ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Eucarestia pane per tutti

imageOgni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga

Il più antico testo sull’Eucaristia – la Lettera ai Corinzi (53/57) – ci parla del fatto che essa è in connessione con la morte di Gesù. Il Signore è morto, consegnandosi, lasciandosi prendere dai nemici, non chiedendo nessuna difesa agli amici. Celebrare l’eucaristia vuole insegnarci come vivere. Si vive consegnandosi, senza difendersi, come ha fatto Gesù, come hanno fatto gli apostoli. Una Chiesa che pensa a difendersi, non è più chiesa.

Vivere consegnandosi, è il Vangelo, è il percorso da compiere per avere la vita eterna. Noi infatti celebriamo l’Eucaristia “finché egli venga”, aspettando che Lui ritorni, credendo che la morte non lo ha sconfitto, perché chi vive consegnandosi per amore, ha una vita più forte della morte.

L’Eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’Eucarestia ad una devozione privata, intimistica, come se tutto potesse risolversi nel rapporto esclusivo tra me e il Signore, chiusi agli altri e alla storia

A questo proposito ci sono due pericoli sempre attuali.

Nel libro del Deuteronomio vediamo il pericolo della nostalgia di altri tempi: il popolo dalla dura cervice resiste allo Spirito. Ancora oggi alcuni come quel popolo, rimpiangono tempi di tranquillità, tempi della chiesa trionfante, quando le chiese erano piene e le liturgie fastose, gli ostensori così imponenti da “soffocare” la fragilità dell’Ostia Sacra; tempi che erano però, di ingiustizia, di potere, di denaro, di clericalismo, dove Cristo non c’era.

Il pericolo dello spiritualismo «E il pane che io darò è la mia carne». La vita di Dio non è al di fuori della realtà umana. Non ci può essere dono dello Spirito dove non ci sia anche il dono della carne. Gesù, dice precisamente, nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni: “Chi mastica la mia carne”. Il verbo masticare in greco è molto forte e significa “triturare, spezzettare”. Il Vangelo non è un ideale, ma la concretezza del pane e della carne.

Anche il Vangelo di Luca nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci ci offre una indicazione molto importante

 Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

Non c’è nessuno che, venuto al banchetto del Messia, sia costretto a tornarsene a digiuno. Anzi, ci sono dei pani che sono riservati a chi è rimasto fuori dalla mensa. Pensiamo, e preghiamo, per tutti i cristiani che vivono in situazione di persecuzione, e non possono celebrare l’eucaristia; preghiamo per chi non può accostarsi ai sacramenti e attende la misericordia del Signore e della Chiesa, non la durezza della legge; preghiamo per le chiese in terra di missione, dove il sacerdote arriva una volta al mese; preghiamo per tutti quelli che non hanno mai incontrato chi il Signore, e anche per coloro che si sono allontanati  per colpa nostra e delle nostre contraddizioni. Preghiamo perché al tavolo a cui Gesù  si è voluto sedere, ci sia veramente un posto per tutti, e nessuno venga escluso, nessuno manchi; forse allora quello sarà il giorno in cui Lui ritornerà.

 


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La Trinita’ ci dice che la molteplicità appartiene a Dio

“Nella famiglia umana, radunata da Cristo, è restituita l’immagine e somiglianza della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore” (Papa Francesco, Amoris laetitia, 71).

Per parlare della Trinità non è bene avventurarsi in speculazioni teoriche, ma guardare alla concretezza dell’amore. L’amore che lega il Padre nella forza dello Spirito.

“Lo Spirito mi glorificherà: prenderà del mio e ve lo annuncerà” (Gv 16,14). La vita di Gesù, la Sua testimonianza che supera ogni confine e abbatte ogni barriera, sono per ognuno di noi l’esempio da imitare, il cammino da fare insieme. Gesù dona a noi, attraverso il Suo Spirito, tutto ciò che è Suo, e anche in questo darsi, in questa comunione con noi, manifesta la Sua Gloria, la Sua gioia.

“Tutto quello che il Padre possiede è mio”. La Gloria del Padre è quella del Figlio, ma per puro dono è e sarà anche la nostra gloria, se avremo risposto giorno dopo giorno alla nostra vocazione cristiana. Vivere relazioni di gratuita’, essere testimoni bellezza, fuggire non solo il male ma anche la tanto diffusa mediocrità, in una parola vivere le beatitudini evangeliche, tutto questo manifesta e ci rende partecipi della Gloria di Dio.

Il mistero della Trinità ci dice inoltre che la diversità, la molteplicità, appartengono originariamente a Dio e quindi noi dobbiamo guardare con rispetto e attenzione ad ogni diversità e molteplicità.

Il nostro annuncio del Vangelo, la nostra pastorale hanno bisogno per essere efficaci, di entrare, guidati dallo Spirito, nella vita delle persone, nei luoghi e nelle società dove palpita il cuore della modernità, con “immensa simpatia” come diceva Paolo VI. Il mondo a volte così diverso noi, cosi molteplice e complesso, ha però dentro di se i semi del Verbo, ed è già amato dal Signore.

Molte cose il Signore ha ancora da dirci come ci ricorda il Vangelo, ma già sappiamo che saranno parole di amore e riconciliazione. Nessun ostacolo, nessuna difficoltà, nessuna forza umana potranno impedirci, se noi lo desideriamo, di essere nella Gloria di Dio.


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Quando pregate dite Padre

Per quasi due millenni la preghiera cristiana era dentro i ritmi giornalieri  della vita individuale e sociale, aveva le sue scadenze, i suoi riti, le sue prescrizioni, ma anche le sue ipocrisie. Pensiamo ad esempio al rito medievale del Carroccio. In quel periodo storico i comuni italiani, prima di partecipare ad una determinata battaglia schieravano un carro su cui si celebrava l’ eucaristia e subito dopo si faceva la guerra e ci si ammazzava gli uni con gli altri. Questo esempio ci ricorda che non bastano i simboli e i riti per identificare la preghiera.

Le parole di Gesù dicono cosa è preghiera. Gesù ci dona il modello della preghiera, una cosa semplice, che nella sua semplicità getta una luce sul nostro modo spesso complicato di pregare. Pregare vuol dire riconoscere i nostri bisogni, la nostra fragilità di essere creature. Gli uomini forti e superbi infatti non pregano, ma piuttosto si fanno pregare. La preghiera esprime allora umiltà davanti a Dio e davanti agli altri uomini. «Quando pregate, dite: Padre» è l’imperativo semplice di Gesù. Tutte le preghiere di Gesù ini­ziano con questa parola Padre. Con Dio non si parla usando prima di tutto le parole della Sua divinità (ad esempio l’onnipotente). La parola tutta divina e tutta umana è Padre, perché Gesù è venuto a restaurare proprio il rapporto tra il Padre e noi  figli nel Figlio. Gesù poi da a noi una sola  garanzia come frutto della preghiera; il Padre darà lo Spirito Santo. A che serve lo Spirito? Lo Spirito è l’amore del Padre e del Figlio per ognuno di noi. Dio risponde alle nostre preghiere non lasciandoci delle leggi alle quali ubbidire, ma donando il suo Spirito, che ci guida infallibilmente nella vita ogni giorno. A questo proposito oggi la liturgia ci propone due versetti significativi:

“Vorrei scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere” (Gen 18,20). Impariamo a guardare la nostra storia personale, il mondo con gli occhi dello Spirito non con quelli della legge. Ritroviamo ogni giorno quella fiducia e quella serenità che il Signore donandoci il Suo Sopirito ci ha promesso.

“In Cristo, Dio ha dato vita anche a noi, perdonandoci tutte le colpe, e annullando il documento scritto contro di noi, che con le prescrizioni ci era contrario. Lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.(Col 2,14) Chiediamo al Signore nella preghiera di aiutarci a togliere di mezzo le prescrizioni che umiliano l’uomo e sono ostacolo alla misericordia. Salgano sulla croce della umiltà anche le persone che impediscono la misericordia, appellandosi ad una pseudo dottrina, oppure ad una pseudo tradizione che invece rappresenta precetti di uomini dirà Gesù. Queste persone non sanno pregare e non sanno amare.


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La fede è una storia d’amore con Dio

Riflessione per il Tempo di Pasqua

La fede è una storia d’amore con Dio:” Se uno mi ama, vivrà la mia Parola”(Gv14,23), ci ricorda il vangelo di Giovanni. E noi abbiamo capito male, come se ci fosse scritto:” osserverà i miei comandamenti”. La Parola non si riduce a comandamenti, è molto di più. La Parola «opera in voi che credete» (1 Ts 2,13), crea, genera, apre cammini e spazi imprevisti e imprevedibili. A volte noi pensiamo che osservare le Sue leggi significa amare Dio. E non è così, perché puoi essere un cristiano osservante anche per paura, per ricerca di vantaggi, o per sensi di colpa. Ci hanno anche sempre detto: se ti penti, Dio sarà misericordioso con te. Invece la misericordia previene il pentimento, il tempo della misericordia è sempre in anticipo. Cosa vuol dire amare il Signore Gesù? Come si fa? L’amore a Dio comincia, con il lasciarsi amare d Lui. Dio non si merita, si accoglie. Proprio come dice il Vangelo di Giovanni: “e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”(Gv 14,23).

C’è un passo molto istruttivo degli Atti degli Apostoli, dove al capitolo 8 si racconta l’episodio del battesimo di un eunuco etiope da parte di Filippo. L’etiope stava leggendo un passo del profeta Isaia, e alla domanda di Filippo “Capisci quello che stai leggendo? E come potrei capire, se nessuno mi guida?”(At 8,31).Nel percorso di avvicinamento e crescita della fede è necessario un insegnamento, una trasmissione nella quale chi è più avanti aiuti chi è più giovane o più indietro.

Tutta la storia delle Chiesa è percorsa dallo sforzo di mettere in pratica questa vera e propria opera di misericordia che è il trasmettere la fede.

San Bernardo, ricorda le varie modalità con le quali ci si può avvicinare alla conoscenza: “Vi sono coloro che vogliono conoscere solo per conoscere: e questa è curiosità; ci sono coloro che vogliono conoscere solo per essere conosciuti: e questa è vanità; e vi sono coloro che vogliono conoscere per esserne edificati: e questa è la vera saggezza; vi sono infine coloro che vogliono conoscere per edificare: e solo questa è la carità”.

Affidiamoci a Giovanni apostolo ed evangelista:“ il discepolo che Gesù amava”. Solo con amore si può evangelizzare.


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Se tu conoscessi il dono

Riflessioni sulla Terza Domenica di Quaresima 

Leggiamo nella Prima lettura della Terza domenica di Quaresima, tratta dal Libro dell’Esodo al capitolo 17: “Il Signore disse a Mosè: prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”.

La roccia fa scaturire l’acqua. Per fare questo ci vuole la fede. Occorre avere questa fede, nel Dio di Gesù Cristo affinchè dalla dura roccia della nostra vita possa emergere l’acqua viva; ci vuole anche la fiducia nell’uomo, che nonostante le sue contraddizioni e il suo peccato, rimane immagine e somiglianza di Dio. Gesù Cristo è la risposta alla nostra fede e alle nostre speranze e dice ad ognuno di noi con le parole del vangelo di Giovanni al capitolo 4: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre ». Il cammino di Quaresima è un pellegrinaggio alle sorgenti del nostro essere più profondo delle nostre speranze più intime, è la riscoperta della nostra coscienza come vero ed unico tempio dove adorare il Signore.

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L’incontro di Gesù con la donna samaritana al pozzo di Sicar esprime in maniera straordinaria, l’incontro tra due desideri; il desiderio di Dio di comunicarci vita, e il desiderio di ogni uomo di vivere in pienezza. Dio non si può che desiderare, perché Dio è Amore dirà con sentenza scultorea l’autore del quarto vangelo. La stanchezza del viaggio della vita non diminuisce il desiderio di Dio, ma anzi rinvigorisce la sete di poterlo incontrare.

“Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!” Come la donna del vangelo anche noi non conosciamo fino in fondo il dono di Dio; a volte pensiamo che l’incontro con il Signore venga al termine di una immensa fatica, un guadagno da ottenere dopo aver ottenuto dei meriti. L’acqua di cui abbiamo sete, è Dio stesso che si dona preventivamente nel suo amore di Padre. Dopo sarà la nostra libertà a saperlo accogliere, ma il dono è prima di tutto.

Preghiamo il Signore perché ci aiuti a mantenere sempre il desiderio, la sete di crescere nella fede nella speranza e nella carità, parole che non si possono vivere separatamente. Il Dio di Gesù non è un Dio che chiede, ma un Dio che offre, che arriva addirittura a offrire se stesso. “Perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.


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Abramo partì, senza sapere dove andava

Monica Romano

Il tempo di Quaresima è, più di altri, un tempo in cui la Parola di Dio ci invita a metterci in cammino. Un “tempo forte”- ci ricordava da ragazzi il mio vice-parroco, Don Paolo – molti anni fa, quando preparava per ognuno di noi una vera e propria “agenda” per l’Avvento e la Quaresima, con i riferimenti alle Letture giorno per giorno. Per darci uno strumento utile e incoraggiarci ad accostarci alla Bibbia più regolarmente rispetto ad altri tempi dell’anno liturgico.

Il cammino, la vocazione alla quale Dio ci chiama, non ci appare sempre lineare, anzi a volte ci richiede quasi un “salto nel buio”. Mi ha sempre colpito l’esperienza di Abramo, che parte lasciando tutto e tutti e, come noterà successivamente la Lettera agli Ebrei, “per fede” obbedì a Dio e “partì senza sapere dove andava”. Qui entra il gioco un aspetto fondamentale nel cammino di fede: la fiducia in Dio. Molti di noi non mettono in dubbio l’esistenza di Dio e credono che Gesù Cristo sia Suo Figlio, il Salvatore, venuto nel mondo per riscattarci, come primizia della Resurrezione che sperimenteremo anche noi. Ma dalla fede in Gesù Cristo alla fiducia incondizionata vi è appunto un salto molto grande da fare. Spesso questa è la debolezza della nostra fede – fidarsi (e affidarsi) incondizionatamente di Dio. Fiducia che Dio ci ha tracciato dal momento in cui si è incarnato in un bambino indifeso, che poteva vivere solo se accudito e amato da Maria e Giuseppe. Dio ha fatto Lui stesso per primo un atto di fiducia nell’uomo, prima creandolo e dopo scendendo nel grembo di Maria e affidandosi a una famiglia diciamo “come tutte le altre”, che si è a sua volta fidata di Dio e ha portato avanti una vocazione straordinaria alla quale era stata chiamata. Non senza momenti di buio e di incertezza, alcuni dei quali emergono anche dai racconti del Vangelo. C’è un’immagine molto bella che porto nel cuore, dipinta dalle Piccole Sorelle di Charles de Foucault (vedi immagine sotto). Maria che tiene in braccio il piccolo Gesù, che invece di starsene “accovacciato” tra le braccia rassicuranti della mamma, le tende come per farsi prendere dal passante che desidera accoglierlo. Questa “iconografia” originale mi richiama di nuovo l’idea della fiducia, che il Signore ha riposto nell’uomo, fino a donare la sua vita per lui, ciascuno di noi e tutti insieme. E che ha richiesto a noi cristiani, che crediamo “pur non avendo visto”. Atti di fiducia che ci vengono richiesti non una sola volta nella vita. Ad Abramo successivamente verrà chiesto addirittura di sacrificare il figlio Isacco. A significare che, in aggiunta ai “piccoli”, “quotidiani”, atti di fiducia cui i cristiani sono chiamati a rispondere nella vita ordinaria, ve ne possono essere di molto, molto grandi, nel corso della vita.

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I santi sono uno specchio luminoso di questa fiducia incondizionata nell’amore del Padre e hanno seguito Gesù sempre e comunque, molte volte attraversando percorsi bui, nell’anima e nella vita concreta di tutti i giorni. Per me i santi sono una grande consolazione, perché nelle amarezze della vita mostrano che esse si possono superare umanamente o vivere secondo quanto il Signore ci chiede, con l’aiuto della grazia.

Ma vediamo che già da subito, la tentazione alla “scorciatoia”, all’alternativa alla “salita” nel buio, si affaccia nel cuore dell’uomo, perfino in chi era più vicino al Signore e ha poi dato tutto, la vita, per Lui. Nel Vangelo di oggi che segue la Prima Lettura sulla vocazione di Abramo, la liturgia propone il racconto della Trasfigurazione di Gesù. Camminano il Signore, Pietro, Giacomo e Giovanni, “su un alto monte”. Spesso, quando il Signore prepara qualcosa di speciale come in questo caso, il Vangelo racconta che ci si mette in cammino e in condizioni o circostanze generalmente ostili, difficili. La salita sul monte, come in questo caso; il contesto dei pastori – i reietti della società di allora – o i Magi ingannati da Erode, quando nasce Gesù… Una volta giunti a destinazione, Pietro propone di preparare tre capanne e rimanere lì, loro soli. “Lasciamoci tutto alle spalle, abbandoniamo il mondo con le sue amarezze”, praticamente a me sembra voglia dire Pietro. Forse, anche: “Godiamoci noi tre la compagnia del Signore”. Mi è capitato molte volte di sperimentare o incontrare persone che hanno vissuto questa tentazione. “Mollare tutto”, per dirla con un linguaggio più vicino a noi e forse più efficace; “tenerci stretta” la fede, nel nostro gruppo parrocchiale, nel nostro movimento, lontani dal mondo che “non conosce” o peggio ancora “rifiuta” il Signore…. La liturgia della Parola che saggiamente è stata “assemblata” con il Concilio ci dice con queste Letture che invece non bisogna fermarsi ma – come Abramo e parafrasando le parole di Gesù nel Vangelo di oggi, “alzarci e non avere paura” -, camminare, e dopo aver goduto della luce di Gesù, dobbiamo a nostra volta portarla nel mondo, per illuminare quei cammini bui che molte volte ci ritroviamo a percorrere nelle nostre vite. Non è una vocazione cristiana vivere in una capanna tra di noi, ma – direbbe ancora Papa Francesco – aprire le sue porte,  uscire per portare Gesù al mondo e lasciar entrare chi lo desidera.

Che questo tempo quaresimale, che ho sempre considerato un dono propizio nel cammino di fede, possa aiutarci ad alimentare sempre di più la piccola lampada della nostra fede e della nostra fiducia in Dio, che già non è stata delusa, , con la promessa della Resurrezione.


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Una luce sulla nostra debolezza

Riflessione nella II Domenica di Quaresima 

La Prima Lettura della seconda Domenica di Quaresima tratta dal Libro della Genesi ci presenta la vocazione di Abramo, chiamato a partire fidandosi unicamente della Parola di Dio. Anche noi come Abramo siamo chiamati ad uscire dalla nostra terra. Siamo in un momento storico in cui attraversare la terra dal vecchio al nuovo mondo è divenuto un fatto necessario. La nostra terra occidentale, la nostra Europa delle cattedrali, sono ormai assediate da milioni di persone in cerca di dignità e sicurezza. Non è retorica affermare che un nuovo mondo si sta formando. Una Chiesa che ancora volesse rimanere rinchiusa nell’Arca di Noè durante il diluvio, cioè una Chiesa eurocentrica forte soltanto delle proprie sicurezze e tradizioni, sarebbe semplicemente fuori dalla storia. Ancora di più sarebbe fuori dal dolore del mondo. Questo dolore del mondo è illuminato dalla luce di Gesù che oggi nel vangelo di Matteo al capitolo 17 svela per un istante la Sua Gloria.

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Sull’esempio di Gesù, ogni cristiano è chiamato a condividere la fede in quel terra comune, tra tutte le latitudini, anche tra credenti e non credenti che è la sofferenza. Il «Gesù solo» della Trasfigurazione, terminata l’anticipazione della Pasqua, è solo un uomo tra gli uomini.  Ecco però che nel Gesù debole, tentato come noi in ogni cosa noi, abita la Gloria di Dio.  In Gesù solo e abbandonato da tutti, Dio rivela la Sua Gloria e dice agli uomini che la debolezza è la casa di Dio.

Per questo con fiducia dobbiamo percorrere il nostro cammino quaresimale; le amarezze della vita non diminuiscono il nostro slancio pasquale, perché il Signore le illumina con la Sua Gloria e chiede a noi di saper sempre scorgere dentro di noi e fuori di noi la Sua presenza salvatrice.

“E’ bello”, dice Pietro a Gesù. Ripartire dalla bellezza; la vita se sempre non è facile, sempre può essere felice se la viviamo con Gesù, se sappiamo meglio comprendere con uno sguardo compassionevole, noi stessi e gli altri.

Le molte cose da fare, le preoccupazioni, i “rumori del mondo” spesso ci impediscono di ascoltare il sussurro di una brezza leggera attraverso il quale Dio si fa presente (1 Re 19,12).

Vivere una vita cristiana bella e consapevole richiede l’ascolto della voce di Dio dentro di noi e tra noi. Dio agisce nostra vita, si prende cura di noi. Nessuno è escluso, nessuno è abbandonato.


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I bambini cinesi cantano “Forza Gesù”

In occasione della Visita di Stato del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella in Cina in questi giorni, un gruppo di studenti cinesi di scuola elementare si è esibito con una canzone in italiano intitolata “Forza Gesù” dello Zecchino d’Oro.

Come si legge sul sito del Quirinale e riportato dall’account twitter dell’Ambasciata d’Italia a Pechino, il Presidente Mattarella ha incontrato docenti e alunni della Scuola Elementare del Popolo di Chongqing, città che si trova nella parte centro-meridionale della Cina, con quasi 33 milioni di abitanti. Durante la visita alla scuola, un gruppo di bambini ha accolto il Presidente cantando “Forza Gesù”, una canzone in gara della 53ma edizione dello Zecchino d’Oro, che si è svolta a novembre del 2010. Il brano era cantato da Simone Deiana e come tutte le canzoni della performance canora era accompagnato dal Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna. Secondo una rapida ricerca su internet, la canzone è diventata popolare in Cina tramite un video postato su internet relativo a un’esibizione di poco successiva del Coro dell’Antoniano nella Basilica di San Fermo a Verona, in occasione del Natale dello stesso anno. Come riporta Famiglia Cristiana, il video con la canzone sottotitolata in cinese (dal titolo letterale “加油耶稣”) ha registrato un milione e mezzo di visualizzazioni in Cina. La voce solista era quella di una bambina di quattro anni, Francesca. In fondo al post i testi della canzone in italiano e in cinese.

La canzone mostra come i bambini siano consapevoli del male che li circonda e dei loro limiti nel poterlo affrontare. Appare anche la preoccupazione che i bambini hanno quando vedono che gli altri, gli adulti, sono infelici e il desiderio di fare qualcosa per loro. Ma il cuore della canzone è il riferimento a Gesù e non solo il fatto che il bambino veda la preoccupazione di Gesù per il male del mondo e vorrebbe consolarLo. Ma il fatto che l’amore di Gesù può superare il male e rendere il mondo più bello, e la bellezza salvare il mondo. Così un passaggio significativo del testo: “Con l’amore penso si può fare tanto. Per esempio consolare un po’ Gesù. Forza Gesù, non ti preoccupare se il mondo non è bello visto da lassù, con il Tuo amore si può sognare e avere un po’ di Paradiso quaggiù”.

Questa canzone è una piccola goccia in un oceano dove i riferimenti alla fede e ai simboli cristiani vanno scomparendo nelle nostre società occidentali, anche nei contesti dove un tempo erano considerati fondamentali, come ad esempio per l’educazione e i momenti di svago di bambini e ragazzi. A Roma, ad esempio, è molto triste in tempo di Natale vedere solo riferimenti generici alle “buone feste” e dover andare solo nelle librerie cattoliche per trovare biglietti augurali con immagini o rappresentazioni di carattere religioso. Si trovano Babbo Natale e il pupazzo di neve, a volte gli angeli (che però non hanno necessariamente, o nel tempo hanno visto un po’ perdersi, una connotazione cristiana), ma quasi mai la capanna di Betlemme con Gesù Bambino…

Questa canzone è anche una goccia anche nell’immensa Cina, dove la fede cristiana cresce, anche se con difficoltà, chiaroscuri e contraddizioni…Ed è bello che il testo riconosca che Gesù “faccia sognare”. Se i genitori capissero che Gesù è la risposta ai desideri, alle aspirazioni, e alle inquietudini dei giovani, tante infelicità, tanti mali del mondo certamente non esisterebbero. Anche nella grande Cina, dove al galoppante e sorprendente progresso economico e sociale si accompagna un allarmante vuoto di valori spirituali e morali, soprattutto tra le giovani generazioni. Può una fede bella, serena, vissuta nella vita di tutti i giorni, nei propri doveri quotidiani nella società, una fede nella persona di Gesù, che ci rende liberi interiormente e mette il prossimo al centro, “essere una marcia” in più per la grande Cina? Può questa figura di Gesù attrarre i giovani cinesi e rendere la loro vita più bella, più orientata a un benessere economico e sociale che sia più umano, meno individualista e più ricco interiormente e spiritualmente?

Nel diario di viaggio relativo a una delle due recenti tournée cinesi del Piccolo Coro dell’Antoniano leggiamo: “Sentire l’ovazione per ‘Forza Gesù’ o l’ascolto in silenzio della ‘Benedizione a Frate Leone’, pensando al messaggio così universale di quei testi, fa impressione. Abbiamo cantato in Italiano, in Inglese, in Cinese, in Spagnolo, in Francese, in Latino e alla fine tutto era comprensibile e tutto era a misura di bambino”. Qualcuno che segue il Papa più attentamente ricorderà che in occasione della sua visita in una parrocchia romana, i bambini della Prima Comunione avevano cantato per lui la Benedizione di Frate Leone.

Non è la prima volta che “Forza Gesù” è stata cantata in Cina. In internet abbiamo trovato che il piccolo coro filarmonico di Qingdao diretto da maestro Yang Guoqing l’aveva cantata, insieme a un altro testo (“Una stella a Betlemme”). Preghiamo e speriamo però che la scelta di questo testo in un’occasione ufficiale così importante sia un altro piccolo segno di un ponte che si costruisce, tra la Chiesa e la Cina, secondo gli sforzi e le intenzioni di Papa Francesco.

 

TESTO DELLA CANZONE (ITA e CIN)

Forza Gesù

Ogni sera quando prego nel lettino Penso a quello che si vede da lassù, Tutto il male che viviamo sulla terra, Ogni lacrima che scende sale su.

Tu mi dici cosa mai può fare un bimbo, Come può contare piccolo com’è.
Con l’amore penso si può fare tanto Per esempio consolare un po’ Gesù.

Forza Gesù, non ti preoccupare
Se il mondo non è bello visto da lassù, Con il tuo amore si può sognare
E avere un po’ di paradiso
Quaggiù.
Avere un po’ di paradiso
Anche quaggiù,
Avere un po’ di paradiso.

Quando dico la preghiera del mattino Prego per la sorellina ed il papà,
Per la mamma che mi sta vicino
Mi sorride, mi dà gran felicità.

Ma poi penso a tutti quei bambini Che non sono fortunati come me, Senza amore si cresce con fatica Che dolore tutto questo per Gesù.

Forza Gesù, non ti preoccupare
Se il mondo non è bello visto da lassù, Con il tuo amore si può sognare
E avere un po’ di paradiso quaggiù.

E’ importante la preghiera di un bambino, E’ importante perché nel suo cuore ha
La bellezza che al Signore dà un sorriso, La bellezza che il mondo salverà.

Forza Gesù, non ti preoccupare
Se il mondo non è bello visto da lassù, Con il tuo amore si può sognare
E avere un po’ di paradiso
Quaggiù.
Avere un po’ di paradiso
Anche quaggiù,
Avere un po’ di paradiso
Anche quaggiù!

         加油耶稣

每夜我都在小床上默默回顾经历那位多少的祝福
也许地上难免仍有许多痛苦
每滴眼泪他都为我们细数
人说小孩去做不可能会成功
怎能指望小孩去完成圣工
我想有爱的话就有能力传送
比如安慰耶稣让他更轻松
加油耶稣 请你不要担忧
  即使从天上看这世界很陈腐
  有你的眷顾 梦拉开帷幕
  天堂的一角可以落户 此处
天堂的一角可以落户 地上此处
天堂的一角可以落户
清晨我的祷告向他心意倾吐
为妹妹还有我地上的生父
陪伴妈妈一同祈祷很幸福
她的微笑让我心里很满足
想起许多小朋友在世界各处
他们并非和我一样的幸福
没人关爱的他们成长艰苦
这对耶稣来说他也很伤楚
加油耶稣 请你不要担忧
  即使从天上看这世界很陈腐
  有你的眷顾 梦拉开帷幕
  天堂的一角可以落户 此处
即便一个小孩祷告也很重要
因为他的心中有一份美好
这份美好传递给主一个微笑
这份美好可以拯救这世道
加油耶稣 请你不要担忧
  即使从天上看这世界很陈腐
  有你的眷顾 梦拉开帷幕
  天堂的一角可以落户 此处
天堂的一角可以落户 地上此处
天堂的一角可以落户 就在此处

 

 


					
		
	


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Il povero Lazzaro tende la sua mano

Riflessione sul messaggio per la quaresima di Papa Francesco 

E’ stato pubblicato ieri il Messaggio del Santo Padre Francesco per la  Quaresima, un tempo di particolare preghiera, che ci porterà dopo 40 giorni al Triduo Pasquale, cuore dell’anno liturgico. Nel Mercoledì delle Ceneri inizio della Quaresima, la Chiesa compie un gesto semplice che ricorda la fragilità della natura umana, l’essere creature. Il fatto di essere creati, però, nella visione cristiana non si riduce a una nota negativa, o minore dell’essere umano, della sua natura e delle sue potenzialità. Essere creature presuppone l’esistenza di un Dio creatore, che ci ha amato “sin dal grembo materno” e si prende cura di noi. Un Dio creatore si, ma prima ancora Padre. Recita infatti il Credo, il simbolo della fede cristiana: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra”.  La parola onnipotente  e’ accostata al “ruolo” di Dio come Padre. Dio e’ un padre che può fare tutto per i suoi figli, in virtù dell’amore che lo lega a lui.  In questa creatura umana desiderata, amata e custodita da Dio, abita poi lo Spirito, “che e’ Signore e da’ la vita”. Lo Spirito – l’amore che lega il Padre e il Figlio – sarà con noi come consolatore, rimanendo con noi tutti i giorni, “fino alla fine del mondo”. Un dono perenne. Nel messaggio di questo anno, papa Francesco ci invita proprio a custodire i doni, due in particolare.

 La Parola è un dono. L’altro è un dono, è il titolo del testo di Francesco che riflette sulla parabola biblica del ricco e del povero Lazzaro (cfrLc 16,19- 31).  “Lazzaro ci insegna che l’altro è un dono. La giusta relazione con le persone consiste nel riconoscerne con gratitudine il valore. Anche il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita.”(Messaggio Quaresima 2017)

Vivere l’Eucaristia è partecipare al presente di misericordia che si fa Pane e Vino, cioè alimenti di vita in vista di una pienezza di vita per tutti gli uomini di buona volontà. La Quaresima può essere un tempo favorevole per chiedere al Signore di  donarci  la volontà di rinnovare le nostre relazioni, per pronunciare  non le parole che vincono,ma quelle che toccano i cuori, e che guariscono i tanti Lazzari accovacciati alle nostre porte.

In questo modo emerge il vero problema del ricco: la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla Parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo. La Parola di Dio è una forza viva, capace di suscitare la conversione nel cuore degli uomini e di orientare nuovamente la persona a Dio. Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello.” Avere ben chiaro quello che dice la Parola di Dio circa il rapporto fra i ricchi e i Lazzari è fondamentale per evitare di vivere come gli «spensierati di Sion» di cui parla il profeta Amos, e crearsi   un sistema di giustificazioni tali che ci possono essere diecimila Lazzari davanti alla porta di casa, e “il ricco” nemmeno sa che ci sono. Il nostro  epulone anni duemila, costruisce una casa con la cancellata, fa elargizioni per i poveri, prevede un fondo per il Terzo Mondo, pur di non avere il fastidio dei Lazzari alla porta.

In tutte le chiese cattoliche del mondo si leggerà questo testo papale sulla Quaresima  ma domani Lazzaro sarà come oggi. Non cambia nulla. E questo perché la Parola e le parole evangeliche di papa Francesco  rischiano di essere imprigionate in un sistema  che le vuole rendere del tutto innocue, senza nessuna efficacia sul piano reale. Questo è l’abisso che qualcuno vuole creare. Anzi, tutti constatiamo che l’abisso tra i Lazzari e gli epuloni si allarga sempre di più. Gli epuloni hanno da secoli deciso che non si può consentire la promiscuità tra chi è dentro  e chi è fuori. Lazzaro deve stare fuori dal sistema,dalle nostre città, la bibbia  usa il termine Accampamento.  Lazzaro poi  non solo è escluso ma deve essere anche convinto che sia normale così, che sia giusto. L’esclusione lo tocca dentro, nella coscienza.

La nostra società però vuole ispirarsi ai grandi principi del cristianesimo e dell’illuminismo, ma si trova a compiere una impossibile quadratura del cerchio. Fa finta di voler inserire in sé stessa Lazzaro l’escluso, ma non ci riesce, perché dovrebbe contestare se stessa nei propri principi costitutivi. Il sistema  esclude coloro che lo minacciano nella sua integrità. Gli immigrati   sono i Lazzari del ventunesimo  secolo.

Dio però  predilige i Lazzari, anzi Dio in questo mondo è Lazzaro. Gesù è andato fra gli immondi per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare l’accampamento e scoprire che l’accampamento è immondo. Questa è la rivoluzione, il capovolgimento. Le beatitudini sono fatte di Lazzari. Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli esclusi perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi, perché sappiano che il futuro è in mano loro.

“La parabola è impietosa nell’evidenziare le contraddizioni in cui si trova il ricco. […]In lui si intravede drammaticamente la corruzione del peccato, che si realizza in tre momenti successivi: l’amore per il denaro, la vanità e la superbia”(Messaggio Quaresima 2017).Molti hanno tentato di arruolare Gesù come guardiano dell’accampamento, e hanno fatto di tutto per inserirlo nei propri quadri, per farne un profeta accomodante, ma Gesù non ha accettato. Egli non è mai andato nel Pretorio e nel Sinedrio come ospite gradito, ha rappresentato la minaccia per le due strutture, quella del potere politico/religioso e quella del potere economico. Perciò è stato crocifisso come un immondo. «Come un delinquente voi lo avete appeso ad un legno» dice Pietro, nel primo discorso dopo la Pentecoste.  Il futuro del mondo è dei lazzari; domineranno la terra come dicono le beatitudini; i poveri stanno venendo verso di noi, non per distruggerci, ma  per  dirci parole di salvezza

Viviamo allora con speranza questo tempo, nella riflessione, nella meditazione e nella preghiera, ricordandoci di essere creature fragili ma soprattutto amate e custodite da Dio Padre. Questo ci potrà aiutare a vivere questo percorso non in una penitenza fine a se stessa, timorosa e sterile, ma come una riconciliazione con Dio Padre e una conversione  verso i Lazzari che incontriamo nel nostro cammino.

 Ritornare al Signore con tutto il cuore ci dirà il profeta Gioele. Questo  significa intraprendere il cammino di una conversione non superficiale e transitoria, bensì un itinerario spirituale che riguarda il luogo più intimo della nostra persona. Il cuore, infatti, è la sede dei nostri sentimenti, il centro in cui maturano le nostre scelte, i nostri atteggiamenti. Quel ‘ritornate a me con tutto il cuore non coinvolge solamente i singoli, ma si estende all’intera comunità, è una convocazione rivolta a tutti: «Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo»”.


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Uno morì per tutti: il cammino ecumenico e la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

Questo anno sono  500 anni della Riforma luterana. Papa Francesco  a fine Ottobre   è stato  a Lund, in Svezia, per commemorare, insieme alla Federazione luterana mondiale, per questo importante anniversario. In un’intervista rilasciata al gesuita svedese UlfJonsson, e pubblicata dalla Civiltà cattolica, papa Francesco mette in rilievo  gli aspetti positivi della Riforma, sottolineando in particolare due parole. “Scrittura”,perché Lutero,  per primo ha tradotto la Bibbia in lingua vernacolare   e dice il papa “ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo”.  L’altra  parola è “riforma”:“All’inizio quello di Lutero era un gesto di riforma in un momento difficile per la Chiesa”, dice ancora il papa.  L’ecumenismo sottolinea il vescovo di Roma  deve essere un continuo“andare, camminare insieme! Non restare chiusi in prospettive rigide, perché in queste non c’è possibilità di riforma”.

La Commissione luterano-cattolica sull’unità ha computo in questi anni un lavoro eccellente per arrivare insieme a questa commemorazione. Il suo rapporto intitolato, “ Dal conflitto alla comunione” dichiara  che “entrambe le tradizioni si accostano a questo anniversario in un’epoca ecumenica, con i risultati di cinquant’anni di dialogo al loro attivo, e con una rinnovata comprensione della loro storia e della loro teologia”.

Separando  gli aspetti controversi, dai progressi  teologici della Riforma, i cattolici raccolgono  gli stimoli  di Lutero per la Chiesa  di oggi, riconoscendolo un “testimone del vangelo” (Dal conflitto alla comunione n. 29). Per questo dopo tanti secoli di contrapposizioni anche sanguinarie, oggi nel 2017 per la prima volta nella storia  i cristiani luterani e cattolici commemoreranno insieme l’inizio della Riforma.

Anche con i fratelli ortodossi il cammino sta vivendo una primavera della storia. In questo nuovo clima e con questi concreti passi si vive il tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani scelto per  quest’anno: “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione” (cfr. 2 Cor 5, 14-20). Questo versetto sintetizza il testo della seconda lettera ai Corinzi, riferimento scelto per la preghiera comune. Hanno riflettuto e pregato insieme su questi versetti, per preparare questi giorni in particolare e l’intero anno di preghiera comune, il Pontifício Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani  e la Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese.

I giorni consueti per vivere la  Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, sono tradizionalmente dal 18 al 25 gennaio, settimana scelta e voluta fin dal  1908 dal  Reverendo Paul Wattson, perché comprendeva  la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo. A nessuno sfugge la forza simbolica di questo riferimento agli apostoli. Pietro che per primo ha confessato la fede, Paolo che ha portato la fede ai confini del mondo.

Affidiamo questa importante settimana e l’intero cammino ecumenico a Pietro; è stato un uomo debole, che ha tradito il Signore nel momento più importante, ma la sincerità, la profondità,  la totale gratuità del suo amore gli hanno meritato dal Risorto stesso di confermare i suoi fratelli e sorelle nella fede.

Affidiamoci anche a Paolo; è stato un violento persecutore dei cristiani nel suo passato, ma ha sperimentato la forza della tenerezza di Cristo sentendosi amato da Lui fin dal seno materno.

Amare e sentirsi amati, è la scelta ecumenica fondamentale che supera ogni debolezza e relativizza ogni ferita della storia, in un cammino verso la piena unità che ha sicuramente più futuro che passato.

Gli otto giorni

Il testo 2 Corinzi 5, 14-20, scandisce la preghiera degli otto giorni, che sviluppa alcuni degli spunti teologici dei singoli versetti, come segue:

Primo Giorno:   Uno morì per tutti
Secondo Giorno:   Vivere non più per se stessi
Terzo Giorno:   Non considerare più nessuno con i criteri di questo mondo
Quarto Giorno:   Le cose vecchie sono passate
Quinto Giorno:   Tutto è diventato nuovo
Sesto Giorno:   Dio ha riconciliato il mondo con sé
Settimo Giorno:   L’annunzio della riconciliazione
Ottavo Giorno:   Riconciliàti con Dio