ConAltriOcchi blog – 以不同的眼光看世界-博客

"C'è un solo modo di vedere le cose finché qualcuno non ci mostra come guardare con altri occhi" – "There is only one way to see things, until someone shows us how to look at them with different eyes" (Picasso) – "人观察事物的方式只有一种,除非有人让我们学会怎样以不同的眼光看世界" (毕加索)


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Preparate la via del Signore (Is 40,3): il Tempo di Avvento

L’Avvento non è una prima di tutto una preparazione al Natale, ma una contemplazione della seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi. Noi viviamo i nostri giorni tra due avvenimenti; un fatto già avvenuto, la nascita, e un altro atteso, il suo ritorno alla fine della storia. Noi anche celebriamo l’eucarestia, “nell’Attesa della Sua venuta”.

L’Avvento si estende per quattro settimane nel quale il colore liturgico è il viola, riservato ai tempi di attesa (Avvento e Quaresima) e di dolore (morte).  Si distingue la terza domenica, detta domenica Gaudete/Rallegratevi, dalla prima parola dell’antifona d’ingresso, in cui nel medioevo si interrompeva il digiuno di Avvento, simile a quello di Quaresima per l’ormai prossimo Natale. Durante il periodo di Avvento non si canta il Gloria,che esprimerà la gioia degli angeli e di tutta la creazione nella notte di Natale,  mentre rimane il canto dell’Alleluia, come espressione del già e non ancoradel tempo in cui viviamo.

Nel 490 il vescovo di Tours ordinò che il periodo prima di Natale diventasse un tempo penitenziale nella Chiesa Franca dell’Europa Occidentale, e ordinò un digiuno di tre giorni ogni settimana a partire dall’11 novembre, festa di S. Martino di Tours protettore della sua città. Tra la festa di San Martino e il Natale ci sono 40 giorni. Questo numero di giorni   ricordava il  tempo dei 40 giorni della Quaresima, come anche  i 40 giorni e le 40 notti di Mosè sul monte Sinai (Es 24,18; 34,28). Ecco perché il tempo di Avvento fu anche denominato   Quadragesima Sancti Martini o anche Quaresima e  digiuno  di 40 giorni di San Martino. Come la Pasqua era preceduta dalla Quaresima di penitenza, così anche il Natale era preceduto dalla Quaresima di San Martino. Si viveva la gioia della venuta del Messia con una attenzione penitenziale.

Un secolo dopo (sec. VI) anche nella Chiesa di Roma viene introdotto il Tempo di Avvento, con un tono prevalentemente gioioso sviluppando di più l’aspetto di preparazione al Natale.  Nel sec. XIII, alla fine del Medio Evo, i due aspetti della liturgia gallicana e romana trovarono una sintesi tra aspetto penitenziale e festoso. Ancora oggi fondamentalmente si mantiene questo equilibrio grazie alla riforma liturgica voluta dal concilio Vaticano II e da Paolo VI.

Il  nostro  compito di cristiani del ventunesimo secolo  è quello di tenere alta  e luminosa la fede nel Dio di Gesù Cristo, tra poco bambino, crocifisso e risorto. Dobbiamo anche mantenere , e non è un compito secondario,  la fede in un mondo di giustizia e di pace di cui nel tempo di Avvento ci parleranno i profeti. Noi crediamo che sia necessario, l’amore, il volersi bene nella città, cioè nelle nostre metropolitane, nei nostri palazzi, nei nostri luoghi di lavoro; crediamo che sia non solo importante, ma necessario.

Non basta più che nel mondo ci siano le anime buone che si dedicano alle opere buone. Ogni potere ha sempre avuto bisogno di qualche anima buona. Nella logica del potere   qualcuno che si dedica alla giustizia è un ottimo paravento, per fare più comodamente i propri affari!

Ascolteremo in questo tempo di Avvento, il grido di Giovanni Battista : «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni burrone sarà riempito, ogni monte abbassato; le vie tortuose diventeranno diritte e quelle impervie, spianate». La voce ci parla di un mondo duro e difficile, violento in tanti giorni della storia.  Le montagne insuperabili oggi sono quei muri che tagliano in due le città, le nazioni, le speranze di tanta povera gente. I burroni scoscesi sono la disperazione di molti che attendevano carità e hanno trovato leggi disumane e spietate. Il profeta però vede oltre, vede strade che corrono diritte e piane, burroni colmati, monti spianati. Il profeta vede le speranze mai sconfitte degli uomini. Vede soprattutto il sole che sorge sulle notti di tante persone e di tanti popoli.

Il profeta garantisce: «Ogni uomo vedrà la salvezza». Dio viene e non si fermerà davanti ai burroni o alle montagne, e neanche ai cuori di pietra.  Perché :” un bambino è nato per noi; ci è stato dato un figlio”.(Is 9,5)


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Gesù Cristo si è fatto povero per voi

Riflessioni sul messaggio di Papa Francesco sulla Giornata Mondiale dei Poveri.

Oggi  nella 33.ma Domenica del Tempo ordinario  celebriamo in  tutta la Chiesa Cattolica insieme agli uomini di buona volontà la sesta Giornata Mondiale dei Poveri, che Papa Francesco ha voluto istituire  e che aveva già annunciato al termine del Giubileo della Misericordia. Come segno di condivisone, il Papa anche in questo anno ha invitato  a pranzo numerosi poveri nell’Aula Paolo VI, l’aula delle udienze che porta il nome del grande pontefice della Populorum Progressio, dopo aver celebrato la Messa in San Pietro. Ieri sono state celebrate numerose Veglie di preghiera in particolare in memoria di San Lorenzo, martire romano che ha riconosciuto i poveri, come vero tesoro nella chiesa.

“Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste” (Messaggio per la I giornata mondiale dei poveri al n 6).

“Non amiamo a parole, ma con i fatti” era  il titolo del primo messaggio di Papa Francesco per questa giornata. Il Papa parlò dei “mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte della schiavitù, dall’esilio e della miseria, dalla migrazione forzata” ( n 5).

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Quest’anno nella sesta edizione di questa giornata il titolo è:”Gesù Cristo si è fatto povero per voi” (cfr 2 Cor 8,9).

Così scrive il papa:” La povertà che uccide è la miseria, figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita. È la miseria che, mentre costringe nella condizione di indigenza estrema, intacca anche la dimensione spirituale, che, anche se spesso è trascurata, non per questo non esiste o non conta. Quando l’unica legge diventa il calcolo del guadagno a fine giornata, allora non si hanno più freni ad adottare la logica dello sfruttamento delle persone: gli altri sono solo dei mezzi. Non esistono più giusto salario, giusto orario lavorativo, e si creano nuove forme di schiavitù, subite da persone che non hanno alternativa e devono accettare questa velenosa ingiustizia pur di racimolare il minimo per il sostentamento.”(n 8)

Non sorprende la scarsa attenzione data, anche in alcuni settori  della Chiesa, alla proclamazione di questa giornata mondiale. Non sorprende ma amareggia, e tutti siamo chiamati a reagire con forza alla indifferenza verso i poveri.

Chi ha molti denari e molte sicurezze rischia di vivere come gli «spensierati di Sion» di cui parla il profeta Amos, e si costruisce un mondo tutto suo, e anche se alla sua porta ci sono migliaia di Lazzari nemmeno se ne accorge. L’ epulone dei nostri anni a volte se ne accorge e allora fa qualche elemosina per i poveri, dona qualche vestito vecchio che non mette più, pur di non avere il disturbo dei Lazzari alla sua porta.

In tutte la Chiesa cattolica si legge spesso la parabola del Ricco Epulone ma domani Lazzaro starà come oggi. Niente cambia. Purtroppo il messaggio di Gesù è stato spesso imprigionato nel sistema e lo abbiamo un po’ reso innocuo; non incide più nella nostra vita reale. Questo è l’abisso di cui parla  il Vangelo. Inoltre tutti vediamo che l’abisso tra i Lazzari e gli epuloni si è allargato e si sta allargando a dismisura.

Noi epuloni abbiamo da secoli deciso che non si può consentire la promiscuità tra chi è dentro e chi è fuori. Lazzaro deve stare fuori dal sistema, dalle nostre città, la Bibbia direbbe dall’accampamento. Lazzaro poi non solo è escluso ma deve essere anche convinto che sia normale così, che sia giusto. L’esclusione lo tocca dentro, nella coscienza.

La nostra società però dice di ispirarsi ai grandi principi del Cristianesimo, dell’ Illuminismo, della democrazia e allora prova ( fa finta?) ad inserire dentro di se Lazzaro l’escluso, ma non ci riesce, perché dovrebbe contestare se stessa nei propri principi costitutivi. Gli immigrati sono i Lazzari del ventunesimo secolo e noi sappiamo solo allargare il fossato.

I cristiani e tutta l’umanità, non si dimentichino che Dio sta dalla parte dei Lazzari, anzi Dio in questo mondo è Lazzaro. Gesù è andato fra gli immondi per insegnare loro a smettere di dirsi immondi, a guardare le nostre città, il nostro sistema, e scoprire che il vero Lazzaro, il vero immondo è proprio il sistema. Questa è la rivoluzione cristiana. Gesù è venuto a svegliare la coscienza degli esclusi perché smettano di considerarsi legittimamente esclusi, perché sappiano che la dignità e’ un loro diritto inalienabile. Il sistema poi ha provato ad addomesticare Gesù “promuovendolo” a tutore dell’ordine ma Lui si è divincolato, andando contro ad un sistema che esclude, ribellandosi al potere politico/religioso e a quello economico. Per questo è stato crocifisso come un Lazzaro qualunque: “Come un delinquente voi lo avete appeso ad un legno” dice Pietro, nel primo discorso dopo la Pentecoste. Le Beatitudini ci dicono che i Lazzari hanno già vinto in Cristo la loro battaglia di dignità. Ora ci stanno venendo incontro, e sono milioni. Non ci vogliono distruggere, ma dirci la Parola della salvezza che è stata loro affidata. Beati i Poveri perché vostro è il Regno di Dio dirà Gesù. Vostro è il segreto della vita.

Le ricchezze non sono un fine, ma uno strumento nelle mani degli uomini; spesso sono diventate uno strumento iniquo perché l’uomo se ne è servito per dominare gli altri uomini e assoggettare interi popoli al controllo di alcune elite. Siamo arrivati nella storia perfino allo sterminio programmato e calcolato dei poveri, come ricorda ancora il profeta Amos. Grazie a Dio il progresso culturale dei popoli sta favorendo una sempre maggiore presa di coscienza, circa il bisogno di una più equa distribuzione delle ricchezze del pianeta. Alcune organizzazioni internazionali e alcune nazioni più sviluppate stanno lottando per nuovi equilibri sociali, ma la battaglia è ancora molto lunga e difficile. Gesù invita i suoi discepoli ad essere “scaltri” nell’uso delle ricchezze. Chiede ad ognuno di noi un diverso rapporto con le ricchezze sia sul piano individuale che in quello comunitario. Proprio per questo non può più bastare il gesto privato della elemosina; bisogna agire perché la ricchezza possa diventare uno strumento di liberazione e di riconciliazione tra i popoli; questa è la concretezza del vangelo, che per sua natura è un fatto sociale. La storia ci insegna che non pochi si sono allontanati dalla Chiesa e dalla fede, perché hanno ricevuto una cattiva testimonianza nell’uso del denaro e delle ricchezze. Assistiamo poi in questi anni come cristiani e cittadini del mondo a due fatti molto importanti. Papa Francesco sta testimoniando la possibilità concreta di una Chiesa povera per i poveri, ed è uno straordinario dono del Signore, un esempio che ci stimola a sempre nuova conversione. Inoltre al contempo assistiamo al fatto che molti poveri, si stanno -potremmo dire così- riprendendo il vangelo, spesso a loro nascosto, dietro parole di circostanza e umilianti elemosina. I poveri oggi sono coscienti che il vangelo è prima di tutto per loro, e non sono più disposti ad aspettare per i loro diritti e la loro dignità. Rileggiamo e meditiamo attentamente a questo proposito le parole profetiche di don Primo Mazzolari, prete povero tra i poveri al quale papa Francesco renderà onore, pregando sulla sua tomba fra pochi giorni:” io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare; i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure c’è chi tiene la statistica dei poveri, e ne ha paura; paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.” Sta già avvenendo.


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Uno sguardo “largo e lontano”

Ricordiamo con gratitudine il card. Loris Capovilla, segretario di San Giovanni XXIII. Ha sempre mantenuto uno sguardo ampio e lungimirante sulla Chiesa una visione spirituale, conciliare e profetica. 

Monsignor Loris Capovilla, storico segretario di papa Giovanni XXIII, ha vissuto più di cento anni, tutti spesi a servizio del Vangelo e della Chiesa. Alla scuola di papa Giovanni ha potuto apprendere la bellezza della Chiesa universale ed è stato per il papa buono il primo e più fidato collaboratore.

CAPOVILLA Card. Loris Francesco

Scriveva Roncalli Patriarca di Venezia al sostituto Montini: “il papa desidera a Roma il tal sacerdote; concederlo è un grave sacrificio per Venezia, ma io cedo, perché nella Chiesa “bisogna vedere largo e lontano”. Non c’è dubbio alcuno che Monsignor Capovilla, in tutta la sua vita ha aiutato papa Giovanni XXIII  a portare la Chiesa fuori dalle secche della storia, sostenendolo per farla navigare fino ai confini della terra, sorreggendolo in quella grande avventura dello Spirito che è stato il Concilio.

Don Loris – come desiderava farsi chiamare  – ha testimoniato nella sua lunga vita che la Parola di Dio è una  Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita, spesso così  difficile in tante giornate. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che  opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio  porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera in cammino verso la pienezza, di Dio.

«Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui» (At 12,5). In modo particolare Monsignor Capovilla ci ha testimoniato che una Chiesa in preghiera per Pietro è una Chiesa in cammino verso il Risorto. Papa Giovanni ha dovuto sperimentare, proprio perché era un profeta, anche la “prigionia” la sofferenza della incomprensione e anche della derisione dei profeti di sventura. Monsignor Capovilla gli è sempre stato accanto con discrezione e determinazione, attento di nulla lasciar cadere del suo illuminato magistero.

Il Signore  aveva messo  accanto a papa Giovanni un angelo. Pensiamo e preghiamo con memoria grata per questo uomo di Dio che è stato Capovilla, riconoscenti per come ci ha trasmesso la fede con la sua testimonianza.

Se non fosse stato lui, quella sera quando si aprì il concilio, a convincere con la sua intelligenza e bonomia, il papa – dopo un lunga e faticosa giornata – ad  affacciarsi ancora una volta alla finestra, i bambini, i malati, gli anziani, il mondo intero oggi mancherebbero di una carezza. Una carezza che ha cambiato la storia.


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Con “umile risolutezza di proposito”: Papa Giovanni annuncia il Concilio

Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 ai cardinali, riuniti nella sala capitolare del monastero benedettino di S. Paolo a Roma, annunziò la sua decisione di celebrare un Concilio Ecumenico, oltre che un Sinodo per la diocesi di Roma, e l’aggiornamento del codice di diritto canonico.

“Venerabili Fratelli e Diletti Figli Nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l’Urbe, e di un Concilio Ecumenico per la Chiesa universale.[] Gradiremo da parte di ciascuno dei presenti e dei lontani una parola intima e confidente che Ci assicuri circa le disposizioni dei singoli e Ci offra amabilmente tutti quei suggerimenti circa la attuazione di questo triplice disegno.”( Allocuzione del Santo Padre Giovanni XXIII Sala capitolare del Monastero di San Paolo Domenica, 25 gennaio 1959)

Oggi è San Giovanni XXIII Papa 57 anni fa il «discorso della luna» -  Cronaca, Bergamo

Il successore di Pietro si mise con tutte le forze fisiche e spirituali a servizio del vangelo e della Chiesa. La Chiesa universale si preparava a splendere di nuova bellezza. Papa Giovanni XXIII ha guidato la Chiesa fuori dalle secche della storia, per farla navigare fino ai confini della terra, sorreggendola in quella grande avventura dello Spirito che è stato il Concilio.

La Chiesa del concilio, guidato e sapientemente portato a termine da Paolo VI ha testimoniato negli anni del suo svolgimento che la Parola di Dio è una Parola d’amore che Dio pronuncia su di noi, sul mondo, sulla storia e che carezza come un vento leggero la nostra vita, spesso così difficile in tante giornate. Ha testimoniato che la Parola di Dio è una Parola efficace che opera ciò per cui era stata mandata. Ha testimoniato che la Parola di Dio porta in sé il gemito di ogni carne e dell’intera umanità in cammino verso la pienezza, di Dio. Paolo VI santo: pastore, uomo del dialogo - RomaSette

«Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui» (At 12,5). Il concilio ci ha anche testimoniato che una Chiesa in preghiera per Pietro è una Chiesa in cammino verso il Risorto; papa Giovanni ha dovuto sperimentare, proprio perché era un profeta, anche la “prigionia” la sofferenza della incomprensione e anche della derisione, da parte dei profeti di sventura. Moltissimi però, in particolare il compianto Monsignor Capovilla gli sono sempre stati accanto con discrezione e determinazione, attenti di nulla lasciar cadere del suo illuminato magistero.

Se non fosse stato Monsignor Capovilla, quella sera quando si aprì il concilio, a convincere con la sua intelligenza e bonomia, il papa, dopo un lunga e faticosa giornata ad affacciarsi ancora una volta alla finestra, i bambini, i malati, gli anziani, il mondo intero oggi mancherebbero di una carezza. Una carezza che ha cambiato la storia.

Oggi con papa Francesco, come allora con papa Giovanni è posto alla nostra attenzione il mistero della maternità della Chiesa. Al Laterano, nel Battistero la più antica chiesa occidentale del Battesimo, esiste un’iscrizione del V secolo d.C.,che dice: “La Chiesa genera in modo verginale da queste acque, figli dopo averli concepiti come embrione tramite il soffio divino”. Come Maria aveva generato, per il soffio dello Spirito, il Figlio di Dio fatto uomo, così nel Battesimo la Chiesa genera dalle acque i figli di Dio, per la potenza dello stesso Spirito. Il concilio vaticano II ha saputo, guidato dallo Spirito generare nuovi figli, ha liberato la chiesa da qualche mantello di troppo, e ha reso più facile il rapporto tra Dio e gli uomini, non più schiavi della legge, ma figli amati del Padre.

Ricordiamo nella preghiera i volti e i nomi di tutti coloro che durante il concilio hanno fatto crescere il germe seminato della Spirito, ci hanno aiutato a cogliere la bellezza di Cristo e del suo vangelo. Noi siamo figli, come credenti, di tutte queste persone. La nostra fede, pur rimanendo un risposta personale, è figlia del concilio.

L’apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi ci avverte di stare bene attenti a come edifichiamo la chiesa: “ognuno stia attento a come costruisce!”. Accogliamo questa esortazione di Paolo come uno stimolo a non disperdere la grande eredità della intuizione giovannea. Siamo ognuno di noi la chiesa di Dio. Ma tutto questo esige attenzione e responsabilità, perché il dono può essere sciupato da chi lo ha ricevuto.

Non possiamo avere altra pietra di fondazione che non sia il Signore Gesù; non possiamo che versare vino nuovo in otri nuovi. Restaurazioni, liturgie di costantiniana memoria, sono fuori dalla storia e lontani dal vangelo.


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Vite sotto il palcoscenico

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano dell’8 giugno 2021. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della XI Domenica del tempo ordinario (Marco 4, 26-34)

Don Francesco Pesce

Ogni volta che mi capita di vedere la campagna con i suoi contadini o il mare con i suoi pescatori, ma anche le fabbriche piene di operai, le metropolitane affollate, sento forte un nuovo slancio verso la vita. Guardo e basta. Alcune volte prego. Sperimento sentimenti ed emozioni in modo intenso e discreto. Assaporo con tenerezza la vita della gente comune, vite dietro le quinte, sotto il palcoscenico, senza nessuna vetrina. Sono vite affascinanti, faticose.

Hanno bisogno dell’albero del vangelo per ristorarsi alla sua ombra; hanno bisogno di una Chiesa che annuncia loro la Parola così come possono intendere, senza chiedere certificati di idoneità. Quando ci accorgiamo che come testimoni del regno non siamo accoglienti e non diamo ristoro, dobbiamo avere il coraggio di chiederci che cosa abbiamo seminato e che albero stiamo facendo crescere.

È dal seme della spiritualità e dell’interiorità che germogliano l’amore e la carità. Senza i piccoli semi della Parola di Dio, si fa fatica, non solo nel lavoro di ogni giorno, nel matrimonio e come genitori, ma anche nella vita consacrata. Si rischia di vivere una vocazione spesso senza più radici autentiche, più facilmente preda della ricerca del potere, dell’egoismo, della mondanità e del clericalismo, vivendo un laicato, oppure un celibato e un ministero sacerdotale non come dono della Grazia, ma come un vincolo senza felicità, senza amore e senza gioia.

Che il regno di Dio debba vivere in questo mondo, in prima linea, forte, potente, rilevante, ben inserito nei palazzi che contano, è una bestemmia di costantiniana memoria, una tentazione del demonio. Il Regno di Dio è invece un po’ di lievito, nella pasta, un piccolo seme, un solo bicchiere di acqua fresca dato a chi ha sete.

Non dobbiamo aver paura della nostra debolezza, e a volte anche impotenza, perché nel momento in cui facciamo esperienza di tutto questo, si manifesta la potenza di Dio che non ci lascia soli, e fa germogliare e crescere il seme.

Quando potremo gustare frutti maturi? La risposta più semplice e più vera è, ogni giorno. Ci vengono offerti in tanti modi diversi, dalle persone che incontriamo; per gustarli però bisogna fare un lavoro di rinuncia, eliminare tanti preconcetti, buttare via tanta zavorra, per restare quasi a mani vuote, cioè libere per accogliere il dono.

Gesù ce lo ha detto chiaramente: «Non portate borsa né sacca né sandali» (Lc 10, 4). Non lasciamoci mai condizionare dai mezzi che abbiamo in mano, non diventiamo gruppo di pressione, o gruppo di potere; andiamo prima di tutto con la forza della fede incontro al dolore di ogni uomo che attende una Parola di Speranza.

Certo non dobbiamo essere ingenui; siamo inviati come un agnello in mezzo ai lupi; è necessaria una profonda spiritualità per non essere sedotti dai lupi, che ti invitano nel loro regno, ti presentano ai loro amici, ti offrono i loro denari, ti espongono alle loro televisioni e così ti fanno prigioniero.

Ringraziamo il Signore per tutti gli annunciatori del Regno che nel corso della storia sono andati nel mondo, poveri, liberi da ogni condizionamento, pagando non poche volte un altissimo prezzo, ma già semi fecondi del vangelo.


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Settimana Laudato Si’ 2021

Dal 16 al 24 maggio, una settimana per imparare ad ascoltare il grido della Terra e dei poveri, per provare a risolvere la crisi ecologica, per agire verso un cambiamento attraverso l’azione e la fede.

 “Rinnovo il mio appello urgente a rispondere alla crisi ecologica, il grido della terra e il grido dei poveri non possono più aspettare. Prendiamoci cura del Creato, dono del nostro buon Dio creatore”.

E’ l’invito di Papa Francesco a celebrare insieme la Settimana Laudato Si’ per il suo sesto anniversario, che quest’anno rappresenta il coronamento dell’Anno dell’Anniversario Speciale Laudato Si’.

Il 16 maggio 2020, in occasione del quinto anniversario dell’Enciclica, Papa Francesco aveva promosso la Settimana Laudato Si’ e il successivo Anno dell’Anniversario Speciale Laudato Si’. L’edizione 2021 della Settimana celebrerà la chiusura dell’Anno mostrando quanto in questo tempo le cose siano cambiate, celebrando il grande progresso che l’intera Chiesa ha compiuto sulla via della conversione ecologica.

Durante la Settimana sarà presentato uno strumento nuovo, la “Piattaforma di Iniziative Laudato Si‘”,  che servirà a riunire i principali partner ecclesiali attraverso diverse azioni ed eventi e a diffondere ulteriormente il Vangelo della Creazione attraverso un mandato missionario.


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La strada principale

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 4 maggio 2021. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Vangelo della VI Domenica di Pasqua

Don Francesco Pesce

Pregando sul vangelo di questa domenica, sono rimasto prigioniero di due parole, Gioia e Amore.

Le parole di Gesù sono di grande consolazione e tutti ne abbiamo bisogno: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Una gioia che non dipende dalle circostanze della vita, ma è profonda esperienza dello Spirito. Il dono di sentirsi amati.

Noi potremmo camminare dentro la Parola di Dio e i secoli del cristianesimo attraverso la strada della gioia. È la strada principale.

Lo disse Gesù leggendo la storia: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò» (Gv 8, 56).

«Possa tu avere molta gioia!» (Tb 5, 11). Come sarebbero più belle le nostre chiese e le nostre case, se ci ripetessimo più spesso queste parole che l’angelo rivolse a Tobia all’inizio della nuova vita del figlio.

Gesù parla spesso della gioia e anche prega per i suoi discepoli: «Perché abbiano in sé stessi la pienezza della mia gioia» (Gv 17, 13). Li rasserena come fa la mamma con il suo bambino perché la loro tristezza si cambierà in gioia quando lo vedranno risuscitato.

Sì è la strada della gioia, quella più vera, quella della Chiesa, quella del vangelo, di milioni di pellegrini lungo i secoli.

Pensiamo alla gioia dell’Attesa, così importante in questi tempi di pandemia: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce […]. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (Is 9, 1-6).

E poi ecco la gioia di Natale, annunziata dall’angelo, sperimentata dai pastori e dai magi, vissuta dal vecchio Simeone e dalla profetessa Anna. E poi finalmente la pienezza della gioia a Pasqua. Maria Maddalena, gli apostoli, i discepoli di Emmaus: «Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli» (Mt 28, 8): «I discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20, 20).

Nella notte di Pasqua la Chiesa vive la gioia del suo Signore con il canto dell’Exultet, dove cielo e terra esultano insieme.

Nell’oggi perenne della Chiesa viviamo in noi una perenne Pentecoste, la gioia dello Spirito Santo che ci guida e ci sostiene.

La vita anche se sempre non è facile, sempre può essere felice perché sotto la tristezza di tanti nostri giorni, nascosto in qualche angolo dentro di noi, c’è un tesoro prezioso che dobbiamo cercare con la lampada dello Spirito, l’Amore del Padre. Nessun dolore, nessuna difficoltà, nessun male della vita sarà mai più forte dell’amore del Padre. Un Padre misericordioso che ci vuole più felici che fedeli, suoi amici e non servi.

Noi dobbiamo osservare il comandamento dell’Amore, altrimenti la nostra osservanza potrebbe essere per paura, per far carriera, per calcolo, o anche per sensi di colpa.

Lasciarsi amare da Lui è il primo passo nel cammino della vita. «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 12).

Questa Parola è la semplicità è la mitezza, è il cuore della “rivoluzione” cristiana. Ribalta tutti i tavoli, manda per aria i progetti di ogni potere che si illude di avere in mano il mondo. Dobbiamo però essere umili e vigilanti perché la “mondanità” che è il contrario dell’Amore si oppone al vangelo, e lo contrasta fin dentro la Chiesa nel cuore di ciascuno di noi. In un attimo si passa da amare secondo la misura del cuore di Dio, ad amare se stessi e quello che più conviene. Chiediamo al Signore e al Suo Spirito, di essere persone che vogliono bene, così semplicemente senza condizioni e tornaconti, per aiutarci gli uni gli altri a camminare verso la visione del volto del Padre che Gesù ci ha rivelato.


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Papa Francesco in Iraq

E’ iniziato il 33.mo Viaggio Apostolico di Papa Francesco che è arrivato nel pomeriggio in Iraq per una visita, la prima nella culla della civiltà tra i fiumi Tigri ed Eufrate, che si concluderà lunedì 8 marzo.

Photo credit: http://www.vatican.va

Una visita che ha un significato particolare e importante in una terra afflitta da tensioni etniche, religiose, dal lancio di missili, dallo spettro dell’Isis, oltre che dalla pandemia ancora in corso. Ma il Pontefice, nonostante tutto, ha deciso di far sentire la propria voce in un videomessaggio al popolo iracheno, che ha diffuso alla vigilia della Sua partenza, dove invita i cristiani, ma anche tutti i “fratelli e sorelle di ogni tradizione religiosa”, a “rafforzare la fraternità, per edificare insieme un futuro di pace”.

Sarà dunque una visita interconfessionale: il Papa incontrerà sciiti, sunniti, la comunità musulmana e la minoranza cristiana che tanto teme il risentimento dell’Isis.

Sigillo ufficiale della visita di Papa Francesco in Iraq, una palma, le bandiere dell’Iraq e del Vaticano sormontate da una colomba e sullo sfondo il Tigri e l’Eufrate. E una scritta in arabo “Siete tutti fratelli” a incorniciare l’immagine.

La tre giorni del Viaggio Apostolico è iniziato oggi, 5 marzo, con il benvenuto a Bagdad, da parte del Primo Ministro, a cui è seguita una visita con il Presidente. Sempre nella capitale, Francesco ha incontrato gli esponenti della comunità siro-cattolica nella Cattedrale di “Nostra Signora della Salvezza” a Baghdad, che fu teatro, nel 2012, di un attentato che provocò 48 vittime.

Secondo il programma ufficiale, sabato il Pontefice visiterà Najaf a sud della capitale, importante meta di pellegrinaggi e incontrerà il Grande Ayatollah Sayyd Ali Al- Husaymi Al -Sistani, la maggiore guida spirituale della comunità sciita in Iraq, per poi recarsi a Nassiriya, sulle rive dell’Eufrate per un incontro interreligioso presso la piana di Ur, patria di Abramo.

Abramo, figura venerata da cristiani, ebrei e mussulmani, diventa così il simbolo di questo viaggio, nel segno del dialogo tra le diverse confessioni.

La prima Messa del Papa in Iraq si terrà sabato sera nella Cattedrale Caldea di “San Giuseppe” a Baghdad, una delle 11 Cattedrali presenti nel Paese e uno dei centri della comunità cattolico- caldea, principale gruppo cristiano del Paese.

Domenica Francesco incontrerà le autorità religiose civili del Kurdistan iracheno a Erbil, città recentemente colpita da un attacco missilistico. Da lì il trasferimento a Mosul, vecchia roccaforte dello Stato islamico, dove si terrà una preghiera per le vittime della guerra.

Poi Qaraqosh, nella piana di Ninive, occupata dallo Stato islamico fino al 2016, dove terrà un discorso alla comunità locale nella Chiesa dell’Immacolata Concezione. Celebrazione conclusiva il pomeriggio, nello Stadio “Franso Hariri” di Erbil.

Data la situazione di emergenza sanitaria, non ci sarà folla ad attendere il Pontefice, che invita però tutti a riscoprirsi fratelli, per promuovere la giustizia e la pace, garantendo diritti umani e libertà religiosa.


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Papa Francesco sulla violenza sulle donne: “Non possiamo guardare dall’altra parte”

Preghiamo per le donne vittime di violenza, perché vengano protette dalla società e perché le loro sofferenze siano prese in considerazione e ascoltate da tutti”.

Photo credit: https://thepopevideo.org/?lang=it

E’ questa l’intenzione di preghiera del mese di Febbraio che Papa Francesco affida a tutta la Chiesa cattolica attraverso la Rete Mondiale di Preghiera del Papa. Il Video del Papa del mese lancia un forte messaggio contro i tanti tipi di violenza nei confronti delle donne: “Una vigliaccheria, un degrado per tutta l’umanità”. Papa Francesco chiede che le vittime vengano protette dalla società e che la loro sofferenza venga ascoltata.

Oggi le donne di tutto il mondo sono vittime di molteplici forme di violenza: violenza fisica, sessuale, psicologica e verbale. Ogni giorno nel mondo vengono uccise 137 donne da un membro della propria famiglia. Più della metà muore per mano di parenti o del partner. Nel 2020, 243 milioni di donne e ragazze hanno subito abusi da parte di un partner. In tutto il mondo, il 35% delle donne ha subito violenze fisiche o sessuali. Le donne adulte rappresentano quasi la metà delle vittime di tratta di esseri umani nel mondo. Nell’Unione Europea, 1 donna su 10 riferisce di aver subito il cyberbullismo dall’età di 15 anni. Le donne vittime di violenza hanno maggiori probabilità di avere problemi di salute: traumi, disturbi d’ansia o depressione, infezioni sessualmente trasmissibili come l’HIV.

La violenza contro le donne è un grido in tutte le sue forme e Papa Francesco lo ha ribadito più volte invitandoci a riflettere: “Se vogliamo un mondo migliore, che sia casa di pace e non cortile di guerra, dobbiamo tutti fare molto di più per la dignità di ogni donna”.

Fonti principali: Rete Mondiale di Preghiera del Papa. ONU DONNE: Fatti e cifre: eliminare la violenza contro le donne (Novembre 2020). Organizzazione Panamericana della Sanità/Organizzazione Mondiale della Sanità Honduras (gennaio 2020). Omelia di Papa Francesco nella LII Giornata Mondiale della Pace (gennaio 2020). Pelletier, Anne-Marie: L’Eglise des femmes avec des homes (2019)


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Senza difese né maschere

Postiamo sul nostro blog un testo pubblicato sull’ Osservatore Romano del 23 giugno 2020. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza dell’articolo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. 

Il Vangelo della XIII Domenica del Tempo ordinario

Don Francesco Pesce

“Non è degno di me!” È una parola grave ma è una parola vera. I nostri affetti più intimi e importanti se non si aprono ad una grande universalità, fino al mondo intero, se non sono vissuti in Dio, si sclerotizzano, perdono fecondità, e addirittura la casa può trasformarsi in una prigione.

ImgOmeliaOssGiugno2020

Anche per questo Gesù invita a prendere la sua croce, che non significa amare il dolore, ma fare una scelta per una vita più grande. Vivere i nostri giorni senza difese né maschere, con i nostri amori e i nostri dolori, tutto condividendo, nella coscienza che nessuno è degno, ma tutti siamo stati resi degni dalla croce di Cristo. Aprire la nostra famiglia, la nostra casa, i nostri confini, la nostra Chiesa ad una fraternità universale per la quale Gesù ha donato la vita. Come possiamo realizzare questa fraternità?

C’è una luce al numero 19 della Enciclica Laudato si’, dove il Papa ci invita a compiere un passo che io definirei decisivo, necessario, per comprendere veramente la realtà. Quale è questo passo?: «L’obiettivo è […] di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo».

Prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale è una espressione commovente e straordinaria; è una vocazione, la nostra; è servire l’uomo concretamente, è costruire la fraternità entrandovi dentro, è per noi cristiani partecipare al Mistero Pasquale.

In questo orizzonte non è bene fare una distinzione netta tra colui che accoglie e chi è accolto. Ogni persona che incontriamo può essere una opportunità di un dono reciproco, per accogliere Gesù e in Lui, il Padre stesso.

Ogni incontro, ogni persona, porta con sé un dono particolare: accogliere, riconoscere, dare spazio al profeta come profeta e al giusto come giusto, significa non soltanto crescere nel nostro cammino di vita, mettendosi alla loro scuola, ma partecipare agli stessi doni. La ricompensa del profeta o quella del giusto è far parte dello stesso dono, vorrei dire gustare l’abbondanza dei doni di Dio nelle relazioni tra di noi e con tutta la Creazione.

Con stupore vediamo nel Vangelo anche quelli che sembrano non avere nessun dono da scambiare: sono i “piccoli”, cioè i bambini, i poveri, gli ultimi, le persone che potrebbero darci solo il loro dolore e la loro miseria, uomini e donne che secondo la “legge” non hanno né diritti né dignità. Sappiamo che il Vangelo è pieno di questi piccoli. Oggi dobbiamo aprire gli occhi per tornare a vedere che questi piccoli sono in mezzo a noi, bussano agli avanzi dei nostri festini, e sono uno straordinario dono del Signore. Penso in particolare al fenomeno migratorio che non è affatto un esodo biblico; è invece una epifania, una manifestazione del Signore che ci sta parlando attraverso questi piccoli. Per ascoltarlo serve soltanto un bicchiere di acqua fresca.