ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Solennità di Tutti i Santi e Fedeli Defunti nella diocesi di Natitingou

Fr Igor KASSAH, Amministratore della parrocchia 

San Martino di Tours,

Natitingou

Ogni anno, la Chiesa ci invita a celebrare, il 1° ed il 2 novembre, il mistero della nostra Redenzione attraverso la festa di Tutti i Santi (1° nov.) e la Commemorazione di tutti i nostri fedeli defunti (2 nov.). Attraverso queste intense celebrazioni, la liturgia ci apre gli occhi sulla  Chiesa nella sua triplice dimensione teologica : la Chiesa Militante, la Chiesa Sofferente e la Chiesa Trionfante. Nel corso di queste celebrazioni, il popolo di Dio che è ancora in pellegrinaggio su questa terra fa salire le proprie preghiere verso il Signore in favore di tutti i fedeli defunti per lodarlo ed invocare la sua misericordia.

La Chiesa della diocesi di Natitingou, unita alla Chiesa universale non ha mancato in queste differenti celebrazioni. Ha ricordato, oltre tutti i santi riconosciuti, tutti i suoi cristiani e cristiane che hanno condotto una vita di fede esemplare basata sul Vangelo. Tra questi, si possono menzionare quei numerosi missionari della Società delle Missioni Africane (S.M.A) grazie ai quali abbiamo ricevuto il primo annuncio evangelico, quei preti, quei religiosi e religiose, quei catechisti che si sono dedicati durante tutta la loro vita affinché si radicasse il Vangelo di Gesù Cristo. Molti, attraverso la loro azione pastorale, si sono anche dedicati alla pace, alla lotta contro la povertà, alla lotta contro la miseria sempre attuale in certi villaggi e città, alla lotta contro lo sfruttamento dell’infanzia. Numerose sono quelle persone che hanno cercato la salvaguardia e l’intesa delle coppie sposate spesso minacciate da ideologie massoniche. Tutti costoro fanno parte del corteo dei santi che chiamiamo «i nostri santi anonimi» i quali anche, senza dubbio, intercedono potentemente per noi poiché hanno vissuto la nostra condizione umana.

Nel pomeriggio del 1° novembre, tutti i fedeli delle parrocchie della città di Natitingou si sono radunati al cimitero cattolico per pregare nel corso dell’uffizio dei defunti e benedire le tombe. Con questo gesto, raccomandiamo alla misericordia divina tutti i nostri cristiani defunti.

Il 2 novembre, consacrato alla commemorazione dei defunti, i fedeli formulano le loro intenzioni che sono integralmente lette prima della celebrazione eucaristica ; per evitare che tale lettura della lunga lista delle intenzioni non prolunghi il tempo della Santa Messa, anticipiamo l’ora della celebrazione (da 15 a 30 minuti). 

Nella mia parrocchia, San Martino di Tours, esiste un gruppo di preghiera che si reca nelle case dei fedeli che lo desiderino ; tale gruppo prega con le famiglie ed implora l’intercessione della Vergine Maria, Nostra Signora dei dolori, affinché  Dio salvi le anime del purgatorio.

In Christo


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Contempliamo dalla Croce il Giubileo che si chiude

Sul Calvario davanti alla Croce è bene non parlare, non gridare, ma bisogna solo contemplare. Contempliamo la Croce come sintesi  di tutti quelli che danno la vita per amore. Contempliamo anche questo Anno Santo che si chiude a partire dalla Croce; contempliamolo, non dai numeri, dai grandi eventi ma solo dal mistero della croce. Vorrei anche dire contempliamo anche Evangelii Gaudium, Laudato Sì, Amoris Laetitia , i tre grandi documenti di papa Francesco  da qui, da un papa che proprio come Gesù vuole dare la vita per l’umanità che ama, e dice alla Chiesa anche tu fai così, lo dice ad ognuno di noi. Aspettiamo con gioia la Lettera Apostolica di Papa Francesco “Misericordia et Misera” che lunedì sarà pubblicata per ascoltare la parola conclusiva del vescovo di Roma sull’Anno Santo della Misericordia.

Intanto contempliamo la croce. ”Ecco l’uomo”. Chi vede quell’uomo in croce vede Dio dice la nostra fede. In croce c’è Cristo non Caifa. Questa è una cosa molto importante. Dobbiamo stare attenti alla politica che vuole difendere la religione. Quante volte si sente dire, quel tale politico, quel partito, difendono  i valori cattolici. Stiamo attenti perché si rischia di fare della casa del Signore un mercato e una spelonca di ladri; anzi non è un rischio, è quasi una certezza.

Dobbiamo chiedere invece con forza alla politica, ai regni di questo mondo cioè, la difesa della dignità e della libertà dell’uomo, di ogni uomo, in particolare oggi dei migranti e di tutte le minoranze. Chiediamo allora ad esempio a Trump e Putin, ad altri leaders mondiali , di fare la pace, ma quella vera però. C’è da aver paura  sia quanto i grandi del mondo  fanno la guerra, ma anche quando fanno la pace. Gesù è stato inchiodato alla croce, quando Pilato ed Erode fecero la pace su di Lui, sulle sue sofferenze.

Preghiamo per una pace mai più sulle spalle della povera gente. Per esempio una pace con le armi in mano non è vera pace. Oppure una pace fatta tra persone che nel loro privato sono immorali o amorali non la possiamo chiamare pace.

Preghiamo allora Gesù con i due titoli biblici. Preghiamo oggi Cristo Re della Pace. Una regalità che con l’enorme sforzo missionario di papa Francesco si sta liberando da tutti i mantelli e le corone di Costantino; la regalità di Cristo è la Pace, la misericordia.  Preghiamo Cristo Re della pace e della misericordia. Preghiamo poi il Figlio dell’uomo che pur essendo figlio imparò l’obbedienza dalle cose che patì; Gesù Re della pace e della misericordia ha patito la violenza del potere che si ribella; anche il papa patisce violenza dal potere, ma proprio come Gesù non risponde.

Sembra che Gesù morendo in croce abbia perso; sembra che la Chiesa della misericordia sia destinata a perdere; troppo forte è il potere. Invece Cristo ha già vinto, il papa della misericordia ha già vinto, perché la misericordia non è nelle mani solo di  alcune persone sante che incontriamo nella storia, ma è nelle mani del  Padre Nostro che è nei cieli.

Quel crocifisso, quel Figlio dell’uomo, il Padre lo ha resuscitato, lo ha costituito Signore! dove? Su quale trono? In nessun trono. Il trono di questo Re è la coscienza di quegli uomini che credono alla misericordia, alla pace, al dialogo, all’ecumenismo, alla fraternità universale e per questa fede sono disposti a dare la vita. Per questo la chiesa della misericordia ha già vinto. Per le altre cose della vita , possiamo avere tanti maestri,ma quando entriamo nell’ombra del dolore e della morte,non c’è nessun maestro; tutte le voci tacciono. Da questa unica cattedra che è la croce, l’esperienza del dolore di tanti poveri Cristi ci introduce nell’ascolto  e nella contemplazione di un amore più grande perfino della morte. Solo una chiesa di misericordia è quella di Cristo


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Non verso la fine ma verso il compimento del bene

La bellezza architettonica delle nostre chiese e basiliche è un patrimonio dell’umanità; ammirarle può essere un godimento non solo artistico ma anche spirituale. Quando però a questa bellezza formale non corrisponde una purezza interiore del popolo di Dio radunato, cioè delle pietre vive di cui è composta la Chiesa, allora tutto perde il suo valore.

Il vangelo di questa domenica XXXIII del tempo ordinario così annota :“Mentre alcuni, parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi”. Mentre ammiriamo la bellezza esteriore siamo chiamati ad una continua verifica di quella interiore. Gesù dice con chiarezza che un  tempio ridotto ad una spelonca di ladri, dove si umiliano e si sfruttano i poveri, deve essere distrutto:“Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”.

Non c’è sistema di corruzione economica, politica, religiosa che non sia destinato a finire prima o poi. “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina”.  Quindi nessuna paura di cataclismi ,ma la Buona Notizia che la storia cammina verso il compimento del bene. E’  una “povera” storia, fatta di poveri uomini, anche di tanto dolore e sangue, di ingiustizie e sopraffazioni,ma è una storia guidata dalla Provvidenza, dove il vangelo inesorabilmente si compie.

I cristiani devono perseverare in questa fede, ci ricorda sempre il vangelo, nella fiducia che non è vero che tutto va verso la fine, ma anzi c’è sempre un nuovo inizio quotidiano, proprio come il pane che chiediamo al Padre Nostro. Paolo rimprovera proprio per questo i Tessalonicesi i quali, pensando non al fine, al compimento, ma alla fine, avevano addirittura smesso di lavorare.

La vita di fede è sempre qualcosa che nasce e rinasce, non certo qualcosa che muore. Per questo Dio va cercato, non nelle statue o nelle presunte apparizioni, ma nelle persone, nelle vicende della vita, nei bambini che nascono e negli anziani che ci parlano dalla loro cattedra di sapienza. In fondo se guardiamo oggi il mondo con gli occhi dello Spirito vediamo nelle migrazioni di interi popoli che si incontrano, non solo dolore, ma anche amore, non solo la fine di qualche stagione ma l’inizio di qualche cosa di nuovo che ancora non sappiamo bene identificare ma che è già vangelo. Si allargano gli spazi della fraternità e abbattono tutti i muri.

 


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Fuggire dai lupi. Papa Francesco Buon Pastore

«In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga»(At 10,25). Pietro in questo testo degli Atti degli Apostoli, usa il verbo αγαπάω che vuol dire accogliere con affetto, amare con tenerezza. È’ ripetuto tante volte sia nei Vangeli che negli Atti. Nella lettera di Giovanni poi la stessa parola è ripetuta dieci volte: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore”(1Gv 4,8).

Trasmettere la fede significa dimostrare lo stesso amore per i fratelli, anzi per l’umanità intera. Nell’incontro con il Centurione pagano Cornelio e la sua famiglia, Pietro è conquistato da una rivelazione dello Spirito, non da un suo ragionamento. A Pietro è stato rivelato che l’amore di Dio non si lascia circoscrivere dalle leggi o dalle tradizioni o da qualsiasi dottrina, e non per questo diventa buonismo o relativismo.

Queste semplici citazioni della Scrittura pare a noi bastino per far cadere l’impianto delle obiezioni che da alcune parti vedono la Chiesa cattolica durante il pontificato di Francesco ormai sul baratro del relativismo, consegnata  nelle braccia di un mondo chissà perché dipinto in maniera pregiudiziale tutto ostile alla Chiesa. Proviamo a rispondere a qualcuna delle preoccupazioni.

1) Si imputa al Papa di parlare poco e male delle radici cristiane come fondamento della nostra libertà , a differenza dei suoi predecessori.

La risposta che si può dare è duplice. Innanzitutto il “fondamento della nostra libertà” non sono propriamente le radici cristiane, ma Cristo stesso, e questo fa la differenza. Il fondamento è Cristo che rispettava anche le altre radici, prima di tutto quella giudaica, e che se rivendicava un primato diciamo di fondazione, era solo il primato dell’amore e del servizio. I cristiani sono sale della terra e lievito nella pasta e non rivendicano nessuna posizione dominante o esclusiva  che sarebbe addirittura contraria al Vangelo.

Tra l’altro il problema vero, specialmente in alcune chiese nazionali, è che di radici cristiane si è parlato semmai troppo e male, in particolare dai così detti atei devoti e cattolici conservatori, che difendevano il crocifisso sulle pareti e sui documenti ma il cui stile di vita spesso contraddiceva in modo clamoroso il messaggio del crocifisso, oppure  teorizzava una separazione tra morale pubblica e privata. Dimenticare questo è inaccettabile. Questo non significa mettere al centro davvero le cosiddette radici dell’Europa.

“Gesù di Nazaret voi lo avete inchiodato sul legno “(At 2,23) racconta Pietro. Gli atei devoti e i cattolici conservatori hanno preferito staccarlo dal legno, cioè dalla umiltà e semplicità e dal dolore di tanta povera gente che porta la croce ogni giorno, per attaccarlo alle pareti dei palazzi della politica bassa, e perfino sugli scudi degli eserciti, svuotando così il crocifisso del suo profondo significato. Papa Francesco parla delle radici cristiane quando è necessario e in maniera puntuale, non in maniera ideologica o rivendicazioni sterili, e invitando a ritrovare e vivere concretamente quelle radici oggi. Ricordiamo a questo proposito il più lungo discorso del suo pontificato fatto al Parlamento europeo di Strasburgo il 25 novembre del 2014, dove cita molti passaggi di Giovanni Paolo II e li fa suoi.

2) L’apporto del Cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi dice papa Francesco nell’intervista a La Croix.   Secondo alcuni il Papa si sarebbe dimenticato di evocare il discorso della Montagna e Le  Beatitudini, che è alla base del gesto della lavanda dei piedi.

Qui saremo molto brevi perché tali obiezioni sono evidentemente pregiudiziali. Che il Papa metta a fondamento il Vangelo sulla carità e’ evidente senza ambiguità dai suoi gesti e discorsi. Uno tra tutti quando ricorda che la Chiesa non è una NGO, anche sottolineando il primato della carità nel suo mandato – tra l’altro perfettamente in linea con Papa Benedetto XVI. Tra l’altro non si possono leggere i Vangeli solo con il criterio del  prima e del dopo naturalmente. Ed è di fronte agli occhi di tutti che Papa Francesco sia il papa delle Beatitudini, tanto ne parla ne scrive e soprattutto cerca di viverle.

3) Il Papa sostiene che non c’è una paura dell’Islam in quanto tale, ma di Daesh e della sua guerra di conquista. Dice il Papa: “è vero che l’idea di conquista è inerente all’anima dell’Islam, ma si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista la fine del vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni”. Pare di capire che alcuni  interpretano questa “provocazione” di Papa Francesco letteralmente come in tanti fondamentalismi vecchi e nuovi. Come se il Papa mettesse sullo stesso piano l’annuncio del Vangelo e la violenza fondamentalista. È chiaramente un’altra lampante forzatura. Si attribuiscano al Papa, tra L altro in maniera non molto efficace,  espressioni e convincimenti che invece non gli appartengono. Questi profeti di sventura ricordano che Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona del 2006 sosteneva che l’Islam aveva un problema con la violenza di matrice religiosa, dicendo  che  oggi invece  Francesco afferma che Cristianesimo e Islam sono speculari circa il problema della violenza religiosa. A sostegno di questa bizzarra tesi non citano nessuna parola di Papa Francesco, oltre  quelle già riportate. Non le citano perché semplicemente   non ci sono.

Accusare papa Francesco di mettere sullo stesso piano la violenza religiosa nel Cristianesimo e nel fondamentalismo di ispirazione islamica è fuorviante e non corretto.  Il problema vero a nostro parere è quello  di chi non vuole nessun dialogo con l’Islam, non sa cogliere i terreni comuni di confronto, e non sa neanche riconoscere la grande tradizione culturale del mondo arabo e islamico (basti solo pensare ad Avicenna e Averroè). Riportare indietro le lancette della storia a un clima di guerra tra “religioni” è molto pericoloso e controproducente. Tutti i papi lo sapevano bene e si sono ben guardati dal riferirsi mai a uno scenario o un rischio di questo tipo.

D’altra parte già Benedetto XVI riprendendo il magistero precedente aveva affermato nell’Esortazione Apostolica “La Chiesa in Medio Oriente”, firmata in Libano durante il Suo viaggio apostolico nel 2012, che “il fondamentalismo affligge tutte le comunità religiose e rifiuta la secolare convivenza”. Aveva poi esortato i giovani libanesi ad essere “servitori della pace e della riconciliazione; è una urgenza al fine di impegnarsi per una società fraterna, per costruire la comunione” (discorso ai giovani Libano 2012). Sappiamo oggi come vi sia anche in diversi gruppi cristiani, soprattutto di più recente formazione, una pericolosa deriva verso forme di integralismo nel modo di vivere la fede.

Ricordiamo anche le famose parole dell’Imam Mohammad Mehdi Chamseddine dal 1994 al 2001 responsabile del Consiglio Islamico sciita in Libano, che dichiarava: ” i cristiani del Libano sono responsabilità dei musulmani”, volendo significare la loro libertà di esistere e di esprimersi.

Noi pensiamo che invece di strumentalizzare i pontificati mettendoli in contrasto e attribuendogli presunte patenti di difensori della fede o di relativisti,  oppure fomentare le paure e le divisione religiose,  sia invece meglio e più evangelico contribuire al dialogo e alla migliore conoscenza tra Islam e Cristianesimo. Si può prendere esempio appunto dalla grande testimonianza a questo proposito della chiesa maronita in Libano, sostenendo anche le forze migliori presenti nell’Islam. E si dovrebbe guardare a noi, a essere cristiani migliori individualmente e paesi e società che si professano cristiani con coerenza, senza soltanto sbandieramenti e rivendicazioni di facciata. Guardiamo al problema dei migranti, ad esempio. Cosa rispondono molti Paesi dell’ “Europa cristiana”?

4) In Amoris Laetitia secondo alcuni la logica dell’et et si sta sostituendo con quella del “non solum sed etiam”. Insomma, ci sarebbe un po’ tutto e anche il suo contrario, per fare un po contenti tutti. Accusa seria al Papa, pastore della Chiesa universale…Si cita come esempio il documento al n 308: “i Pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti”. Dobbiamo dedurne commenta ad esempio un famoso giornalista “che il modo più efficace per essere compassionevoli non è esattamente quello di proporre l’ideale pieno del vangelo?”. 

Innanzitutto ci domandiamo cosa si voglia intendere per Vangelo. Poi, questa domanda, a nostro parere, non coglie la logica inclusiva di Francesco che è naturalmente e perfettamente evangelica, e nella Tradizione della Chiesa. Già Giovanni Paolo II parlando ai vescovi italiani dopo il Convegno di Palermo del 1995, affermava: “Gesù Cristo è la verità di Dio che è Carità, e la verità dell’uomo che è chiamato a vivere insieme con Dio nella carità”. Amoris Laetitia è un grande dono alla Chiesa che Papa Francesco ha dato nella Solennità di San Giuseppe il 19 Marzo scorso.  Al cuore del documento c’è il desiderio del papa di :”arrecare coraggio, stimolo e aiuto alle famiglie nel loro impegno e nelle loro difficoltà”(AL 4). Non possiamo dimenticare inoltre, che siamo nel pieno dell’Anno Santo della Misericordia, e tutti siamo chiamati in modo particolare ad essere segno e strumento della Grazia. Nella vita cristiana ciò che sta al centro, non è la debolezza dell’uomo, o la sua incapacità a compiere perfettamente la sua missione, e nemmeno il passato con il suo carico di bene e di male compiuto, ciò che conta è la confessione di fede, il professare come fa Pietro di fronte a Gesù: tu sei il Cristo il figlio del Dio vivente. Appena lo facciamo, cioè diciamo con convinzione a Gesù tu sei il Cristo, il Salvatore, scopriamo, come Pietro, la grandezza del progetto che Dio ha con ciascuno di noi. Chi è abituato a rapportarsi alle situazioni, agli avvenimenti, alle persone,in base a un codice, in base a una legge, non può comprendere il volto di un Dio che è amore. Nelle parrocchie si possono toccare con mano i frutti della misericordia, in particolare per i tanti Zaccheo che si incontrano. Zaccheo si è sentito amato, come un giorno lo furono Pietro e Paolo, come lo è stata l’adultera, o il cieco nato, e tantissimi altri raccontati nella Bibbia e nella nostra vita quotidiana. Sentirsi amati è il vero inizio di ogni conversione che abbia il fondamento in Cristo. Le “conversioni” fondate sulle norme o sui principii morali, producono fanatismo, rigidità, forme elitarie di pseudo cristianesimo.

5) In visita alla Chiesa Luterana di Roma il Papa, rispondendo a una domanda circa la  possibilità di fare la comunione insieme tra un cattolico e un luterano, dice un giornalista che il Papa avrebbe risposto no ma anche sì, quindi avrebbe assunto una posizione ambigua, tra l’altro su una questione cruciale.

Rileggendo la risposta del Papa si nota facilmente che Francesco a partire dal Battesimo che accomuna la fede dei cattolici e dei luterani auspicava solamente e semplicemente di continuare un cammino alla cui testa c’è lo Spirito Santo che ci guiderà alla verità tutta intera. Da questa verità non si può lasciare fuori la coscienza di nessuno. Il Papa non vuole creare divisioni, non vuole mettere barriere allo Spirito Santo. Non c’è’ forse ancora una parola definitiva adesso, perché siamo in cammino. Ma ci fidiamo dello Spirito e come cristiani, cattolici e luterani, camminiamo insieme, interrogandoci e cercando di capire la volontà di Dio su di noi. Ognuno che conosca e frequenti i fratelli luterani sa per esperienza diretta che nel dialogo  tutti noi abbiamo più futuro che passato e che il Sensus fidei del Popolo di Dio non è un accessorio marginale. Suggeriamo a questo proposito la lettura del documento della Commissione Teologica Internazionale intitolato “ il Sensus Fidei nella vita della Chiesa “ uscito nel 2014. E La celebrazione ecumenica di Lund del 31 Ottobre – 1 novembre scorsi, è già storia superando di gran lunga isterismi  e fuorvianti interpretazioni.

Infine, sono uscite da alcune parti notizie che le parrocchie sono assediate da persone che pretendono di fare i padrini o di ricevere la comunione o anche di iscrivere i propri figli ai campi estivi senza averne i requisiti. Tutto questo sarebbe dovuto alla confusione in cui Papa Francesco ci ha cacciati. È naturalmente l’ennesimo attacco strumentale al Papa. Nessuno prima ha mai attaccato situazioni dove abbiamo visto vip che senza i minimi requisiti si sposano in chiesa, anche con celebranti “di primo piano”, o pessime abitudini diffuse anche nella nostra chiesa di Roma, per cui ci si sposa nella “chiesa bella”, con costi esorbitanti per fiori e addobbi, ben lontani da un serio e coerente cammino di fede…

Noi conosciamo molte parrocchie, compresa la nostra, e possiamo affermare che oggi in confusione non è il Popolo di Dio che chiede solo di essere rispettato e valorizzato, ma il residuo degli atei devoti e cattolici da primo banco nella chiesa che non vogliono accettare dopo molti anni una Chiesa che ritorna al Vangelo con più forza con una virata a 360 gradi e che cerca di attuare il Concilio (prima sempre osannato ma spesso dimenticato nei fatti), camminando con l’uomo del tempo e accompagnandolo con la compagnia affidabile della Chiesa. 

In confusione sono oggi questi difensori di una chiesa vecchia, che non c’è più, che gli ha dato spazio esclusivo per troppi anni, ignorando sensibilità e voci differenti. Molti  pseudo cattolici laici e chierici che negli anni di pontificato di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, alle spalle dei due pontefici, hanno ridotto la Chiesa ad una spelonca di ladri, brigando i loro affari con i potenti di turno, svendendo il Vangelo per quattro spiccioli; tramando nelle lobby gay e in quelle finanziarie, appaltando ai movimenti ecclesiali ogni opera di evangelizzazione, umiliando le parrocchie e il popolo di Dio; pseudo cattolici che difendono i principi che non vivono, e giudicano i drammi delle persone che non ascoltano, con cui non condividono.

Papa Benedetto XVI si è dimesso con un gesto profetico e di grande responsabilità e integrità pastorale e morale. Crediamo anche sfiancato da una lotta estenuante verso queste forze ambivalenti, anche forze del male, compiendo un gesto straordinariamente evangelico. Ed è grazie a lui che abbiamo Papa Francesco. Molti lobbisti laici e chierici sono ancora al loro posto; il popolo di Dio  però non li crede più e segue i buoni pastori e il Vangelo: “un estraneo non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui”(Gv10,5). Grazie papa Francesco, Buon Pastore a misura di Cristo. Continueremo sempre a pregare per te.


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Crollano le case e le chiese ma l’Italia rimane in piedi

Don Francesco Pesce

Ancora crollano le case e le chiese; cadono anche i negozi e i luoghi di ritrovo della popolazione; grazie a Dio nessuna vittima.  Alle 7,40 ancora una scossa molto forte in Italia centrale. La città di  Norcia è la più colpita ; è crollata anche  l’antica  cattedrale di San Benedetto, come pure la chiesa di Santa Rita. Eppure in questo zone così provate dal 24 agosto fino ad oggi, in queste terre dove San Benedetto e Santa Rita hanno testimoniato il vangelo, si è visto oggi, pur nelle tenebre della paura, un grande segno di vita e di speranza.

Tutti scappavano dalle loro case e si sono ritrovati nella piazza del paese. Abbiamo visto monaci e suore che pregavano inginocchiati per terra; ragazzi e ragazze che pregavano anch’essi; anche chi non era credente era li, fratello e sorella in umanità per testimoniare il dolore di un intero paese, ma anche e soprattutto la solidarietà concreta, il desiderio di ricominciare tutti insieme.

Ho ringraziato il Signore per questa unità cristiana e laica che rappresentano la parte più bella del nostro paese. Chissà perché ,mi è venuta alla mente la bella Italia di Peppone e don Camillo; ho ricordato poi le tante splendide storie di un Italia familiare  e solidale, stretta in un unico abbraccio nella tragedia di ben due guerre mondiali o durante gli anni di piombo del terrorismo. Penso anche a questo nostro grande paese, che pur nelle sue difficoltà economiche ha da subito aperto le braccia e il cuore per accogliere i migranti e i richiedenti Asilo.

La cronaca di queste ore ci racconta di una Italia provata e addolorata. La storia ci racconta invece di un Italia a volte abbattuta ma mai sconfitta; un Italia con le sue piazze e le sue chiese, i suoi cittadini e i suoi preti, un Italia  dove si spera, si prega e soprattutto si ama.


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Andare e Camminare insieme. Papa Francesco e i 500 anni della Riforma

“Mi vengono in mente adesso le Congregazioni Generali prima del Conclave e quanto la richiesta di una riforma sia stata viva e presente nelle nostre discussioni…”. Il Papa domani  sarà  a Lund, in Svezia, per commemorare, insieme alla Federazione luterana mondiale, i 500 anni della Riforma protestante iniziata dal religioso agostiniano Martin Lutero nel 1517.In un’intervista rilasciata al gesuita svedese UlfJonsson, e pubblicata dalla Civiltà cattolica, papa Francesco mette in rilievo  gli aspetti positivi della Riforma, sottolineando in particolare due parole. “Scrittura”, perché Lutero,  per primo ha tradotto la Bibbia in lingua vernacolare  in e dice il papa “ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo”.  L’altra  parola è “riforma”:“All’inizio quello di Lutero era un gesto di riforma in un momento difficile per la Chiesa”, dice ancora il papa.  L’ecumenismo sottolinea il vescovo di Roma  deve essere un continuo “andare, camminare insieme! Non restare chiusi in prospettive rigide, perché in queste non c’è possibilità di riforma”.

Anche a riguardo del cammino ecumenico, molti già invocano con timore una possibile confusione tra Teologia e Pastorale che potrebbe scaturire da questo viaggio. Papa Francesco ha già chiarito  molte volte quale deve essere un equilibrato rapporto tra teologia e Pastorale. Citiamo in particolare il videomessaggio al congresso Internazionale tenuto alla Pontificia Università cattolica di Buenos Aires nel settembre 2015:“Non sono poche le volte in cui si genera un’opposizione tra teologia e pastorale, come se fossero due realtà opposte, separate, che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra. Non sono poche le volte in cui identifichiamo dottrinale con conservatore, retrogrado; e, all’opposto, pensiamo la pastorale a partire dall’adattamento, la riduzione, l’accomodamento. Come se non avessero nulla a che vedere tra loro. In tal modo si genera una falsa opposizione tra i cosiddetti “pastoralisti” e gli “accademicisti”, quelli che stanno dalla parte del popolo e quelli che stanno dalla parte della dottrina. Si genera una falsa opposizione tra la teologia e la pastorale; tra la riflessione credente e la vita credente; la vita, allora, non ha spazio per la riflessione e la riflessione non trova spazio nella vita. I grandi padri della Chiesa, Ireneo, Agostino, Basilio, Ambrogio, solo per citarne alcuni, furono grandi teologi perché furono grandi pastori.“ Papa Francesco auspica per il presente, mentre si approfondisce la riflessione teologica, un ecumenismo di campo, dove si possa insieme esercitare la carità verso gli uomini ; questo non è un ecumenismo di serie b, ma fa parte integrante e centrale del cammino da fare verso la piena unità.

Crediamo allora che bisogna recuperare la centralità del brano di Luca che descrive il buon samaritano:“Passò oltre dall’altra parte”(Lc 10,31). Come notava don Primo Mazzolari nel suo famoso commento a questa parabola, in tre parole, ecco descritta l’inutilità della religione della scienza,della filosofia; una religione, una scienza,una filosofia,una cultura, un progetto politico, un piano pastorale, un cammino ecumenico  una semplice giornata, che passano oltre l’uomo e le sue ferite , sono semplicemente inutili, anzi dannose.

Gesù non risponde alla domanda posta dal maestro della legge :”Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna”? ”(Lc 10,26 ) ma racconta una storia. E’ la storia di ognuno di noi. Notiamo prima di tutto che la domanda è fondamentale; si tratta della nostra vita. E’ in gioco la nostra umanità, il senso ultimo del nostro esistere, la strada da percorrere per realizzare la nostra vocazione. La strada è proprio una protagonista di questo racconto. Da Gerusalemme a Gerico ci sono circa trenta km di strada in salita attraverso il deserto di Giuda. Queste notazioni geografiche sono una buona metafora della vita che spesso è in salita, e a volte sembrano  mancare anche le oasi di ristoro. La strada in fondo è il vangelo stesso così come ci ricordano gli Atti degli apostoli; anche il seminatore non si è dimenticato di far cadere il suo seme perfino sulla strada, fiducioso della potenza di Dio; la strada è il luogo privilegiato della vita di Gesù,è lo spazio quotidiano  della sua misericordia. La strada è il luogo di ogni cammino ecumenico.

“Passò oltre dall’altra parte”(Lc 10,31). Grazie a Dio tanti invece si sono fermati ; la storia della Chiesa e del mondo è piena di Buoni samaritani che hanno soccorso l’uomo “mezzo morto” se lo sono caricati sulle spalle e lo hanno rialzato a nuova dignità. Pensiamo a che cosa ha saputo fare il Concilio anche circa l’ecumenismo; pensiamo ai gesti di tutti i pontefici del 900.

Oggi  tutti lo sperimentiamo, siamo chiamati a fermarci davanti l’uomo con una carità quotidiana; nessuno può dire di non sapere o di non essere bene informato sulle ferite della  umanità. La strada infatti è una sola, non ci sono scorciatoie o corsie preferenziali e gli uomini mezzi morti sono davanti a noi,intralciano i nostri passi, sono accovacciati alle nostre porte, sono un monito perenne alla coscienza di ciascuno. Che devo fare per ereditare la vita eterna? Che devo fare io ? oggi come posso mettermi a servizio dell’uomo, di ogni uomo ? come mettere in gioco il talento delle mie competenze, della mia storia, della mia fede?

Bisogna curvarsi  verso gli altri non  con le tavole della legge in mano, sia essa civile che religiosa ma  con gesti di umanità pura, con una carità non finta, non diplomatica, non dettata dalla convenienza del momento o solo dalla appartenenza alla propria chiesa, al proprio gruppo.

Con  qualsiasi segno politico sociale o  religioso, chi si abbassa  verso l’uomo ferito, verso il diverso da lui, per soccorrerlo, questo uomo che si curva è già un buon samaritano, è un buon cittadino è un buon credente è già un modello di civiltà. Ha già compiuto il cammino ecumenico. E’ già nel cuore stesso di Dio.

Poco fa nella preghiera domenicale dell’Angelus il papa ha  ricordato l’ormai imminente viaggio :Nei prossimi due giorni compirò un Viaggio apostolico in Svezia, in occasione della commemorazione della Riforma, che vedrà cattolici e luterani raccolti insieme nel ricordo e nella preghiera. Chiedo a tutti voi di pregare affinché questo viaggio sia una nuova tappa nel cammino di fraternità verso la piena comunione.”


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La ricchezza strumento nelle nostre mani

don Francesco Pesce

Le ricchezze non sono un fine, ma uno strumento nelle mani degli uomini; spesso sono diventate uno strumento iniquo perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e assoggettare interi popoli al controllo di alcune elite. Siamo arrivati nella storia perfino allo sterminio programmato e calcolato dei poveri, come ricorda il profeta Amos. Grazie a Dio il progresso culturale dei popoli sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile. Gesù invita i suoi discepoli ad essere “scaltri” nell’uso delle ricchezze. Chiede ad ognuno di noi un diverso rapporto con le ricchezze sia sul piano individuale che in quello comunitario. Proprio per questo non può più bastare il gesto privato della elemosina; bisogna agire perché la ricchezza possa diventare uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli; questa è la concretezza del vangelo, che per sua natura è un fatto sociale. La storia ci insegna che non pochi si sono allontanati dalla Chiesa e dalla fede, perché hanno ricevuto una cattiva testimonianza nell’uso del denaro e delle ricchezze. Assistiamo poi in questi anni come cristiani e cittadini del mondo a due fatti molto importanti. Papa Francesco sta testimoniando la possibilità concreta di una Chiesa povera per i poveri, ed è uno straordinario dono del Signore, un esempio che ci stimola a sempre nuova conversione. Inoltre al contempo assistiamo al fatto che molti poveri, si stanno -potremmo dire così- riprendendo il vangelo, spesso a loro nascosto, dietro parole di circostanza e umilianti elemosina. I poveri oggi sono coscienti che il vangelo è prima di tutto per loro, e non sono più disposti ad aspettare per i loro diritti e la loro dignità. Rileggiamo e meditiamo attentamente a questo proposito le parole profetiche di don Primo Mazzolari, prete povero tra i poveri:” io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare; i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure c’è chi tiene la statistica dei poveri, e ne ha paura; paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo ,paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.” Io credo che stia già avvenendo.


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Madre Teresa, prega per la Cina!

Riceviamo alcune belle riflessioni su Madre Teresa dalla Cina. Si tratta di giovani cattolici cinesi, che ringraziamo per la loro profonda e limpida testimonianza di fede. 

Teresa: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Madre Teresa per tutta la vita ha messo in pratica questa Parola detta da Gesù Cristo! Lei è la santa dei bassifondi, l’angelo di Calcutta, la personificazione della misericordia, perché i lebbrosi, i moribondi e i più poveri tra i poveri sono i suoi più cari amici! Madre Teresa per tutta la vita ha molto desiderato di venire in Cina a servire i poveri cinesi, ma questo suo desiderio non si è mai avverato! Ora, amata Madre Teresa che stai per essere canonizzata, prega sempre per la Cina dall’alto dei cieli! Prega per i poveri in Cina!

ShengNa: Madre Teresa con spirito di fraternità e in silenzio si è occupata dei poveri, facendo in modo che sentissero rispetto, solidarietà e amore. Questa santa non aveva una profonda filosofia, ha usato solo l’amore sincero e il servizio,  dedicando la sua vita alla cura delle malattie più gravi dell’umanità, in particolare vizi quali egoismo, avidità, edonismo, indifferenza, crudeltà, sfruttamento… Ella ha aperto una nuova strada, per condurre verso la giustizia sociale e la pace nel mondo. Per questo motivo una persona comune come lei è diventata il modello del buon samaritano di tutto il mondo.

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YanliNa: Pensando al fatto che questa suora non è potuta entrare in Cina, lei che ha lottato per salvare i deboli, mi sento molto addolorata. Pensando a ogni piccola cosa che ha fatto, queste appaiono in realtà come cose che tutti potremmo, ma non siamo capaci di fare.  Possa Madre Teresa diventare una lampada, che guida il nostro cammino.

Luqing: il suo amore per gli altri superava l’amore verso se stessa. Per tutta la vita Madre Teresa non ha pensato a se stessa, ma ha sempre messo Dio al primo posto. Il suo amore e’ così grande!

Weitao: “Amare finché fa male” – Madre Teresa ha interpretato pienamente la verità di questa frase. A me piace la sua dedizione nell’amore, la sua gioia nell’amore. Con il cuore, gli occhi e la mente dona amore agli altri.

 


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I miei incontri con Santa Madre Teresa

Pubblichiamo una bella e commovente condivisione del nostro caro amico padre Valerian, sacerdote salesiano indiano che vive nello Stato del Maharashtra, dove si trova la grande città di Mumbai (Bombay). Ci scrive in occasione della prossima tanto attesa canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta, che si terrà a San Pietro domenica prossima e sarà presieduta da Papa Francesco. Questa testimonianza di padre Valerian ci rende da una parte molto grati a lui per aver voluto condividere queste esperienze di conoscenza diretta di Madre Teresa, che gli sono rimaste così profondamente nel cuore e nei ricordi. Dall’altra parte non possiamo non provare un po’ di “rammarico” per non aver potuto molti di noi avere la fortuna di incontrare questa piccola grande santa dei nostri tempi. Che Madre Teresa dal Cielo possa venire incontro a tutti noi con il suo amore materno e la sua intercessione.

Dall’India Padre Valerian Pereira, sdb

C’e’ un detto “ vivere con i santi in cielo porta onore e gloria, ma vivere con i santi sulla terra è piuttosto una storia diversa, si tratta più che altro di “pseudo-santi”. Madre Teresa, che ho avuto la fortuna di incontrare alcune volte in India e sarà canonizzata da Papa Francesco domenica prossima 4 settembre a San Pietro, certamente non era una pseudo-santa, come la stigmatizzavano alcuni critici.

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Il mio primo contatto personale con questa suora fu all’aeroporto di Mumbai nel 1987. Dopo aver superato i controlli di sicurezza in sala partenze, vidi una folla di gente in piedi in soggezione che guardava una persona che era seduta in silenzio, tutta da sola. Appena mi sono avvicinato alla scena, ho riconosciuto Madre Teresa nel suo sari bianco bordato di blu e la sua semplice borsa. Qualcosa dentro mi ha spinto di avvicinarmi a lei. Con un dolce sorriso e un cenno di benvenuto, mi ha invitato a sedermi al suo fianco. Mi sono così presentato come un sacerdote salesiano di San Giovanni Bosco. Gia’dall’inizio della nostra breve conversazione, ha avuto con me un approccio molto materno. Le ho detto che ero a Pune e le ho chiesto più di un “autografo” – un messaggio per la mia comunità di giovani seminaristi. Questo è quello che ha scritto: “Insegnate ai vostri seminaristi a trovare gioia nel sacrificio.” Mi sono ricordato delle parole di mamma Margherita al figlio, Giovanni Bosco, appena fu ordinato sacerdote: “Ricorda, essere prete significa cominciare a soffrire.” Nel corso degli anni ho capito che “la gioia nel sacrificio” è l’essenza della maternità, proprio come essere genitori. Ho potuto sperimentare questo insegnamento di saggezza, e anche le difficoltà in quanto sacerdote e pastore salesiano.

Ogni volta che le era possibile, Madre Teresa partecipava alle riunioni annuali del CRI (Conferenza dei religiosi indiani). Quello che mi colpiva e’ che nonostante partecipasse quasi sempre in silenzio e senza pretese, la sua presenza umile e i suoi colloqui vivaci con i membri dell’Assemblea durante le pause erano un’occasione formativa di grande influenza su tutti noi.

Ma il mio ricordo più bello di Madre Teresa e’ stato era durante gli esercizi spirituali che fui invitato a presiedere per le Missionarie della Carità a Calcutta nel 1990. I partecipanti erano le superiori di molte comunità delle Missionarie della Carità provenienti dall’Africa Orientale e dall’Asia. Vi avrebbe partecipato anche la loro fondatrice, appunto Madre Teresa. Madre Teresa arrivo’ all’aeroporto a tarda notte, la sera prima degli esercizi. Fu accolta affettuosamente da un piccolo gruppo di suore ed fu trattata con rispetto dai funzionari dell’immigrazione. Tuttavia, si presentò un problema. La giovane novizia dalla Polonia che accompagnava Madre Teresa fu fermata all’ Immigrazione poiché, a quel tempo, la Polonia comunista non aveva relazioni diplomatiche con l’India. Non fu possibile contattare il capo dell’Ufficio dell’Immigrazione per chiedere un permesso speciale. Il funzionario in servizio in quel momento suggerì a Madre Teresa di recarsi al suo convento mentre loro si occupavano della sorella polacca in attesa di ottenere il permesso d’ingresso. Madre Teresa rimase con la suora dicendo: “Avete trattenuto mia figlia pertanto io devo stare con lei.” Il responsabile dell’immigrazione fu finalmente contattato alle 2 di notte e fu concesso il permesso d’ingresso per la giovane novizia. Che grande testimonianza materna di “gioia nel sacrificio”!

La mattina successiva, nonostante una notte insonne, Madre Teresa era presente puntualmente alle 7 nella cappella, per la prima meditazione. Con devozione partecipò a tutti i momenti liturgici, ascoltando con attenzione seduta nell’ultima fila. Sopraffatto dalla sua presenza umile, dopo ogni meditazione mi sedevo al suo fianco invitandola a condividere le proprie riflessioni – cosa che ha fatto con umiltà e rispetto. Mentre io predicavo dalla parte anteriore della sala, da un piedistallo di teoria, lei predicava dal lato in fondo alla stanza, con parole incarnate in atti di totale donazione della sua vita e di amore materno per i poveri, i malati e gli abbandonati.

Predicare alla presenza di una santa che ho sempre tenuto in alta considerazione, e’ stato un privilegio, seppur imbarazzante. Pertanto, quando lei mi si avvicinò con fiducia filiale per ricevere un supporto spirituale seguito dalla sua confessione, il mio nervosismo non conosceva limiti: non riuscivo proprio a ricordare la formula di assoluzione! Madre Teresa era una penitente che mi ha convertito in un confessore pentito.

Alla fine del ritiro, Madre Teresa mi ringrazio’ profusamente donandomi gentilmente un rosario per mia madre. Accetto’ perfino di venire a visitare la città dei ragazzi di Don Bosco a Nairobi il giorno seguente. Sfortunatamente non poté fare la visita perché contrasse l’influenza.

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In un mondo terrorizzato e lacerato dalle forze dell’odio e della distruzione e in una società piena di crimini contro la dignità delle donne, la canonizzazione di Madre Teresa il 4 settembre si distinguerà come un faro di disinteressato amore materno. Questa canonizzazione non sono annovererà Madre Teresa tra i Santi della Chiesa Cattolica, ma ispirerà tutte le persone a riconoscere e rispettare il volto “materno” di Dio nel volto di ogni donna che incontriamo sul nostro cammino e vive nelle nostre case.

Possa la Parola di Dio “qualunque cosa avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli e sorelle, lo avrete fatto a me”, concretizzarsi nelle nostre vite, come ha fatto nella vita della grande missionaria della carità, la “materna Santa Teresa”.


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Maria Maddalena e le donne: fedeli discepole di Gesú

Don Francesco Pesce e Monica Romano

Il 3 giugno scorso la Congregazione per il Culto Divino ha pubblicato un decreto con il quale, «per espresso desiderio di papa Francesco», la celebrazione di Santa Maria Maddalena, che era memoria obbligatoria, viene elevata al grado di festa liturgica. Il Papa ha preso questa decisione durante il Giubileo della Misericordia – ha spiegato il Segretario del dicastero, l’arcivescovo Arthur Roche – “per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata”.

Maria di Magdala (o Maddalena) al culmine della vita di Gesù, al Calvario, era insieme a Maria e a San Giovanni, sotto la Croce (Gv. 19,25). Non fuggì mai per paura come fecero i discepoli, non lo rinnegò mai come fece Pietro, ma fu sempre presente ogni momento, dal giorno della sua conversione, fino sotto la Croce quando Gesù morì. Fu la prima, il mattino di Pasqua, a cui il Signore apparve chiamandola per nome.

Nel Messale romano, nel giorno di oggi 22 luglio che da questo anno è come detto Festa Liturgica di Santa Maria Maddalena, è riportata una lettura del Cantico dei Cantici: «Mi alzerò e perlustrerò la città, i vicoli, le piazze, ricercherò colui che amo con tutta l’anima. L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi incontrarono i vigili di ronda in città: “Avete visto colui che amo con tutta l’anima?”» (Ct. 3,2). E’ un testo straordinario che si applica “naturalmente alla sequela che Maria Maddalena ha vissuto per tutta la vita. Lei infatti ha cercato il senso della sua vita, ha cercato Gesù con determinazione, non ha scartato nessun terreno, non lo ha cercato solo dentro di lei, ma anche intorno a Lei; non lo ha cercato solo negli spazi sacri, ma anche in quelli profani; non lo ha cercato solo nel cammino di perfezione, ma anche e forse soprattutto nei fallimenti. Vale la pena a questo proposito ricordare che la sua identificazione tradizionale con una prostituta convertita, non ha alcun fondamento biblico.

E il Signore si è fatto trovare Maria di Magdala, si è fatto trovare per sempre nel suo essere il Risorto chiamandola per nome, riconoscendo ciòè la testimonianza di questa donna, e stabilendo con lei il legame dell’amore che è più forte persino della morte.

Donna perché piangi? Chi cerchi?” (Gv. 20,15). “Gesù le disse: Maria!” (Gv. 20,16). Da questo straordinario e paradigmatico incontro avvenuto il mattino di Pasqua possiamo trarre alcuni insegnamenti. La Chiesa deve molto alle donne, testimoni credibili e fedeli di Cristo risorto. A partire naturalmente da Maria, Madre di Gesú. Il Signore ha deciso di rivelarsi pienamente al mondo in un Bambino, nascendo cosí nel grembo di una donna. Quando è risorto per testimoniare al mondo che l’amore è piú forte della morte, è apparso per primo alle donne. Nei due misteri piú importanti della fede e della rivelazione cristiana – l’incarnazione e la resurrezione – il Signore sceglie le donne, si affida a loro. E tra questi due momenti che hanno cambiato per sempre la storia del mondo, nella sua breve vita, Gesú ha vissuto e valorizzato l’amicizia con diverse donne, le quali sono state sue discepole fedeli. Come tante donne oggi, che rappresentano davvero una grande ricchezza della Chiesa: le mamme, le nonne, le religiose, le insegnanti, le tante volontarie e operatrici nella caritá e nell’assistenza ai malati, ai poveri, a chi ha bisogno…. Questo “prendersi cura dell’altro” in tanti ambiti è proprio della donna, ed è molto presente nella vita della Chiesa. Valorizziamo al massimo questa presenza, questo carisma e questo dono, proprio come ha fatto il Signore.

“Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv. 20, 17). Non lasciamo che un maschilismo e clericalismo ormai obsoleti, peraltro senza fondamenti biblici, condizioni la vita e la missione della Chiesa. Diamo sempre piú spazio alle tante donne che nella quotidianitá e senza clamori operano nelle varie realtá ecclesiali – nella pastorale, nella caritá, nelle missioni, e nelle istituzioni educative.