ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Il “secondo passo”. Prospettive del viaggio del Papa in Colombia

Nella  consueta conferenza stampa sull’aereo di ritorno a Roma, al termine del pellegrinaggio in Colombia, Papa Francesco ha così risposto a una domanda di un giornalista, a proposito di un ipotetico ritorno un giorno nel paese latinoamericano: “mi piacerebbe che almeno il tema del viaggio  fosse ‘Facciamo il secondo passo’ ”.

Facciamo il primo passo è stato il motto di questo pellegrinaggio e possiamo dire che realmente il Papa ha sostenuto questo slancio e ora un intero popolo continua con fiducia il cammino difficile della riconciliazione.

In Colombia l’annuncio della Parola di riconciliazione è particolarmente urgente. A noi è affidata la Parola, il ministero della riconciliazione ci ricorda San Paolo nella sua Seconda Lettera ai Corinzi.

Allargando l’orizzonte della sua riflessione, il Papa ricorda che è urgente anche la riconciliazione con il creato: «siamo superbi, non vogliamo vedere. Ma gli scienziati sono chiarissimi sull’influsso umano nei cambiamenti climatici»

Viviamo in un tempo in cui cresce la coscienza verso i misfatti compiuti dall’uomo nei confronti della creazione. La creazione si sciupa attorno a noi, deperisce, sotto i nostri colpi. E’ urgente una riconciliazione fra l’uomo e l’universo; bisogna anche riconoscere che un esagerato antropocentrismo spesso veicolato da una certa teologia cristiana ha favorito un comportamento sbagliato nei confronti della natura. L’uomo occidentale in particolare, che abbatte le foreste, soffoca di grande inquinamento urbano, inquina i suoi mari, deve recuperare il rispetto, l’amore per la natura.

Papa Francesco in questo pellegrinaggio straordinario, ci ricorda che la Chiesa è il segno, la sentinella che dice che è possibile, anzi è nella natura dell’uomo immagine di Dio, mettere l’amore alla base dell’esperienza collettiva. La riconciliazione con il Creato, tra gli uomini, tra i popoli, tra le religioni, non sarà vanificata dalla storia, perché in Cristo la riconciliazione è già cominciata. “ Dio ha riconciliato a se il mondo in Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor5,18-20). Pensiamo cosa ci è affidato ; a noi non è affidato il ministero della guerra, del razzismo, del nazionalismo, del populismo, del colonialismo, a noi è affidato il ministero della riconciliazione.

Dicendo questo subito ci accorgiamo di doverlo dire in atteggiamento penitenziale: noi non siamo una comunità riconciliata; i cristiani sono divisi; nella Chiesa stessa esiste il germe diabolico della divisione.

Ma perché non siamo riconciliati? Perché in noi non ha il giusto posto la Parola di Dio. Dice il Signore al profeta: “Ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia”(Ez 33,7). Noi a volte abbiamo annunciato parole che non erano dalla bocca di Dio; abbiamo detto tante cose, dicendo che erano la volontà di Dio, e invece non era vero, erano e a volte sono ancora oggi parole di potere, di ideologia, di moralismo, parole che vincono e così siamo diventati ministri di divisione. Noi non dobbiamo dire parole che vincono, ma parole che salvano

La Parola del Vangelo non fa la guerra, non è una parola che vince, ma che salva, che ama e riconcilia.  A noi è stata affidata questa Parola. La fede non è competizione, non è difesa di nessuna struttura, ma la strada da percorrere nella storia  fino alla piena comunione con Dio che sarà tutto in tutti.

Ancora una volta i piccoli, i bambini possono essere i veri maestri di riconciliazione, ricorda il Papa, sintetizzando il viaggio appena concluso: “Quello che più mi ha colpito dei colombiani: nelle quattro città c’era la folla sulla strada; i papà, le mamme alzavano i loro bambini per farli vedere al Papa e perché il Papa desse loro la benedizione. Come dicendo: “Questo è il mio tesoro, questa la mia speranza, questo è il mio futuro. Io ci credo”. La tenerezza. Gli occhi di quei papà e di quelle mamme. Bellissimo, bellissimo! Questo è un simbolo, simbolo di speranza di futuro. Un popolo che è capace di fare bambini e poi mostrarli, come dicendo: “Questo è il mio tesoro”, è un popolo che ha speranza e ha futuro”.


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Ascoltare e pregare: il Motu Proprio di papa Francesco Magnum Principium

Con il nuovo Messale romano, nel novembre 1969 entrò in vigore la riforma liturgica del dopo concilio.
Cinque anni prima il papa Paolo VI aveva già celebrato la messa nella nuova forma, nella parrocchia romana di Ognissanti e aveva tra le altre pronunciato queste significative parole:” Prima bastava assistere, ora occorre partecipare; prima bastava la presenza, ora occorre l’attenzione e l’azione.; prima qualcuno poteva sonnecchiare, e forse chiacchierare, ora no, deve ascoltare e pregare”.
La novità più importante come si sa, della riforma liturgica post conciliare è stata l’introduzione nel rito della messa, delle traduzioni nelle lingue volgari, e anche una grande ricchezza dei testi biblici da proporre nelle letture della messa.
Oggi con il Motu Proprio “Magnum Principium” papa Francesco continuando con la ricezione dello Spirito del concilio, chiarisce che la competenza della traduzione dei testi liturgici, spetta alle conferenze episcopali nazionali. Non è soltanto un decentramento di funzioni e di competenze, ma un riconoscimento dello Spirito e del magistero dei singoli vescovi diocesani. La Santa Sede come suo compito proprio interverrà per confermare o no e non per revisionare le traduzioni. A questo proposito nel motu proprio “Magnum principium” sono di particolare rilevanza circa il can. 838, i commi 3 e 4: § 3. “Spetta alle Conferenze episcopali preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, adattate convenientemente entro i limiti definiti, approvarle e pubblicare i libri liturgici, per le regioni di loro pertinenza, dopo la conferma della Sede apostolica”; § 4. “Al vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti”.
Le ricchezze che la storia liturgica ci ha consegnato e trasmesso, non sono un fine, ma uno strumento nelle mani della Chiesa che sempre più e meglio vuole aiutare i fedele a meglio conoscere e a meglio entrare nel grande mistero di Dio. Come ha spiegato Monsignor Roche, arcivescovo, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, le modifiche formulate dal Motu Proprio sono “al servizio della preghiera liturgica del popolo di Dio”.
La storia delle traduzioni dei testi liturgici e della Bibbia stessa, è una storia affascinante, che interessa le culture degli uomini e dei popoli, la fede della Chiesa, la Parola di Dio che vuole donarsi agli uomini di ogni generazione.
“Considerata l’esperienza di questi anni, ora – scrive il papa nel Motu Proprio – è sembrato opportuno che alcuni principi trasmessi fin dal tempo del Concilio siano più chiaramente riaffermati e messi in pratica’.
Papa Francesco ancora una volta, alleggerendo il peso sulle spalle dei fedeli, sta testimoniando ancora una volta la Chiesa, popolo di Dio radunato in preghiera, per una sempre nuova conversione, nell’attesa dell’incontro definitivo con il Signore che viene.


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“Il fuoco dell’Amore di Cristo”. Il viaggio del papa in Colombia

E’ iniziato circondato dall’affetto di grandi folle di popolo, il viaggio in Colombia di papa Francesco. Come primo atto papa Francesco ha desiderato rendere omaggio all’immagine di Nostra Signora di Chiquinquirà, regina e patrona della Colombia.

Subito dopo ha incontrato  i giovani  che lo attendevano nel piazzale del palazzo vescovile in Piazza Bolivar; il papa ha esortato i giovani ad entrare nel cuore delle sofferenze del loro popolo per imparare a comprendere e perdonare. Da questo dice ancora il papa dipende in gran parte il futuro della Colombia .

“A questo grande sogno, oggi vi voglio invitare”. Francesco invita i giovani ad osare il futuro, a contagiare con il loro entusiasmo e la loro gioia, la società colombiana, fondando la loro testimonianza sul “ fuoco dell’amore di Cristo”.

«Voi avete la capacità non solo di giudicare, di segnalare errori, ma anche quell’altra capacità bella e costruttiva: quella di comprendere”. Dalla comprensione al perdono:”La vostra giovinezza vi rende anche capaci di qualcosa di molto difficile nella vita: perdonare. Perdonare coloro che ci hanno ferito; è notevole vedere come non vi lasciate invischiare da vecchie storie, come guardate in modo strano quando noi adulti ripetiamo fatti di divisione semplicemente perché siamo attaccati a dei rancori”.

Incontrando le autorità politiche e la società civile nella Plaza de Armas del palazzo presidenziale di Bogotà, il papa ha lodato gli sforzi profusi e i risultati ottenuti per arrivare alla pace e alla riconciliazione, ammonendo allo stesso tempo  di :” rifuggire da ogni tentazione di vendetta e ricerca di interessi solo particolari e a breve termine”.

Il Papa ha poi ricordato  il motto della Colombia: «Libertà e Ordine», sottolineando che “i cittadini devono essere stimati nella loro libertà e protetti con un ordine stabile. Non è la legge del più forte, ma la forza della legge, quella che è approvata da tutti, a reggere la convivenza pacifica”.

Bisogna poi guardare in modo particolare a :” tutti coloro che oggi sono esclusi ed emarginati dalla società, quelli che non contano per la maggioranza e sono tenuti indietro e in un angolo. Tutti siamo necessari per creare e formare la società […] Vi chiedo di ascoltare i poveri, quelli che soffrono. Guardateli negli occhi e lasciatevi interrogare in ogni momento dai loro volti solcati di dolore e dalle loro mani supplicanti”.

Infine il pontefice ha esortato   a rivolgere lo sguardo  alla donna, al «suo apporto, il suo talento, il suo essere “madre” nei diversi compiti».  Francesco ha terminato citando il «gran compatriota» Gabriel García Marquez sul grande valore della vita.

Congedandosi dalle autorità ha così concluso:” Molto è il tempo passato nell’odio e nella vendetta […] e  ho voluto venire fino a qui per dirvi che non siete soli, che siamo tanti a volervi accompagnare in questo passo; questo viaggio vuole essere un incitamento per voi, un contributo che spiani un po’ il cammino verso la riconciliazione e la pace”.

Anche incontrando il comitato direttivo del Celam, l’organismo di rappresentanza dell’episcopato latinoamericano, il papa ha parlato della donna:” Per favore, le donne «non possono essere ridotte a serve del nostro recalcitrante clericalismo; esse sono, invece, protagoniste nella Chiesa latinoamericana”. Lo ha detto sottolineando il grande sinodo di Aparecida come:” ultimo evento sinodale della Chiesa latinoamericana”, per ricordare ai vescovi , l’importanza di mettere :” la missione di Gesù nel cuore della Chiesa stessa, trasformandola in criterio per misurare l’efficacia delle strutture, i risultati del lavoro, la fecondità dei ministri e la gioia che essi sono capaci di suscitare. Perché senza gioia non si attira nessuno”.

Il Vangelo spiega papa Francesco non è :” un programma al servizio di uno gnosticismo di moda,  un progetto di ascesa sociale o una visione della Chiesa come burocrazia che si autopromuove, né tantomeno questa si può ridurre a un’organizzazione diretta, con moderni criteri aziendali, da una casta clericale». Il lavoro sinodale della chiesa latinoamericana a Aparecida,  «è un tesoro la cui scoperta è ancora incompleta».

 Il cammino della Chiesa e della società in americalatina, ancora una volta hanno bisogno delle donne, sull’esempio di Maria:” dalle sue labbra abbiamo imparato la fede; quasi con il latte del suo seno abbiamo acquisito i tratti della nostra anima meticcia e l’immunità di fronte ad ogni disperazione. Penso alle madri indigene o “morenas”, penso alle donne delle città con il loro triplo turno di lavoro, penso alle nonne catechiste, penso alle consacrate e alle così discrete “artigiane” del bene. Senza le donne la Chiesa del continente perderebbe la forza di rinascere continuamente. Sono le donne che, con meticolosa pazienza, accendono e riaccendono la fiamma della fede. Se vogliamo una fase nuova e vitale della fede in questo continente, non la otterremo senza le donne”.

Terminando il suo incontro con il Celam il papa ha concluso con queste forti e decisive parole:” “Se vogliamo servire, come Celam, la nostra America Latina, dobbiamo farlo con passione. Oggi c’è bisogno di passione. Mettere il cuore in tutto quello che facciamo. Fratelli, per favore, vi chiedo passione, passione evangelizzatrice”.


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“Facciamo il primo passo”: Papa Francesco in Colombia

Da oggi fino al 10 settembre Papa Francesco sarà pellegrino di pace e riconciliazione in Colombia. Come è consuetudine, ieri sera papa Francesco si è recato nella basilica di Santa Maaria Maggiore per portare un omaggio floreale alla Salus Populi romani e invocare la Sua intercessione per il pellegrinaggio imminente.

Facciamo il primo passo” è la frase distintiva del viaggio apostolico, perché di altri primi passi c’è bisogno dopo la firma degli accordi di pace. Il governo della Colombia e le Farc  hanno concluso a Cuba nel novembre scorso un nuovo accordo di pace, accogliendo alcune  richieste dal fronte che nel referendum dello scorso 2 ottobre aveva  respinto il primo accordo, raggiunto in agosto dopo 52 anni di guerra.

Nelle città che il papa visiterà – Bogotá, Villavicencio, Medillin e Cartagena – affronterà diverse tematiche: essere artigiani di pace, promotori della vita; la riconciliazione con Dio, con i colombiani, con la natura; la vita cristiana come discepolato; dignità della persona e diritti umani.

Nella giornata di venerdì a Villavicencio, a sud di Bogotá, il papa beatificherà due martiri colombiani: il vescovo di Arauca, mons. Jesús Emilio Jaramillo Monsalve, e il sacerdote Pedro María Ramírez Ramos.

Monsignor Jesús Emilio Jaramillo, fu ucciso a 73 anni il 2 ottobre 1989, mentre tornava da una visita pastorale nella città di Fortul. La sua macchina fu fermata da tre guerriglieri armati del fronte Domingo Laín dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN) che sequestrarono il vescovo; il suo cadavere con diverse ferite da arma da fuoco e senza la croce e l’anello episcopale, fu trovato il giorno dopo sulla strada. Padre Pedro María Ramírez, conosciuto come “il martire di Armero”era un parroco di campagna, molto amato dalla sua gente; aveva 68 anni quando il 10 aprile 1948 fu picchiato a morte da  gruppo di sostenitori liberali di Armero-Tolima perché era ritenuto «un conservatore fanatico e pericoloso».

Saranno Dodici i discorsi che il Papa pronuncerà nei quali – come ha sottolineato il cardinale Parolin che Lo accompagnerà. Francesco confermerà i fratelli nella fede :” La visita del Papa in Colombia ha un carattere essenzialmente pastorale, come del resto tutte le visite del Papa nei vari Paesi, e quindi ha lo scopo, ha l’intenzione – diciamo – di confermare e di incoraggiare i fratelli nella fede, di vivificare la loro carità e di spronarli a vivere la speranza cristiana. Naturalmente si colloca in un momento molto particolare della vita del Paese, in quanto è iniziato un processo di pace dopo cinquant’anni di conflitti e di violenza e questo lo rende particolarmente importante.”

Già Paolo VI nel 1968 e San Giovanni Paolo II nel 1986, visitarono la Colombia. Oggi un papa latinoamericano arriva per sostenere ed incoraggiare il difficile cammino della pace, dopo più di 50 anni di guerra tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), concluso con gli accordi di pace del novembre scorso, ma con una situazione sempre in bilico.

Papa Francesco per la quinta volta visita l’America Latina. Era stato in Brasile (luglio 2013), Ecuador, Bolivia e Paraguay (luglio 2015), a Cuba (settembre 2015) e in Messico (gennaio 2016).

Lo accompagniamo come sempre con la nostra preghiera.


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La croce con Gesù inchiodato

L’Angelus di papa Francesco 

Nella preghiera dell’Angelus di oggi papa Francesco ha ricordato come la professione di fede di Pietro roccia su cui Gesù vuole costruire la Sua Chiesa è subito smentita dai fatti.  Gesù rimprovera Pietro con parole dure, perché non accetta l’annuncio della croce.  Un momento prima l’apostolo era benedetto dal Padre, e subito dopo diventa addirittura un ostacolo, una pietra di inciampo sulla strada di Gesù.  Pietro e gli altri hanno ancora molta strada da fare.

La tentazione è di seguire un Cristo senza croce ma Gesù ci ricorda che la sua via è quella dell’amore e non c’è vero amore senza il sacrifico di se.

Camminare contro corrente e in salita esorta il papa. Solo l’amore da senso e felicità alla vita . Impostiamo la nostra vita sull’amore come ha fatto Gesù e la nostra vita non sarà sterile ma feconda, ha ancora continuato.

Nell’eucarestia Gesù perde se stesso per ritrovare tutti noi. Maria ci aiuti a non aver  paura della croce con Gesù inchiodato.

Al termine della preghiera mariana, papa Francesco rinnova la vicinanza e partecipazione ai paesi asiatici  e al Texas colpiti da gravi alluvioni.

Ha ricordato poi  il suo imminente viaggio apostolico che da mercoledì fino al 10 settembre, lo condurrà come pellegrino di pace e riconciliazione in Colombia.

Già Paolo VI nel 1968 e San Giovanni Paolo II nel 1986, avevano   il Paese latinoamericano. Oggi un papa latinoamericano arriva per sostenere ed incoraggiare il difficile cammino della pace, dopo più di 50 anni di guerra tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc).

Lo accompagniamo con la nostra preghiera


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Parrocchie con le porte aperte, a servizio della missione

E’ stato pubblicato oggi un nuovo videomessaggio di Papa Francesco per le intenzioni di preghiera proposte alla Chiesa per il mese di settembre.

Le parrocchie devono stare a contatto con le famiglie, con la vita della gente, con la vita del popolo” – esordisce il Papa nel videomessaggio, postato su YouTube col titolo “le parrocchie al servizio della missione” e registrato in spagnolo con i sottotitoli in italiano. Riprendendo un argomento già affrontato in precedenza, Francesco invita le parrocchie a tenere la porta “sempre aperta per andare incontro agli altri“. Ma non l’ “uscita per l’uscita” in sé, bensì portando “una chiara proposta di fede“. Aprendo le porte per “lasciare che Gesù esca con tutta la gioia del suo messaggio“. Concludendo, il Papa invita a pregare per le nostre parrocchie, affinché “non siano uffici funzionali“, ma siano animate da “spirito missionario“, per essere “luoghi di comunicazione della fede e di testimonianza della carità“.

Temi – questi della parrocchia con le porte aperte e non come un ufficio burocratico – già affrontati da Papa Francesco. “Una Chiesa davvero secondo il Vangelo non può che avere la forma di una casa accogliente, con le porte aperte, sempre. Le chiese, le parrocchie, le istituzioni, con le porte chiuse non si devono chiamare chiese, si devono chiamare musei!” – aveva detto nel corso dell’Udienza Generale del mercoledì’, il 9 settembre 2015. E similmente nel corso del Giubileo dei Diaconi il 29  maggio 2016: “A me fa male al cuore quando vedo un orario, nelle parrocchie: “Dalla tal ora alla tal ora”. E poi? Non c’è porta aperta, non c’è prete, non c’è diacono, non c’è laico che riceva la gente… Questo fa male. Trascurare [andare oltre] gli orari: avere questo coraggio, di trascurare [andare oltre] gli orari“.

Anche noi col nostro blog, nella nostra piccolezza e semplicità, abbiamo cercato di testimoniare la bellezza della Chiesa in uscita a partire dalle porte aperte della parrocchia: vedi i post “Porte aperte in parrocchia!” e “La Chiesa di Roma vista dalla Chiesa in Cina: porte aperte in parrocchia“.

 


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Il peccato europeo

Cittadini di Europa, eredi della grande tradizione greca e romana, cristiani radicati nel sangue dei martiri, persone liberate da ogni schiavitù nel secolo dei lumi. Guardando i profughi respinti con la forza e con i gas lacrimogeni alla frontiera tra Grecia e Macedonia, guardando l’accordo con la Turchia, guardando il nostro Mare Mediterraneo dove viaggiano le nostre grandi navi da crociera, io mi vergogno del mio essere europeo, greco romano, cristiano e illuminista.

Scappano dalle bombe, dalla distruzione delle loro case e dalle persecuzioni dell’Isis. Forse però non sono loro i veri profughi; forse è la nostra Europa ad aver ormai perduto le radici della sua antichissima civiltà; un’europa vecchia e stanca, che non fa più figli, e non sa riconoscere come propri, i figli dell’altra parte della umanità; sì credo proprio che è l’Europa ad essere profuga e perduta, senza una patria e senza un approdo, un futuro.

“Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare”. (Mt 21,43) Ci penso spesso a queste parole del Signore; stanno già avvenendo; viene tolta la radice all’albero che non porta frutti buoni per tutti; viene tolta la libertà a chi non la sa condividere con gli altri; viene tolto anche il Vangelo a chi lo ha trasformato in privilegio e merce di scambio con il potere. L’Europa delle università e delle cattedrali, per sua colpa è ridotta ad un ospizio per vecchi, le sue nazioni sono in “guerra” le une contro le altre, i suoi confini stanno per cadere sotto i colpi della dignità di coloro che si sono stancati delle dichiarazioni di principio e hanno trasformato i loro stracci in bandiere e i loro poveri arnesi in barricate. Forse c’è proprio bisogno di un altro popolo che faccia fruttificare la vigna europea, che ricostruisca una civiltà perduta. Una civiltà europea che è diventata idolatrica di se stessa, piena di “vitelli d’oro”, perchè è sparita la parola della vera democrazia, la parola della grande filosofia occidentale, ed è sparita anche la Parola di Dio, che ti mette in una salutare crisi e ti ricorda il cuore della tua essenza, che è la condivisione dei doni di Dio.

Davanti ad un vero e proprio “peccato europeo”, forse il Vescovo di Roma Francesco, voce che grida nel deserto, è stato mandato da Dio come un nuovo Mosè: “Allora il Signore disse a Mosè: ‘Va, scendi, perché il tuo popolo, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata![..] Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga’ “(Es 32,7-10). Davanti al peccato Dio dice a Mosè, vai a dire a loro che io li distruggo. Il Dio di Gesù Cristo, non è certamente cattivo e vendicativo, ma non si compromette con il nostro male, si dissocia da una Europa che non è più se stessa e non scende a nessun compromesso.

Papa Francesco  con il suo esempio e i suoi appelli, sta distruggendo le vecchie tavole di una legge ingiusta e discriminatoria, le scaglia per terra  e lo fa in nome di Dio facendo capire al “peccatore europeo” che sta sbagliando; distruggere il male è l’inizio del perdono e della riconciliazione. Il peccato europeo è una cosa seria; le tavole della legge non esistono più, sono andate distrutte insieme a tutti i vitelli d’oro; Francesco come un nuovo Mosè denuncia la gravità del peccato, per poter liberare l’Europa proprio dal suo peccato. Chiediamo all’Europa di avere il coraggio (è ancora in tempo) di accogliere le seconde tavole della legge, questa volta, come ci ricorda Gesù, scritte non più sulla pietra, cioè nei frontespizi dei palazzi del potere, sugli scudi degli eserciti, sulla carta delle costituzioni, ma nel cuore di carne di ogni cittadino europeo. Dio ti ha già perdonato vecchia Europa; ti chiediamo di ricominciare ad essere te stessa, di ritrovare la tua antica nobiltà; non essere mai più un sogno svanito, una illusione, una delusione. Noi ne aspettiamo pregando e pur sempre amandoti, la prova.


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Migranti e rifugiati : i “lebbrosi” del mondo di oggi

Ieri 20 Giugno si è celebrata La Giornata internazionale del rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite,  per ricordare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati da parte dell’Assemblea generale dell’ONU.

La Parola di Dio è ricca di indicazioni su come affrontare questa problematica così stringente e quotidiana. Nel  libro del Levitico si parla della figura del lebbroso; il lebbroso non era solo un escluso dal villaggio, ma doveva gridare lui stesso «sono immondo». L’esclusione lo toccava dentro, nella coscienza, diventava quasi una sua identità di cui era anche lui consapevole. Questo contrasto tra il villaggio e il lebbroso lo possiamo proiettare lungo i secoli e lo viviamo ancora oggi. Il villaggio siamo noi, le nostre città, il nostro vecchio occidente, il nostro sistema economico impazzito, a volte è anche la Chiesa, quando è clericalizzata, quando non è in uscita come vuole Papa Francesco.

Ma, siccome la nostra società occidentale rivendica di ispirarsi ai grandi principi dell’uguaglianza e della fraternità, cari alla tradizione illuminista che è nata e si è sviluppata in Europa, cuore del Cristianesimo, essa si trova a professare una grande menzogna. Fa finta di voler inserire in sé, dentro il villaggio europeo e occidentale, l’escluso (il migrante, il clandestino, il senza fissa dimora, il carcerato …) ma non ci riesce. Perché non ci riesce? Perché dovrebbe guardarsi veramente dentro e contestare se stessa, il suo operato, quello che sta diventando, ed esportando nel mondo, ma non ne ha il coraggio, anzi meglio non ne abbiamo il coraggio.

I migranti sono i lebbrosi del ventunesimo secolo, del mondo di oggi. La società non ha altro luogo di esclusione che i campi di “accoglienza”, a volte quasi dei “lager” moderni dove rinchiudere le nostre ipocrisie e i nostri egoismi.

Allargare i confini del villaggio perché ci sia posto anche per quelli che sono esclusi, aggiornare le sue regole, essere veramente un villaggio globale, questa è la via che il Papa continuamente indica  dando  voce a coloro che voce in capitolo non ne hanno, che sono in balia di un futuro incerto, anche spaventoso. Allargamento dei confini, abbattimento dei muri, globalizzazione della solidarietà: possono essere l’ultimo lembo della nostra dignità.

Non dimentichino il mondo e l’occidente scristianizzato o peggio ancora apatico, indifferente e in preda a mode spiritualiste individualistiche, che Gesù ha vissuto l’esclusione, il rifiuto, l’abbandono. Già il Messia che doveva venire era atteso dai profeti come una pietra scartata. Gesù Bambino e la Santa Famiglia di Nazaret hanno vissuto da migranti, forse potremmo dire anche rifugiati, per molti anni, prima di poter tornare nella loro terra.

Papa Francesco oggi, con ancora maggiore forza, ha detto ancora che Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli scartati di oggi, perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi e sappiano che Dio è dalla loro parte e non devono perdere mai la speranza. Guai invece a quelli del villaggio se si chiudono nelle loro mura: guai agli Scribi e ai Farisei di oggi.

Gesù ha sancito una volta per sempre il crollo della struttura portante del villaggio arroccato nelle sue mura e agghindato con i suoi templi moderni, evanescenti e vuoti: “Non rimarrà pietra su pietra” se non diventa un villaggio globale, solidale e aperto, per tutti, in nome della nostra comune umanità. Chiediamo al Signore l’umiltà e il coraggio di allargare l’accampamento, aprire il fortino e abbassare le mura di cinta, altrimenti noi e prima ancora i nostri figli verremo travolti e soffocati dalle nostre stesse fortezze inespugnabili.


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Esemplari servitori del vangelo

Papa Francesco pellegrino sulle orme di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani

Papa Francesco a Bozzolo è stato accolto dal vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, che ha subito annunciato l’avvio del processo di beatificazione di don Primo Mazzolari il prossimo 18 settembre. Si è poi recato nella parrocchia di San Pietro per pregare sulla tomba di don Primo Mazzolari, e tenendo un memorabile discorso, dove tra le altre cose ha parlato del “magistero dei parroci”.

A Barbiana è stato accolto dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e anche qui ha voluto subito recarsi a pregare sulla la tomba di don Lorenzo Milani a 50 anni dalla morte. In chiesa ha poi incontrato gli studenti del priore di Barbiana e tenuto un discorso che sarà difficile dimenticare sul piazzale davanti la canonica di don Lorenzo. La sua passione educativa è stata fedeltà al vangelo e a tutti coloro che gli erano affidati ha detto il papa. Poi ha aggiunto:” Oggi il vescovo di Roma riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il vangelo, i poveri e la chiesa; prendete la fiaccola di don Lorenzo e portatela avanti”.

Don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, sono ” due sacerdoti che ci offrono un messaggio di cui oggi abbiamo tanto bisogno”, ha detto papa Francesco domenica scorsa alla preghiera dell’Angelus.

In questi giorni da più parti nella Chiesa e fuori, si sono succedute varie analisi e commenti su questo pellegrinaggio del papa; alcuni hanno parlato di “riabilitazione”, altri di “omaggio” per due sacerdoti sempre in trincea nel loro ministero. Quale che sia la giusta interpretazione, è bene lasciare spazio ai fatti. Papa Francesco si inginocchia davanti a due grandissimi protagonisti della chiesa e della società italiana del Novecento, riconoscendo in loro una Chiesa che si mette a servizio dei poveri e annuncia la misericordia di Cristo per tutti.

Questo mettersi in ginocchio è un atto dalla forte valenza simbolica. Non sono mancati come tutti sanno molto bene i “nemici” di don Mazzolari e don Milani, come oggi non mancano quelli di papa Francesco. Sono nemici di varia provenienza specialmente ecclesiale e tra questi ci sono anche coloro che al primo soffio di vento, cambiano bandiera, pronti a ricambiarla ogni volta che sia necessario. Pare riascoltare l’esperienza di San Paolo quando raccontando la sua storia parla di:“pericoli da parte di falsi fratelli”( 2Cor 11,26). L’opposizione alla Chiesa dei poveri e degli ultimi è molto attiva sul web e su alcuni blog di tradizionalisti; essi accusano oggi il papa, come ieri don Primo e don Lorenzo, di aver gettato la Chiesa in confusione dottrinale, morale, pastorale. Curiosamente questi blog parlano tra di loro si citano l’uno con l’altro quasi fossero novelli Padri della Chiesa. In realtà in confusione sono oggi questi difensori di una chiesa vecchia, che non c’è più, che si sono presi spazio esclusivo per troppi anni, ignorando sensibilità e voci differenti, ignorando i poveri. Alcuni pseudo cattolici laici e chierici che negli anni di pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, alle spalle dei due pontefici, hanno ridotto una parte della Chiesa ad una spelonca di ladri, brigando i loro affari con i potenti di turno, svendendo il Vangelo per quattro spiccioli; tramando nelle lobby gay e in quelle finanziarie, appaltando ai movimenti ecclesiali ogni opera di evangelizzazione, umiliando le parrocchie e il popolo di Dio; pseudo cattolici che difendono i principi che non vivono, e giudicano i drammi delle persone che non ascoltano, con cui non condividono.

Bisogna ritornare urgentemente alla chiesa di Mazzolari, Milani e papa Francesco che con lo Spirito del Concilio trasmettono il vangelo per attrazione e non per proselitismo.

E’ con la forza della preghiera di Gesù e di tutta la Chiesa che papa Francesco sta compiendo il Suo viaggio pastorale per confermare i suoi fratelli nella fede. E’ partito come sappiamo dalla periferia, da Lampedusa, indicando al mondo la centralità delle periferie fisiche ed esistenziali.

Oggi a Bozzolo e a Barbiana, Papa Francesco ci testimonia che la cruna d’ago attraverso cui passare per parlare di Dio è l’uomo scartato. Dare la vita per gli scartati, proprio come Gesù, anche Lui uomo brutalmente scartato.  Ogni giorno, sempre più forte il grido degli scartati ci investe e “rovescia” i banchi delle nostre chiese, richiamandoci alle cose essenziali.

Il papa ci ricorda che la “Buona Notizia” di Gesù non è una nuova filosofia, ma è la risposta al desiderio di tutti gli uomini di ogni tempo, di essere amati e liberati da ogni schiavitù.

Chiunque curi le piaghe del mondo, difenda il suo popolo, educhi alla vera libertà, non escluda nessuno a priori, è nel cuore stesso di Dio.

Papa Francesco venuto “dalla fine del mondo” oggi ha volto lo sguardo all’intero mondo e all’intera Chiesa cattolica, indicando questi due sacerdoti come modelli del vangelo.

Il Buon Pastore conosce le sue pecore ci ricorda il vangelo. Papa Francesco ha fatto dell’” odore delle pecore” il profumo di ogni opera di evangelizzazione. E’ l’odore delle pecore dice papa Francesco, che può risvegliare la chiesa, il dolore e la solitudine delle persone, la loro voglia di vita e di riscatto, la frontiera sulla quale costruire l’ospedale da campo che è la Chiesa.

Ringraziamo il Signore per il dono di don Primo e don Lorenzo e chiediamo allo Spirito la forza di continuare a trasmettere il vangelo con la loro audacia e coerenza; chiediamo anche allo stesso Spirito l’umiltà di sapere chiedere perdono come battezzati, come laici, come sacerdoti, come chiesa italiana a questi due grandi testimoni di Cristo.

Da oggi dopo questo pellegrinaggio di papa Francesco, la chiesa italiana e  la chiesa cattolica tutta, o si modella sulle orme di don Mazzolari e don Milani, o sarà una chiesa disobbediente allo Spirito e a Pietro.

 


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Il Papa a Fatima: Dio perdona tutto, la paura non si addice all’amato

Dopo essere arrivato questo pomeriggio a Fatima e aver pregato alla cappella delle apparizioni, Papa Francesco è tornato in serata al popolare santuario per la benedizione delle candele e la recita del rosario, secondo quanto indicato dal programma ufficiale del Vaticano.

Il pellegrinaggio del Papa avviene in occasione del centenario delle apparizioni della Vergine ai tre pastorelli – i beati Giacinta e Francisco, che saranno canonizzati domani – e suor Lucia, l’ultima veggente di Fatima scomparsa nel 2005 a 97 anni. Appena arrivato nel santuario, di nuovo il pontefice si è fermato in silenzio e preghiera di fronte alla piccola e amata statua della Madonna, nella cappellina del santuario che ogni anno accoglie milioni di pellegrini da tutto il mondo. Quello stesso luogo dove in quel lontano 13 maggio 1917 la Vergine è apparsa a tre semplici bambini, che oggi è gremito da una folla immensa di pellegrini.

statua madonna fatima

Il Papa ha poi presieduto il rito della benedizione delle candele, accompagnato dal canto del coro. La spianata del santuario è gremita di pellegrini, che ancora nella tarda serata continuano ad arrivare nella piazza. “Se vogliamo essere cristiani dobbiamo essere mariani” – dice Papa Francesco all’inizio del suo saluto. Secondo Francesco, dobbiamo riconoscere il legame provvidenziale che unisce la Madonna a Gesù e ci apre la via che ci conduce a Lui. Quando recitiamo il rosario in questo luogo benedetto e in ogni altro luogo, “il Vangelo riprende la sua strada nella vita di ognuno, delle famiglie e del mondo” – continua il Papa. Francesco ci invita a essere pellegrini con Maria, “maestra di vita spirituale”, la prima che ha seguito Cristo lungo la via stretta della croce donandoci l’esempio.

Come non si stanca di ricordarci dall’inizio del pontificato, il Papa ci esorta ad “anteporre la misericordia al giudizio”. Ma precisa che la misericordia di Dio non nega la giustizia, perché Gesù ha preso il nostro peccato su di sé, pagando per noi sulla croce. In questo modo – continua Francesco – nella fede che ci unisce alla croce di Cristo siamo liberi dai nostri peccati. Mettiamo dunque da parte ogni forma di paura e di timore perché “non si addice a chi è amato”.  Ci ricorda con forza, ancora una volta, Francesco: “Dio perdona sempre, perdona tutto”. Presi per mano dalla Vergine Madre e sotto il suo sguardo possiamo cantare con gioia “le misericordie del Signore” e ciascuno di noi può gioire nel Signore, per la misericordia che ha avuto verso tutto i tuoi santi, l’intero popolo, e che è arrivata anche a me.
pastorelli fatima

Una folla silenziosa alla luce delle candele appena benedette dal Papa recita ora il Santo Rosario, dopo il quale verrà celebrata la Messa, presieduta dal Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin. Domani in mattinata il Papa celebrerà la Messa durante la quale Giacinta e Francisco verranno proclamati santi.