"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)
L’aereo con a bordo il papa è partito da Roma ed è arrivato a Fatima. Si tratta del 19° viaggio apostolico di Francesco fuori dall’Italia. “Chiedo a tutti di unirsi a me, come pellegrini di speranza e di pace, le vostre mani in preghiera continuino a sostenere le mie”. In un messaggio rivolto al Presidente della Repubblica, italiana così ha scritto: “Nel lasciare il suolo italiano per recarmi in Portogallo in occasione del centenario delle apparizioni della beata Vergine Maria a Fatima, mi è caro rivolgere a lei signor Presidente il mio deferente saluto e mentre mi accingo ad incontrare pellegrini e specialmente malati che da tutto il mondo accorrono in quel santuario mariano per trovare luce e speranza invoco la benedizione del Signore sull’intera nazione italiana in particolare su quanti soffrono nel corpo e nello spirito”.
Ricevendo alcuni giorni fa il Pontificio Collegio Portoghese papa Francesco ha esplicitato il motivo profondo del suo pellegrinaggio: “porterò un augurio di pace e speranza al mondo”.
“La Madonna di Fatima ha dato ai pastorelli un messaggio contro corrente – ha detto ieri il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin -. Eravamo in tempo di guerra, 1917, il discorso era quello dell’odio, era quello della vendetta, era quello dell’ostilità e dello scontro, ‘l’inutile strage’ di Benedetto XV. La Madonna, invece, parla di amore, parla di perdono, parla della capacità di sacrificare se stessi e di fare di se stessi un dono agli altri”.
Dalla base militare dove è atterrato, il papa si trasferirà in elicottero allo stadio di Fatima per poi in papamobile raggiungere il Santuario mariano dove avverranno gli eventi centrali dei due giorni di visita, che culmineranno con la canonizzazione dei due pastorelli Francesco e Giacinta Marto, i primi bambini a diventare Santi senza aver subito il martirio. Stasera la visita alla Cappellina delle apparizioni e, dopo il vespro, la benedizione delle candele e la recita del Rosario. Anche tutti noi spiritualmente siamo a Fatima.
Anche a San Giuseppe dei Falegnami al Foro romano vi è la Cappella in onore della Madonna “Nostra Signora di Fatima” (vedi foto).
La storia di questa devozione al Foro romano è singolare. Al termine degli anni cinquanta, Fratel Gino Burresi creò un movimento mariano attorno alla piccola statua della Madonna di Fatima. La preghiera sincera dei numerosi fedeli ottenne molte grazie dalla Vergine e diversi miracoli, tra cui quello di una bimba, figlia di una famiglia amica del Papa Pio XII. Il Pontefice desiderò vedere questa immagine, ne favorì la venerazione e volle che rimanesse a San Giuseppe dei falegnami. La Cappellina è molto semplice e capace di favorire quel silenzio che ispira una profonda preghiera di conversione. Accanto a San Giuseppe, la presenza di Maria di Fatima aiuta a ritrovare la dimensione familiare della fede e del desiderio della pace.
Oggi ci uniamo tutti alla preghiera che Papa Francesco farà a Fatima per l’umanità intera e chiediamo la grazia di amare la Chiesa con lo stesso materno amore di Maria che illumina il segreto stupendo della vita umana, la fede che riconcilia. Il Centenario della Apparizioni della Madonna di Fatima ridia speranza a tutti.
“Pope of peace in Egypt of peace”. E’ il motto scelto per il viaggio che inizia di Papa Francesco in Egitto. Papa Francesco sta per atterrare all’aeroporto internazionale de Il Cairo. E’ il suo diciottesimo viaggio internazionale dove il dialogo interreligioso, e la pace saranno i temi portanti.Dopo la visita di cortesia al presidente della Repubblica, Abdal Fattah Al-Sisi, andrà ad Al-Azhar, la maggiore università dell’Islam sunnita, e incontrera’ il grande imam Ahmad Al-Tayyeb, partecipando alla Conferenza internazionale sulla Pace dove terra’ un attesissimo discorso. Subito dopo il Santo Padre incontrera’ le autorità egiziane, e poi fara’ visita al Patriarcato copto-ortodosso incontrando il patriarca Tawadros II. Con il patriarca il Papa preghera’ nella vicina chiesa di San Pietro, luogo del recente attentato rivendicato dall’Isis.
Colpisce di questo viaggio,l’attesa gioiosa e piena di speranza che si registra in tutti gli ambiti religiosi e civili egiziani. Dai mussulmani ai copti ortodossi e cattolici, fino agli apparati governativi e alla gente comune, Papa Francesco e’ riconosciuto come uomo di pace e grande autorità morale e spirituale.
Sabato 25 marzo a Roma presso il Palazzo dei Conservatori in Campidoglio si svolgeranno le celebrazioni del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, uno dei momenti storici più importanti del processo di integrazione europea. Quel giorno del 1957 tutte le campane di Roma suonarono a festa perché si aveva la coscienza di vivere un momento storico. Dodici anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’Europa seppur divisa dalla Cortina di ferro, voltava definitivamente pagina. I cosìdetti Trattati di Roma crearono la Comunità europea dell’energia atomica (Ceea o Euratom) e la Comunità economica europea (Cee).
Oggi il vento populista antieuropeo che da qualche parte soffia, non è minimamente paragonabile a quei giorni della storia ai quali l’Europa deve tornare urgentemente a guardare.
Cittadini di Europa, eredi della grande tradizione greca e romana, cristiani radicati nel sangue dei martiri, persone liberate da ogni schiavitù nel secolo dei lumi. Guardando i profughi respinti con la forza alla diverse frontiere europee, guardando l’accordo con la Turchia, guardando il nostro Mare Mediterraneo, cimitero dove viaggiano le nostre grandi navi da crociera, c’è a volte da vergognarsi di essere europei, greco romani, cristiani e illuministi.
Scappano dalle bombe, dalla distruzione delle loro case e dalle persecuzioni dell’Isis. Forse però non sono loro i veri profughi; forse è la nostra Europa ad aver ormai perduto le radici della sua antichissima civiltà; una Europa vecchia e stanca, che non fa più figli, e non sa riconoscere come propri, i figli dell’altra parte della umanità; forse è proprio l’Europa ad essere profuga e perduta, senza una patria e senza un approdo, un futuro. “Vi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato ad un popolo che lo farà fruttificare” (Mt 21,43). Queste parole del Signore; stanno già avvenendo; viene tolta la radice all’albero che non porta frutti buoni per tutti; viene tolta la libertà a chi non la sa condividere con gli altri; viene tolto anche il Vangelo a chi lo ha trasformato in privilegio e merce di scambio con il potere. L’Europa delle università e delle cattedrali, per sua colpa è ridotta ad un ospizio per vecchi, le sue nazioni sono in “guerra” le une contro le altre, i suoi confini stanno per cadere sotto i colpi della dignità di coloro che si sono stancati delle dichiarazioni di principio e hanno trasformato i loro stracci in bandiere e i loro poveri arnesi, in barricate. Forse c’è proprio bisogno di un altro popolo che faccia fruttificare la vigna europea, che ricostruisca una civiltà perduta. Una civiltà europea che è diventata idolatrica di se stessa, piena di “vitelli d’oro”, perché è sparita la parola della vera democrazia, la parola della grande filosofia occidentale, ed è sparita anche la Parola di Dio, che ti mette in una salutare crisi e ti ricorda il cuore della tua essenza, che è la condivisione dei doni di Dio.
Davanti ad un vero e proprio “peccato europeo”, forse il Vescovo di Roma Francesco, voce che grida nel deserto, è stato mandato da Dio come un nuovo Mosè:”“Allora il Signore disse a Mosè: ‘Va, scendi, perché il tuo popolo, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! [..] Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga’ “(Es 32,7-10).Davanti al peccato Dio dice a Mosè, vai a dire a loro che io li distruggo. Il Dio di Gesù Cristo, non è certamente cattivo e vendicativo, ma non si compromette con il nostro male, si dissocia da una Europa che non è più se stessa.
Papa Francesco con il suo esempio e i suoi appelli, sta distruggendo le vecchie tavole di una legge ingiusta e discriminatoria, le scaglia per terra e lo fa in nome di Dio facendo capire al “peccatore europeo” che sta sbagliando; distruggere il male è l’inizio del perdono e della riconciliazione. Il peccato europeo è una cosa seria; le tavole della legge non esistono più, sono andate distrutte insieme a tutti i vitelli d’oro; Francesco denuncia la gravità del peccato, per poter liberare l’Europa proprio dal suo peccato. Chiediamo all’Europa di avere il coraggio (è ancora in tempo) di accogliere le seconde tavole della legge, questa volta, come ci ricorda Gesù, scritte non più sulla pietra, cioè nei frontespizi dei palazzi del potere, sugli scudi degli eserciti, sulla carta delle costituzioni, ma nel cuore di carne di ogni cittadino europeo. Dio ti ha già perdonato vecchia Europa; ti chiediamo di ricominciare ad essere te stessa, di ritrovare la tua antica nobiltà; non essere mai più un sogno svanito, una illusione, una delusione. Noi ne aspettiamo pregando e pur sempre amandoti, la prova.
Oggi l’11 Febbraio di quattro anni fa abbiamo accompagnato papa Benedetto XVI , nel giorno della sua rinuncia nella salita verso Gerusalemme e alla nostra mente e al nostro cuore apparve subito l’ora dell’innalzamento sulla Croce; l’ora è vicina,dirà Gesù. Per quest’ora noi tutti siamo venuti. Un’ora che Gesù ha desiderata, ma nello stesso tempo, un’ora carica di turbamento:“Ora l’anima mia è turbata”dirà Gesù nel giardino della sua agonia; e anche il mio corpo è turbato disse in quel giorno il papa.
Come è consolante per me, questa confessione di Gesù, questa confessione del papa, una confessione di turbamento, dell’anima e del corpo. Come ci accompagna e ci dà forza nei momenti in cui davanti a tanti drammi della vita, e soprattutto davanti al dramma della morte, pure noi, come lui, sentiamo l’anima e il corpo turbati.
Ma, nello stesso tempo, come è grande Gesù,come è stata grande questa decisione del papa : “E che devo dire, Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome”. Nemmeno il Figlio dell’uomo, l’unigenito Figlio del Padre, nemmeno Lui, nemmeno il papa,nessuno sarà esentato da scelte drammatiche che ti chiedono la vita.
Ma ci dice Gesù, “In quel momento attirerò tutti a me”. Non è una frase trionfalistica. In quel momento; cioè chiunque viene là dove sono io, là dove papa Benedetto più e meglio si è avvicinato capirà queste cose. Il papa non scende dalla croce, perché solo il Figlio dell’uomo è stato innalzato (Gv 3) ma il papa con il gesto storico della rinuncia, più e meglio si è avvicinato a Gesù crocifisso. Noi però non siamo lì; la croce è l’ornamento delle nostre pareti ma non sempre della nostra vita. Noi non siamo docili fino a scendere in questo abisso dove il seme muore e nasce come nuovo germoglio. Non ci siamo, ma dobbiamo arrivare a questo. Papa Benedetto ha deciso di esserci.
Noi tutti dobbiamo apprendere dalle cose che soffriamo questa Nuova Alleanza in cui Gesù ci guida e che il papa emerito oggi ci testimonia con sovraumano coraggio e umiltà,anzi direi umiliazione.
«Pur essendo figlio Egli imparò l’obbedienza dalle cose che patì…». Possiamo dire, pur essendo papa imparò l’obbedienza dalle cose che gli hanno fatto patire”. Per le altre cose possiamo avere maestri di ogni genere. Per la politica, la scienza, la letteratura, quanti maestri ci sono! Ma quando entriamo nell’ombra della morte non c’è nessun maestro perché tutte le voci tacciono. Allora noi impariamo, nell’obbedienza,e in particolare quattro anni fa, in questa obbedienza del papa che cosa significhi,servire e non servirsi della chiesa, cosa significa amare e non usare la Chiesa. Solo l’esperienza del dolore,del tradimento, in una parola del Getsemani ci introduce nell’ascolto docile di un amore più forte della morte. Grazie professor Ratzinger per la Sua ultima lezione.Grazie Santo Padre per il suo ultimo servizio d’amore alla chiesa e al mondo. Grazie per aver dato allo Spirito lo spazio per donarci papa Francesco, un immenso dono di Dio.
Adesso anche tu Benedetto XVI abiterai al riparo dell’Altissimo e passerai la notte all’ombra dell’Onnipotente.(Salmo 90) e Tuo Padre che vede nel segreto ti ricompenserà. (Mt 6)
Nella Settimana di Preghiera per l’Unita’ dei Cristiani, la liturgia domenicale ci propone una riflessione sul rischio della divisione all’interno della Chiesa, che già San Paolo si trovò ad affrontare piuttosto aspramente.
Nella Prima Lettera ai Corinzi, infatti, Paolo ci racconta che i cristiani che già litigavano fra loro non circa la scelta tra bene e male ma su ben altre cose: “Io sono di Paolo, io invece sono di Apollo, io invece di Cefa. E io di Cristo!” (I Cor 1,12).
In fondo due sono i principali motivi che rompono l’unità nella Chiesa e creano divisioni, contrapposizioni, clericalismi.
Primo motivo che causa divisioni: i primi cristiani già miravano ad identificarsi con una autorità! Paolo respinge subito il gruppo sorto intorno al suo nome, e richiama con forza la centralità di Cristo. Non può esistere una Chiesa che non sia di Cristo. Il rapporto tra autorità e coscienza non può mai risolversi in nessuna dipendenza; quando l’autonomia della coscienza viene limitata e diviene dipendente dalla autorità, sorgono grandi problemi. Nascono i fanatismi religiosi, e ideologici, non meno gravi dei primi.
Fra quelli che si dicono cristiani, la storia così ha parlato: io sono di Pietro, io sono di Lutero, io sono di Calvino. Gesù è venuto a liberarci da ogni dipendenza umana, ma noi le abbiamo ristabilite. Il compito delle autorità è di essere ministri, servitori delle coscienze, non di sostituirsi ad esse, come ricorda spesso papa Francesco.
Il secondo motivo che causa divisioni lo troviamo al v. 17 della Prima lettera ai Corinzi al capitolo 1, dove Paolo dice: «Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo». Solo la parola dà senso al rito che da solo diventa ritualismo sterile. Il significato, il ruolo, la traduzione, l’inculturazione della Parola di Dio sono stati incredibilmente e gravemente causa di tante divisioni e di tanto sangue.
E’ la parola che dà al povero la dignità. Sinagoghe, e chiese sono al servizio delle nostre povertà, non padroni:“tu non avresti alcun potere se non ti fosse stato dato dall’alto” rispose Gesù a Pilato.
E’ la parola che dà all’adultera la misericordia: «va’ e non peccare più»; con quella Parola cadono tutte le sinagoghe, tutta la legge… Oltre un certo limite nessuna sinagoga, nessuna chiesa, nessuna legge conta. Conta l’uomo santuario vivente che risponde a Dio.
Per questo Gesù sceglie di salire in Galilea, lontano dalle autorità per realizzare la promessa di liberazione di ogni uomo. Crea intorno a sé una comunità di semplici pescatori, per pescare gli uomini:” Gesù disse loro, venite dietro a me”.
Ci tira fuori dall’acqua, simbolo biblico del male e della morte, per salvarci, per darci vita. Per la prima volta in Matteo appare il termine ‘vangelo’ che significa ‘buona notizia’. La buona notizia è quella del Regno dove Gesù guarisce :” ogni sorta di malattie e infermità nel popolo”.
Anche noi se non: “rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano”(Amoris Laetitia) non possiamo capire il “dramma” del Kerigma; il Kerigma non è dottrina ma dramma. Credo che annunciare il vangelo senza coinvolgimento personale, sia una illusione, non solo inutile ma controproducente. Senza l’odore delle pecore, il Pastore non è più pastore e diventa lupo, odora solo di incenso e inchiostro, non ha più l’abito sporco del pastore ma mantelli di costantiniana memoria, e le pecore fuggiranno via da Lui.
Questo anno sono 500 anni della Riforma luterana. Papa Francesco a fine Ottobre è stato a Lund, in Svezia, per commemorare, insieme alla Federazione luterana mondiale, per questo importante anniversario. In un’intervista rilasciata al gesuita svedese UlfJonsson, e pubblicata dalla Civiltà cattolica, papa Francesco mette in rilievo gli aspetti positivi della Riforma, sottolineando in particolare due parole. “Scrittura”,perché Lutero, per primo ha tradotto la Bibbia in lingua vernacolare e dice il papa “ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo”. L’altra parola è “riforma”:“All’inizio quello di Lutero era un gesto di riforma in un momento difficile per la Chiesa”, dice ancora il papa. L’ecumenismo sottolinea il vescovo di Roma deve essere un continuo“andare, camminare insieme! Non restare chiusi in prospettive rigide, perché in queste non c’è possibilità di riforma”.
La Commissione luterano-cattolica sull’unità ha computo in questi anni un lavoro eccellente per arrivare insieme a questa commemorazione. Il suo rapporto intitolato, “ Dal conflitto alla comunione” dichiara che “entrambe le tradizioni si accostano a questo anniversario in un’epoca ecumenica, con i risultati di cinquant’anni di dialogo al loro attivo, e con una rinnovata comprensione della loro storia e della loro teologia”.
Separando gli aspetti controversi, dai progressi teologici della Riforma, i cattolici raccolgono gli stimoli di Lutero per la Chiesa di oggi, riconoscendolo un “testimone del vangelo” (Dal conflitto alla comunione n. 29). Per questo dopo tanti secoli di contrapposizioni anche sanguinarie, oggi nel 2017 per la prima volta nella storia i cristiani luterani e cattolici commemoreranno insieme l’inizio della Riforma.
Anche con i fratelli ortodossi il cammino sta vivendo una primavera della storia. In questo nuovo clima e con questi concreti passi si vive il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani scelto per quest’anno: “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione” (cfr. 2 Cor 5, 14-20). Questo versetto sintetizza il testo della seconda lettera ai Corinzi, riferimento scelto per la preghiera comune. Hanno riflettuto e pregato insieme su questi versetti, per preparare questi giorni in particolare e l’intero anno di preghiera comune, il Pontifício Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e la Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese.
I giorni consueti per vivere la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, sono tradizionalmente dal 18 al 25 gennaio, settimana scelta e voluta fin dal 1908 dal Reverendo Paul Wattson, perché comprendeva la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo. A nessuno sfugge la forza simbolica di questo riferimento agli apostoli. Pietro che per primo ha confessato la fede, Paolo che ha portato la fede ai confini del mondo.
Affidiamo questa importante settimana e l’intero cammino ecumenico a Pietro; è stato un uomo debole, che ha tradito il Signore nel momento più importante, ma la sincerità, la profondità, la totale gratuità del suo amore gli hanno meritato dal Risorto stesso di confermare i suoi fratelli e sorelle nella fede.
Affidiamoci anche a Paolo; è stato un violento persecutore dei cristiani nel suo passato, ma ha sperimentato la forza della tenerezza di Cristo sentendosi amato da Lui fin dal seno materno.
Amare e sentirsi amati, è la scelta ecumenica fondamentale che supera ogni debolezza e relativizza ogni ferita della storia, in un cammino verso la piena unità che ha sicuramente più futuro che passato.
Gli otto giorni
Il testo 2 Corinzi 5, 14-20, scandisce la preghiera degli otto giorni, che sviluppa alcuni degli spunti teologici dei singoli versetti, come segue:
Primo Giorno:
Uno morì per tutti
Secondo Giorno:
Vivere non più per se stessi
Terzo Giorno:
Non considerare più nessuno con i criteri di questo mondo
Il messaggio di papa Francesco per la giornata della pace 2017, ha il titolo:” La non violenza: stile di una politica per la pace”.Sono passati quasi 50 anni da quando Paolo VI con intuizione profetica istituì per il primo gennaio di ogni anno una giornata dedicata al grande tema della pace.
Quest’anno il papa ha fatto della “non violenza” vissuta concretamente “come strategia di costruzione della pace” il perno sul quale ruota tutto il messaggio. Vengono subito alla mente i grandi costruttori non violenti della pace, come Gandhi, Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, Nelson Mandela e anche il grande impegno in questo campo così delicato, del partito Radicale italiano.
La prima violenza è quella dell’occhio; si lavora per la pace e la si costruisce, imparando giorno dopo a giorno a guardare il mondo con gli occhi dello Spirito, sapendo scrutare i segni dei tempi. Il fatalismo, il giudizio di condanna senza appello, sono solo modi per nascondere il disimpegno, per ripararsi fuori dal mondo reale. Il papa ci sfida invece a:” costruire la società, la comunità, con lo stile degli operatori di pace”.
Lo vediamo bene anche oggi: le ripercussioni della guerra cadono soprattutto sui poveri. Vediamo però anche la forza del messaggio evangelico, non sconfitta dalla storia e sempre capace di riecheggiare potentemente: «beati i poveri, beati i miti…».I poveri si riappropriano della speranza, e allora la guerra rimane nuda e manifesta tutta la sua assurdità e inutilità, Noi siamo in questi tempi, tante guerre ma anche tante speranze non vinte e non annientate dai signori della guerra.
Noi inoltre siamo dentro alla inesorabile decadenza di una parte del mondo che ha fatto la storia e adesso usa le armi perché la storia non cambi. La storia però è già cambiata e oral’ombra della morte, non causata della guerra, ma per autodistruzione, copre molti cieli occidentali. Il futuro passa altrove e passa attraverso quei luoghi del mondo dove vivono gli esclusi, le vedove, gli orfani, i poveri; cioè le categorie evangeliche di quelli che non hanno mai contato nulla, agli occhi dei signori della guerra e dei loro complici silenziosi e opulenti. Nessuno di noi può permettersi di rimanere fuori da questa vera e propria rivoluzione dei poveri che cercano la pace.La rivoluzione, per essere efficace, deve sempre cominciare dalla sfera privata, e la distinzione tra privato e pubblico è in questo senso un inganno pensato a tavolino da una parte della cultura di cui siamo eredi. Scrive papa Francesco:” che siano la carità e la non violenza a guidarci nei rapporti interpersonali come in quelli sociali e internazionali”.
Noi dobbiamo cominciare a vivere il cambiamento modificando gli spazi privati delle nostre responsabilità. Solo l’uomo delle Beatitudini può costruire la pace e può inserirsi naturalmente nei grandi processi di pace della storia. L’uomo del potere, del privilegio, della lobby, risulterà sempre un corpo estraneo alla pace e diventerà quasi senza rendersi conto, alleato della guerra.
Quando voglio dare dei nomi alla non violenza, dico giustizia, rispetto delle diversità, pace, bene comune. Dico le Beatitudini, parole che danno nomi molteplici a questa verità unica di cui Gesù è stato il primo testimone. Gesù è testimone di non violenza, questa non violenza dai tanti nomi, che sono le beatitudini.
Quando uno ha una autorità, una azienda, un posto di comando, oppure quando un paese possiede delle risorse, non bisogna difenderle con la spada. Gesù dice a Pilato: se il mio regno fosse come il tuo, i miei avrebbero combattuto. Combattere con la spada è uccidere, è la violenza che crea solo sconfitti e nessun vincitore. Infatti la nostra storia è un fiume di sangue versato in nome del principio che senza una spada un regno non si regge. Per questo siamo sempre in guerra. «Metti via la spada» ha detto Gesù a Pietro, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più crudele, del meglio armato.
Certo a volte c’è anche da aver paura quando i potenti fanno la pace. Non possiamo mai dimenticare e sottovalutare che Gesù fu crocifisso quando Pilato ed Erode, divennero amici, fecero la pace sopra il suo corpo martoriato. Non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione; quante volte si sente dire ma quel tale politico, quel partito, difendono i valori cattolici. Non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione perché si rischia di fare della casa del Signore un mercato e una spelonca di ladri; anzi non è un rischio, è quasi una certezza.
Dobbiamo chiedere invece con forza alla politica, ai regni di questo mondo cioè, la difesa della dignità e della libertà dell’uomo, di ogni uomo, in particolare oggi dei migranti e di tutte le minoranze.
Chiediamo allora ai leaders mondiali, di fare la pace, quella vera,che non si fa sulle spalle dei poveri. Preghiamo per una pace non sulle spalle della povera gente. Per esempio una pace che preveda il continuo innalzamento degli armamenti, e quindi affami mezzo mondo, non è pace. Preghiamo allora Gesù Cristo Re della Pace. Una regalità che con l’enorme sforzo di papa Francesco si sta liberando da tutti i mantelli e le corone di costantiniana memoria, e in questo modo come seme fecondo costruisce un mondo non violento dove:”non abbiamo bisogno di bombe e di armi,di distruggere per portare pace,ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri”( Madre Teresa di Calcutta discorso alla consegna del premio Nobel per la Pace 1979).
Ringraziamo il Signore per la possibilità di vivere più intensamente in questi giorni i nostri rapporti famigliari. Stare in famiglia, con gli amici più intimi e’ un segno di come dovremo sempre essere, quasi una rivelazione della nostra esigenza naturale di fraternita’. Purtroppo lo sappiamo, non e’ sempre così. Come mai questa esigenza di fraternita’ e’ spesso disattesa sia a livello personaLe che comunitario? La risposta del Natale e’ molto chiara.
La luce e’ venuta nel mondo e noi spesso abbiamo preferito le tenebre. Dio e’ venuto nel mondo, fra i suoi, ma sono proprio i suoi a non averlo accolto. Siamo anche noi i suoi che non lo accolgono.
La salvezza e’ venuta, l’hanno vista tutti i popoli della terra, ci ricorda la Scrittura, ma poi subito abbiamo guardato da un’altra parte.Ecco perché spesso non c’e’ fraternita’. Guardare dall’altra parte puo’ significare tante cose; ad esempio una fede intellettuale , borghese, che sa tutto del bambino, conosce anche il luogo di nascita, ma come gli Scribi non fa un passo per andare a Betlemme.
“Dio nessuno lo ha mai visto, soltanto il Figlio unigenito che e’ nel seno del Padre, lo ha rivelato”. Dobbiamo scegliere il Dio bambino rivelato dalla Parola fatta carne, altrimenti la fede diventa un concetto intellettuale o peggio ancora un raffinato strumento ideologico, per difendere principii che al contrario non vanno difesi, ma semplicemente vissuti.
E’ spesso vero che non conosciamo Dio, ma e’ altrettanto vero che molto spesso non conosciamo neanche l’uomo, tanto lo abbiamo disumanizzato insieme al creato. Uomini respinti e abbandonati; bambini violentati con in mano non giocattoli ma armi; donne usate e gettate via. La natura depredata della sua bellezza non più al servizio dell’uomo ma merce di guadagno e profitto per pochi. Il Natale ci richiama tutti a tornare all’origine del vero rapporto tra Dio e ogni uomo.
Come possiamo fare? Dice il Prologo di Giovanni: “a quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. Ecco un grande messaggio del Natale; Figli di Dio, uomini non disumanizzati, non si nasce ma si diventa, accogliendo Gesù e imitando la sua vita, compiendo semplicemente e senza condizioni, le Beatitudini.
“La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”. Dobbiamo accogliere l’amore di Dio e poi subito manifestarlo. Non dobbiamo commettere l’errore, come spesso abbiamo fatto, di combattere le tenebre; non si deve combattere il male, perché è troppo più forte. Dobbiamo compiere il bene, espandere la luce, e così le tenebre sono sopraffatte. Vincere il male con il bene.
Natale insegni alla Chiesa, ad ogni cristiano e ad ogni uomo di buona volontà a fare il bene, amando i nemici senza combatterli.
La prima lettura di questa domenica seconda di Avvento, tratta dal profeta Isaia racconta di un germoglio che spunta da un tronco inaridito. Noi crediamo che il Signore che viene sostiene la nostra povera vita, e anche se in tanti giorni tutto sembra arido e secco, da qualche parte spunta sempre un germoglio di speranza e di vita nuova. Noi crediamo che questo è vero, perché è lo Spirito Santo che custodisce questo germoglio, cura la sua fragilità, è attento a difenderlo da ogni pericolo: “Dite agli smarriti di cuore, coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio,” dirà il profeta Isaia.
Lo Spirito attesta che il germoglio è un germoglio di giustizia. Ecco un compito di Avvento che lo Spirito ci assegna ; lottare contro le ingiustizie, entrare nelle piaghe del mondo e mettersi come nostro Signore dalla parte delle pietre scartate. Le ingiustizie i soprusi, non le compie nessun demonio, ma alcuni uomini in carne ed ossa. E’ compito dei cristiani denunciare i nomi e i cognomi degli usurpatori e dei loro complici ad ogni livello, insieme ai nomi delle vittime.
Abbiamo l’esempio di Giovanni il Battista che preparando la via al Signore gridava forte:” «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di potere sfuggire di sottrarvi all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”.(Mt 3,8-9).
Per fare anche noi questo verso i farisei e sadducei del nostro tempo, abbiamo bisogno di riscoprire il nostro battesimo, troppo spesso ridotto ad un inutile rito di un cattolicesimo borghese ben al riparo dalla “meravigliosa complicatezza”(papa Francesco) della vita. Dice Giovanni Battista:” Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”(Mt 3,12)
Un battesimo di fuoco ci serve; ci serve la passione per lottare contro le ingiustizie, ci serve la potenza dello Spirito che abbatte tutti i muri e gonfia le vele della giustizia e della carità.
Nella Chiesa sono finiti i tempi nei quali che parlava e lottava per la giustizia e si metteva dalla parte delle pietre scartate, veniva scartato anche Lui, messo da parte in favore di cortigiani e complici di vanità. Che il Signore ci aiuti sempre ad essere dalla parte dei poveri, custodi del regno e annunciatori di Colui che sta per venire.
Si è concluso il Giubileo straordinario della misericordia e Papa Francesco ci ha donato la Lettera Apostolica “Misericordia et Misera“.
Partendo dal capitolo 8 del Vangelo di Giovanni, che racconta dell’incontro tra Gesù e la donna sorpresa in adulterio, Papa Francesco traccia le linee programmatiche per il futuro della Chiesa perché sia sempre maestra e strumento di misericordia. Papa Francesco pensa ad una Chiesa che non solo viva quotidianamente la misericordia ma anche la celebri nel suo atto più importante che è la liturgia.
“Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11). Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell’amore di Dio quando viene incontro al peccatore: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia». Quanta pietà e giustizia divina in questo racconto! Il suo insegnamento viene a illuminare la conclusione del Giubileo Straordinario della Misericordia, mentre indica il cammino che siamo chiamati a percorrere nel futuro. […] La misericordia, infatti, non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo. Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre”. (Mm 1)
La “Buona Notizia” di Gesù non è una nuova filosofia, ma è la risposta al desiderio di tutti gli uomini di ogni tempo, essere amati e liberati da ogni schiavitù. Tutti gli uomini, non solo sono oggetto di un amore misericordioso, ma anche soggetti liberi di amare. Chiunque curi le piaghe del mondo, difenda il creato, non escluda nessuno a priori, è nel cuore stesso di Dio. Non dimentichiamo mai di ringraziare del bene, da chiunque sia fatto.
“Gesù d’altronde lo aveva insegnato con chiarezza quando, invitato a pranzo da un fariseo, gli si era avvicinata una donna conosciuta da tutti come una peccatrice (cfr Lc 7,36-50). Lei aveva cosparso di profumo i piedi di Gesù, li aveva bagnati con le sue lacrime e asciugati con i suoi capelli (cfr v. 37-38). Alla reazione scandalizzata del fariseo, Gesù rispose: «Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (v. 47). […] Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita. Non c’è pagina del Vangelo che possa essere sottratta a questo imperativo dell’amore che giunge fino al perdono. Perfino nel momento ultimo della sua esistenza terrena, mentre viene inchiodato sulla croce, Gesù ha parole di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). (Mm2)
Misericordia e verità s’incontreranno, ci ricorda il Salmo 85. La misericordia non è un gesto che comunica amore, che trasferisce diciamo dall’alto in basso l’amore di Dio, ma è molto di più; misericordia è uno stare in comunione con la verità dell’altro; stare in comunione con la dignità di figlio di Dio di ogni persona; la verità dell’uomo infatti è prima di tutto la sua immagine e somiglianza con il creatore. Si assiste ogni tanto a qualche maldestro tentativo di separare la verità, dalla misericordia, la prima apparterrebbe alla dottrina, e la seconda alla pastorale; questo è un tragico errore, perché la misericordia non è un metodo pastorale, ma è il vangelo, il cuore stesso di Dio.
“Quanta gioia è stata suscitata nel cuore di queste due donne, l’adultera e la peccatrice! Il perdono le ha fatte sentire finalmente libere e felici come mai prima. Le lacrime della vergogna e del dolore si sono trasformate nel sorriso di chi sa di essere amata. La misericordia suscita gioia, perché il cuore si apre alla speranza di una vita nuova. La gioia del perdono è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza.” (Mm3)
E’ molto importante questo forte richiamo alla gioia. Così come nella Evangelii Gaudium papa Francesco ricorda che la gioia è una dimensione spirituale, biblica e sociale dalla quale non si può prescindere. La gioia del Natale così ben descritta nei cosiddetti vangeli della infanzia è ormai all’orizzonte. Purtroppo a volte I cristiani sono diventati alleati della tristezza, della notte, della conservazione, della ripetizione dell’antico, hanno avuto paura di ogni modernità, in fondo hanno avuto paura delle “cose nuove” già annunciate dai profeti biblici. Per la cattiva testimonianza di alcuni, il cristianesimo è stato percepito come un talento da nascondere in una buca. Ogni entusiasmo per i grandi valori della storia, della libertà, della fraternità, della uguaglianza è stato spesso sopito per un eccesso di prudenza e in definitiva per una vita fede povera, più attenta al potere che al servizio. Dobbiamo combattere con tutte le forze questo cristianesimo del talento nella buca, perché, come dice Paolo, noi siamo figli del giorno; noi siamo svegli non per nascondere i talenti ma per rischiare, avendo l’audacia con la forza dello Spirito di cambiare il mondo. I cristiani sono figli della luce, non guardiani di un museo delle cere, o soldati di un fortino arroccato.
[…] assume un significato particolare anche l’ascolto della Parola di Dio. Ogni domenica, la Parola di Dio viene proclamata nella comunità cristiana perché il giorno del Signore sia illuminato dalla luce che promana dal mistero pasquale”. (Mm6) “Nel Sacramento del Perdono Dio mostra la via della conversione a Lui, e invita a sperimentare di nuovo la sua vicinanza. È un perdono che può essere ottenuto iniziando, anzitutto, a vivere la carità.[…]Quanta tristezza quando rimaniamo chiusi in noi stessi e incapaci di perdonare! Prendono il sopravvento il rancore, la rabbia, la vendetta, rendendo la vita infelice e vanificando l’impegno gioioso per la misericordia”. (Mm8)[…] “Ricordiamo con sempre rinnovata passione pastorale, pertanto, le parole dell’Apostolo: «Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione»(2 Cor 5,18). (Mm11)
La Chiesa è il lievito dell’unica storia degli uomini. Noi non ci poniamo come ideologia contro altre ideologie ma come segno e strumento di riconciliazione. Affidando a noi la parola della riconciliazione. A noi è affidata questa parola. A noi non è affidata la parola della guerra, del fondamentalismo che può riguardare anche noi, che fa dire ad alcuni “cattolici”, l’islam è tutto fondamentalista, tutto anti cristiano ; stiamo attenti a non mancare a ciò che ci è stato affidato, la Parola della riconciliazione costi quello che costi. Una parola di Misericordia che spezza le barriere, abbatte i muri e riconcilia, dona la Pace, quella vera. Questo è il vero il grido della sentinella biblica, la riconciliazione.
Su questa Parola saremo giudicati. Dio mi giudicherà a partire da qui: che cosa hai fatto per i tuoi fratelli? come ti sei riconciliato con loro? Hai soffiato sul fuoco di presunte guerre di religione che non esistono e che invece nascondono altri interessi o hai vissuto atti di riconciliazione, di pazienza e anche di perdono? saremo giudicati su questo (Mt 25).La Parola di Dio è una Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia. La Chiesa ha bisogno di testimoni che sperimentano che la Parola di Dio è efficace, opera ciò per cui è stata mandata.
“Durante l’Anno Santo, specialmente nei “venerdì della misericordia”, ho potuto toccare con mano quanto bene è presente nel mondo. Spesso non è conosciuto perché si realizza quotidianamente in maniera discreta e silenziosa. Anche se non fanno notizia, esistono tuttavia tanti segni concreti di bontà e di tenerezza rivolti ai più piccoli e indifesi, ai più soli e abbandonati. Esistono davvero dei protagonisti della carità che non fanno mancare la solidarietà ai più poveri e infelici. […] È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia. La Chiesa ha bisogno di raccontare oggi quei «molti altri segni» che Gesù ha compiuto e che «non sono stati scritti» (Gv 20,30).” (Mm 17-18)
La misericordia rappresenta oggi per la Chiesa un appuntamento con la storia; nei primi secoli abbiamo difeso la fede ; poi abbiamo portato il vangelo fino ai confini della terra; oggi forse il compito dei cristiani è dire al mondo moderno che certamente, la storia è molte volte una povera storia, fatta di poveri uomini, un oceano infinito di sangue, ma rimane una storia della Salvezza dove il Padre non cessa di tendere la sua mano, e dove il vangelo della misericordia inesorabilmente si compie.
“Alla luce del “Giubileo delle persone socialmente escluse”, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri. Sarà la più degna preparazione per vivere la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, il quale si è identificato con i piccoli e i poveri e ci giudicherà sulle opere di misericordia” (cfr Mt 25,31-46). (Mm21)
«Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare» (Lc 9,12-13)
Il vangelo ci chiede di tener saldo il rapporto tra l’eucaristia la carità. I discepoli, di fronte alla fame della moltitudine sono stati tentati di far finta di niente, tentati di allontanare il problema, che erano persone, volti, storie concrete. L’eucaristia diventa la nostra condanna se congediamo le folle, radunate ormai davanti le nostre case e le nostre chiese. Allontanare i poveri nelle nostra vita, si può fare in tanti modi: quando facciamo finta di non vedere ciò che poi abbiamo sotto gli occhi, quando per tacitare la nostra coscienza, diciamo tanto è impossibile cambiare le cose, quando ci chiudiamo dentro il nostro benessere, aprendoci soltanto con una offensiva elemosina. L’eucaristia, la misericordia sono l’opposto del disinteresse, dell’individualismo, della logica del congedo. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’eucarestia ad una devozione privata, intimistica, come se tutto potesse risolversi nel rapporto esclusivo tra me e il Signore, un rapporto nel quale gli altri e il mondo non ci sono più.
Oggi sentiamo forte la profezia di papa Francesco, “non lasciatevi rubare la Speranza”. Dobbiamo reagire. Il modo cristiano di reagire, è spezzare il pane e darlo alle folle, spezzare noi stessi e darsi alle folle, sentire compassione per chi ti segue a piedi, o sui barconi, perché ha fiducia nel tuo essere cristiano, nel tuo essere italiano, la patria del Diritto, fiducia nella “bellezza “ del nostro paese.
Vogliamo ravvivare la nostra speranza, spezzare le stanche chiusure su noi stessi, i nostri individualismi, le nostre segregazioni individuali di classe, di popolo, aprendoci ad un futuro possibile e urgente. Oggi dobbiamo osare di più e tenere insieme le ragioni della Speranza cristiana e le ragioni della lotta fianco a fianco con chi ha fame. Di che cosa abbiamo bisogno al termine di questo Giubileo? Noi abbiamo bisogno soltanto di cristiani concreti, di uomini e di donne di buona volontà; abbiamo bisogno soltanto di persone perbene; abbiamo bisogno soltanto di persone competenti e non raccomandate; abbiamo bisogno di persone al servizio, di persone che vogliono bene al prossimo. Come ieri per la Salvezza non contava il circonciso nè l’incirconciso, così oggi non conta l’uomo di Destra, né l’uomo di Sinistra, non conta il conservatore o il progressista. Conta solo l’uomo, cosi’ come è, la Nuova Creatura redenta e amata dal Signore.