ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Fare la verità

Riflessione sulla Quarta domenica di Quaresima “laetare”

La 4a domenica di Quaresima Laetare, è una sosta nel lungo cammino verso la Pasqua, segnato dal digiuno di quaranta giorni. La Chiesa, in questa domenica faceva una pausa, interrompendo il digiuno per un giorno. La liturgia, ha un inizio gioioso fin dalla antifona di ingresso, tratta dal profeta Isaia: «Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa voi tutti che l’amate. Sfavillate con essa di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni». La gioia di essere ormai vicini alla Pasqua.

Nel 587 a. C. il re di Babilonia Nabucodònosor assedia e distrugge Gerusalemme, ne incendia il tempio e deporta in schiavitù la parte più utile della popolazione. In Palestina lascia solo i vecchi e le donne anziane a vivere di stenti e di miseria. La liturgia di oggi nella prima lettura riporta la conclusione del secondo libro delle Cronache, il cui autore anonimo medita su questa sciagura che nessun israelita avrebbe mai potuto immaginare. Il tempio di Dio saccheggiato. Come è potuto accadere?

La ragione della deportazione è – alla luce della fede – la superbia del popolo che disprezzava e dileggiava i profeti, quelli che ricordavano la verità di Dio. Non sono i templi che ci salveranno – i templi con tutto quello che significano di potere e privilegio, saranno distrutti – , è la verità dell’amore di Dio che ci precede, che ci salva.

La verità che ci salva è che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Questo versetto è il perno attorno al quale vive tutta la storia di Dio con l’uomo. Dio ha amato, un passato che però continua , dura sempre e fiorisce nell’oggi.  La Verità  è  la Buona Notizia da ripeterci ad ogni risveglio, ad ogni difficoltà, ad ogni sfiducia. Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama.

Nel Vangelo “amare” si traduce sempre con un altro verbo, molto concreto e non emozionale (quanto falso cristianesimo emozionale, presunte apparizioni, vuote ritualità…); questo verbo è “dare”. Dio altro non fa’ che “dare” eternamente Cristo, venuto dal Padre come intenzione di bene, per la nostra vita, e ci chiama a togliere quella falsa immagine di un Dio punitivo che ci fà paura e alla quale spesso ci hanno educati. L’amore non fa mai paura;

Nicodemo va da Gesù di notte. Gesù attraverso il buio della chiusura lo apre alla comprensione, alla luce del mondo che lo circonda. Ricordiamoci bene che il mondo non è cattivo o malvagio (come una falsa e ignorante spiritualità afferma), il mondo è solo un luogo dove la libertà gioca tutta la sua partita: con Dio, senza Dio, contro Dio, indifferente a Dio. Sono le nostre scelte che determinano il nostro esilio o la nostra liberazione. Il Dio di Gesù Cristo rivelatore del Padre è sempre accanto a noi, e ci lascia liberi di scegliere. Anche noi dobbiamo imparare da Dio a rispettare la libertà di ognuno. Ascoltare la Parola di Dio significa entrare in questa logica, cioè annunciare il vangelo, senza sopraffazione, con la certezza che anche quando noi ci allontaniamo da lui, lo ritroviamo sempre vicino a noi, perché Gesù non si è mai allontanato, nemmeno nel tempo dell’esilio. Nemmeno l’esilio del dolore, della non credenza, può strapparci dalle braccia della sua paternità che illumina ogni notte come per Nicodemo.

Bisogna notare il versetto 21 del vangelo di Giovanni al capitolo 3 che conclude i versetti riportati dalla liturgia; abbiamo una espressione forte: «chi opera la verità». Noi siamo abituati a cercare, a conoscere la verità, (la scienza, la filosofia), ma non siamo abituati a «farla». Ecco mentre la scienza e la filosofia legittimamente cercano la verità, la fede invece la fà, la compie. Che cosa è la verità in Gv? Il termine greco alētheia ha più o meno il significato del termine mystērion in San Paolo. Indica la profondità del nostro essere là dove si fa la sintesi tra amore e dolore, il punto d’incontro tra esperienza umana e presenza divina, tra la libertà e il dono. Per Giovanni come per Paolo la verità è una persona che ci viene incontro; fare la verità significa lasciarsi amare da Cristo che ti viene incontro e fare noi altrettanto con i fratelli che ci vengono incontro.

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Ecco perché in Gv la «Verità» è connessa al «giudizio» perché sceglierla significa prendere posizione pro o contro la persona di Gesù, venire alla luce, uscendo dalla superficialità che le tenebre nascondono. La verità è giudizio perché obbliga ad una scelta e impone una valutazione di ciò che siamo e facciamo. Il cristianesimo è un comportamento

Questa è la missione della Chiesa come «sacramento»: essa dovrebbe sempre svelare Cristo-Verità da incontrare, non come sistema di dottrine da conoscere perché c’è il rischio perenne di farne una ideologia, una filosofia morale. Svelare la Verità/Cristo significa aiutare gli uomini e le donne a scendere nel pozzo profondo della propria coscienza e restare lì ad ascoltare la voce di colui che viene a chiamarti per nome perché solo lui sa quello che c’è in ciascuno di noi (Gv 2,24)


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Una luce che trasfigura la vita

Riflessioni sulla II Domenica di Quaresima

La Prima Lettura della seconda Domenica di Quaresima tratta dal Libro della Genesi ci presenta Abramo, “messo alla prova” da Dio, chiamato a fidarsi unicamente della Parola di Dio. Anche noi come Abramo siamo chiamati ad uscire dalla nostra terra, e a fidarci nelle prove della vita. Siamo chiamati ad entrare nel dolore del mondo. Questo dolore del mondo è illuminato dalla luce di Gesù che oggi nel vangelo di Marco al capitolo 9 svela per un istante la Sua Gloria.

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Sull’esempio di Gesù, ogni cristiano è chiamato a condividere la fede in quel terra comune, tra tutte le latitudini, anche tra credenti e non credenti che è la sofferenza. Il «Gesù solo» della Trasfigurazione, terminata l’anticipazione della Pasqua, è solo un uomo tra gli uomini.  Ecco però che nel Gesù debole, tentato come noi in ogni cosa noi, abita la Gloria di Dio.  In Gesù solo e abbandonato da tutti, Dio rivela la Sua Gloria e dice agli uomini che la debolezza è la casa di Dio.

Gesù è entrato nella debolezza umana. Questa universalità della croce è molto importante, oggi lo sentiamo di più di una volta, perché le pareti di divisione stanno cadendo tutte inesorabilmente; non possiamo più vivere, non solo gli uni contro gli altri, ma neanche gli uni accanto  agli altri. Le divisioni appartengono non al Dio crocifisso, ma alla logica della nostra finitezza. Noi dobbiamo tendere verso una precisa unità, che è molto più grande della unità civile politica e anche religiosa. Gli uomini sono tutti amati.

Per questo con fiducia dobbiamo percorrere il nostro cammino quaresimale; le amarezze della vita non diminuiscono la fiducia nei nostri giorni, perché il Signore li illumina con la Sua Gloria e chiede a noi di saper sempre scorgere dentro di noi e fuori di noi la Sua presenza salvatrice.

“E’ bello”, dice Pietro a Gesù. Ripartire dalla bellezza; la vita se sempre non è facile, sempre può essere felice se la viviamo con Gesù, se sappiamo meglio comprendere con uno sguardo compassionevole, noi stessi e gli altri.

Le molte cose da fare, le preoccupazioni, i “rumori del mondo” spesso ci impediscono di ascoltare il sussurro di una brezza leggera attraverso il quale Dio si fa presente (1 Re 19,12).

Vivere una vita cristiana bella e consapevole richiede l’ascolto della voce di Dio dentro di noi e tra noi. Dio agisce nostra vita, si prende cura di noi. Nessuno è escluso, nessuno è abbandonato.


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La festa era pronta ma gli invitati non nè erano degni

Riflessioni sul Vangelo della XXVII Domenica  Mt 22,1-14 (Forma breve Mt 22,1-10)

 In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:

“Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.”

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.  Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Le tre parabole di queste ultime tre domeniche hanno sviluppato progressivamente il tema della denuncia contro le massime autorità religiose che si mostrano ostili al disegno di Dio.

Gli invitati non solo non sono venuti perché non avevano tempo per fare festa, troppo occupati a difendere i loro interessi, ma anche hanno ucciso tutti i sevi, cioè i profeti ‘La festa  era pronta, ma gli invitati non ne erano degni; ora andate ai crocicchi delle strade”. Il termine greco indica più precisamente il confine di un territorio, dove le strade romane terminavano e iniziavano le campagne con i loro sentieri.

Gesù vuole indicarci di andare verso le periferie, dove vivono gli esclusi, gli emarginati. La missione della Chiesa deve avere nelle periferie il suo centro:“’E tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’”, tutti, non c’è più un popolo eletto, ma c’è una chiamata universale.

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale”. Chi accoglie la chiamata, la deve poi vivere in un cambiamento concreto, a partire dalla eucarestia. L’eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’eucarestia ad una devozione privata, intimistica, in un rapporto esclusivo tra me e il Signore, dove  gli altri e il mondo non ci sono più. Il nostro battesimo è un battesimo che ci deve rendere appassionati , incapaci di stare in silenzio davanti alle ingiustizie. L’annuncio del vangelo è affidato  a chi ha questa passione, ed è un annuncio urgente, perché Gesù  ricorda la Scrittura verrà dopo la Giustizia e la Giustizia ancora non c’è.

Il vangelo nella sua potenza può vincere ogni resistenza: anche le nostre schiavitù pesano sulla nostra vocazione; ci impediscono di metterci in cammino verso un esperienza di liberazione, di passaggio a una vita nuova; forse accusiamo varie situazioni esterne, ce la prendiamo con qualche faraone di turno: la verità è invece nel riconoscere che dentro di noi c’è la schiavitù c’è l’ostinazione, c’è il rifiuto a vedere segni, i miracoli, il passaggio di Dio nella nostra vita. Allora possiamo ricevere tutti i sacramenti che vogliamo, possiamo credere di essere buoni e giusti perché non facciamo il male, ma siamo lontani dal vivere la gioia di questo passaggio di Dio dentro di noi.

Non abbiamo sempre compreso che le scelte fede, sono esperienze che vanno vissute, dentro la nostra esperienza umana, perché sono il segno, la manifestazione dell’agire di Dio in noi. Quando Dio è in noi, pur camminando tra le vicende non sempre facile di questo mondo, è certo che siamo aperti ad una esperienza nuova di libertà che dà una gioia nuova alla nostra vira.

 


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Contempliamo la croce

Sul Calvario davanti alla Croce non si parla, si contempla. Prendendo la nostra croce, contempliamo la Croce come l’unità di misura di tutti quelli che danno la vita per quelli che amano.

WTu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini (Mt 16,21-23) si sente dire Pietro. Come la stiamo pensando la nostra vita? La nostra famiglia, il nostro lavoro? Secondo il progetto di Dio o secondo il potere degli uomini?

Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato? griderà il crocifisso E’ necessario non lasciarlo solo. Occorre darlo a tutti gli uomini.

Gesù nella sua pienezza di Messia non era più un ebreo,   l’uomo.”Ecco l’uomo” .Il nome sulla croce è Uomo. Hanno certamente importanza le nostre distinzioni culturali, etniche, religiose  ma quando si soffre e  si muore non contano più. Questa uguaglianza nel negativo è importante, perché  Gesù  l’ha assunta su di sé  come un  appuntamento: «Quando sarò sollevato sulla croce attirerò tutti a me». Tutti.

Ecco perché, non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, come abbiamo spesso fatto, facendo a volte della casa del Signore un mercato e una spelonca di ladri: Non dobbiamo chiedere alla politica nessuna difesa della religione, dobbiamo chiedere la difesa della dignità dell’uomo, di ogni uomo. Gesù è entrato nella debolezza umana. Questa universalità della croce è molto importante, oggi lo sentiamo di più di una volta, perché le pareti di divisione stanno cadendo tutte inesorabilmente; non possiamo più vivere, non solo gli uni contro gli altri, ma neanche gli uni accanto agli altri.

Le divisioni appartengono non al Dio crocifisso, ma alla logica della nostra finitezza.

Abbiamo alle spalle e purtroppo non solo alle spalle, una storia di guerre di religione, di scomuniche reciproche. I poveri, i crocifissi non le tollerano più.

Preghiamo il Figlio dell’uomo perché ci aiuti ad aprirci ad una solidarietà che arrivi fino al dolore fisico dell’uomo, di ogni uomo.

Avevano chiesto a Gesù all’inizio del vangelo di Giovanni, dove abitasse, e Lui decide di abitare nel nostro dolore. E li siamo veramente tutti fratelli.


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Eucarestia pane per tutti

imageOgni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga

Il più antico testo sull’Eucaristia – la Lettera ai Corinzi (53/57) – ci parla del fatto che essa è in connessione con la morte di Gesù. Il Signore è morto, consegnandosi, lasciandosi prendere dai nemici, non chiedendo nessuna difesa agli amici. Celebrare l’eucaristia vuole insegnarci come vivere. Si vive consegnandosi, senza difendersi, come ha fatto Gesù, come hanno fatto gli apostoli. Una Chiesa che pensa a difendersi, non è più chiesa.

Vivere consegnandosi, è il Vangelo, è il percorso da compiere per avere la vita eterna. Noi infatti celebriamo l’Eucaristia “finché egli venga”, aspettando che Lui ritorni, credendo che la morte non lo ha sconfitto, perché chi vive consegnandosi per amore, ha una vita più forte della morte.

L’Eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’Eucarestia ad una devozione privata, intimistica, come se tutto potesse risolversi nel rapporto esclusivo tra me e il Signore, chiusi agli altri e alla storia

A questo proposito ci sono due pericoli sempre attuali.

Nel libro del Deuteronomio vediamo il pericolo della nostalgia di altri tempi: il popolo dalla dura cervice resiste allo Spirito. Ancora oggi alcuni come quel popolo, rimpiangono tempi di tranquillità, tempi della chiesa trionfante, quando le chiese erano piene e le liturgie fastose, gli ostensori così imponenti da “soffocare” la fragilità dell’Ostia Sacra; tempi che erano però, di ingiustizia, di potere, di denaro, di clericalismo, dove Cristo non c’era.

Il pericolo dello spiritualismo «E il pane che io darò è la mia carne». La vita di Dio non è al di fuori della realtà umana. Non ci può essere dono dello Spirito dove non ci sia anche il dono della carne. Gesù, dice precisamente, nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni: “Chi mastica la mia carne”. Il verbo masticare in greco è molto forte e significa “triturare, spezzettare”. Il Vangelo non è un ideale, ma la concretezza del pane e della carne.

Anche il Vangelo di Luca nel racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci ci offre una indicazione molto importante

 Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

Non c’è nessuno che, venuto al banchetto del Messia, sia costretto a tornarsene a digiuno. Anzi, ci sono dei pani che sono riservati a chi è rimasto fuori dalla mensa. Pensiamo, e preghiamo, per tutti i cristiani che vivono in situazione di persecuzione, e non possono celebrare l’eucaristia; preghiamo per chi non può accostarsi ai sacramenti e attende la misericordia del Signore e della Chiesa, non la durezza della legge; preghiamo per le chiese in terra di missione, dove il sacerdote arriva una volta al mese; preghiamo per tutti quelli che non hanno mai incontrato chi il Signore, e anche per coloro che si sono allontanati  per colpa nostra e delle nostre contraddizioni. Preghiamo perché al tavolo a cui Gesù  si è voluto sedere, ci sia veramente un posto per tutti, e nessuno venga escluso, nessuno manchi; forse allora quello sarà il giorno in cui Lui ritornerà.

 


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La Trinita’ ci dice che la molteplicità appartiene a Dio

“Nella famiglia umana, radunata da Cristo, è restituita l’immagine e somiglianza della Santissima Trinità, mistero da cui scaturisce ogni vero amore” (Papa Francesco, Amoris laetitia, 71).

Per parlare della Trinità non è bene avventurarsi in speculazioni teoriche, ma guardare alla concretezza dell’amore. L’amore che lega il Padre nella forza dello Spirito.

“Lo Spirito mi glorificherà: prenderà del mio e ve lo annuncerà” (Gv 16,14). La vita di Gesù, la Sua testimonianza che supera ogni confine e abbatte ogni barriera, sono per ognuno di noi l’esempio da imitare, il cammino da fare insieme. Gesù dona a noi, attraverso il Suo Spirito, tutto ciò che è Suo, e anche in questo darsi, in questa comunione con noi, manifesta la Sua Gloria, la Sua gioia.

“Tutto quello che il Padre possiede è mio”. La Gloria del Padre è quella del Figlio, ma per puro dono è e sarà anche la nostra gloria, se avremo risposto giorno dopo giorno alla nostra vocazione cristiana. Vivere relazioni di gratuita’, essere testimoni bellezza, fuggire non solo il male ma anche la tanto diffusa mediocrità, in una parola vivere le beatitudini evangeliche, tutto questo manifesta e ci rende partecipi della Gloria di Dio.

Il mistero della Trinità ci dice inoltre che la diversità, la molteplicità, appartengono originariamente a Dio e quindi noi dobbiamo guardare con rispetto e attenzione ad ogni diversità e molteplicità.

Il nostro annuncio del Vangelo, la nostra pastorale hanno bisogno per essere efficaci, di entrare, guidati dallo Spirito, nella vita delle persone, nei luoghi e nelle società dove palpita il cuore della modernità, con “immensa simpatia” come diceva Paolo VI. Il mondo a volte così diverso noi, cosi molteplice e complesso, ha però dentro di se i semi del Verbo, ed è già amato dal Signore.

Molte cose il Signore ha ancora da dirci come ci ricorda il Vangelo, ma già sappiamo che saranno parole di amore e riconciliazione. Nessun ostacolo, nessuna difficoltà, nessuna forza umana potranno impedirci, se noi lo desideriamo, di essere nella Gloria di Dio.


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Quando pregate dite Padre

Per quasi due millenni la preghiera cristiana era dentro i ritmi giornalieri  della vita individuale e sociale, aveva le sue scadenze, i suoi riti, le sue prescrizioni, ma anche le sue ipocrisie. Pensiamo ad esempio al rito medievale del Carroccio. In quel periodo storico i comuni italiani, prima di partecipare ad una determinata battaglia schieravano un carro su cui si celebrava l’ eucaristia e subito dopo si faceva la guerra e ci si ammazzava gli uni con gli altri. Questo esempio ci ricorda che non bastano i simboli e i riti per identificare la preghiera.

Le parole di Gesù dicono cosa è preghiera. Gesù ci dona il modello della preghiera, una cosa semplice, che nella sua semplicità getta una luce sul nostro modo spesso complicato di pregare. Pregare vuol dire riconoscere i nostri bisogni, la nostra fragilità di essere creature. Gli uomini forti e superbi infatti non pregano, ma piuttosto si fanno pregare. La preghiera esprime allora umiltà davanti a Dio e davanti agli altri uomini. «Quando pregate, dite: Padre» è l’imperativo semplice di Gesù. Tutte le preghiere di Gesù ini­ziano con questa parola Padre. Con Dio non si parla usando prima di tutto le parole della Sua divinità (ad esempio l’onnipotente). La parola tutta divina e tutta umana è Padre, perché Gesù è venuto a restaurare proprio il rapporto tra il Padre e noi  figli nel Figlio. Gesù poi da a noi una sola  garanzia come frutto della preghiera; il Padre darà lo Spirito Santo. A che serve lo Spirito? Lo Spirito è l’amore del Padre e del Figlio per ognuno di noi. Dio risponde alle nostre preghiere non lasciandoci delle leggi alle quali ubbidire, ma donando il suo Spirito, che ci guida infallibilmente nella vita ogni giorno. A questo proposito oggi la liturgia ci propone due versetti significativi:

“Vorrei scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere” (Gen 18,20). Impariamo a guardare la nostra storia personale, il mondo con gli occhi dello Spirito non con quelli della legge. Ritroviamo ogni giorno quella fiducia e quella serenità che il Signore donandoci il Suo Sopirito ci ha promesso.

“In Cristo, Dio ha dato vita anche a noi, perdonandoci tutte le colpe, e annullando il documento scritto contro di noi, che con le prescrizioni ci era contrario. Lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.(Col 2,14) Chiediamo al Signore nella preghiera di aiutarci a togliere di mezzo le prescrizioni che umiliano l’uomo e sono ostacolo alla misericordia. Salgano sulla croce della umiltà anche le persone che impediscono la misericordia, appellandosi ad una pseudo dottrina, oppure ad una pseudo tradizione che invece rappresenta precetti di uomini dirà Gesù. Queste persone non sanno pregare e non sanno amare.


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Se tu conoscessi il dono

Riflessioni sulla Terza Domenica di Quaresima 

Leggiamo nella Prima lettura della Terza domenica di Quaresima, tratta dal Libro dell’Esodo al capitolo 17: “Il Signore disse a Mosè: prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”.

La roccia fa scaturire l’acqua. Per fare questo ci vuole la fede. Occorre avere questa fede, nel Dio di Gesù Cristo affinchè dalla dura roccia della nostra vita possa emergere l’acqua viva; ci vuole anche la fiducia nell’uomo, che nonostante le sue contraddizioni e il suo peccato, rimane immagine e somiglianza di Dio. Gesù Cristo è la risposta alla nostra fede e alle nostre speranze e dice ad ognuno di noi con le parole del vangelo di Giovanni al capitolo 4: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre ». Il cammino di Quaresima è un pellegrinaggio alle sorgenti del nostro essere più profondo delle nostre speranze più intime, è la riscoperta della nostra coscienza come vero ed unico tempio dove adorare il Signore.

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L’incontro di Gesù con la donna samaritana al pozzo di Sicar esprime in maniera straordinaria, l’incontro tra due desideri; il desiderio di Dio di comunicarci vita, e il desiderio di ogni uomo di vivere in pienezza. Dio non si può che desiderare, perché Dio è Amore dirà con sentenza scultorea l’autore del quarto vangelo. La stanchezza del viaggio della vita non diminuisce il desiderio di Dio, ma anzi rinvigorisce la sete di poterlo incontrare.

“Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!” Come la donna del vangelo anche noi non conosciamo fino in fondo il dono di Dio; a volte pensiamo che l’incontro con il Signore venga al termine di una immensa fatica, un guadagno da ottenere dopo aver ottenuto dei meriti. L’acqua di cui abbiamo sete, è Dio stesso che si dona preventivamente nel suo amore di Padre. Dopo sarà la nostra libertà a saperlo accogliere, ma il dono è prima di tutto.

Preghiamo il Signore perché ci aiuti a mantenere sempre il desiderio, la sete di crescere nella fede nella speranza e nella carità, parole che non si possono vivere separatamente. Il Dio di Gesù non è un Dio che chiede, ma un Dio che offre, che arriva addirittura a offrire se stesso. “Perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.


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Una luce sulla nostra debolezza

Riflessione nella II Domenica di Quaresima 

La Prima Lettura della seconda Domenica di Quaresima tratta dal Libro della Genesi ci presenta la vocazione di Abramo, chiamato a partire fidandosi unicamente della Parola di Dio. Anche noi come Abramo siamo chiamati ad uscire dalla nostra terra. Siamo in un momento storico in cui attraversare la terra dal vecchio al nuovo mondo è divenuto un fatto necessario. La nostra terra occidentale, la nostra Europa delle cattedrali, sono ormai assediate da milioni di persone in cerca di dignità e sicurezza. Non è retorica affermare che un nuovo mondo si sta formando. Una Chiesa che ancora volesse rimanere rinchiusa nell’Arca di Noè durante il diluvio, cioè una Chiesa eurocentrica forte soltanto delle proprie sicurezze e tradizioni, sarebbe semplicemente fuori dalla storia. Ancora di più sarebbe fuori dal dolore del mondo. Questo dolore del mondo è illuminato dalla luce di Gesù che oggi nel vangelo di Matteo al capitolo 17 svela per un istante la Sua Gloria.

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Sull’esempio di Gesù, ogni cristiano è chiamato a condividere la fede in quel terra comune, tra tutte le latitudini, anche tra credenti e non credenti che è la sofferenza. Il «Gesù solo» della Trasfigurazione, terminata l’anticipazione della Pasqua, è solo un uomo tra gli uomini.  Ecco però che nel Gesù debole, tentato come noi in ogni cosa noi, abita la Gloria di Dio.  In Gesù solo e abbandonato da tutti, Dio rivela la Sua Gloria e dice agli uomini che la debolezza è la casa di Dio.

Per questo con fiducia dobbiamo percorrere il nostro cammino quaresimale; le amarezze della vita non diminuiscono il nostro slancio pasquale, perché il Signore le illumina con la Sua Gloria e chiede a noi di saper sempre scorgere dentro di noi e fuori di noi la Sua presenza salvatrice.

“E’ bello”, dice Pietro a Gesù. Ripartire dalla bellezza; la vita se sempre non è facile, sempre può essere felice se la viviamo con Gesù, se sappiamo meglio comprendere con uno sguardo compassionevole, noi stessi e gli altri.

Le molte cose da fare, le preoccupazioni, i “rumori del mondo” spesso ci impediscono di ascoltare il sussurro di una brezza leggera attraverso il quale Dio si fa presente (1 Re 19,12).

Vivere una vita cristiana bella e consapevole richiede l’ascolto della voce di Dio dentro di noi e tra noi. Dio agisce nostra vita, si prende cura di noi. Nessuno è escluso, nessuno è abbandonato.


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Riempire con una Parola di giustizia l’acqua del Battesimo

La Festa del Battesimo di Gesù che conclude il tempo di Natale ci aiuta a riflettere sul senso profondo del nostro battesimo. Noi oggi grazie allo Spirito Santo e a papa Francesco siamo in una bella crisi, una crisi che ci fa tanto bene. Stiamo passando da una appartenenza alla Chiesa di tipo sacrale, nella quale i sacramenti sono come i gradi dei militari, cioè segnano il livello di appartenenza (dal battesimo in poi), ad una visione messianica della Chiesa, costituita su Gesù servo dell’uomo. Proprio per questa crisi provvidenziale, si dovrebbero ripensare anche la forma, il linguaggio e i tempi di accesso ai sacramenti. Ad esempio si dovrebbe dare più spazio nella liturgia dei sacramenti, alla Parola di Dio. Se io getto un po’ di acqua in testa ad un bambino, mentre lo battezzo, compio un gesto semplice; ma se io dico nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo io ti battezzo, ecco la Parola di Dio che ti fa rinascere; bisogna proprio ridare la Parola all’acqua, la Parola all’olio, la Parola al pane. Il rischio altrimenti è quello di essere dei sacramentalizzati, schedati in un polveroso registro da sagrestia.

Essere battezzati vuol dire essere mandati; vuol dire chiesa in uscita. Essere battezzati vuol dire professare la fede in Gesù e dire pubblicamente io voglio vivere come Lui, facendo del bene e liberando l’uomo d ogni schiavitù. Fondamentali anche a questo proposito le parole di Pietro:” In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque nazione  appartenga ”(At 10,34).

Prima di tutto dobbiamo renderci conto  che chiunque ama la giustizia è nel cuore di  Dio,  è già uno di noi in cammino verso la pienezza che è l’atto di fede. Le distinzioni tra vicini e lontani, credenti e non credenti, vengono dopo, sono importanti ma vengono tutte dopo, non solo dopo, ma devono rimanere interne a questa comune solidarietà umana; noi dobbiamo essere uomini fra gli uomini come Gesù che si è messo in fila tra gli uomini e non certo in prima fila. Così Il Signore dirà anche ad ognuno noi:” Tu sei il mio figlio predilettonon se avremo fatto riti sacri e processioni, ma se li avremo fatti mentre servivamo gli uomini.

Gesù vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere come una colomba. Il cielo si squarciò raccontano i vangeli. Un segno di speranza per il mondo, il cielo a­perto per sempre, e non chiuso minacciosamente in nessuna legge o dottrina. Chiediamo perdono al Signore per quando abbiamo chiuso il cielo in faccia a qualcuno imponendo pesi che noi non tocchiamo neanche con un dito come disse Gesù.

Da questo cielo aperto viene come colom­ba lo Spirito, cioè la vita stes­sa di Dio. Si posa su di te, ti vuole bene, ti tende la mano e non ti lascia più. Nessun ostacolo, nessuna difficoltà, nessuna forza umana e sovraumana può impedire a Dio di volerci bene per sempre.