere ed incoraggiare il difficile cammino della pace, dopo più di 50 anni di guerra tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc).

Lo accompagniamo con la nostra preghiera


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Contempliamo la croce

Sul Calvario davanti alla Croce non si parla, si contempla. Prendendo la nostra croce, contempliamo la Croce come l’unità di misura di tutti quelli che danno la vita per quelli che amano.

WTu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini (Mt 16,21-23) si sente dire Pietro. Come la stiamo pensando la nostra vita? La nostra famiglia, il nostro lavoro? Secondo il progetto di Dio o secondo il potere degli uomini?

Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato? griderà il crocifisso E’ necessario non lasciarlo solo. Occorre darlo a tutti gli uomini.

Gesù nella sua pienezza di Messia non era più un ebreo,   l’uomo.”Ecco l’uomo” .Il nome sulla croce è Uomo. Hanno certamente importanza le nostre distinzioni culturali, etniche, religiose  ma quando si soffre e  si muore non contano più. Questa uguaglianza nel negativo è importante, perché  Gesù  l’ha assunta su di sé  come un  appuntamento: «Quando sarò sollevato sulla croce attirerò tutti a me». Tutti.

Ecco perché, non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, come abbiamo spesso fatto, facendo a volte della casa del Signore un mercato e una spelonca di ladri: Non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, dobbiamo chiedere la difesa della dignità dell’uomo, di ogni uomo. Gesù è entrato nella debolezza umana. Questa universalità della croce è molto importante, oggi lo sentiamo di più di una volta, perché le pareti di divisione stanno cadendo tutte inesorabilmente; non possiamo più vivere, non solo gli uni contro gli altri, ma neanche gli uni accanto agli altri.

Le divisioni appartengono non al Dio crocifisso, ma alla logica della nostra finitezza.

Abbiamo alle spalle e purtroppo non solo alle spalle, una storia di guerre di religione, di scomuniche reciproche. I poveri, i crocifissi non le tollerano più.

Preghiamo il Figlio dell’uomo perché ci aiuti ad aprirci ad una solidarietà che arrivi fino al dolore fisico dell’uomo, di ogni uomo.

Avevano chiesto a Gesù all’inizio del vangelo di Giovanni, dove abitasse, e Lui decide di abitare nel nostro dolore. E li siamo veramente tutti fratelli.


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Una vita e una morte in ginocchio; ad un anno dal martirio di Padre Hamel

Oggi è già un anno da quando Padre Hamel è stato  ucciso, vilmente e senza pietà a Saint-Etienne-du Rouvray, vicino a Rouen, in Francia, mentre celebrava la messa del mattino nella sua chiesa; ci furono anche alcuni feriti tra i fedeli che stavano partecipando alla liturgia. Il sacerdote aveva 86 anni e tutti gli volevano bene per le sue qualità umane e la sua profonda spiritualità .

La morte di un prete e’ come quella di tutti gli altri uomini, ma agli uomini può sempre insegnare qualcosa. Padre Hamel e’ stato ucciso vilmente e senza pietà, in ginocchio. In ginocchio e’ stata anche tutta la sua vita, curvo sui bisogni della gente, alle altezze dei poveri. Anche noi in questo momento ci vogliamo mettere in ginocchio per rendere omaggio a questo sacerdote che ha speso la sua lunga esistenza a servizio dell’uomo.

All’inizio di giugno nel Bollettino parrocchiale aveva scritto un saluto ai fedeli che si apprestavano a partire per le vacanze estive dicendo:”portate un po’ di umanità e misericordia nel mondo “.Poi e’arrivata la morte. La morte e’ l’ultima parola e noi non abbiamo parole da dire, ma solo il silenzio della preghiera e degli affetti, il silenzio dell’amore forte come la morte.  La Bibbia nel Cantico dei Cantici non dice che l’amore è più forte della morte, ma dice: “ forte come la morte e’ l’amore “. Forse perché la lotta tra amore e morte la può vincere definitivamente solo il Risorto. A Lui solo vogliamo lasciare la parola che noi non abbiamo.

Noi non abbiamo la forza di dire la parola che viene dopo la morte; la parola che viene dopo la morte, la può dire Dio solo. E Gesù questa Parola non l’ha solo detta o scritta ma l’ha vissuta in se stesso, consegnandola una volta per sempre alla Storia del mondo: “ Io sono la resurrezione e la vita , chi crede in me anche se muore vivrà “.(GV 11,25)

Gesù chiede ancora alla sua Chiesa, all’Europa ad ognuno di noi, di gettare la rete, di continuare a credere, vivere e sperare. E’ una rete che non si spezza e si riempie di amore sempre nuovo, perché è gettata sulla Parola del Risorto anche se a volte non lo abbiamo  riconosciuto , anche se a volte non ce la facciamo perché la vita non è un principio da difendere ma una cosa drammatica e magnifica,  una grande avventura  da accompagnare con l’aiuto della Grazia.

Aspettiamo continuando a fare il bene, seminando semi di fraternita’ e di pace, un alba nuova dov’è potremo gridare “ è il Signore!”, il grido di amore di Giovanni, il grido del Cantico dei Cantici “l’amato mio” (Ct2,8). Non abbiate paura – ci dice ancora una volta Gesu’- Io ho vinto il mondo.